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DOMINIO E POTERE

Autore: Stefano Sansonetti

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Vincono sempre loro. Secondo il ministero del Tesoro, oggi guidato da Pier Carlo Padoan, nessuno come le banche estere sa distinguersi nella gestione del debito pubblico italiano. Al punto che il destino di quel “mostro” da 2.100 miliardi di euro sembra inevitabilmente destinato a dipendere dalle mosse di un selezionato gruppo di istituti internazionali. Alla fine di gennaio 2014, quando tecnicamente il ministro era ancora Fabrizio Saccomanni, il ministero dell’economia ha deciso che la banca americana Citigroup è stata la più brava nella gestione delle aste dei nostri titoli di Stato. Nelle quattro edizioni precedenti la speciale classifica stilata annualmente dal Tesoro era stata vinta dagli inglese di Barclays. Ancora prima, correva l’anno 2008, il primato era stato assegnato ai francesi di Société Générale. Insomma, le banche estere fanno man bassa da 6 anni. Ma cosa guadagnano, esattamente, a vincere questa particolare graduatoria? Naturalmente soldi e un’immensa pubblicità, che a cascata può portare altri soldi.

Il meccanismo
Diciamo subito che attualmente l’Italia vanta una lista che complessivamente contiene i nomi di 20 “specialisti in titoli di stato”. Si tratta dell’ultimo elenco disponibile, relativo all’8 aprile del 2013. In pratica si tratta di banche alle quali lo Stato italiano si affida per la strategica gestione delle aste dei titoli. Su 20 istituti ben 17 sono esteri. Si tratta di Barclays (inglese), Bnp Paribas (francese), Citigroup (americana), Commerzbank (tedesca), Crédit Agricole (francese), Credit Suisse (svizzera), Deutsche Bank (tedesca), Goldman Sachs (americana), Hsbc (inglese), Ing Bank (olandese), Jp Morgan (americana), Merrill Lynch (americana), Morgan Stanley (americana), Nomura (giapponese), Royal Bank of Scotland (inglese), Société Générale (francese) e Ubs (svizzera). Accanto a loro le italiane Banca Imi, Unicredit e Mps. Tutte queste banche hanno il mandato di organizzare il collocamento dei nostri Btp e Bot, ma devono anche assicurarne una percentuale minima di acquisto. Sul servizio prestato, comunque, guadagnano soldi a palate. Basti pensare che nel 2014 lo Stato italiano dovrà rifinanziare debito in scadenza con emissioni lorde per circa 450 miliardi. Per tutte le attività di organizzazione di queste emissioni le banche estere incasseranno non poco. Ad ogni modo in base a un decreto firmato il 19 dicembre 2013 da Maria Cannata, il capo della direzione del Tesoro che si occupa appunto di debito pubblico, requisito essenziale per mantenere l’iscrizione nella lista degli specialisti “è la partecipazione alle aste dei titoli di Stato e l’aggiudicazione su base annua di una quota, calcolata tenendo conto delle caratteristiche finanziarie dei titoli sottoscritti, non inferiore al 3% del volume complessivo emesso dal Tesoro”. Proprio la quantità di titoli aggiudicati è uno dei criteri ai quali il Tesoro fa riferimento per stabilire quale banca sia la migliore tra gli specialisti.

I vantaggi
Far parte dell’elenco, naturalmente, produce dei “privilegi”. E’ esattamente il termine utilizzato da un decreto dirigenziale firmato dalla stessa Cannata l’11 novembre del 2011. In effetti, leggendo l’art. 9, si apprende che agli specialisti il Tesoro innanzitutto garantisce “l’accesso esclusivo alle riaperture di aste dei titoli di Stato nonché alle aste di concambio e riacquisto”. Poi garantisce l’ “accesso esclusivo” a una triplice selezione: quella di banca capofila che coordina il consorzio di collocamento delle emissioni sindacate in euro; quella di intermediario per il programma benchmark in dollari statunitensi; quella di operatore per le operazioni di riacquisto bilaterali. Tutto questo, per le banche estere, significa entrare nei gangli del meccanismo di “funzionamento” del nostro debito pubblico, di cui di fatto diventano un po’ “padrone”, incassando lauti guadagni per il servizio prestato.

Fonte: http://dinai.weebly.com/1/post/2014/04/il-business-del-debito-pubblico-banche-estere-padrone-in-italiafanno-soldi-a-palate-gestendo-le-aste-di-bot-e-btp.html

 

Autore: Gianni Lannes

Anche nel vecchio continente gli esseri umani non hanno più alcun diritto; perfino  il corpo umano è di proprietà dello Stato (date un’occhiata alla legislazione vigente). Certo, nominalmente sono rose e fiori, ma solo sulla carta, perché è in atto l’esproprio della vita.

