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DOMINIO E POTERE

Scritto da Aurora Lagravinese

 

pino

Per tantissimi anni non si è mai saputo se la mafia nella nostra Italia esistesse, o fosse una semplice voce di corridoio. Secondo alcuni era un’invenzione dei giornalisti, secondo altri un’enfatizzazione della delinquenza comune. I vari pentiti hanno chiaramente affermato che la mafia esiste e non era un’invenzione dei giornalisti, né tantomeno una voce di corridoio. Ne hanno spiegato l’organizzazione interna, hanno svelato i segreti più profondi, hanno parlato delle connessioni con la politica e le imprese, delle estorsioni, della divisone del territorio, dei traffici.  A questo punto risulta impossibile accettare come legittima ogni sorta di disconoscimento del fenomeno mafioso, e delle varie connessioni ad esso legate. Chi voleva sapere ha avuto la possibilità di farlo.

Però, da questo momento in poi, pochi hanno contribuito alla lotta alla mafia attraverso la loro testimonianza, piuttosto hanno accettato passivamente la realtà criminale. Anche il silenzio di chi sa e non parla, di chi aiuta, di chi favorisce la mafie e i suoi componenti è un reato. La criminalità, attraverso la violenza, la strategia del terrore, si assicura un’incolumità inimmaginabile.

Ci sono alcuni uomini però, che hanno abbandonato il silenzio, l’omertà e hanno rivelato alle autorità competenti tutto ciò che sapevano. È inutile affermare che hanno letteralmente messo in gioco la loro vita e quella della loro famiglia. La mafia non ha l’abitudine di lasciare in vita le persone che la affrontano, che possono contribuire a farne condannare i componenti. Dunque, per la loro scelta di legalità, hanno accettato di lasciare la loro terra, la loro famiglia, partendo senza certezze e con molti interrogativi, <come se i criminali fossero loro> [Organizzare il coraggio di Pino Masciari]. Insomma uomini che si sono affidati e si affidano allo Stato, <che mettono la loro vita e quella dei loro familiari nelle mani del magistrato> [dott. Franco Roberti – Confessioni di un killer]. Lo stato, con la legge n°45 del 13 febbraio 2001, ha introdotto la figura del testimone di giustizia, e con questa ha esteso a loro, come aveva già fatto con i collaboratori di giustizia in precedenza, vari provvedimenti. Si parla di protezione fino alla effettiva cessazione del pericolo per sé e i familiari, alla capitalizzazione del costo di assistenza, ad una somma mensile a titolo di mancato guadagno. Insomma, almeno sulla carta, lo Stato mette il cittadino nella situazione ideale per la testimonianza.

Parliamo però della cruda realtà di questa scelta di lotta alla mafia. Assegni non corrisposti, scorta fantasma, documenti con nuova identità mai ricevuti. E ancora, case di copertura sporche, inadatte, assenza di ogni rappresentante delle istituzioni nei momenti cruciali del Programma di protezione. E se vogliamo che questa sia una condanna allo Stato, perché non parlare dei carabinieri, dei poliziotti, e anche dei giudici, che invece di incoraggiare la scelta di testimoniare contro la mafia, cercano di metterla in discussione?

I testimoni sono solo incoraggiati da quel senso dello Stato, da quel senso di giustizia che li ha portati fin lì. Dunque, vite in balia della loro scelta e dei sicari mafiosi pronti ad ammazzarli senza pietà alcuna. Sembra quasi si stia parlando di un altro stato e non di quello che ha approvato la legge 45\2001. Uno stato che incentiva l’omertà più che la testimonianza. Come si pretende che un cittadino svolga il suo dovere se le istituzioni non sono al suo fianco? Infatti la mafia è ancora lì, proprietaria del territorio, che controlla e gestisce ogni cosa. Se si vuole cambiare questa situazione in meglio, bisogna per prima cosa che lo Stato sia presente fisicamente, attraverso i suoi rappresentanti, e dove possibile anche umanamente. È questa consapevolezza di non essere abbandonati che permette di alzare la testa, di non sottostare più alle pretese assurde delle ‘ndrine calabresi, dei clan della Camorra, delle famiglie siciliane.

I testimoni di giustizia comunque hanno saputo far fronte alle disorganizzazione, alle mancanze e hanno continuato sulla loro via. Scorta, o meno, hanno testimoniato in aula, e con l’introduzione della prova orale, hanno fatto condannare uomini dei clan, così come gli uomini delle istituzioni. Nel momento in cui lo Stato era assente hanno contato sulle loro forze, sugli amici, sui sostenitori che danno una pragmatica impressione di aver fatto la scelta giusta. È questo il risultato di una sorta di rifiuto per principio di < quel puzzo del compromesso morale> di cui, a suo tempo, parlava Paolo Borsellino.

Anche se implicitamente raccontata, questa è la storia di Pino Masciari, il maggiore testimone di giustizia italiano, ma anche di molti altri che si conoscono meno, che hanno guardato allo Stato per tanti anni, chi più, chi meno, come un nemico corrotto, contro cui combattere quotidianamente, piuttosto che potersi affidare.

