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Fonte: http://www.ilnord.it/c-2873_LETTERA_APERTA_A_RENZI_DI_LE_FIGARO_FORMI_UN_FRONTE_LATINO_GUIDATO_DA_ITALIA_E_FRANCIA_E_FACCIA_SALTARE_LEURO

La Gran Bretagna occupa una posizione marginale nel grande dibattito sull’Europa. La chiave di volta è la Francia, che sta diventando velocemente un calderone dei punti di vista euroscettici/Poujadisti della destra, delle idee keynesiane reflazionistiche anti-UEM della sinistra, uniti alla messa in discussione della saggezza dell’unione monetaria che attraversa l’establishment francese.

Marine Le Pen del Front National è in testa all’ultimo sondaggio IFOP sulle elezioni europee del 24 del mese prossimo. Il suo programma chiede delle misure immediate di uscita dall’euro e ritorno al franco, e un referendum sul ritiro dalla UE.

I Gollisti sono al 22.5%. Il grande partito di centro-destra della politica francese del dopoguerra sta fallendo miseramente l’opportunità di sfruttare il crollo dei consensi del presidente François Holland. Segue il Partito Socialista col 20.5%. Il Front de Gauche è all’8.5% e non è esattamente amico di Bruxelles.

Gli eredi di Charles de Gaulle stanno assistendo al distacco del loro fianco destro, che si sposta verso il Front National, proprio come una parte dei Tory si è staccata per andare all’Ukip. Inutile dirlo, non ne sono contenti. Una riunione del partito durante il fine settimana è stato un caos di dissenso euroscettico.

Xavier Bertrand, ex ministro del lavoro, ha detto che è tempo di abbandonare l’asse franco-tedesco, che è stato il principio guida della politica estera ed economica francese per mezzo secolo: “E’ importante, ma non dovrebbe essere l’alfa e l’omega del punto di vista francese. – ha detto – Come possiamo perseguire una politica energetica se gli interessi di Francia e Germania sono così diversi. Su questo campo è meglio lavorare con gli inglesi, e lo stesso vale per la difesa europea. Dobbiamo riconoscere che l’allineamento con la Germania ci impedisce di spingere per un’altra politica della BCE, che favorisca la crescita e l’occupazione”, ha concluso.

Questo coro di dissenso è stato raccolto venerdì scorso in un articolo sorprendente su Le Figaro dall’ex direttore Philippe Villin, il quale ha fatto appello a un fronte Latino guidato da Francia e Italia per far saltare l’euro.nIn una lettera aperta al leader italiano Matteo Renzi – solo 17enne all’epoca di Maastricht, e quindi non compromesso col peccato originale dell’UEM – egli avverte il giovane leader che non c’è speranza di risollevare l’Italia dalla trappola del debito a bassa crescita senza un “ritorno alla lira.”

Anche se l’euro scendesse a 1:1 contro il dollaro, questo non sarebbe ancora sufficiente a salvare l’Italia – dice Mr Villin – dal momento che il baratro intra-UEM con la Germania rimarrebbe comunque. Suggerisce al signor Renzi di fare un tour delle capitali del sud per dar vita a un’alleanza latina, e poi marciare su Berlino per informare il cancelliere Angela Merkel che l’unione monetaria è diventata insostenibile. Egli dovrebbe avvertirla che la fine è arrivata, a meno che la Germania non faccia più del minimo necessario per mantenere a galla l’UEM.

“Lei naturalmente rifiuterebbe di cedere – dice il signor Villin – ma non è questo il punto. Le mosse del giovane italiano farebbero scattare l’allarme, causando un calo precipitoso dell’euro e una crisi dei bond. Ma sarebbe una scelta deliberata, anche se pericolosa. Costringerebbe la Germania ad affrontare la scelta che finora ha eluso: accettare una vera unione fiscale e di trasferimento, o uscire dall’UE”.

Il signor Villin ovviamente preferisce la seconda. (Come la Bundesbank, a mio parere.) “Facendo precipitare questo dramma, si salverebbero l’Europa e gli europei”, ha detto.

Io do notizia di queste cose, così i lettori possono formulare il proprio giudizio, e io esprimo il mio riserbo. Quello che colpisce è come queste idee stiano guadagnando terreno nel dibattito politico francese. Di recente sono usciti tre libri che sostengono che l’euro deve essere sciolto, in modo da spianare la strada a una vera ripresa economica, o addirittura per salvare il progetto europeo.

1 . Heisbourg , “La fine del sogno europeo ”

2 . Coralie Delaume “Europa, gli Stati Disuniti”

3 . Steve Ohana “Disobbedire per salvare l’Europa”

Un altro libro dello statista Jean-Pierre Chevènement – “1914-2014: L’Europa uscita dalla storia?” – delinea l’affascinante ipotesi che l’UE abbia perso la sua strada perché ha erroneamente incolpato il “nazionalismo” di aver causato le due guerre mondiali. Ha cercato di costruire un super stato negando l’anima dei popoli europei (al plurale) che è lo stato-nazione. Un discorso raffinato.

La Francia è un paese “animato da uno spirito di libertà razionale”, per prendere in prestito da Edmund Burke, e mi è sempre sembrato ovvio che non avrebbe tollerato per sempre la disoccupazione di massa, il vassallaggio fiscale verso Berlino e Bruxelles , e uno stato di cose che è diventato così nocivo per tanti versi. Non sorprende affatto che alla fine si trovi alle prese con una nuova rivoluzione.

I Gollisti sono divisi. La vecchia guardia, ovviamente, sull’UEM non cederà terreno. Non possono farlo perché hanno onorato questo altare per tutta la vita. Alcuni riformisti ora si stanno aggrappando agli argomenti più inconsistenti.

Laurent Wauquiez – niente di meno che un ex ministro europeo – ha appena scritto un libro “Europe, il faut tout changer” (Europa , dobbiamo cambiare tutto), in cui egli chiede di tornare a un nocciolo duro dell’euro composto da Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio e Olanda.

Mi sembra una cosa impraticabile. Vogliono relegare sloveni, slovacchi, finlandesi, lettoni o portoghesi a stati senza diritto di voto, o congelarli tutti insieme fuori dell’UEM? Non è possibile seguire l’Europa su argomenti infondati di questo tipo. Questi pensieri mostrano tuttavia la palude intellettuale di politica economica che ha travolto la grande impresa dell’unione monetaria.

Nel frattempo, naturalmente, veniamo rassicurati sul fatto che la crisi UEM è ormai dietro le nostre spalle. Un futuro radioso ci attende. Questo momento di disagio passerà. Sì, e gli elefanti rosa sorvoleranno il Mare Nostrum.

Articolo scritto da Evans Pritchard per The Telegraph e tradotto da Voci dall’Estero – che ringraziamo.

Tratto da: IlNord

Attilio Folliero, Caracas 12/04/2014

Chi dipende dal gas russo? Secondo le statische riportate dal “The Economist” e relative all’anno 2012, molti paesi dipendono dal gas russo; alcuni per il 100%, la totalità degli approvvigionamenti, come Lituania, Estonia, Lettonia e Finlandia; altri hanno una forte dipendenza: Austria e Slovenia importano il 60% del loro fabbisogno dalla Russia, Polonia e Turchia il 59%, Repubblica Ceca il 57%, Grecia il 56%. Praticamente tutti questi paesi non possono sopravvivere senza il gas russo.