Prendete ad esempio la rappresentanza politica: gli elettori trattati peggio degli analfabeti, possono soltanto mettere una croce, beninteso una volta ogni tanto, quando si rinnova la farsa elettorale, sui candidati già prescelti dal sistema dominante.
In Italia va anche peggio. Quasi 5 mesi fa la Corte costituzionale ha sentenziato l’incostituzionalità della legge elettorale con cui sono nominati onorevoli abusivi, e conseguentemente i presidenti di Camera, Senato e Repubblica. Sono tutti addirittura illegittimi, già, ma ora chi ci fa più caso? Nel belpaese si sa, va di moda la memoria corta.
I popoli europei non hanno il diritto di eleggere la Commissione europea ed il suo presidente, che sono poi quelli che realmente comandano, ma per conto terzi, ovvero le Corporazioni massoniche, finanziarie, industriali, politiche. Il cosiddetto parlamento europeo (uno specchietto per le allodole) non ha alcun potere legislativo indipendente. Gran parte dei trattati europei sono antidemocratici: per esempio il Trattato di Lisbona che ha annichilito le costituzioni delle nazioni europee. Senza saperlo, o meglio comunicarlo ai rispettivi “popoli sovrani”: i Paesi che compongono la cosiddetta Europa hanno rinunciato alla sovranità.
Il braccio armato del sistema di dominio in atto è costituito dalla NATO, che attraverso Eurogendfor dal 2006 controlla direttamente i subordinati organi di polizia; in Italia soprattutto l’Arma che ha perso la sua autonomia. Eurogendfor vanta licenza di uccidere e non risponde a qualsivoglia autorità giudiziaria, per eventuali reati e crimini. Non ci credete? Date un’occhiata ai trattati di Velsen e di Prum, nonché alla legge di ratifica italiana del 2010, addirittura 4 anni dopo l’inaugurazione della sede ufficiale a Vicenza, nella caserma dei carabinieri “generale Chinotto”. Eurogendfor ha operatività su tutto il globo terrestre. Infatti, questo braccio armato del sistema di potere dominante in occidente, era ad Haiti un istante dopo il terremoto telecomandato, come sempre, dallo zio Sam.
Allora, per quale ragione dopo la fine della guerra fredda, sancita dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, gli Stati Uniti d’America detengono illegalmente in ben sei paesi europei (tra cui l’ Italia) ben 480 bombe atomiche modello b 61? Si tratta di ordigni che potrebbero disintegrare il nostro continente. E perché mai nessuno ha fiatato quando recentemente il burattino Obama ha dichiarato pubblicamente, che questi ordigni di morte – peraltro,  vietati dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) – sono in corso di potenziamento? Perché mai nessun politicante da strapazzo mette in discussione questa gravissima situazione e mette in atto subito la denuclearizzazione militare dell’Europa?
Le forze armate United States of America non solo hanno invaso la nostra terra ma la occupando per massacrare esseri umani e rapinare risorse naturali a popoli tecnologicamente indifesi. La NATO ha trasformato l’Europa in una gigantesca camera a gas: ogni giorno centinaia di velivoli irrorano l’aria dei centri abitati con le famigerate scie chimiche che contengono sostanze tossiche.
In altri termini, comandano alcune società segrete che ormai hanno acquisito potere di vita e di morte su gran parte dell’Europa. E quale migliore strumento di soggiogamento dell’euro? Sia chiaro: il debito pubblico non esiste, è il frutto di una speculazione finanziaria, alla voce signoraggio. L’unico debito è di natura ecologica, è l’abbiamo contratto con madre Natura che reclama soltanto equilibrio.
Che fare? Non abbandonarsi allo sconforto e non affidarsi ai saltimbanchi sulla scena mediatica, che servono a controllare e a portare in un vicolo cieco le sacrosante proteste ed il malcontento popolare. In Italia, per esempio, imperversa un comicante, padrone di un partito, che nel 2008 ha incontrato l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America, a Roma e si è messo d’accordo sul prezzo della casaloggia. E tanbti sono pure contenti e fessi di farsi turlupinare così a buon mercato. Nulla è perduto, ma attenzione alle società segrete, e rammentiamo che internet e la rete sono soltanto strumenti, non il fine, oppure un’area dove parcheggiarsi per sempre. Lo Stato di diritto è ben altra cosa dalle allucinazioni propagandate sul web.
Per sconfiggere questa tirannia dittatoriale che ha ci ha già tutti schedati con vari pretesti, occorre intelligenza, astuzia, creatività. Dunque non violenza. Seguitare a lamentarsi sul web o nella realtà materiale, non serve a niente, soprattutto alla causa di liberazione dal male che ci affligge.
Prima cosa: uno sciopero fiscale nell’intera Unione europea. Non si pagano più tasse inique che servono prevalentemente a mantenere una casta di parassiti , e soprattutto a fare la guerra per sfruttare i paesi del terzo e quarto mondo, scatenando esodi di masse bibliche, soprattutto in Europa, al fine di sconquassare definitivamente il vecchio continente. Con tale sistema chi tira le fila riesce a scardinare i sistemi sociali europei, soprattutto in Italia, il primo punto di approdo. E qui il razzismo, anche se qualche deficiente soffia sul fuoco, non c’entra niente. Il dito va puntato contro chi sfrutta l’Africa e il Medioriente, e ha trasformato anche l’Europa in una colonia a stelle e strisce.
Seconda cosa: in gran massa non si va a votare. Il 25 maggio si disertano le urne e si va a fare una gita all’aria aperta. Come detto prima, il sistema è palesemente truccato e richiede la nostra ratifica periodica per strangolarci meglio. Non ha senso inviare dei burattini subordinati a Strasburgo, e mantenerli inutilmente a sbafo.
Terza cosa: uno sciopero generale ad oltranza: consumi (in particolare il gioco d’azzardo e le lotterie), trasporti, lavoro (per chi ancora ne vanta qualcuno).
Quarta cosa: costituzione in ogni Paese europeo di un Comitato di liberazione nazionale che raccolga il meglio dell’umanità ancora pensante e non sottomessa al profitto e al dominio di pochi squilibrati.
Queste sono le premesse fondamentali da cui partire per l’autodeterminazione dei popoli, un diritto universale. Niente illusioni: la tirannia si può soltanto abbattere, non riformare. E allora, addio anche all’euro.

E’ l’ora di passare dal dire al fare, senza divisioni in tifoserie e consorterie. Gli schemi destra, centro e sinistra sono ormai logori. Basta padroni e sfruttamento. Sveglia dal letargo: la scintilla che risveglia l’Europa può partire dall’Italia, ma staccate la spina alla televisione.

 

Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

  Autore: Francesco Amodeo

Da quando studio le logiche delle elites assolutiste che muovono le fila dei nostri governi, dei nostri media, che scelgono i nostri politici, che impongono i trattati e che inducono e strumentalizzano le crisi economiche sono sempre riuscito a mettere insieme tutti i pezzi del mosaico seguendo la loro ideologia che alimentata dall’arroganza del potere li porta a commettere numerosi errori a lasciare prove e tracce evidenti del loro operato spesso anche volutamente in segno di disprezzo e sottovalutazione dei popoli che intendono soggiogare.
Ma i tempi sono cambiati, hanno accelerato troppo i loro progetti e seminato distruzione e disperazione finendo per accendere un riflettore sul loro operato. I fili con i quali hanno mosso i loro burattini non passano più inosservati, i governi fantoccio che hanno instaurato hanno una precisa tracciabilità e cominciano a destare sospetti. Continuando di questo passo la gente sarebbe insorta davanti ad un evidenza che neanche la miopia di un popolo anestetizzato da decenni poteva ancora lasciar passare inosservata. Così hanno cambiato strategia ed hanno vinto. Hanno ancora maledettamente vinto loro con uno scacco matto al mondo sovranista e antisistema. L’operazione che stanno portando avanti con il Movimento Cinquestelle è un’operazione impeccabile, studiata nei minimi termini, così minuziosamente congeniata da essere invisibile persino dall’interno.