Sarebbe auspicabile per tutto il Paese, e non solo per le regioni meridionali, che per troppo tempo sono state ritenute le uniche interessate dal fenomeno mafioso, che lo Stato incentivi ogni testimonianza. È necessario che metta realmente in pratica ciò che l’ordinamento giuridico italiano prevede, che indaghi sulla parte losca, corrotta delle istituzioni. Infine è urgente che la situazione cambi, che si trovi un modo concreto per proseguire efficacemente nella lotta alla mafia.

Articolo scritto da Aurora Lagravinese

Tratto integralmente da: http://teenreporters.cogitoetvolo.it/qui-la-mafia-ha-perso/

Autore: Marcello Foa

Fonte: http://www.enzopennetta.it/2014/04/puo-andare-peggio-di-cosi/

Vorrei scrivere non uno ma una decina di post. E mostrarvi il bellissimo, commovente, sconvolgente reportage “Il più grande successo dell’euro”, realizzato  in crowdfunding da i 101 Dalmata, di cui al convegno é stata mostrata un’anteprima. E, ovviamente, dar conto, come richiesto da molti di voi, del mio intervento sui sui media e la crisi. Manterrò la parola. Per ora devo limitarmi  a riportare tre concetti che mi hanno colpito. Anzi, due idee e una sconcertante eppur illuminante rievocazione.

I concetti:

1) Non è vero che bisogna stare nell’euro per fare le riforme. E’ vero esattamente il contrario: oggi i criteri di Maastricht, il Fiscal Compact, le imposizioni della Troika impediscono ai singoli Paesi di adottare le misure che sarebbero necessarie per rilanciare davvero l’economia.

Oggi invece siamo in una situazione in cui la Troika invita i Paesi a far di più per la crescita ma al contempo impone misure di austerità così dure, draconiane, insensate da rendere impossibile un rilancio dell’economia.Anzi, quelle misure finiscono per peggiorare la situazione. E poi, considerato che nessun Paese riesce  a rilanciare – perché é impossibile, a meno di violare le leggi della natura – la stessa Troika incolpa gli stessi Paesi, che in realtà sono incolpevoli perché da anni stanno seguendo – inutilmente! –  la volontà di Bruxelles (come l’Italia, le cui entrate correnti sono da tempo superiori alle uscite correnti. A proposito: lo sapevate?). Ecco perché la situazione è molto diversa da quella descritta dall’establishment e dalla maggior parte dei media.

Se resti non puoi crescere e verrai continuamente rimproverato, punito. Non hai speranza.

Se esci torni ad essere libero di riformare l’economia, di liberare la forza dell’imprenditoria oggi avvilita, di riprendere il controllo della propria moneta.  E, non appena ridato forze a un’economia oggi anemica, di tagliare gli sprechi, di tenere sotto controllo il deficit, di ridurre davvero e in modo duraturo il debito pubblico. Insomma, puoi giocartela.

2) Oggi il fronte europeista terrorizza gli elettori sostenendo che lasciando l’euro la gente perderà il lavoro, le case perderanno valore, l’economia morirà. Ma, pensateci bene, come ha rilevato lo stesso Bagnai: tutti questi catastrofici effetti si sono già manifestati, in misura drammatica in Grecia, in modo sempre più evidente in un’Italia dove la disoccupazione ha raggiunto punte mai viste e dove il mercato immobiliare è in caduta libera.

Dunque di cosa bisogna avere paura? L’euro vi ha già rovinato la vita…

3) La rivelazione. Giorgio La Malfa ha evocato un  incontro con Tommaso Padoa Schioppa, scomparso alcuni anni fa, e considerato uno dei padri dell’euro e di questa Europa. Un giorno La Malfa gli disse: “Tommaso, guarda che l’euro non può funzionare”. Risposta di Padoa Schioppa: “E cosa credi che non lo sappiamo?”

Capito?

Serve altro?

MarcelloFoa

Fonte: http://www.infiltrato.it/politica/nomine-manager-di-stato-renzi-la-combina-grossa-piazza-il-suo-avvocato-nel-cda-enel

 

renzi vergognoso

L’indiscrezione, raccolta e rilanciata da Dagospia, è una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere contro (il fu) rottamatore. Nella tornata di nomine per i manager di Stato, Matteo Renzi riesce a combinarla davvero grossa, piazzando il suo avvocato Alberto Bianchi nel cda dell’Enel. Ecco le sette domande scomodissime che Dago pone a “Pittibimbo”.

1 – Che farà il ferroviere Mauro Moretti del settore ferroviario di Finmeccanica, che era in via di dismissione?

2 – Emma Marcegaglia, amministratore dell’omonimo gruppo siderurgico, avrà per caso dei conflitti d’interesse da risolvere, prima di fare il presidente dell’Eni?

3 – Descalzi, Moretti e Starace, insieme, fanno 73 anni nelle imprese di Stato. Sicuri che la storia dei tre mandati non fosse una scusa per far fuori qualcuno?

4 – Francesco Caio ha 57 anni, Francesco Starace 59; Mauro Moretti 61 e Gianni De Gennaro 66. Invece Alessandro Pansa e Flavio Cattaneo ne hanno 51 e vanno a casa. Il Rottam’attore alla fine ha optato per l’usato sicuro?