In realtà tutti o quasi tutti i paesi della Unione Europea hanno una forte dipendenza dal gas russo; mediamente i paesi UE importano circa un quarto del loro fabbisogno gassifero dalla Russia: la Germania importa il 37% del proprio fabbisogno, l’Italia il 29%, la Romania ed il Lussemburgo il 24%, la Francia il 16%. Olanda, Belgio e Regno Unito sono i meno esposti.

L’Unione Europea ha annunciato di voler cercare fonti alternative al gas russo per ridurre appunto la dipendenza; in realtà si tratta solo di parole vuote perchè al momento non esistono alternative al gas russo, se non investendo centinaia di miliardi per nuove infrastrutture; miliardi di investimenti che da un lato sono impossibili da reperire almeno per il momento e dall’altro lato farebbero comunque  aumentare enormemente il prezzo di questa materia prima e per conseguenza di tutta la catena produttiva, con serie ripercussioni sulla competitività dei prodotti europei.
Comunque la principale economia europea, la Germania, con circa il 40% del proprio fabbisogno gassifero dipendente dalle importazioni russe, importazioni che continuano ad aumentare anno dopo anno, non potrebbe mai trovare un sostituto. L’economia tedesca è legata materialmente alla Rusia, per cui difficilmente la vedremo impegnata in una acerrima confrontazione con la Russia.
 Fonte: http://umbvrei.blogspot.it/2014/04/il-gas-russo.html#more

Tito Pulsinelli, Selvas Blog, 15/04/2014

Che tempi memorabili quelli in cui un presidente russo prendeva a cannonate la sede del parlamento e poi mise all’asta tutto -letteralmente tutto- per quattro spiccioli. Era la vera e propria conquista dell’est per i globalisti. Per la modica spesa di 600 milioni di dollari, si aggiudicarono tutti i giacimenti, pozzi, condutture, raffinerie e stazioni di servizio dell’industria petrolifera. Una manna, e che simpatico quel Yeltsin, autentico eroe della democrazia elitista -versione etilica – che l’Occidente applaudiva fino a spellarsi le mani. Tempi virili, in cui i gagliardi “globalizzatori” sputavano anche nel piatto da cui si ingozzavano. Vendettero la pelliccia dell’orso prima di averlo abbattuto. I maestri del galleggio si accalcarono attorno al carro del vincitore per rinnegare la “pianificazione”. In tutte le contrade, sgomitavano i neofiti (di primo e ultimo pelo) del novello sacerdozio del liberismo totale del “mercato”, borse e banche.
Spolparono quasi tutto, poi il “gran” Yeltsin passò a miglior vita. Non fecero in tempo a dargli in premio Nobel. Si sa, sono sempre i migliori ad andarsene. Le vacche ancora disponibili erano quelle più scheletriche. Inatteso come le sette piaghe, però, arrivò un abominevole uomo delle nevi, un temibile tiranno eurasiatico. Riprese a sventolare improbabili bandiere eretiche e antimoderniste: sovranità, protezionismo, centralità dello Stato nell’indirizzo della nazione, identità nazionale, economia mista. In più, una “assurda” pretesa di mantenere separato il potere economico da quello politico. Ad ogni costo.
Putin aprì le porte delle carceri a coloro che -alla ricchezza generata da delinquenziali privatizzazioni-volevano aggiungere anche il comando politico della Russia, con la compra all’ingrosso di elettori e di tutti i media. Tra Putin e i nuovi oligarchi venuti dal nulla, l’Occidente si schierò con questi ultimi. E voltò le spalle al volgo, disprezzandone l’iperdonabile  “populismo”. Mise in chiaro che democrazia si coniuga perfettamente con mafie organizzate, se aprono conti nelle banche di Londra.
L’ex colonnello del KGB, strappando all’arbitrio dei “mercati” il controllo delle risorse strategiche della nazione, generò i mezzi necessari per rinsaldare l’intelaiatura post-sovietica. Mise fino al culto dell’ognuno per se e mercato per tutti. Potè sostenere la domanda sociale di una popolazione data in pasto alle divinità antropofaghe del “modernismo”. Riuscì a rinsaldare la coesione sociale e il vigore del braccio armato, indispensabili per ogni progettualità propria. I distributori automatici di coccarde e brevetti democratici malcelavano lo stupore per il ciclo di +7% di crescita del sacro PIL.
Durante l’olimpiade di Pechino, portò una risposta militare fulminante alle provocazioni nel Caucaso da parte della Georgia, dimostrando che molta acqua era passata sotto i ponti dopo la disintegrazione della Yugoslavia. L’espansione abusiva della NATO verso est, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia, era finita. La complicità atlantista della classe dirigente europea, con l’avallo dato a questo inganno, rinuncia all’occasione storica di ricostituire una difesa propria. Andò a rimorchio, non riprese le redini del destino geopolitico. L’ebrezza del neoliberismo è un lenitivo immediatista, risibile rispetto alla negata funzione di ponte storico tra le Americhe e l’Asia, Medioriente e Nordafrica.
Gli europei non hanno il diritto di scambiare manufatti e tecnologie con l’energia e materie prime russe. La proposta di un partenariato che apra la grande area eurasiatica, va oltre la dimensione meramente doganale. Perchè dischiude un’orizzonte di pace basato sulla coperazione di lungo periodo e la complementarietà. Non c’è stata risposta al discorso rivolto in lingua tedesca da Putin al Bundestang di Berlino.
L’Europa finanziarista autorizzata da Washington, può solo intrupparsi nelle avventure belliche imperiali, ultimo senile abbaglio di poter continuare a comandare su tutte e ogni cosa del mondo. Tragico, nel caso italiano, quando ricava solo perdite di forniture energetiche privilegiate e voluminose esportazioni in Libia, oltre al secolare ruolo nel Mediterraneo.
Minacce, ultimatum rinnovati e differiti, raggiri della “legalità internazione” e bizze di varia indole non hanno piegato la Siria. La NATO non ha rischiato i suoi aerei contro la inviolabile barriera di radar e missili forniti dalla Russia. Il ripiego forzato su milizie noleggiate e feccia politica di avariata indole, dice che  il ricorso camuffato al terrorismo endogeno e importato, non paga . Distrugge ma non controlla nè addomestica. La fase propulsiva dell’espansionismo atlantista si è esaurita. Infranta sulle porte di Damasco dall’ampio arco multipolare che va dal BRICS alle 104 nazioni del Movimento Non-Allineati. La strada che porta a Teheran è sbarrata e si addiviene a più ragioevoli e miti conciliaboli.
I nemici sono tanti e la forza (bruta) è quel che è. L’armata russa sarà pure obsoleta, ma ha livelli di eccelenza nel dominio dei cieli, in grado di neutralizzare caccia e portaerei. Impossibile chiudere il mar della Cina per controllarne l’unico sbocco e asfissiarla, e contemporaneamente mettere in inginocchio gli ayatollah. Poi trasformare il mar Nero in un bunker invalicabile che scacci Mosca dal Mediterraneo e dal Medioriente è proprio una… roulette russa. Chi -nell’esercizio pieno delle facoltà mentali- può credere che Washington (e l’entità-UE) oggi può sbaragliare simultaneamente Russia e Cina, riavvicinate e confluenti?
Il colpo di mano per cambiare il governo di Kiev è stato “facile” però non garantisce il controllo dell’Ucraina. L’implosione innescata è inarrestabile, anche con una Federazione o Confederazione, poichè gli Stati Uniti e Bruxelles dovrebbero metter mano al portafogli per garantire il minimo di operatività ai lacchè istallati in loco. Le sanzioni masochistiche, lasciano spazio alla contromossa “economica” del Cremlino, che sposterà definitivamente l’asse geo-economico verso l’oriente. Gli idrocarburi che non affluiranno più verso l’Europa saranno ben ricevuti dalla Cina e India.
Ci si può pure gingillare con la favola delle navi che trasporteranno il gas che gli Stati Uniti estrarranno nel prossimo futuro. Quel che è certo è che -comunque andrà a finire- le forniture russe saranno tagliate del 30%. E’ il prezzo per l’indecente collaborazionismo con il Pentagono.
Putin dispone di una ulteriore ed estrema contromossa mossa sull’arroventato scacchiere. Fornire all’Iran il sistema di difesa aerea SS-300 o SS-400 che l’immunizzerebbe definitivamente da ogni minaccia di Israele, Arabia saudita e NATO. Una svolta imprevista per i negoziati sulla regolamentazione dell’energia nucleare, in cui l’unilateralismo degli atlantisti cozzerebbe contro un muro.
Da tempo è in corso una guerra commerciale, monetaria, finanziaria, demografica, culturale e mediatica. In alcuni casi c’è anche il ricorso ai mezzi militari. L’elite europea si presterà ancora una volta a che gli Stati Uniti combattano l’ennesima guerra fuori del loro territorio? Continuerà ad abboccare all’amo di sanzioni contro paesi con cui Washington non commercia da trent’anni (Iran)? O dove sono esposti in misura assai minore dell’entità-UE?
Il masochismo non è più giustificato neppure dal livello dall’aumentata subordinazione, ormai dilatata oltre i limiti angusti fissati dagli armistizi del 1945. Yalta è morta, come pure l’unipolarismo. L’Europa deve risollevare la testa e volgere lo sguardo altrove: esiste anche il sud e l’oriente, oltre e contro il predatorio asse Atlantico sta avanzado il multipolarismo. Ritrovare più spazi di autonomia e’ possibile, mandando a casa l’attuale gruppo dirigente sovranazionale. E’ solo un’ombra del globalismo espansionista, approdato all’ultima spiaggia militarista.