 

Autore: Nicola Bizzi

È appena calato il sipario sull’ennesima carnevalata renziana alla Stazione Leopolda di Firenze, evento su cui sono stati puntati per due giorni tutti i riflettori dei media di regime, e si pone adesso la necessità di alcune riflessioni e considerazioni.

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Viaggio spesso per motivi di lavoro e devo ammettere che mi sono decisamente stancato, ogni volta che su un treno, su un aereo, durante una cena o una conferenza, quando mi capita di fare conversazione con qualcuno ed emerge il fatto che sono di Firenze, mi vengano sempre rivolte le stesse raccapriccianti domande o le stesse esclamazioni. Vale a dire: “Come è fortunato lei a vivere in una città amministrata da Renzi!”; “Ha avuto modo di incontrarlo?”; “Ah, Firenze, la città di Renzi!”, e così via…

Un tempo Firenze era conosciuta per altri motivi, soprattutto per l’Arte e la Cultura e per i capolavori del Rinascimento. A cavallo fra gli anni ’80 e ’90 era nota soprattutto per le vicende del “mostro” (il più gettonato argomento di conversazione di allora). Ma ho avuto modo drammaticamente di riscontrare che oggi, per la maggior parte delle persone con cui parlo, sia in Italia che all’estero, risulta inevitabile associare il nome della mia città a quello di Matteo Renzi.

Mi sono di conseguenza chiesto, tentando anche di darmi delle risposte, come sia stato possibile che un personaggio a mio avviso del tutto insignificante, palesemente inadatto a fare un ragionamento politico profondo e di senso compiuto, e con un volto che (almeno a me) non ispira alcuna simpatia, in sostanza una personificazione “del nulla che avanza”, sia diventato oggetto di un simile clamore mediatico.

Conosco Matteo Renzi, ho avuto l’occasione di parlare con lui alcune volte, e vi assicuro che, a parte le frivolezze di circostanza sui livelli di ozono in città durante l’estate e sui goal della Fiorentina (a me il calcio poi neppure interessa), ogni volta che ho provato a fargli una domanda seria sulla sua progettualità politica o sull’economia, ha abilmente glissato e divagato, pronunciando frasi di circostanza e guardando nervosamente l’orologio.

Certo, per carità, per Firenze, come Sindaco, qualcosa di buono lo ha saputo fare. La città era governata da oltre vent’anni da una disgustosa cricca di potere affaristico legato al carrozzone del vecchio PCI (poi trasformatosi gattopardescamente in PDS, in DS e in PD) che faceva il bello e il cattivo tempo, con conflitti di interesse di inaudita portata e sotto lo sguardo compiaciuto e assente di una certa magistratura politicizzata. Divenuto Sindaco, il “ragazzo” ha abilmente decapitato questo marcio sistema di potere sostituendolo con una squadra di boy-scout composta per lo più da suoi coetanei, magari animata da buona volontà, ma nella pratica, da un lato troppo inesperta per governare bene una grande città e, da un altro (fortunatamente) ancora alle prime armi per dedicarsi a tempo pieno alle ruberie della politica. Essendo quindi stato chiamato dal solito elettorato con il prosciutto sugli occhi a sostituire il peggiore e più odiato Sindaco che Firenze abbia mai avuto (quel Leonardo Domenici che, come premio per i suoi fallimenti, è stato mandato al Parlamento Europeo), era inevitabile che qualcosa di buono dovesse pur farlo. Ma, a parte aver evitato lo scempio del passaggio di un tram delle dimensioni di un Eurostar da Piazza del Duomo e aver ripavimentato alcune strade del centro, l’ex “ragazzo prodigio” ha utilizzato sapientemente Firenze come palcoscenico per proporsi alle masse come il volto nuovo, come una sorta di messia destinato a cambiare l’Italia, come un nuovo ed ennesimo “salvatore della Patria”.

In rete esistono decine di siti che hanno tentato, mediante ragionamenti di largo respiro, di interrogarsi su chi sia realmente Matteo Renzi e sui retroscena della sua folgorante carriera politica che, da giovane militante dei comitati per Prodi (buono quello!) lo ha visto divenire prima segretario provinciale del PPI e poi della Margherita di Rutelli e di Lusi, poi, a soli 28 anni,  Presidente della Provincia di Firenze, poi Sindaco e, progressivamente, il personaggio politico più presente in assoluto nei programmi televisivi. Quello che, fra cene ad Arcore con il Cavaliere e incontri con Angela Markel e Obama, attraverso il “verbo” della rottamazione e dichiarazioni pubbliche incentrate sulla pochezza e sull’ovvietà, si sta candidando alla guida sia del PD e di un’Italia che affonda. Ebbene, tutti questi siti, pur facendo giuste osservazioni e ponendosi legittimi interrogativi sui suoi rapporti con la Massoneria e con i poteri forti della finanza internazionale, non ci danno delle risposte, non vanno oltre il pettegolezzo o le illazioni.

A noi non interessa il pettegolezzo. Quello lo lasciamo volentieri a Marco Travaglio e ad altri simili servi del sistema. A noi interessa che la gente apra gli occhi sulla verità, sul grande inganno nel quale siamo immersi fino al collo. A noi interessa constatare e far capire quella che è ormai un’evidenza: Matteo Renzi è un massone figlio di massoni!

Non ci interessa il fatto che magari non si trovino le prove di un suo effettivo “tesseramento”, di una sua affiliazione a qualche loggia. Renzi è l’espressione più diretta ed immediata di quella culturalità massonica di cui si servono i grandi burattinai del potere occulto per agire indisturbati ai danni della società. Questa massonicità lo investe come individuo, come parte integrante di un contesto politico di potere e come espressione di una cultura che è e resta prettamente massonica.

Per stessa ammissione del Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi, fra le fila degli iscritti al PD si contano oltre 4000 affiliati all’obbedienza di Palazzo Giustiniani (vale a dire quasi un quinto dei tesserati del partito), la maggior parte dei quali risultano in Toscana. E questo senza contare i tesserati che fanno capo ad altre obbedienze massoniche diverse dal G.O.I., che sono comunque molto forti e radicate sul territorio.