5 – Al momento di privatizzare le Poste, come verrà presentato agli investitori internazionali il curriculum di Luisa Todini? Come quello di un’ex eurodeputata di Forza Italia o come quello di una ex industriale?

6 – La designazione di Roberto Rao, ex deputato Udc ed ex portavoce di Pierfurby Casini, per il cda delle Poste, come la vogliamo chiamare? Nuovo che avanza?

7 – Adesso che Monica Mondardini resterà in Cir, quanto sarà felice Rodolfo De Benedetti?

PS – Pittibimbo senza vergogna, il suo avvocato Alberto Bianchi (fondazione Open), nel Cda dell’Enel!

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Fonte: http://www.ilnord.it/c-2873_LETTERA_APERTA_A_RENZI_DI_LE_FIGARO_FORMI_UN_FRONTE_LATINO_GUIDATO_DA_ITALIA_E_FRANCIA_E_FACCIA_SALTARE_LEURO

La Gran Bretagna occupa una posizione marginale nel grande dibattito sull’Europa. La chiave di volta è la Francia, che sta diventando velocemente un calderone dei punti di vista euroscettici/Poujadisti della destra, delle idee keynesiane reflazionistiche anti-UEM della sinistra, uniti alla messa in discussione della saggezza dell’unione monetaria che attraversa l’establishment francese.

Marine Le Pen del Front National è in testa all’ultimo sondaggio IFOP sulle elezioni europee del 24 del mese prossimo. Il suo programma chiede delle misure immediate di uscita dall’euro e ritorno al franco, e un referendum sul ritiro dalla UE.

I Gollisti sono al 22.5%. Il grande partito di centro-destra della politica francese del dopoguerra sta fallendo miseramente l’opportunità di sfruttare il crollo dei consensi del presidente François Holland. Segue il Partito Socialista col 20.5%. Il Front de Gauche è all’8.5% e non è esattamente amico di Bruxelles.

Gli eredi di Charles de Gaulle stanno assistendo al distacco del loro fianco destro, che si sposta verso il Front National, proprio come una parte dei Tory si è staccata per andare all’Ukip. Inutile dirlo, non ne sono contenti. Una riunione del partito durante il fine settimana è stato un caos di dissenso euroscettico.

Xavier Bertrand, ex ministro del lavoro, ha detto che è tempo di abbandonare l’asse franco-tedesco, che è stato il principio guida della politica estera ed economica francese per mezzo secolo: “E’ importante, ma non dovrebbe essere l’alfa e l’omega del punto di vista francese. – ha detto – Come possiamo perseguire una politica energetica se gli interessi di Francia e Germania sono così diversi. Su questo campo è meglio lavorare con gli inglesi, e lo stesso vale per la difesa europea. Dobbiamo riconoscere che l’allineamento con la Germania ci impedisce di spingere per un’altra politica della BCE, che favorisca la crescita e l’occupazione”, ha concluso.

Attilio Folliero, Caracas 12/04/2014

Chi dipende dal gas russo? Secondo le statische riportate dal “The Economist” e relative all’anno 2012, molti paesi dipendono dal gas russo; alcuni per il 100%, la totalità degli approvvigionamenti, come Lituania, Estonia, Lettonia e Finlandia; altri hanno una forte dipendenza: Austria e Slovenia importano il 60% del loro fabbisogno dalla Russia, Polonia e Turchia il 59%, Repubblica Ceca il 57%, Grecia il 56%. Praticamente tutti questi paesi non possono sopravvivere senza il gas russo.

In realtà tutti o quasi tutti i paesi della Unione Europea hanno una forte dipendenza dal gas russo; mediamente i paesi UE importano circa un quarto del loro fabbisogno gassifero dalla Russia: la Germania importa il 37% del proprio fabbisogno, l’Italia il 29%, la Romania ed il Lussemburgo il 24%, la Francia il 16%. Olanda, Belgio e Regno Unito sono i meno esposti.

L’Unione Europea ha annunciato di voler cercare fonti alternative al gas russo per ridurre appunto la dipendenza; in realtà si tratta solo di parole vuote perchè al momento non esistono alternative al gas russo, se non investendo centinaia di miliardi per nuove infrastrutture; miliardi di investimenti che da un lato sono impossibili da reperire almeno per il momento e dall’altro lato farebbero comunque  aumentare enormemente il prezzo di questa materia prima e per conseguenza di tutta la catena produttiva, con serie ripercussioni sulla competitività dei prodotti europei.