Fonte Libreidee via Vocidallastrada, 16/04/2014

«Si dice che la crisi e laguerra servano al sistemacapitalista per ridurre le capacità produttive in eccesso, anche quando si presenta un “eccesso” di capitale umano». Stefano Porcari, su “Contropiano”, commenta così l’ultimo report del Fmi, secondo cui la nostra vita media è diventata troppo lunga, e quindi troppo onerosa: la crescente longevità rende i sistemi pensionistici sempre più costosi e questo produce un impatto negativo sui conti pubblici. L’analisi del Fondo Monetario Internazionale è contenuta nel “Global Financial Stability Report” 2014. In particolare colpisce “l’allarme longevità” delFmi. Ma la longevità non dovrebbe essere un indicatore positivo, per una società sviluppata che si rispetti? Non per il Fondo Monetario, secondo cui i governi dovrebbero affrettarsi ad “adeguare” i loro sistemi di welfare alzando l’età pensionabile e tagliando le pensioni pubbliche. 
«Non è la prima volta che torna su questo tasto, e non è certo un bel segnale», scrive Porcari, commentato il rapporto del Fmi. Secondo il Fondo Monetario – uno dei massimi poteri mondiali – l’impatto dell’allungamento delle aspettative di vita sull’economia e i conti pubblici degli Stati è profondo e occorre provi rimedio.
«Se nel 2050 la vita media si allungasse di tre anni in più rispetto alle attese attuali (in linea con la media del passato, peraltro sottostimata) sarebbero necessarie risorse extra pari all’1-2% annuo del Pil», scrive il report del Fmi. «Per le economie avanzate, questo significa per il prossimi 40 anni un costo totale aggiuntivo pari al 50% del Pil del 2010 (per le economie emergenti, invece, la stima è pari al 25% del Pil 2010)». I “suggerimenti” del Fmi ovviamente spingono nella direzione della finanziarizzazione della previdenza e dei sistemi pensionistici.

Oltre all’aumento dell’età pensionabile, preferibilmente collegandola con meccanismi automatici all’aumento delle aspettative di vita, si raccomanda l’aumento dei contributi pensionistici o la riduzione dei benefit, lo “stimolo” verso prodotti finanziari (fondi pensione, assicurazioni) che tengano a loro volta conto dell’aumento delle aspettative di vita, nonché «un buon bilanciamento del rischio determinato dall’aumento delle aspettative di vita fra settore pubblico e privato», anche se questo rischio, sui mercati finanziari, «va trasferito dai fondi pensione a soggetti che sono più attrezzati per gestire, appunto, i rischi finanziari, cioè gli squali dei fondi di investimento», osserva “Contropiano”, che conclude: prima o poi, si arriverà addirittura a «ridurre le aspettative generali di vita», per farla finita, una volta per tutte, con «la jattura della longevità».
Ennio Montesi, 16/04/2014
 
«Tutti i senza tetto d’Italia potrebbero sfondare le porte delle abitazioni dei preti, dei vescovi e dei cardinali nel momento in cui nelle case non ci sono persone. Basta che i senza tetto si mettano a fare la punta scegliendo il momento in cui l’immobile è vuoto, cioè con nessuno in casa. A quel punto potrebbero prenderne possesso immediatamente. I senza tetto si riprenderebbero quello che è stato loro rubato. È fondamentale che i senza tetto cambino subito la serratura della porta della ex casa del prete o del vescovo o del cardinale così che per molto tempo nessuno potrà farli sloggiare. La legge italiana è garantista e dalla parte degli sfondatori di abitazioni. Probabilmente per molto tempo nessuno, né polizia, né carabinieri, né magistratura potranno fare sloggiare legalmente i senza tetto. Una volta che arrivasse l’ordinanza, nessun problema: i senza tetto possono ricominciare l’azione in un’altra abitazione dei preti, vescovi e cardinali. E così via per sempre. Le case dei preti, vescovi e cardinali possono diventare le case dei senza tetto.»
Ennio Montesi
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Ennio Montesi – Il Vaticano ha invaso l’Italia – Termidoro Edizioni in tutte le librerie e internet:

 

Enrico Galoppini ((18 aprile 2014)

 


Una decina d’anni or sono, sulla rivista di studi geopolitici “Eurasia”, nel quadro di un confronto tra Claudio Mutti e Costanzo Preve sull’Unione Europea, qui rievocato, il primo propose la metafora del “bambino e dell’acqua sporca” per esporre il suo punto di vista fondamentalmente positivo circa l’opportunità d’un processo d’integrazione europeo (e, in prospettiva, eurasiatico), sebbene egli si dichiarasse scettico verso questa “Unione Europea” così com’era andata configurandosi.

Si trattava di un’opinione suffragata da considerazioni d’ordine filosofico e culturale, nonché strategico e geopolitico, fornita dunque d’una sua fondatezza e solidità, specialmente teorica. Tuttavia si trattava di vagliarne la tenuta “sul campo”, ovvero se, alla prova dei fatti, sarebbe stata smentita clamorosamente o meno.