Il mondo è governato da circa 1000 grosse banche, quasi tutte sotto il diretto controllo di potenti famiglie come i Rotschild e i Rockfeller. La Massoneria rappresenta il loro braccio esecutivo nello scegliere e nel selezionare quei leader politici più idonei, più gestibili e maggiormente manovrabili che, insediatisi nei posti chiave del potere, favoriscono gli interessi di chi realmente comanda e decide. Matteo Renzi rientra perfettamente in questo schema, ed è il prodotto di una abile e pianificata campagna di marketing dai toni a stelle e strisce e dal sapore inconfondibilmente massonico. Una campagna di marketing senza dubbio preparata già da anni, e finalizzata a lanciare mediaticamente e politicamente un “volto nuovo” in un certo senso predestinato ad assumere le leve del potere e a fare di conseguenza, una volta Presidente del Consiglio, gli interessi di chi sta nella cabina di regia.

Questa è l’idea che mi sono fatto personalmente di Matteo Renzi, un personaggio abilmente costruito a tavolino e curato nei minimi dettagli per quanto riguarda il look, la gestualità, il tenore e il contenuto dei discorsi, tanto che, nonostante risulti agli occhi dei più attenti una squallida scopiazzatura di Barak Obama, sta trovando sempre maggiori consensi sia fra un elettorato di sinistra ormai senza bussola e senza identità, sia fra l’elettorato di un centro-destra fiaccato da vent’anni di Berlusconismo e di promesse non mantenute.

Non so voi, ma io in questa cabina di regia ci vedo chiaramente i volti del Bilderberg, dei Rotschild, della grande finanza internazionale e del Nuovo Ordine Mondiale.

Nicola Bizzi

Fonte: http://www.signoraggio.it/matteo-renzi-un-personaggio-costruito-dal-nuovo-ordine-mondiale/

Autore: Enrico Galoppini

Ci risiamo col “mostro islamico”.

Questa volta è un uomo in procinto di diventare padre, che si sarebbe opposto alla pratica di un parto cesareo a sua moglie.

Il condizionale è d’obbligo, perché dal breve articolo non si capisce se vi fosse un’emergenza o meno. Ossia, se si trattasse di un’urgenza o se il personale dell’ospedale stesse proponendo alla coppia, programmandolo in anticipo, un parto cesareo.

Viene da pensare alla seconda ipotesi, dato che marito e moglie hanno lasciato l’ospedale senza che la donna partorisse.

Fatto sta che sono intervenuti i Carabinieri per “calmare” l’uomo, e già questo basta a montare un “caso”, tanto più che si tratta di un “maschio” che dice la sua al riguardo del parto di sua moglie e, orrore degli orrori, è di “religione islamica”!

Già, uno strano personaggio un “maschio” che si preoccupa (condividendo e sostenendo le vedute della moglie? Non è dato saperlo…) di quel che concerne un parto, della nascita di suo figlio. Ed ancor più strano perché “islamico” (che metterà al mondo un altro “islamico”!).

Ma al di là della vicenda particolare, sulla quale potrebbero emergere altri dettagli, ci sono da fare alcune considerazioni di carattere generale.

Per prima cosa, un figlio – Islam o non Islam – nasce da un uomo e da una donna, quindi significa che anche l’uomo può dire la sua. O no? Oppure, in questo clima neofemminista che impone cretinate come le “quote rosa” e il “femminicidio”, il maschio è considerato alla stregua di un mero “riproduttore” e/o fornitore di sperma?

Sembrerebbe di sì, perché dopo le “banche del seme” è stato tutto un crescendo di delirio di onnipotenza, con conseguenze come quella di una gravidanza gemellare che, per un errore di qualche addetto dell’ospedale, una coppia si trova a dover portare avanti, mentre i genitori biologici potrebbero pretendere la “restituzione” dei bambini cresciuti per sbaglio nell’utero di una mamma che non è la loro, ma che, comprensibilmente, tenendoseli in grembo per nove mesi non potrà non considerare anche “suoi”.

Insomma, un bel pasticcio del “progresso occidentale”, un caso che non si era mai presentato – almeno in Italia – e di fronte al quale la legge non sa assolutamente che cosa dire: http://www.corriere.it/cronache/14_aprile_16/scambio-embrioni-contesa-le-mammeli-voglio-no-sono-miei-770dc1d6-c529-11e3-ab93-8b453f4397d6.shtml.

Poi va detto che sui cesarei molti ospedali ci marciano. Appena s’individua una minima “complicazione” vi è chi lo propone per evitare rogne, e tanti saluti se il bambino, qualora non si fosse messo a testa in giù a partire dalla trentasettesima settimana, avrebbe ancora tutto il tempo per farlo fino alla quarantunesima (più tre o quattro giorni, dipende dall’ospedale).

Conosco casi di bambini che si sono posizionati correttamente il giorno prima dell’ultimo “utile”, oltre il quale sarebbero stati praticati o l’induzione o il cesareo: è opportuno ricordare che al bambino poi nato naturalmente, con un cesareo “preventivo” si sarebbero negati tutti i doni previsti e forniti dalla natura, che oltre ad essere più rispettosa per la madre garantisce tutta una serie di benefici al bambino, che altrimenti, non pronto, viene letteralmente fatto nascere “di sorpresa”…

A ciò si aggiunga che molti si sono abituati a concepire “l’immigrato” come carne da macello, come mansueto utente di “servizi” inderogabilmente presentati come una manna da cielo, dai parti cesarei alle vaccinazioni “obbligatorie”. Insomma, queste persone – vuoi perché sono disinformate, vuoi perché sperano nel “progresso”, vuoi ancora perché temono di “creare problemi” – si prestano ottimamente a fungere da massa di manovra per vari interessi che ovviamente fanno girare tanti quattrini.

Così, se l’immigrato, per giunta musulmano, forse argomentando in maniera non appropriata anche per le difficoltà della lingua ed esasperato da chi non lo vuol stare a sentire, esprime un dissenso verso l’opportunità di un parto cesareo, ecco che gli si scatena la canea contro, compresa quella dei commentatori (in calce all’articolo), veramente degni dell’oscar dell’“islamofobo del giorno”.

A tutto ciò si aggiunga che anche parecchi italiani oramai del cesareo – se non necessarissimo – non ne vogliono più sapere, eppure ciò non scatena le rimostranze di chicchessia.