Tito Pulsinelli, Selvas Blog, 15/04/2014

Che tempi memorabili quelli in cui un presidente russo prendeva a cannonate la sede del parlamento e poi mise all’asta tutto -letteralmente tutto- per quattro spiccioli. Era la vera e propria conquista dell’est per i globalisti. Per la modica spesa di 600 milioni di dollari, si aggiudicarono tutti i giacimenti, pozzi, condutture, raffinerie e stazioni di servizio dell’industria petrolifera. Una manna, e che simpatico quel Yeltsin, autentico eroe della democrazia elitista -versione etilica – che l’Occidente applaudiva fino a spellarsi le mani. Tempi virili, in cui i gagliardi “globalizzatori” sputavano anche nel piatto da cui si ingozzavano. Vendettero la pelliccia dell’orso prima di averlo abbattuto. I maestri del galleggio si accalcarono attorno al carro del vincitore per rinnegare la “pianificazione”. In tutte le contrade, sgomitavano i neofiti (di primo e ultimo pelo) del novello sacerdozio del liberismo totale del “mercato”, borse e banche.
Spolparono quasi tutto, poi il “gran” Yeltsin passò a miglior vita. Non fecero in tempo a dargli in premio Nobel. Si sa, sono sempre i migliori ad andarsene. Le vacche ancora disponibili erano quelle più scheletriche. Inatteso come le sette piaghe, però, arrivò un abominevole uomo delle nevi, un temibile tiranno eurasiatico. Riprese a sventolare improbabili bandiere eretiche e antimoderniste: sovranità, protezionismo, centralità dello Stato nell’indirizzo della nazione, identità nazionale, economia mista. In più, una “assurda” pretesa di mantenere separato il potere economico da quello politico. Ad ogni costo.
Putin aprì le porte delle carceri a coloro che -alla ricchezza generata da delinquenziali privatizzazioni-volevano aggiungere anche il comando politico della Russia, con la compra all’ingrosso di elettori e di tutti i media. Tra Putin e i nuovi oligarchi venuti dal nulla, l’Occidente si schierò con questi ultimi. E voltò le spalle al volgo, disprezzandone l’iperdonabile  “populismo”. Mise in chiaro che democrazia si coniuga perfettamente con mafie organizzate, se aprono conti nelle banche di Londra.
L’ex colonnello del KGB, strappando all’arbitrio dei “mercati” il controllo delle risorse strategiche della nazione, generò i mezzi necessari per rinsaldare l’intelaiatura post-sovietica. Mise fino al culto dell’ognuno per se e mercato per tutti. Potè sostenere la domanda sociale di una popolazione data in pasto alle divinità antropofaghe del “modernismo”. Riuscì a rinsaldare la coesione sociale e il vigore del braccio armato, indispensabili per ogni progettualità propria. I distributori automatici di coccarde e brevetti democratici malcelavano lo stupore per il ciclo di +7% di crescita del sacro PIL.
Durante l’olimpiade di Pechino, portò una risposta militare fulminante alle provocazioni nel Caucaso da parte della Georgia, dimostrando che molta acqua era passata sotto i ponti dopo la disintegrazione della Yugoslavia. L’espansione abusiva della NATO verso est, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia, era finita. La complicità atlantista della classe dirigente europea, con l’avallo dato a questo inganno, rinuncia all’occasione storica di ricostituire una difesa propria. Andò a rimorchio, non riprese le redini del destino geopolitico. L’ebrezza del neoliberismo è un lenitivo immediatista, risibile rispetto alla negata funzione di ponte storico tra le Americhe e l’Asia, Medioriente e Nordafrica.
Gli europei non hanno il diritto di scambiare manufatti e tecnologie con l’energia e materie prime russe. La proposta di un partenariato che apra la grande area eurasiatica, va oltre la dimensione meramente doganale. Perchè dischiude un’orizzonte di pace basato sulla coperazione di lungo periodo e la complementarietà. Non c’è stata risposta al discorso rivolto in lingua tedesca da Putin al Bundestang di Berlino.

Fonte Libreidee via Vocidallastrada, 16/04/2014

«Si dice che la crisi e laguerra servano al sistemacapitalista per ridurre le capacità produttive in eccesso, anche quando si presenta un “eccesso” di capitale umano». Stefano Porcari, su “Contropiano”, commenta così l’ultimo report del Fmi, secondo cui la nostra vita media è diventata troppo lunga, e quindi troppo onerosa: la crescente longevità rende i sistemi pensionistici sempre più costosi e questo produce un impatto negativo sui conti pubblici. L’analisi del Fondo Monetario Internazionale è contenuta nel “Global Financial Stability Report” 2014. In particolare colpisce “l’allarme longevità” delFmi. Ma la longevità non dovrebbe essere un indicatore positivo, per una società sviluppata che si rispetti? Non per il Fondo Monetario, secondo cui i governi dovrebbero affrettarsi ad “adeguare” i loro sistemi di welfare alzando l’età pensionabile e tagliando le pensioni pubbliche. 
«Non è la prima volta che torna su questo tasto, e non è certo un bel segnale», scrive Porcari, commentato il rapporto del Fmi. Secondo il Fondo Monetario – uno dei massimi poteri mondiali – l’impatto dell’allungamento delle aspettative di vita sull’economia e i conti pubblici degli Stati è profondo e occorre provi rimedio.
«Se nel 2050 la vita media si allungasse di tre anni in più rispetto alle attese attuali (in linea con la media del passato, peraltro sottostimata) sarebbero necessarie risorse extra pari all’1-2% annuo del Pil», scrive il report del Fmi. «Per le economie avanzate, questo significa per il prossimi 40 anni un costo totale aggiuntivo pari al 50% del Pil del 2010 (per le economie emergenti, invece, la stima è pari al 25% del Pil 2010)». I “suggerimenti” del Fmi ovviamente spingono nella direzione della finanziarizzazione della previdenza e dei sistemi pensionistici.