E così -secondo il mio modo di vedere- è stato. Il progetto incarnato nell’UE, pensato e realizzato da esponenti dell’europeismo occidentalista, procede a tappe forzate avendo messo la camicia di forza dell’euro e dei vari “trattati” -coi relativi “obblighi” e “parametri”- a tutte le nazioni europee. Per di più, allo stato attuale non esistono progetti “europeisti” alternativi, né in corso d’opera, né all’orizzonte, a meno che si consideri tra questi un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” cara ad una “destra” che quando l’affermava a mo’ di slogan non teneva nel debito conto il fatto che gli Urali erano ben inseriti nell’(odiata) Unione Sovietica… E neanche vale la proposta di “integrare la Russia” in Europa, il che significa toglierla -come ben comprende Putin- dal suo naturale alveo, snaturandone così la funzione equilibratrice in Eurasia.

A ben guardare, la questione dell’Europa, di questa Europa “unita”, ricorda molto quella del famoso “Socialismo reale”. Da parte dei comunisti europei si sosteneva che il Comunismo -cioè la realizzazione pratica del Marxismo-Leninismo- restava teoricamente valido, anche se di fronte alla sua pratica “realizzazione” bisognava “turarsi il naso”, in attesa del “Sol dell’avvenire”.

Sappiamo tutti com’è finito il Comunismo storico otto-novecentesco. Scomparso, senza peraltro la magra consolazione della sconfitta militare, com’è accaduto al Fascismo e al Nazionalsocialismo. Assente da oltre vent’anni dai territori dell’Est europeo, la percezione comune (almeno nell’Europa occidentale) è quella di un’esperienza storica di un’altra èra (mentre il Fascismo vien fatto percepire come sempre attuale grazie alla martellante “cultura della memoria”, anche se questa è un’altra storia …).

La stessa cosa si può affermare al riguardo della Democrazia, con legioni d’illusi più o meno in buona fede che -di fronte agli innegabili fallimenti- stanno a lambiccarsi il cervello su quale potrebbe essere la “vera democrazia”. Tutta fatica sprecata, ovviamente, perché la Democrazia parte da un errore di partenza sulla valutazione dell’uomo, da un’antropologia fasulla che conseguentemente si ripercuote su errori a ripetizione quando è in questione il piano dei rapporti tra gli uomini organizzati in comunità (per non parlare della negazione della natura teomorfica dell’essere umano, fonte di ogni disastro che lo colpisce e di cui non sa darsi conto concependosi come meramente “umano”).

Ora, l’Unione Europea, è -per sua stessa dichiarata ammissione- “democratica” al 100%, nel senso che promuove tutto quel che rientra nel paradigma “filosofico” democratico, al di là del fatto -su cui si può discutere- che essa non si concretizzi nel “governo del popolo” (cosa del resto impossibile), si traduca di fatto in una oligarchia del denaro, dia il là ad una forma di “comunismo” di cui beneficiano solo le oscure burocrazie che la governano (il “super-Stato” europeo) eccetera. Ma una cosa è certa: i fautori del “progetto europeista” sono molto consequenziali, all’atto pratico, con quello che affermano, e che tutto ciò sia “democratico” così come ce lo s’immagina mediamente oppure no, conta ben poco, finendo nelle chiacchiere da forum di internet.

Unione Europea e Democrazia realizzata dunque coincidono, la prima essendo il “laboratorio” in cui si sperimenta la teoria della seconda: libero mercato e libera circolazione degli uomini, abbattimento delle frontiere e delle sovranità, ideologia dei diritti umani e laicismo. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per stabilire un nesso simbiotico tra le teorie democratiche ed il progetto europeista. In altri termini, l’Unione Europea, al pari degli Stati Uniti d’America, rappresenta la forma più recente dell’Antitradizione: non a caso ormai si parla esplicitamente di “Stati Uniti d’Europa” e non si fa più mistero di una zona di “libero scambio” incentrata sull’Atlantico. La prospettiva che ci viene ammannita è perciò quella dell’Unione Euro-Atlantica, l’inevitabile e, in fondo, prevedibile esito del “progetto europeista”.

Come se ciò non bastasse, l’Unione Europea ha proceduto all’esproprio dei classici emblemi della sovranità, che sono il monopolio della forza (la Nato è di fatto l’Esercito Europeo) e quello del diritto di battere moneta (sull’euro, ogni commento è superfluo).

Non vorrei dunque che parlando di Europa – l’Europa che prende forma concretamente e non quella ideale, “dei popoli”, del “Medioevo cristiano” eccetera – scambiassimo le nostre legittime speranze e/o illusioni con la realtà, la quale ci mostra un’Unione Europea organizzata come una mostruosa burocrazia anonima nemica di ogni nazione e dei suoi tradizionali (e sani) modi di vita.

Vogliamo ancora ripeterci che, in fin dei conti -parafrasando i “no global” (già spariti)- “un’altra Europa è possibile”?

Penso proprio di no. E lo dico osservando la situazione, in costante e rapido peggioramento economico e sociale per la maggior parte degli europei a causa delle “terapie” (già la scelta del termine è indicativa: siamo “malati”) della BCE, del FMI eccetera, col corollario del “terrorismo finanziario” delle “agenzie di rating”.

Altra cosa sarebbe stata una nazione-pilota di un certo calibro che, liberatasi dalla presa della grande finanza, si fosse posta alla guida di un manipolo di nazioni animate dal medesimo anelito di libertà ed indipendenza. In quest’ottica, il “nazionalismo” può ancora avere un senso, se declinato in senso non esclusivistico. E va da sé che le sole Ungheria o Islanda, sebbene abbiano dato segnali importanti, non bastano a svolgere questo necessario ruolo trainante.

Per dirla tutta, non è “scritta” da nessuna parte un’Europa “unita” dai popoli scandinavi fino ai mediterranei passando per gli slavi ecc. Oggi constatiamo che la Norvegia è fuori da tutto (e non ha problemi), la Svezia si tiene ben stretta la sua moneta, e persino il popolo islandese dà battaglia perché ha capito che l’UE e l’Euro sono una gabbia. Per il resto, a livello di “sentire comune”, abbiamo ben poco a che spartire con tedeschi e inglesi: i primi, da una parte, al di là delle esagerazioni che tendono a diluire i maneggi americani tra le cause della nostra “crisi”, non ci amano affatto, né ci rispettano (si ricordi anche tutta la storia dei rapporti non facili tra Fascismo e Terzo Reich); i secondi si considerano un “popolo eletto”, ed il discorso finisce lì.

Noi, come italiani, dovremmo invece puntare a seguire le orme dello sviluppo di Roma. Farsi fagocitare dall’UE, senza nemmeno negoziare la cosa in maniera per noi conveniente, è pura follia. Veniamo meno alla nostra vocazione geopolitica, e quindi alla nostra natura, indebolendoci e girando perciò a vuoto.

La verità è che ci hanno messo fuori gioco – noi italiani – con questa UE. E non a caso hanno dovuto eliminare tutti gli avversari di questo perverso progetto, com’è magistralmente spiegato nello studio di Antonio Venier, Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione(ed. di Ar, Padova 1999), il quale stabilisce magistralmente un rapporto necessario tra: l’eliminazione della classe dirigente recalcitrante di fronte alla cessione di ogni sovranità; l’accelerazione del “progetto europeista” coi relativi “vincoli”; la demolizione del sistema industriale italiano grazie all’eliminazione della presenza dello Stato dai settori strategici ad alta tecnologia e dalla banca; l’insistenza monomaniacale sul “debito” e le svendite camuffate da efficienti “privatizzazioni” (comprese quelle di essenziali servizi pubblici); la creazione di un “mercato del lavoro” selvaggio e la correlata immigrazione di massa; l’esagerazione posta sulle esportazioni (difficilissime con un euro sopravvalutato) a scapito del mercato interno.