Quanto alla religione (e l’Islam nello specifico) che “proibisce” il cesareo, è presto detto.

Nell’Islam, come in tutte le religioni, si considera che la natura, che promana da Dio, abbia una sua “intelligenza” e che perciò ogni cosa, se svolta per l’appunto in maniera “naturale” è la migliore per l’essere umano. Ogni intervento “correttivo”, se non è giustificato da un imminente e grave pericolo, non ha ragione di essere, anche per il fatto che – ad un livello per così dire “filosofico” – pretendere di “migliorare”, “perfezionare” ciò che Dio ha già predisposto come “perfetto” è pura e semplice blasfemia e, soprattutto, ingratitudine.

Ma per un musulmano, o un qualsiasi altro credente che non intenda ridurre la religione ad ideologia e a bandiera “identitaria”, oggi son tempi duri, perché tutto rema contro.

Ogni cosa deve essere controllata, manipolata ed artefatta con la scusa del “nostro bene”. Tra le altre delizie, si annoverano i semi transgenici, i fabbricanti di opinioni dei media, la mania del “benessere” e della “vita comoda”, la medicalizzazione dell’esistenza. Il tutto mirante all’espropriazione  di quei saperi e quelle risorse che ciascuno ha dentro di sé e a cui saprebbe attingere se solo lo si educasse a riconoscerli. Il che, applicato alla salute, vuol dire che potenzialmente ciascuno è in grado di essere il medico di se stesso, a patto che venga guidato gradualmente, come in un “cammino spirituale”, a questa basilare consapevolezza.

Per questo, l’aver associato automaticamente il parto agli ospedali è pura e semplice follia, che non a caso uno stuolo di novelli missionari laici delle Ong s’ingegna di diffondere anche tra popolazioni per le quali è sempre stato normale partorire a casa assistiti da persone di fiducia. Ma questo è un sistema che ha un estremo bisogno di persone eterodirette, bisognose di essere “aiutate”. Quindi, di “malati”.

In un simile clima di alienazione nel quale ogni affermazione di “autarchia” desta immediate grida d’allarme da parte del gregge belante ben ammaestrato da chi ha tutto l’interesse a tenerlo in condizione di dipendenza, non stupisce perciò che vi sia anche chi è fermamente convinto che il futuro dell’uomo è quello di un essere che va oltre l’uomo stesso, fino a trasformarlo in un cyborg!

Ecco così che chi rifiuta un cesareo in nome delle sue convinzioni religiose diventa un “pazzo furioso” da internare e, possibilmente, espropriare della paternità una volta nato il bambino, tanto per ribadire che se elevano sempre più il livello delle pretese d’intromissione nelle nostre vite è anche perché esiste una massa di conformisti immediatamente pronta alla condanna sulla base dei più vieti stereotipi inculcatigli.

Tra questi, uno dei più potenti oggi è quello nei confronti della religione, non solo dell’Islam, tant’è che i media – strettamente controllati dalle medesime elite di “Big Pharma” che, guarda caso, detengono l’emissione e la circolazione della moneta, quindi di tutto quanto – si sono specializzati nella messa in guardia da qualsiasi pretesa d’indirizzare le proprie scelte di vita, per non parlare della “cosa pubblica”, in base ad una visione del mondo che al centro mette Dio e non l’uomo del “laicismo” e dei pretesi “diritti umani”. Il quale, povero illuso, potrà ingegnarsi quanto vuole ma non riuscirà mai creare alcunché, né a riprodurre con le sue sole forze quel mistero che è a tutti gli effetti la vita.

Questo spiega inoltre perché gli stessi che attaccano volentieri “l’islamico” perché non rispetta “i nostri valori” non sopportano l’idea che vi sia ancora qualcheduno che non considera l’aborto come un “diritto” ma come un crimine orrendo e odioso. Ebbene sì, ammazzare una creatura praticamente bell’e formata nel ventre della madre per la sola soddisfazione dell’ego è considerato un “valore” e un “diritto”!

Questo, signori e signore, è l’Occidente: la pretesa di controllare tutto il ciclo della vita, intervenendo in ogni modo con mille scuse, illudendosi di essere addirittura in grado di dare la vita e dare la morte. Il che è manifestamente assurdo, poiché, come sanno i musulmani e, con loro, tutti i credenti di questo mondo, solo Iddio è al-Muhyî e al-Mumît, “Colui che dà la vita” e “Colui che dà la morte”, perché solo Lui ‘alâ kulli shay’in Qadîr, “Onnipotente su ogni cosa”.

Non l’uomo moderno, che dall’alto della sua prosopopea, si erge a giudice di tutto e tutti, Dio compreso, di Cui si permette addirittura di pensare che in qualche cosa deve pure aver “sbagliato”.

Stando così le cose, non sorprende dunque che un padre, guidato anche dalla sua religione, dalle sue intime credenze, pensando probabilmente di fare il meglio per sua moglie e il suo bambino, venga additato come un esempio negativo per il semplice fatto che, anziché affidarsi ai moderni “dispensatori della salute”, ritiene più adeguato alla natura profonda dell’essere umano abbandonarsi fiduciosamente al suo Signore e a quel che ha stabilito per le Sue creature.

Autore: Thierry Meyssan
Fonte: http://megachip.globalist.it
Link: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=101983&typeb=0&Verso-la-fine-della-propaganda-statunitense-

Ci dicono che gli USA sono “il Paese della libertà”, e fanno guerra solo per difendere i loro ideali. Ma dopo la crisi ucraina non sono più gli unici a parlare [T. Meyssan]