Oltre all’aumento dell’età pensionabile, preferibilmente collegandola con meccanismi automatici all’aumento delle aspettative di vita, si raccomanda l’aumento dei contributi pensionistici o la riduzione dei benefit, lo “stimolo” verso prodotti finanziari (fondi pensione, assicurazioni) che tengano a loro volta conto dell’aumento delle aspettative di vita, nonché «un buon bilanciamento del rischio determinato dall’aumento delle aspettative di vita fra settore pubblico e privato», anche se questo rischio, sui mercati finanziari, «va trasferito dai fondi pensione a soggetti che sono più attrezzati per gestire, appunto, i rischi finanziari, cioè gli squali dei fondi di investimento», osserva “Contropiano”, che conclude: prima o poi, si arriverà addirittura a «ridurre le aspettative generali di vita», per farla finita, una volta per tutte, con «la jattura della longevità».
Ennio Montesi, 16/04/2014
 
«Tutti i senza tetto d’Italia potrebbero sfondare le porte delle abitazioni dei preti, dei vescovi e dei cardinali nel momento in cui nelle case non ci sono persone. Basta che i senza tetto si mettano a fare la punta scegliendo il momento in cui l’immobile è vuoto, cioè con nessuno in casa. A quel punto potrebbero prenderne possesso immediatamente. I senza tetto si riprenderebbero quello che è stato loro rubato. È fondamentale che i senza tetto cambino subito la serratura della porta della ex casa del prete o del vescovo o del cardinale così che per molto tempo nessuno potrà farli sloggiare. La legge italiana è garantista e dalla parte degli sfondatori di abitazioni. Probabilmente per molto tempo nessuno, né polizia, né carabinieri, né magistratura potranno fare sloggiare legalmente i senza tetto. Una volta che arrivasse l’ordinanza, nessun problema: i senza tetto possono ricominciare l’azione in un’altra abitazione dei preti, vescovi e cardinali. E così via per sempre. Le case dei preti, vescovi e cardinali possono diventare le case dei senza tetto.»
Ennio Montesi
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Ennio Montesi – Il Vaticano ha invaso l’Italia – Termidoro Edizioni in tutte le librerie e internet:

 

Enrico Galoppini ((18 aprile 2014)

 


Una decina d’anni or sono, sulla rivista di studi geopolitici “Eurasia”, nel quadro di un confronto tra Claudio Mutti e Costanzo Preve sull’Unione Europea, qui rievocato, il primo propose la metafora del “bambino e dell’acqua sporca” per esporre il suo punto di vista fondamentalmente positivo circa l’opportunità d’un processo d’integrazione europeo (e, in prospettiva, eurasiatico), sebbene egli si dichiarasse scettico verso questa “Unione Europea” così com’era andata configurandosi.

Si trattava di un’opinione suffragata da considerazioni d’ordine filosofico e culturale, nonché strategico e geopolitico, fornita dunque d’una sua fondatezza e solidità, specialmente teorica. Tuttavia si trattava di vagliarne la tenuta “sul campo”, ovvero se, alla prova dei fatti, sarebbe stata smentita clamorosamente o meno.

E così -secondo il mio modo di vedere- è stato. Il progetto incarnato nell’UE, pensato e realizzato da esponenti dell’europeismo occidentalista, procede a tappe forzate avendo messo la camicia di forza dell’euro e dei vari “trattati” -coi relativi “obblighi” e “parametri”- a tutte le nazioni europee. Per di più, allo stato attuale non esistono progetti “europeisti” alternativi, né in corso d’opera, né all’orizzonte, a meno che si consideri tra questi un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” cara ad una “destra” che quando l’affermava a mo’ di slogan non teneva nel debito conto il fatto che gli Urali erano ben inseriti nell’(odiata) Unione Sovietica… E neanche vale la proposta di “integrare la Russia” in Europa, il che significa toglierla -come ben comprende Putin- dal suo naturale alveo, snaturandone così la funzione equilibratrice in Eurasia.

A ben guardare, la questione dell’Europa, di questa Europa “unita”, ricorda molto quella del famoso “Socialismo reale”. Da parte dei comunisti europei si sosteneva che il Comunismo -cioè la realizzazione pratica del Marxismo-Leninismo- restava teoricamente valido, anche se di fronte alla sua pratica “realizzazione” bisognava “turarsi il naso”, in attesa del “Sol dell’avvenire”.

Sappiamo tutti com’è finito il Comunismo storico otto-novecentesco. Scomparso, senza peraltro la magra consolazione della sconfitta militare, com’è accaduto al Fascismo e al Nazionalsocialismo. Assente da oltre vent’anni dai territori dell’Est europeo, la percezione comune (almeno nell’Europa occidentale) è quella di un’esperienza storica di un’altra èra (mentre il Fascismo vien fatto percepire come sempre attuale grazie alla martellante “cultura della memoria”, anche se questa è un’altra storia …).