Il risultato è sintetizzato nel titolo del libro: un disastro. Di cui dobbiamo ringraziare “l’Europa”, cioè il “progetto europeista” ed i suoi fanatici esecutori.

Gli “europeisti”, i “padri dell’Europa”, sono sempre stati dei perfetti sconosciuti, rinserrati nel loro “elitismo” snobistico, che non hanno mai combinato nulla di buono per i loro popoli. Degli amanti delle astrazioni, come minimo. Molto più probabilmente, degli agenti del nemico.

Ben lungi, costoro, da personalità che un po’ d’amor patrio l’hanno dimostrato coi fatti, come Mattei, Moro e Craxi, checché ne possano dire oggi, mescolando le carte, dopo che li hanno sotterrati. Questi ultimi sapevano bene che Roma, trovandosi al centro del Mediterraneo, non può essere ridotta ad una succursale periferica di un “Asse franco-tedesco” o della City di Londra.

Vediamo che fine hanno fatto i rapporti coi paesi del Mediterraneo dopo il “ricambio generazionale” della nostra classe politica (ed industriale). Non si riesce più a combinare nulla di buono con nessuno: né non la Tunisia (dove hanno appena installato una base Usa nel sud), né in Egitto, paese fondamentale per noi, in particolare da quando esiste il Canale. E lasciamo stare la Libia, che era il nostro partner privilegiato. Tutte queste “primavere” sarebbero state possibili con la vecchia classe dirigente della DC e del PSI? Certo che no!

Hanno dovuto eliminarla per ridurci al loro scendiletto, alla prateria dove fare “shopping” con la scusa del “debito”!

Un’altra cosa importante che va detta, a questo punto, quando il “malato” rischia davvero di schiattare, è che “l’idea di Europa” non può essere mantenuta nel mondo delle “pure idee” e della “filosofia”, disgiunta dalle sue pratiche realizzazioni dovute agli inevitabili compromessi e soprattutto determinate dai rapporti di forza in gioco.

Grazie all’Europa, a questa Unione Europea che non lascia spazio ad alternative, il Mediterraneo è sempre più diviso e terra di conquista per eserciti stranieri, che aprono la strada allo sfruttamento economico non certo a vantaggio dei popoli che ne abitano le sponde. Intanto, l’Italia è relegata a “portaerei” della Nato e a terra di conquista per novelli lanzichenecchi. E sullo sfondo prossimo venturo si staglia la prospettiva delle “secessioni” a catena, in un’orgia d’illusione “indipendentistica” delle “piccole patrie”, che per nulla mette in allarme la stessa centrale “europeista”, ma, anzi, facilita il compito di demolire definitivamente gli Stati-nazione in ossequio al dogma “federalista”.

I famosi ed incensati “padri fondatori dell’Europa” avevano in mente, facendo ricorso agli strumenti dell’unificazione e del federalismo, una precisa ideologia, quella cioè del mondo “senza più frontiere”, all’insegna dei diritti umani e del laicismo. Che si traduce – per quanto ci riguarda – nella fine di ogni compagine statale di rilievo, capace di dettare una sua politica, al di fuori della loro struttura centralizzata e “commissariata” sine die.

Ora, la dittatura delle banche e del potere finanziario facilita l’applicazione dei suddetti “diritti” perché destruttura quel che di sano esiste in una società, finendo per controllarne ogni ganglio, “pubblico” e “privato”. Lo vediamo, ed è sotto gli occhi di tutti: gioco d’azzardo ad ogni angolo di strada, matrimoni gay addirittura “allo studio” nientemeno che del Papa in persona, atteggiamento comprensivo verso la pedofilia, vuote chiacchiere sul “femminicidio per sabotare il matrimonio, presto anche la droga libera… e chissà cos’altro. Tutto questo non è un caso: era quello che volevano fin dall’inizio, ma fino a che hanno retto gli Stati nazionali non ci sono riusciti.

Dirò di più. Questa “cura da cavallo” che impone cambiamenti mai visti prima con una velocità impressionante e, a dire il vero, sospetta, ha molto a che fare con la cosiddetta “Nuova era” che l’intero genere umano dovrebbe augurarsi al più presto, in trepidante attesa. Ecco perché per gli stessi fautori del “progetto europeista” il laicismo è così importante: le religioni non devono più dire nulla di “forte”, di definitivo e di non negoziabile, bensì limitarsi, in un carnevalesco ‘mercato’ dove una vale l’altra, ad agenzie dispensatrici di belle parole, costantemente in “dialogo” per non ammettere di aver alzato bandiera bianca. In questo vuoto, scavato dallo stesso modo di vita “moderno” riscontrabile in tutte le “grandi capitali europee”, s’inserisce alla perfezione il laicismo, che ha lo scopo di strutturare un “Uomo nuovo”. Quello, per l’appunto, della “Nuova era” nella quale tutti, finalmente, saranno illusoriamente “liberi”.

Stando così le cose, come sovranisti convinti, ma soprattutto come portatori di una visione del mondo nella quale lo Spirito (che promana da Dio) ha la preminenza, non ci si può accodare al discorso dei grandi media coi loro “esperti”, della “cultura” e della “politica” che da venticinque anni almeno ripetono la medesima filastrocca sulle “magnifiche sorti” che ci si dischiuderanno a fronte di qualche necessario piccolo “sacrificio”.

Il “sacrificio” impostoci da questa Unione Europea è troppo grosso e grave perché si debba stare ad attendere che si compia del tutto.
Enrico Galoppini        

 

 

Fonte: http://fncrsi.altervista.org/Facciamola_finita_con_l_Europa.html

 

Fonte: http://www.eticamente.net/27212/ecowarriors-quando-le-donne-fanno-la-differenza.html

«When it comes to the sustenance of the economy, women act as experts and providers. Even though women’s work in providing sustenance is the most vital activity, a patriarchal economy treats it as non-work.»

«Quando si tratta del sostentamento dell’economia, le donne agiscono come esperti. Anche se il lavoro delle donne nel fornire il sostentamento è l’attività più vitale, dall’economia patriarcale non è considerato come un lavoro.»

Queste sono le parole di Vandana Shiva che ha dato il nome ad un movimento di donne che da anni si battono in difesa del pianeta, delle popolazioni e delle foreste, dalla mano delle multinazionali, dai pesticidi e dagli Ogm.

Sono le Ecowarriors ovvero le eco-guerriere. E nelle eco-guerriere si distinguono le donne del Movimento Chipko nell’Himalaya centrale, donne che proteggevano le foreste dalla deforestazione e dai tagli per il ricavo di legname a Uttarakhand. Tale pratica provocava terribili inondazioni, siccità, frane e altri disastri naturali. E questo provocava a sua volta la scarsità di alimenti e foraggio causando anche la scomparsa di fonti e ruscelli, e costringendo le donne e percorsi più lunghi e distanti per trovare dell’acqua.

Chipco significa abbraccio ed è proprio con questo che le donne chipco hanno difeso le loro foreste, abbracciando gli alberi.

Le donne del movimento Chipko insegnarono al mondo che legname, che introiti e profitti non erano i veri prodotti della foresta: i veri prodotti della foresta erano il suolo, l’acqua e l’aria pura. Oggi, la scienza si riferisce ad essi come alle funzioni ecologiche degli ecosistemi. Donne illetterate della regione Garhwal dell’Himalaya erano quattro decenni più avanti degli scienziati mondiali.