L’impero anglosassone si basa su un secolo di propaganda. È riuscito a convincerci che gli Stati Uniti sono “il Paese della libertà”, e che si dedicano alle guerre solo per difendere i loro ideali. Ma la crisi attuale in Ucraina ha appena cambiato le regole del gioco: ormai Washington e i suoi alleati non sono più gli unici a parlare. Le loro menzogne sono apertamente contestate dal governo e dai mezzi di comunicazione di un altro grande Stato, la Russia. Nell’era dei satelliti e di internet, la propaganda anglosassone non funziona più.
Barack Obama parla bene. In realtà, il presidente Obama non scrive i suoi testi e passa le sue giornate a leggere sui suggeritori elettronici i discorsi scritti per lui. Nel frattempo, altri governano al suo posto.
Da sempre i governanti tentano di persuaderci circa la correttezza delle loro azioni, perché le folle non seguono gli uomini di cui si conosca appieno la cattiveria. Il XX secolo ha visto comparire nuove modalità di diffusione delle idee che non si fanno intralciare dalla verità. Gli Occidentali fanno risalire la propaganda moderna al ministro nazista Joseph Goebbels. È un modo per far dimenticare che l’arte di distorcere la percezione delle cose è stata precedentemente sviluppata dagli Anglosassoni.
Nel 1916, il Regno Unito creò la Wellington House a Londra, seguita da Crewe House. Contemporaneamente, gli Stati Uniti crearono ilCommittee on Public Information (CPI). Considerando che la Prima Guerra Mondiale contrapponeva le masse e non più solo le forze armate, queste organizzazioni hanno tentato di intossicare la propria popolazione altrettanto quanto quelle dei loro alleati e dei loro nemici.
La propaganda moderna inizia con la pubblicazione a Londra del Rapporto Bryce sui crimini di guerra tedeschi, che fu tradotto in trenta lingue. Secondo questo documento, l’esercito tedesco aveva violentato migliaia di donne in Belgio, e pertanto l’ armata britannica lottava contro la barbarie. È stato scoperto alla fine della prima guerra mondiale che l’intera relazione era una bufala, composta di false testimonianze con l’aiuto di giornalisti.
Da parte sua, negli Stati Uniti, George Creel inventò un mito secondo il quale la seconda guerra mondiale era una crociata delle democrazie per una pace volta a realizzare i diritti dell’umanità.
Gli storici hanno dimostrato che la guerra mondiale rispondeva sia a cause immediate sia a cause profonde, delle quali la più importante era la competizione tra le grandi potenze per espandere i loro imperi coloniali.
Gli uffici britannici e statunitensi erano organizzazioni segrete che lavoravano per conto dei loro Stati. A differenza della propaganda leninista, che aspirava a “rivelare la verità” alle masse ignoranti, gli anglosassoni cercavano di ingannarle per manipolarle. E per questo le agenzie statali anglosassoni dovevano nascondersi e usurpare delle false identità.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno trascurato la propaganda e le hanno preferito le Pubbliche Relazioni. Non si trattava più di mentire, ma accompagnare per mano i giornalisti affinché vedessero solo ciò che gli veniva mostrato. Durante la guerra del Kosovo, la NATO ricorse a Alastair Campbell, consigliere del primo ministro britannico, affinché raccontasse alla stampa una storia edificante al giorno. Mentre i giornalisti la riproducevano, l’Alleanza poteva bombardare “in pace”. Lo story telling puntava meno a mentire quanto semmai a distrarre.
Tuttavia, lo story telling è tornato in forze con i fatti dell’11 settembre 2001: si trattava di focalizzare l’attenzione del pubblico sugli attentati contro New York e Washington affinché non percepisse il colpo di Stato militare organizzato in quel giorno: il trasferimento dei poteri esecutivi del presidente Bush a un’unità militare segreta e gli arresti domiciliari di tutti i parlamentari. Questo avvelenamento avveniva particolarmente ad opera di Benjamin Rhodes, oggi consigliere di Barack Obama.
Nel corso degli anni successivi, la Casa Bianca ha installato un sistema di intossicazione con i suoi alleati chiave (Regno Unito, Canada, Australia e naturalmente Israele). Ogni giorno questi quattro governi hanno ricevuto istruzioni o discorsi pre-scritti dall’Ufficio dei media globali per giustificare la guerra in Iraq o diffamare l’Iran. [1]
Per la rapida diffusione delle sue bugie, Washington si è appoggiata, sin dal dal 1989, alla CNN. Nel corso del tempo, gli Stati Uniti hanno creato un cartello di catene d’informazione satellitari (Al-Arabiya, Al-Jazeera, BBC, CNN, France 24, Sky). Nel 2011, durante il bombardamento di Tripoli, la NATO giunse a sorpresa a convincere i libici che avevano perso la guerra e che era inutile resistere ancora. Ma nel 2012, la NATO non è riuscita a replicare questo modello e a convincere i siriani che il loro governo sarebbe inevitabilmente caduto. Questa tattica è fallita perché i siriani erano a conoscenza della manipolazione effettuata dalle televisioni internazionali in Libia e hanno potuto prepararsi [2]. E questo fallimento segna la fine dell’egemonia di questo cartello dell’«informazione».
L’attuale crisi tra Washington e Mosca sull’Ucraina ha costretto l’amministrazione Obama a rivedere il proprio sistema. Infatti, Washington ora non è più la sola a parlare, deve contraddire il governo e i media russi, accessibili ovunque nel mondo via satellite e via internet. Il Segretario di Stato John Kerry ha perciò nominato un nuovo vice per la propaganda, nella persona dell’ex direttore di Time Magazine, Richard Stengel [3]. Ancor prima di prestare giuramento, il 15 aprile, stava già occupando il suo ufficio e, dal 5 marzo, ha inviato ai principali mezzi di comunicazione atlantisti una “Scheda documentata” sulle «10 contro verità» che Putin avrebbe enunciato sull’Ucraina [4]. Si ripeteva il 13 aprile con una seconda scheda che presentava «10 altre contro-verità» [5].
Ciò che colpisce nel leggere questa prosa è la sua inettitudine. Punta a convalidare la storia ufficiale di una rivoluzione a Kiev e screditare il discorso russo sulla presenza di nazisti nel nuovo governo. Tuttavia, ora sappiamo che in realtà più che di una rivoluzione, si trattava casomai di un colpo di Stato organizzato dalla NATO e attuato dalla Polonia e da Israele mescolando le ricette delle “rivoluzioni colorate” e delle “primavere arabe”. [6].
I giornalisti che hanno ricevuto queste schede e le hanno ritrasmesse conoscevano perfettamente le registrazioni delle conversazioni telefoniche dell’Assistente del Segretario di Stato Victoria Nuland, sulla maniera in cui Washington avrebbe cambiato il regime a spese dell’Unione europea, e il ministro affari esteri estone Urmas Paets sulla vera identità dei cecchini di Maidan.
Inoltre, hanno poi appreso le rivelazioni del settimanale polacco Niesulla formazione – due mesi prima degli eventi – dei rivoltosi nazisti presso l’Accademia di polizia polacca. Quanto a negare la presenza di nazisti nel nuovo governo ucraino, equivale ad affermare che la notte è luminosa. Non è nemmeno necessario andare a Kiev, basta leggere gli scritti degli attuali ministri o ascoltare i loro propositi per constatarlo [7].
In definitiva, se questi argomenti contribuiscono a dare l’illusione di un ampio consenso dei media atlantisti, non hanno alcuna possibilità di convincere i cittadini curiosi. Al contrario, è così facile con internet scoprire l’inganno che questo tipo di manipolazione non potrà che intaccare ancora un po’ di più la credibilità di Washington.
L’unanimità dei media atlantisti in occasione dell’11 settembre ha consentito di convincere l’opinione pubblica internazionale, ma il lavoro svolto da molti giornalisti e cittadini, di cui sono stato il precursore, ha dimostrato l’impossibilità materiale della versione ufficiale. Tredici anni dopo, centinaia di milioni di persone sono diventate consapevoli di queste menzogne. Questo processo potrà solo crescere dato il nuovo dispositivo di propaganda statunitense. In definitiva, tutti coloro che riamplificano gli argomenti della Casa Bianca, specie i governi e i media della NATO, distruggono da soli la propria credibilità.
Barack Obama e Benjamin Rhodes, John Kerry e Richard Stengel hanno effetto solo a breve termine. La loro propaganda convince le masse solo per poche settimane e fa sì che si ribellino quando capiscono la manipolazione. Involontariamente, minano la credibilità delle istituzioni degli Stati della NATO che le ritrasmettono consapevolmente. Hanno dimenticato che la propaganda del XX secolo poteva avere successo solo perché il mondo era diviso in blocchi che non comunicavano tra loro, e che il suo principio monolitico è incompatibile con i nuovi mezzi di comunicazione.
La crisi ucraina non è finita, ma ha già profondamente cambiato il mondo: nel contraddire in pubblico il Presidente degli Stati Uniti, Vladimir Putin ha compiuto un passo che ormai impedisce il successo della propaganda statunitense.
NOTE:
[1] «Un réseau militaire d’intoxication», Réseau Voltaire, 8 dicembre 2003.
[2] «La NATO sta preparando una grande operazione di disinformazione», di Thierry Meyssan, Komsomolskaija Pravda, Rete Voltaire, 10 giugno 2012.
[6] «Ucraina: la Polonia ha addestrato i golpisti due mesi prima» di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 17 aprile 2014.
[7] «Chi sono i nazisti nel governo ucraino?», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 2 marzo 2014.