La stessa cosa si può affermare al riguardo della Democrazia, con legioni d’illusi più o meno in buona fede che -di fronte agli innegabili fallimenti- stanno a lambiccarsi il cervello su quale potrebbe essere la “vera democrazia”. Tutta fatica sprecata, ovviamente, perché la Democrazia parte da un errore di partenza sulla valutazione dell’uomo, da un’antropologia fasulla che conseguentemente si ripercuote su errori a ripetizione quando è in questione il piano dei rapporti tra gli uomini organizzati in comunità (per non parlare della negazione della natura teomorfica dell’essere umano, fonte di ogni disastro che lo colpisce e di cui non sa darsi conto concependosi come meramente “umano”).

Ora, l’Unione Europea, è -per sua stessa dichiarata ammissione- “democratica” al 100%, nel senso che promuove tutto quel che rientra nel paradigma “filosofico” democratico, al di là del fatto -su cui si può discutere- che essa non si concretizzi nel “governo del popolo” (cosa del resto impossibile), si traduca di fatto in una oligarchia del denaro, dia il là ad una forma di “comunismo” di cui beneficiano solo le oscure burocrazie che la governano (il “super-Stato” europeo) eccetera. Ma una cosa è certa: i fautori del “progetto europeista” sono molto consequenziali, all’atto pratico, con quello che affermano, e che tutto ciò sia “democratico” così come ce lo s’immagina mediamente oppure no, conta ben poco, finendo nelle chiacchiere da forum di internet.

Fonte: http://www.eticamente.net/27212/ecowarriors-quando-le-donne-fanno-la-differenza.html

«When it comes to the sustenance of the economy, women act as experts and providers. Even though women’s work in providing sustenance is the most vital activity, a patriarchal economy treats it as non-work.»

«Quando si tratta del sostentamento dell’economia, le donne agiscono come esperti. Anche se il lavoro delle donne nel fornire il sostentamento è l’attività più vitale, dall’economia patriarcale non è considerato come un lavoro.»

Queste sono le parole di Vandana Shiva che ha dato il nome ad un movimento di donne che da anni si battono in difesa del pianeta, delle popolazioni e delle foreste, dalla mano delle multinazionali, dai pesticidi e dagli Ogm.

Sono le Ecowarriors ovvero le eco-guerriere. E nelle eco-guerriere si distinguono le donne del Movimento Chipko nell’Himalaya centrale, donne che proteggevano le foreste dalla deforestazione e dai tagli per il ricavo di legname a Uttarakhand. Tale pratica provocava terribili inondazioni, siccità, frane e altri disastri naturali. E questo provocava a sua volta la scarsità di alimenti e foraggio causando anche la scomparsa di fonti e ruscelli, e costringendo le donne e percorsi più lunghi e distanti per trovare dell’acqua.

Chipco significa abbraccio ed è proprio con questo che le donne chipco hanno difeso le loro foreste, abbracciando gli alberi.

Le donne del movimento Chipko insegnarono al mondo che legname, che introiti e profitti non erano i veri prodotti della foresta: i veri prodotti della foresta erano il suolo, l’acqua e l’aria pura. Oggi, la scienza si riferisce ad essi come alle funzioni ecologiche degli ecosistemi. Donne illetterate della regione Garhwal dell’Himalaya erano quattro decenni più avanti degli scienziati mondiali.

E le donne che abbracciano gli alberi hanno cominciato la loro “guerra” a suon di abbracci nei primi anni del 20esimo secolo e grazie alla non violenza (satyagraha) tra gli anni 1970 e 1980 il movimento si è rafforzato a tal punto che nel 1981, il governo fu costretto a smettere di deforestare l’Himalaya, per almeno 15 anni.

Da sole le donne Chipko hanno salvato più di 2500 alberi.

Il 22 aprile 2002, durante il Giorno della Terra, fui invitata dalle donne di un piccolo borgo chiamato Plachimada in Palghat, nel Kerala, e ad unirmi alla loro lotta contro la Coca Cola che aspirava un milione e mezzo di litri d’acqua al giorno e inquinava l’acqua che restava nei loro pozzi. Le donne erano costrette a camminare per dieci chilometri ogni giorno in cerca di acqua pulita da bere.

Le donne allestirono un “campo satyagraha”, una protesta non violenta, davanti allo stabilimento e così un altro movimento di guerriere, nel 2004, ottenne un’altra pacifica vittoria. Coca Cola infatti fu costretta a porre fine al proprio progetto.

Un’altra vittoria Vandana e le sue donne la ottennero contro lo stablimento per la produzione di pesticidi Bhopal…

Nel 1984, un terribile disastro causato da una perdita dell’impianto produttore di pesticidi della Union Carbide a Bhopal uccise all’istante 3.000 persone. Migliaia di bambini nascono tuttora con disabilità. La Union Carbide è ora proprietà di Dow, che rifiuta di assumersi responsabilità. Nel 1984, in risposta al disastro, io diedi inizio alla campagna “Non più Bhopal, piantate un albero Neem”

Le donne lottarono, aiutarono i disabili, organizzarono fondi e dopo 11 anni di lotta, l’8 marzo 2005, nel Giorno Internazionale delle Donne, l’ufficio brevetti europeo ha disconosciuto il brevetto “biopiratato” e dal 1994 venne introdotto l’uso dell’albero Neem per controllare insetti nocivi e malattie in agricoltura, brevettato anche dal Dipartimento Agricoltura statunitense e dalla multinazionale WR Grace.