E le donne che abbracciano gli alberi hanno cominciato la loro “guerra” a suon di abbracci nei primi anni del 20esimo secolo e grazie alla non violenza (satyagraha) tra gli anni 1970 e 1980 il movimento si è rafforzato a tal punto che nel 1981, il governo fu costretto a smettere di deforestare l’Himalaya, per almeno 15 anni.

Da sole le donne Chipko hanno salvato più di 2500 alberi.

Il 22 aprile 2002, durante il Giorno della Terra, fui invitata dalle donne di un piccolo borgo chiamato Plachimada in Palghat, nel Kerala, e ad unirmi alla loro lotta contro la Coca Cola che aspirava un milione e mezzo di litri d’acqua al giorno e inquinava l’acqua che restava nei loro pozzi. Le donne erano costrette a camminare per dieci chilometri ogni giorno in cerca di acqua pulita da bere.

Le donne allestirono un “campo satyagraha”, una protesta non violenta, davanti allo stabilimento e così un altro movimento di guerriere, nel 2004, ottenne un’altra pacifica vittoria. Coca Cola infatti fu costretta a porre fine al proprio progetto.

Un’altra vittoria Vandana e le sue donne la ottennero contro lo stablimento per la produzione di pesticidi Bhopal…

Nel 1984, un terribile disastro causato da una perdita dell’impianto produttore di pesticidi della Union Carbide a Bhopal uccise all’istante 3.000 persone. Migliaia di bambini nascono tuttora con disabilità. La Union Carbide è ora proprietà di Dow, che rifiuta di assumersi responsabilità. Nel 1984, in risposta al disastro, io diedi inizio alla campagna “Non più Bhopal, piantate un albero Neem”

Le donne lottarono, aiutarono i disabili, organizzarono fondi e dopo 11 anni di lotta, l’8 marzo 2005, nel Giorno Internazionale delle Donne, l’ufficio brevetti europeo ha disconosciuto il brevetto “biopiratato” e dal 1994 venne introdotto l’uso dell’albero Neem per controllare insetti nocivi e malattie in agricoltura, brevettato anche dal Dipartimento Agricoltura statunitense e dalla multinazionale WR Grace.

Queste donne ma non solo, guerriere e sostenitrici della vita, che quando vedono minacciate la vita e la sopravvivenza, si sollevano a risvegliare la società rendendola consapevole della crisi e si sollevano a difendere la Terra e le esistenze.

Se volete leggere l’articolo scritto da Vandana Shiva potete trovarlo su Woman Ecowarrios

Se volete approfondire la conoscenza di una grande donna come Vandana Shiva potete leggere di lei su Vandana Shiva: L’avvocato della Natura

di Enrico Galoppini – 13/04/2014

 

Da quando hanno stabilito di propinarcelo dalla mattina alla sera (conservo la serie di “prime pagine” dell’Ansa delle settimane precedenti la nomina a presidente del Consiglio: c’era solo e sempre lui!), c’è una caratteristica dell’ex sindaco di Firenze che è stata messa in risalto più delle altre (il “giovanilismo”, la “parlantina”, l’“informalità”, il “dinamismo” ecc.): la capacità di prendere decisioni, che è la premessa necessaria per poter “fare”.

Tale capacità è tutta da dimostrare, tuttavia i “media” hanno già costruito l’immagine di Matteo Renzi come quella di un “decisionista”.

Questa qualità – hanno intuito gli esperti di “comunicazione” (cioè di abbindolamento di massa) – sarà senz’altro apprezzata da un popolo che ormai ha introiettato l’idea (peraltro vera) che in Italia nessuno combina mai nulla.

Tuttavia su questo “non combinare nulla” bisogna intendersi una volta per tutte e tenteremo di spiegare che cosa è veramente.

Ma procediamo per ordine.

Per prima cosa, va detto che il “decisionismo” non è una categoria del politico che possa andare disgiunta dai contenuti delle decisioni stesse!

Intendo dire che anche nel Cile di Pinochet o nell’Argentina dove operava la Tripla A a caccia di “comunisti” (in realtà patrioti), con la Cia alle spalle che addestrava i torturatori, esisteva eccome un governo “decisionista” (salvo poi sfaldarsi alle prime batoste nelle Falkland/Malvinas). Nelle proverbiali “Repubbliche delle banane” era tutto un fiorire di “decisionisti” che applicando con zelo le ricette disumane dei teorici del “Libero mercato” portavano alla disperazione la gran parte della popolazione.

Sinceramente, da un simile “decisionismo” Dio ce ne scampi e liberi.

“Decisionista” era anche la Tatcher, la cosiddetta “Lady di Ferro”, quella che – tanto per dirne una – combinò lo spezzatino delle ferrovie britanniche in oltre venti società, col risultato che proprio a causa della sua “decisione” un servizio così importante era stato devastato, ovviamente in nome del “Mercato” e delle sue mai dimostrate “virtù”.

La stessa immagine venne costruita attorno a Tony Blair, quello delle bugie sesquipedali sui “sacrosanti” motivi per attaccare l’Iraq e che ora è uno strapagato conferenziere come altri suoi simili della “sinistra” mondiale, che dopo aver fatto solo danni ed aver preso in giro il suo popolo adesso riscalda la solita minestra per farla sorbire al pubblico di qualche esclusivo consesso di “decisori”…

Con questo non intendiamo certo dire che Renzi s’appresta a sguinzagliare gli “squadroni della morte” a caccia di chi lo avversa, però si può affermare che egli s’inscrive a tutto tondo nel filone dei politici della “nuova sinistra”, post-tutto, che per non ammettere di non aver nulla da dire di diverso dalla “destra” deve inventarsi queste figure ibride, che ammiccano anche all’elettorato avverso, proprio attraverso una maschera “decisionista”.

Va comunque chiarito che questo “decisionismo 2.0”, oltre ad essere la classica aria fritta e riducendosi a un vacuo slogan utile per abbindolare gli allocchi, è in effetti anche una realtà, ma di un tipo particolarmente insidioso e nocivo per il bene comune, cioè il bene della comunità nazionale presa nel suo complesso, la quale, nella maggioranza dei suoi membri, andrà a subire gli effetti dannosi delle “decisioni” dell’“uomo forte” di turno.

Questo per dire che mentre nessuna “decisione” in grado di produrre effetti benefici e stabili, capace d’invertire la china di “lacrime e sangue” che va sotto il titolo “La Crisi”, verrà presa da quest’autentico prodotto di “marketing”, nella concreta pratica di governo andrà avanti, imperterrito, il programma di smantellamento dello “stato sociale” e di demolizione dell’apparato produttivo italiano, secondo i dettami della grande finanza speculativa ed usuraia che deve cancellare questo paese dal novero delle nazioni più avanzate dal punto di vista industriale.

Dunque, stabilito che naturalmente non va bene l’esatto opposto del “decisionismo”, cioè l’immobilismo, il non riuscire a combinare mai nulla, non è per questo che bisogna esaltarsi alla semplice idea che ora siamo governati da uno che non sta mai un attimo fermo e salta da una scuola all’altra, ha innescato il disco degli “80 euro al mese” e ne inventa una più del diavolo pur di convincere che “risparmia”.