 

il magliaro

Su Libero di venerdì 18 aprile,compare un articolo diFrancesco De Dominicisintitolato “Molto,peggio dell’Imu,la Tasi si mangia gli 80 euro”.
E’ quanto da tempo sosteniamo (vedere in giugno,il pagamento prima rata….guarda caso,dopo le europeee..) e che ci fa piacere altri abbiano rilevato.

Qui di seguito,le altre frottole del DEF


I numeri falsi del DEF

Tutti sanno che il valore del DEF è assai relativo. Cifre che vengono proiettate a cinque anni, ma che vengono poi riviste – in genere assai pesantemente – ogni sei mesi. Del resto è ben noto come le previsioni economiche siano normalmente assai meno attendibili di quelle meteorologiche.

Tuttavia quei numerini, benché così volatili, qualcosa ci dicono. Ma quelli dell’edizione aprile 2014, targata Renzi-Padoan, sembrano davvero scritti sulla sabbia. Vediamo il perché, procedendo per punti.

1. La crescita

Nel comunicato diffuso dal governo si legge che: «Si proietta una crescita del PIL dello 0,8 per cento per l’anno in corso, con un graduale avvicinamento al 2,0 per cento nei prossimi anni».
A parte il fatto che un +0,8%, dopo una caduta del Pil di 9 punti dall’inizio della crisi, è solo un modesto rimbalzino fisiologico che nulla fa sperare per il futuro, è realistica la previsione del governo? Lo vedremo, ma intanto Fmi ed Ue prevedono un +0,6%. Siamo agli zerovirgola, d’accordo, ma visto che in ogni caso di zerovirgola si tratta anche questa differenza va segnalata.

Il comunicato parla poi, per gli anni a venire, di «avvicinamento al 2,0%», ma in realtà la tabella del DEF immagina la seguente progressione: +1,3% nel 2015, +1,6% nel 2016, +1,8% nel 2017, +1,9% nel 2018. Un’evoluzione lenta quanto inarrestabile. Già, ma quanto credibile? Se noi andiamo a leggere i DEF del passato scopriamo che il trucco è sempre il solito, e consiste nell’ammettere (ma mai fino in fondo) la defaillance del presente, abbellendo sistematicamente i dati attesi per gli anni futuri, in base alla nota legge che «prima o poi tutto finirà per il meglio».
Giusto per fare un esempio, è in base a questo criterio che il DEF 2011 prevedeva un +1,3% per il 2012 ed un +1,5% per il 2013, anni poi rivelatisi invece di profonda recessione.

Al di là del fisiologico rimbalzino, cosa autorizza a pensare ad un’inversione di tendenza riguardo alla crescita? Niente. O, peggio, delle ipotesi meramente ideologiche, senza alcun riscontro scientifico. Che le cose stiano così ci viene confermato da alcune proiezioni contenute nel DEF e messe in evidenza dal Sole 24 Ore del 9 aprile.
Secondo queste proiezioni, la «Riforma del mercato del lavoro» (alias precarizzazione estrema) varrebbe un incremento di Pil dello 0,8% al 2018; mentre un analogo incremento verrebbe determinato dalle «Liberalizzazioni e semplificazioni», e si potrebbe continuare con simili amenità. Qui, per brevità, mi sono limitato a citare il dato al 2018, ma valori in crescita progressiva sono indicati già a partire dal 2014.

Ora, è ormai un quarto di secolo che si liberalizza e si precarizza, ed in questo periodo la tendenza alla crisi non ha fatto altro che accentuarsi, fino ad esplodere violentemente nel 2008. Perché mai questa volta, invece, liberalizzazioni e precarizzazione – al di là della loro negatività sociale, che non ha bisogno di troppi commenti – dovrebbero compiere il miracolo?