Queste donne ma non solo, guerriere e sostenitrici della vita, che quando vedono minacciate la vita e la sopravvivenza, si sollevano a risvegliare la società rendendola consapevole della crisi e si sollevano a difendere la Terra e le esistenze.

Se volete leggere l’articolo scritto da Vandana Shiva potete trovarlo su Woman Ecowarrios

Se volete approfondire la conoscenza di una grande donna come Vandana Shiva potete leggere di lei su Vandana Shiva: L’avvocato della Natura

di Enrico Galoppini – 13/04/2014

 

Da quando hanno stabilito di propinarcelo dalla mattina alla sera (conservo la serie di “prime pagine” dell’Ansa delle settimane precedenti la nomina a presidente del Consiglio: c’era solo e sempre lui!), c’è una caratteristica dell’ex sindaco di Firenze che è stata messa in risalto più delle altre (il “giovanilismo”, la “parlantina”, l’“informalità”, il “dinamismo” ecc.): la capacità di prendere decisioni, che è la premessa necessaria per poter “fare”.

Tale capacità è tutta da dimostrare, tuttavia i “media” hanno già costruito l’immagine di Matteo Renzi come quella di un “decisionista”.

Questa qualità – hanno intuito gli esperti di “comunicazione” (cioè di abbindolamento di massa) – sarà senz’altro apprezzata da un popolo che ormai ha introiettato l’idea (peraltro vera) che in Italia nessuno combina mai nulla.

Tuttavia su questo “non combinare nulla” bisogna intendersi una volta per tutte e tenteremo di spiegare che cosa è veramente.

Ma procediamo per ordine.

Per prima cosa, va detto che il “decisionismo” non è una categoria del politico che possa andare disgiunta dai contenuti delle decisioni stesse!

Intendo dire che anche nel Cile di Pinochet o nell’Argentina dove operava la Tripla A a caccia di “comunisti” (in realtà patrioti), con la Cia alle spalle che addestrava i torturatori, esisteva eccome un governo “decisionista” (salvo poi sfaldarsi alle prime batoste nelle Falkland/Malvinas). Nelle proverbiali “Repubbliche delle banane” era tutto un fiorire di “decisionisti” che applicando con zelo le ricette disumane dei teorici del “Libero mercato” portavano alla disperazione la gran parte della popolazione.

Sinceramente, da un simile “decisionismo” Dio ce ne scampi e liberi.

Attilio Folliero, Caracas 08/04/2014

 

Alexander Dyukov, direttore generale di Gazprom Neft, una delle principali quattro imprese petrolifere della Russia ha anncunciato che esiste la possibilità di abbandonare il dollaro nelle transazioni petrolifere.
Dyukoy ha dichiarato alla agenzia russa “Itar-Tass” che il 95% dei propri clienti è disponibile ad abbandonare il dollaro ed utilizzare l’Euro. Ha aggiunto che “in via di principio niente è impossibile, si può abbandonare il dollaro ed adottare l’Euro e teoricamente anche il rublo”.
Una delle più importanti imprese petrolifere della Russia e del mondo sta quindi sondando il terreno per abbandonare il dollaro come moneta di scambio del petrolio.
L’abbandono del dollaro e degli altri strumenti finanziari occidentali, come le carte di credito VISA e Mastercard ed il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) da parte della Russia è una conseguenza delle sanzioni annunciate per “l’annessione della Crimea”.
Alexander Dyukov fa capire chiaramente che la vittima delle sanzioni contro la Russia non sarà la Russia, ma saranno gli Stati Uniti; ed assicura che “tutte le restrizioni nell’uso del dollaro creeranno seri problemi agli Stati Uniti”.
Come diciamo da tempo, fin dallo studio dei veri motivi dell’interveno militare in Iraq, gli Stati Uniti andranno incontro ad un grosso tracollo economico il giorno in cui il petrolio cesserà di essere commercializzato in dollari. Tutti i paesi del mondo, appunto per il fatto che il principale prodotto del mondo, il petrolio, si commercializza in dollari, sono costretti a rifornirsi di dollari, ovvero la maggior parte delle proprie riserve internazionali deve essere costituita da dollari. Il giorno in cui il petrolio cesserà di scambiarsi in dollari tutti gli stati saranno costretti a vendere i propri dollari e rifornirsi della nuova moneta adottata negli intercambi petroliferi, che a questo punto potrebbe essere non solo l’Euro, ma anche il Rublo, lo Yuan e l’oro.
La vendita repentina di questa grande quantità di dollari farà crollare il valore stesso del dollaro, provocando una catastrofe economica in USA, il paese dei dollari: tracollo del valore del dollaro, iperinflazione tipo Germania di Weimar e difficoltà di potersi rifornire di petrolio sono alcuni dei principali problemi cui andrà incontro il paese nordamericano il giorno in cui il petrolio cesserà di scambiarsi in dollari.
In definitiva se il petrolio cessasse di scambiarsi in dollari, la moneta statunitense cesserebbe di essere la principale moneta di riserva mondiale, una catastrofe annunciata per il dollaro e l’economia USA.
Ricordiamo che l’economia USA ha il grave problema del debito pubblico, che sotto la gestione di Obama sta crescendo come mai nella storia, ad una media di 3,7 miliardi di dollari al giorno; a titolo di esempio, il debito pubblico USA durante gli otto anni della gestione di Jeorge W. Bush è cresciuto al ritmo di 1,68 miliardi al giorno.
L’economia USA si caratterizza anche per il deficit della bilancia commerciale; praticamente gli USA producono ben poco di quello che consumano ed importano di tutto. E’ esattamente dal 1976 che la bilancia comemrciale USA presenta un saldo negativo, ossia le importazioni superano le esportazioni. Negli ultimi 11 anni, il deficit è sempre stato superiore ai 500 miliardi di dollari, con l’eccezione del 2009 e 2013, quando è stato leggermente al di sotto di tale cifra.
Quando arriverà il tracollo del dollaro sarà praticamente impossibile continuare con le importazioni al ritmo attuale, facendo venire letteralmente a mancare il cibo alla maggioranza degli statunitensi. Se si pensa che oggi negli USA esistono circa 50 milioni di persone che sopravvivono grazie al programma di assistenza alimentare dello stato, cosa succederà quando non entrerà cibo al ritmo attuale? Una catastrofe economica e sociale, che probabilmente oltre ad esplosioni sociali, determinerà anche la fine dell’Unione, la fine degli Stati Uniti.