Questo è il solito fumo, dietro il quale sta il succulento arrosto che consiste nell’avanzamento del suddetto progetto di smantellamento e demolizione di quella che è stata l’Italia uscita dalla guerra e protagonista del “boom economico”, ma che dagli anni Ottanta, con un’accelerazione sensibile dai Novanta, è stata scelta come laboratorio per testare le meraviglie delle dottrine cosiddette “neo-liberiste”, che adesso, dopo un decennio di “Europa” e qualche anno di forsennata polemica “anti-casta”, si appresta a ricevere la mazzata finale.

La verità è che non vero che finora “non s’è combinato nulla”. Altro che se hanno “combinato”: un disastro! Diciamo piuttosto che nessuno ha combinato nulla di buono per la nazione nel suo complesso, mentre tutti – chi più chi meno – sono stati intenti ad applicare le “direttive europee”, i “parametri di Maastricht” eccetera mentre l’apparato mediatico studia sempre qualche nuova “polemica” allo scopo di distrarre dal normale tran-tran che procede a gonfie vele per Lorsignori.

Che pensate, che passino tutto il giorno ad occuparsi di amene baggianate come quella di togliere la cittadinanza onoraria torinese a Mussolini?

Altro che. Lo passano ad ottemperare gli “impegni” presi coi loro padroni al momento in cui sono stati insediati.

E così, tra una battuta e l’altra da consumato imbonitore, c’è chi ci crede per davvero e chi la prende a ridere pensando che si tratti di un fenomeno al limite del pittoresco. Ma ci sarà solo da piangere quando il prossimo anno entrerà in vigore il famigerato “Fiscal Compact” e si sentiranno gli effetti dell’incatenamento alMeccanismo Europeo di Stabilità

Allora ve la spiego io questa fretta di togliere “lacci e lacciuoli” gabbata per “decisionismo” che pare essersi impossessata di questo Governo: prevedendo un drastico peggioramento della situazione per molti, e perciò un aumento del malcontento, blindano più che possono questo sistema serrando sempre più strette le sbarre della gabbia.

Ed ecco che, per farlo senza troppe complicazioni, c’è bisogno per l’appunto di un “decisionista”, di un personaggio che prestandosi ottimamente alla commedia, mentre promette mari e monti giurando di andarsene se “non ce la farà”, applica pedissequamente le “decisioni” che altri, ben più potenti di lui, hanno preso per questa nazione che, invece di una parodia di “capo” – per giunta a vantaggio di scelte impopolari – avrebbe bisogno di un condottiero disinteressato e mosso unicamente dall’amore per la sua terra e la sua gente.
Fonte: www.ariannaeditrice.it

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48170

Attilio Folliero, Caracas 08/04/2014

 

Alexander Dyukov, direttore generale di Gazprom Neft, una delle principali quattro imprese petrolifere della Russia ha anncunciato che esiste la possibilità di abbandonare il dollaro nelle transazioni petrolifere.
Dyukoy ha dichiarato alla agenzia russa “Itar-Tass” che il 95% dei propri clienti è disponibile ad abbandonare il dollaro ed utilizzare l’Euro. Ha aggiunto che “in via di principio niente è impossibile, si può abbandonare il dollaro ed adottare l’Euro e teoricamente anche il rublo”.
Una delle più importanti imprese petrolifere della Russia e del mondo sta quindi sondando il terreno per abbandonare il dollaro come moneta di scambio del petrolio.
L’abbandono del dollaro e degli altri strumenti finanziari occidentali, come le carte di credito VISA e Mastercard ed il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) da parte della Russia è una conseguenza delle sanzioni annunciate per “l’annessione della Crimea”.
Alexander Dyukov fa capire chiaramente che la vittima delle sanzioni contro la Russia non sarà la Russia, ma saranno gli Stati Uniti; ed assicura che “tutte le restrizioni nell’uso del dollaro creeranno seri problemi agli Stati Uniti”.
Come diciamo da tempo, fin dallo studio dei veri motivi dell’interveno militare in Iraq, gli Stati Uniti andranno incontro ad un grosso tracollo economico il giorno in cui il petrolio cesserà di essere commercializzato in dollari. Tutti i paesi del mondo, appunto per il fatto che il principale prodotto del mondo, il petrolio, si commercializza in dollari, sono costretti a rifornirsi di dollari, ovvero la maggior parte delle proprie riserve internazionali deve essere costituita da dollari. Il giorno in cui il petrolio cesserà di scambiarsi in dollari tutti gli stati saranno costretti a vendere i propri dollari e rifornirsi della nuova moneta adottata negli intercambi petroliferi, che a questo punto potrebbe essere non solo l’Euro, ma anche il Rublo, lo Yuan e l’oro.
La vendita repentina di questa grande quantità di dollari farà crollare il valore stesso del dollaro, provocando una catastrofe economica in USA, il paese dei dollari: tracollo del valore del dollaro, iperinflazione tipo Germania di Weimar e difficoltà di potersi rifornire di petrolio sono alcuni dei principali problemi cui andrà incontro il paese nordamericano il giorno in cui il petrolio cesserà di scambiarsi in dollari.
In definitiva se il petrolio cessasse di scambiarsi in dollari, la moneta statunitense cesserebbe di essere la principale moneta di riserva mondiale, una catastrofe annunciata per il dollaro e l’economia USA.
Ricordiamo che l’economia USA ha il grave problema del debito pubblico, che sotto la gestione di Obama sta crescendo come mai nella storia, ad una media di 3,7 miliardi di dollari al giorno; a titolo di esempio, il debito pubblico USA durante gli otto anni della gestione di Jeorge W. Bush è cresciuto al ritmo di 1,68 miliardi al giorno.
L’economia USA si caratterizza anche per il deficit della bilancia commerciale; praticamente gli USA producono ben poco di quello che consumano ed importano di tutto. E’ esattamente dal 1976 che la bilancia comemrciale USA presenta un saldo negativo, ossia le importazioni superano le esportazioni. Negli ultimi 11 anni, il deficit è sempre stato superiore ai 500 miliardi di dollari, con l’eccezione del 2009 e 2013, quando è stato leggermente al di sotto di tale cifra.
Quando arriverà il tracollo del dollaro sarà praticamente impossibile continuare con le importazioni al ritmo attuale, facendo venire letteralmente a mancare il cibo alla maggioranza degli statunitensi. Se si pensa che oggi negli USA esistono circa 50 milioni di persone che sopravvivono grazie al programma di assistenza alimentare dello stato, cosa succederà quando non entrerà cibo al ritmo attuale? Una catastrofe economica e sociale, che probabilmente oltre ad esplosioni sociali, determinerà anche la fine dell’Unione, la fine degli Stati Uniti.

 

Fonte: http://umbvrei.blogspot.it/2014/04/catastrofe-annunciata-per-il-dollaro-e.html

Enrico Galoppini

:::: Enrico Galoppini :::: 17 aprile, 2014 :::: Email This Post   Print This Post

SIRIA E UCRAINA: SCHIZOFRENIE MEDIATICHE A CONFRONTO

Ascoltando le ultime (contraffatte) notizie provenienti dall’Ucraina riferite dai media occidentali, non si può non fare mente locale a quanto accade in Siria da tre anni. Nello specifico, a come essi hanno presentato le parti in gioco nel paese arabo mediorientale, valutando il livello di patente contraddizione nel quale sono caduti adesso che, in Ucraina, il governo nuovo di zecca emerso dal recente “golpe” fronteggia l’azione dei filo-russi e degli altri ucraini che non hanno accettato il colpo di mano.

Al governo siriano, sin dall’inizio, è stata negata ogni legittimità, ogni diritto alla difesa dello Stato, con tutta la simpatia e le ragioni attribuite a senso unico alla parte dei “ribelli”. I quali – sempre i soliti media ce l’assicurano – non sarebbero altro che il logico e consequenziale sviluppo degli ex “pacifici manifestanti” oggetto della repressione del “regime” e, perciò, “radicalizzatisi” ed armatisi fino ai denti per difendersi da quello.
Per comprendere il due e pesi e due misure nel modo di trattare gli ultimissimi fatti ucraini quando l’Occidente si scandalizza per la longa manus russa, è opportuno ricordare che tra le fila dei “ribelli siriani” si contano non pochi stranieri, provenienti dai più svariati paesi arabi fornitori di “jihadisti” alla bisogna. E non mancano naturalmente agenti mercenari (“contractors”) ed “istruttori militari” di varie potenze occidentali, col beneplacito dei rispettivi governi. Un fatto ormai acclarato ed ammesso dai medesimi diretti interessati alla sovversione del governo siriano.
Nessuno, tranne quest’ultimo ed i suoi importanti alleati e protettori internazionali (Russia, Cina, Iran), s’è permesso di chiamare “terroristi” gli insorti che dal 2010 hanno ridotto il paese alla pressoché totale rovina. Anzi, tutte le colpe e le nefandezze sono state attribuite a Bashar al-Asad ed ai suoi collaboratori: infanticidi, uso di gas, bombardamenti indiscriminati, “violazioni dei diritti umani” eccetera.

Ma che cosa vogliono i “ribelli siriani”? Solo la caduta del regime?
Non pare così, effettivamente, perché se l’Iraq – nel quale scorazzano milizie “islamiste” d’ogni tipo – rappresenta un istruttivo precedente, c’è da ritenere che dell’unità del territorio della Repubblica Araba di Siria ai loro omologhi “siriani” non interessi assolutamente nulla. Ma per la “secessione” e la subitanea unione alla Russia della Crimea si sono sentite elevare alte grida e lamentazioni in nome della “sovranità” violata dell’Ucraina.
Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.

Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).

Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).

Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.

In questa disamina delle clamorose contraddizioni tra le “questioni di principio” sbandierate dall’Occidente e la sua effettiva condotta non possiamo inoltre omettere la benevolenza dimostrata verso movimenti e partiti di “estrema destra” e “fondamentalisti islamici” (solitamente additati in casa propria a “pericolo numero uno” in quanto “nemici della democrazia” e dei suoi “valori”) una volta che questi si sono prestati ottimamente alla sovversione, riuscita o meno, dei governi ucraino e siriano. Costoro, di punto in bianco, sono diventati immacolati e disinteressati “patrioti”, “combattenti per la libertà” e, naturalmente, difensori dei “diritti umani” calpestati dal “regime”.
I filo-russi e gli altri ucraini che si oppongono ai golpisti sono, al contrario, presentati come “armati”, “miliziani” contro i quali i “nuovi governanti” ucraini hanno il diritto d’intervenire con qualsiasi mezzo in nome della “guerra al terrorismo”. Diritto che, curiosamente, è stato negato fin dall’inizio sia al governo di Damasco che a quello deposto di Kiev, coi morti veri o presunti (si legga alla voce “cecchini della Nato”) addebitati alle dirigenze siriana ed ucraina e sbattuti in prima pagina per mostrare al mondo la “ferocia” di chi merita solo di essere deposto al più presto.

Ma se i carri armati vengono spediti dal “nuovo governo” di Kiev per fronteggiare la secessione delle regioni orientali, l’azione di forza diventa “legittima” e “comprensibile”…
Cosicché si giunge alla madre di tutte le frottole del mondo uscito dalla fase bipolare: a quella “secessione del Kossovo” per la quale gli occidentali si sono spesi con ogni mezzo, demonizzando i serbi e la ex Jugoslavia, che come avrebbe fatto qualsiasi altro Stato aveva cercato d’impedire la perdita di una sua regione per mano d’insorti armati sostenuti dall’esterno. Una regione che godeva oltretutto di una sua autonomia all’interno della Federazione e che, una volta staccatasi, non ha né coerentemente proceduto all’unificazione con l’Albania come ha fatto la Crimea con la Russia, né ha mostrato tutto questo gran rispetto per la minoranza serba (gli occidentali, è noto, “tutelano” le minoranze). Lo scopo era chiaro: la creazione di uno Stato-mafia e l’edificazione della più grande base della Nato in Europa.

La lezione da trarre da tutto ciò è che le “questioni di principio” non esistono, essendo lo specchietto per le allodole di chi crede alle “notizie” e alle “opinioni” di coloro che sono preposti a fabbricarle. Quando la stessa identica cosa viene fatta per favorire gli interessi occidentali o quelli avversi, scatta alternativamente il plauso o la condanna. E questo è quanto, anche questa volta.

 
 Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/siria-e-ucraina-schizofrenie-mediatiche-a-confronto/21506/

lavori-in-corso

Cari amici lettori,
stiamo provvedendo a predisporre il nuovo sito Stampa Libera che non sarà soltanto un rimaneggiamento di template ma sarà qualcosa di ben più funzionale e professionale.

Nel frattempo abbiamo scelto di riaprire il vecchio sito per permetterne la fruizione.

Vi ringraziamo per la pazienza e l’affetto.

La Redazione

Riuscirà Mangiafuoco con la scusa dell’Ucraina ad aizzare gli stupidi governi burattini d’Europa contro la Russia? Russia che  sostiene economicamente l’Europa stessa alimentandola con il suo gas metano e petrolio?

Per chi lavora Scaroni? Per l’Eni  per lo Stato italiano che possiede una minoranza di quote o per i suoi innominabili investitori e soci di maggioranza?

 

I media di Regime pompano ad oltranza sulla macchietta Renzi, mentre  altri attori provano a smarcarsi per avere maggior visibilità. Entrambe le parti però evitano di affrontare il tema dei temi, ovvero la gerontocratica e assolutamente ingovernabile situazione di asfissiante burocrazia legislativa e giudiziaria. Non sarà che i nostri governanti non eletti stanno creando una burocrazia statale a danno di quella locale per poter manovrare e controllare meglio una popolazione sottomessa? La eliminazione dei soggetti preposti alla gestione dello Stato come le Province, senza ridurre le 350.000 leggi di cui almeno 340.000 inutili (vedere Francia) che compongono la nostra gabbia giuridica è una presa in giro colossale? Obbliga le istituzioni altre ad occuparsi di incombenze ora riservate alle provincie senza averne i mezzi   o che altro  ?

La parola  va ai lettori per commenti e scambio di links

 

Appena se ne parla si scoprono voragini di sofferenza ai danni dei bambini, ingenue cavie per un gioco di denaro e di morte sulla pelle di chi non può difendersi. Il concetto alla base della pratica delle vaccinazioni non sta in piedi, eppure i governi stanno dando il massimo per poter continuare a sostenere la lobby mondiale della chimica mortifera. Perchè, chi è a capo, in quali paesi si può evitare di vaccinare senza rischiare di perdere la patria potestà sui figli?

 

Un’altra primavera di cieli bianchi, mascherati da velature composte da particelle di metalli. Si tratta dei composti contenuti nelle scie persistenti e dilatate  provenienti da aerei cisterna senza segni di riconoscimento; irrorazioni che avvengono in un continuo crescendo fino sd oscurare il sole. Chi, perchè, per quanto, perchè accade anche in Russia?

Spazio aperto per scambio di opinioni e links

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