 

Fonte: http://umbvrei.blogspot.it/2014/04/catastrofe-annunciata-per-il-dollaro-e.html

Enrico Galoppini

:::: Enrico Galoppini :::: 17 aprile, 2014 :::: Email This Post   Print This Post

SIRIA E UCRAINA: SCHIZOFRENIE MEDIATICHE A CONFRONTO

Ascoltando le ultime (contraffatte) notizie provenienti dall’Ucraina riferite dai media occidentali, non si può non fare mente locale a quanto accade in Siria da tre anni. Nello specifico, a come essi hanno presentato le parti in gioco nel paese arabo mediorientale, valutando il livello di patente contraddizione nel quale sono caduti adesso che, in Ucraina, il governo nuovo di zecca emerso dal recente “golpe” fronteggia l’azione dei filo-russi e degli altri ucraini che non hanno accettato il colpo di mano.

Al governo siriano, sin dall’inizio, è stata negata ogni legittimità, ogni diritto alla difesa dello Stato, con tutta la simpatia e le ragioni attribuite a senso unico alla parte dei “ribelli”. I quali – sempre i soliti media ce l’assicurano – non sarebbero altro che il logico e consequenziale sviluppo degli ex “pacifici manifestanti” oggetto della repressione del “regime” e, perciò, “radicalizzatisi” ed armatisi fino ai denti per difendersi da quello.
Per comprendere il due e pesi e due misure nel modo di trattare gli ultimissimi fatti ucraini quando l’Occidente si scandalizza per la longa manus russa, è opportuno ricordare che tra le fila dei “ribelli siriani” si contano non pochi stranieri, provenienti dai più svariati paesi arabi fornitori di “jihadisti” alla bisogna. E non mancano naturalmente agenti mercenari (“contractors”) ed “istruttori militari” di varie potenze occidentali, col beneplacito dei rispettivi governi. Un fatto ormai acclarato ed ammesso dai medesimi diretti interessati alla sovversione del governo siriano.
Nessuno, tranne quest’ultimo ed i suoi importanti alleati e protettori internazionali (Russia, Cina, Iran), s’è permesso di chiamare “terroristi” gli insorti che dal 2010 hanno ridotto il paese alla pressoché totale rovina. Anzi, tutte le colpe e le nefandezze sono state attribuite a Bashar al-Asad ed ai suoi collaboratori: infanticidi, uso di gas, bombardamenti indiscriminati, “violazioni dei diritti umani” eccetera.

Ma che cosa vogliono i “ribelli siriani”? Solo la caduta del regime?

Riuscirà Mangiafuoco con la scusa dell’Ucraina ad aizzare gli stupidi governi burattini d’Europa contro la Russia? Russia che  sostiene economicamente l’Europa stessa alimentandola con il suo gas metano e petrolio?

Per chi lavora Scaroni? Per l’Eni  per lo Stato italiano che possiede una minoranza di quote o per i suoi innominabili investitori e soci di maggioranza?

 

I media di Regime pompano ad oltranza sulla macchietta Renzi, mentre  altri attori provano a smarcarsi per avere maggior visibilità. Entrambe le parti però evitano di affrontare il tema dei temi, ovvero la gerontocratica e assolutamente ingovernabile situazione di asfissiante burocrazia legislativa e giudiziaria. Non sarà che i nostri governanti non eletti stanno creando una burocrazia statale a danno di quella locale per poter manovrare e controllare meglio una popolazione sottomessa? La eliminazione dei soggetti preposti alla gestione dello Stato come le Province, senza ridurre le 350.000 leggi di cui almeno 340.000 inutili (vedere Francia) che compongono la nostra gabbia giuridica è una presa in giro colossale? Obbliga le istituzioni altre ad occuparsi di incombenze ora riservate alle provincie senza averne i mezzi   o che altro  ?

La parola  va ai lettori per commenti e scambio di links

 

Gianni Lannes
Corso Nuova Fotografia
Antonella Randazzo
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SCIE CHIMICHE