Non solo, così come si sovrastimano gli effetti di queste misure, si sottostima invece l’effetto negativo della politica dei tagli alla spesa pubblica sul Pil. Un impatto che si vorrebbe contenuto tra -0,2 e -0,3%. E’ credibile tutto ciò quando si dichiara di voler arrivare a tagli di spesa di 32 miliardi di euro (pari al 2% del Pil) nel 2016?
Ovviamente no, ma chissenefrega, che l’importante è portare a casa la pelle alle europee.

2. La piena accettazione dei vincoli europei 

Com’era prevedibile, Padoan non ha fallito la sua missione, ed – almeno sulla carta – a Bruxelles arriveranno numeri perfettamente allineati con la tabella di marcia imposta dal Fiscal compact. Così, giusto per ribadire che da parte europea non c’è nessun allentamento dei vincoli, e che da parte italiana c’è il solito «obbedisco» di sempre.

Quanto sia credibile questo percorso di rientro del debito è un altro discorso, che vedremo più avanti. Sta di fatto, però, che il percorso rigorista viene accettato in pieno, come ci dicono i numeri che seguono.
Il rapporto debito/Pil, al 132,6% nel 2013, viene previsto ancora in aumento (134,9%) nel 2014, ma dal prossimo anno dovrebbe iniziare a scendere con velocità supersonica fino al 120,5% annunciato per il 2018. Una picchiata in linea con la tempistica di rientro del Fiscal Compact.

Idem per quel che concerne il famoso 3% nel rapporto deficit/Pil. Era questo il vincolo che Renzi faceva intendere di voler sfidare, ma le visite a Bruxelles, Berlino, e perfino nella Parigi dell’inadempiente ma politicamente decotto Hollande, hanno vivamente sconsigliato al berluschino fiorentino di insistere su quel tasto.
Evidentemente, l’annuncio di quello strappo altro non era che una delle tante sparate del bomba, ma di questo eravamo già certi.
Ecco allora il suo piano, che anziché essere di sfondamento è invece di mesto rientro.
Secondo il DEF al -3,0% del 2013, dovrebbe seguire un – 2,6% nel 2014, fino ad arrivare progressivamente addirittura al segno più (+0,3%) nel 2018.

3. Come verrà rispettato il Fiscal compact?

Eccoci allora arrivati al punto più interessante. Tanto più che il bomba ha già dichiarato che non vi saranno altre manovre. Ah no? E come li fa tornare i conti, con la bacchetta magica?
In realtà Renzi, probabilmente per la fretta che lo contraddistingue, non ha avuto modo di completare la frase, perché altrimenti avrebbe certamente detto che non vi saranno altre manovre… fino al 25 maggio, naturalmente.

Tra tutte le leggende, quella sul “Fiscal compact? No problem” è una delle più assurde.
A rilanciarla ci ha pensato Padoan, che ha affermato che basterà «ottenere una crescita nominale del 3%, di cui un 1% di aumento del Pil e un 2% di aumento dell’inflazione, e la ghigliottina ci sarebbe risparmiata, perché il debito si ridurrebbe in automatico per il solo effetto della crescita del Prodotto lordo».
(M. Giannini, La Repubblica del 9 aprile)

Semplice no? Peccato che la crescita sia sotto l’1% e l’inflazione vada dirigendosi verso lo zero.
E già solo per questo i conti non tornano. Ma non è questo il peggio. Il peggio, che è anche naturalmente il non detto, è che questo simpatico meccanismo di «rientro automatico» (a proposito, ma come mai il fior fiore dei bocconiani al governo non ci ha mai pensato prima?) si basa su un altro punto fermo, un numerino apparentemente innocente quanto foriero di nuovi pesantissimi sacrifici.

Abbiamo già visto il “virtuoso” rientro (sulla carta, beninteso) del deficit dal -3,0% del 2013 al +0,3% del Pil nel 2018. Si tratta di un recupero di 3,3 punti percentuali di Pil, pari all’incirca a 54 miliardi. Una massa di denaro che, se calcolata sull’avanzo primario, si ridurrebbe a circa 45 miliardi, in virtù della minor spesa prevista per gli interessi.

E qui dobbiamo aprire una parentesi. Siccome – soprattutto per gli effetti del Quantitative easing americano - il peso degli interessi è diminuito negli ultimi tempi, il governo si spinge a prevederne un ulteriore calo nei prossimi anni (dal 5,3% sul Pil del 2013 al 4,7% nel 2018). Calcolo abbastanza azzardato, non solo perché nuove crisi finanziarie sono assai probabili, non solo perché il Quantitative easing europeo (ammesso che si faccia) andrà probabilmente a dirigersi verso titoli del sistema bancario piuttosto che verso i bond del debito pubblico, ma soprattutto perché se si auspica una ripresa dell’inflazione essa andrà sì ad incrementare il Pil nominale, ma giocoforza aumenterà nella stessa misura i tassi sui titoli pubblici di nuova emissione.

Dunque, abbiamo visto che anche nella migliore delle ipotesiserviranno almeno 45 miliardi all’anno di tagli e/o nuove tasse. Ne serviranno certamente di più, perché la crescita sarà più bassa ed i tassi di interesse prevedibilmente più alti, ma anche volendo accettare la stima dei 45 miliardi – ovviamente non esplicitata nel DEF, ma facilmente ricavabile dai numeri lì esposti -, la domanda è: dove li prenderanno?

4. Da dove verrà questa montagna di denaro?

Come ognuno avrà ben capito entrano qui in gioco i tagli di spesa: addirittura 32 miliardi al 2016. Ma i tagli alla spesa non sono affatto una piacevolezza come si vorrebbe far credere mettendo all’asta le auto blu su e-bay. Essi andranno a colpire in primo luogo la sanità (comparto dove si concentra il grosso dell’acquisto di beni), il welfare (pensioni di invalidità), nonché il pubblico impiego, non solo tagliando i salari, ma diminuendo drasticamente il numero degli occupati. Che è poi un modo assai singolare di ridurre la disoccupazione sotto il 10%, come da un’altra recente sparata del bomba.

Ma anche prescindendo da queste considerazioni sociali – per noi ovviamente del tutto imprescindibili – resta il fatto che non solol’obiettivo di 32 miliardi è assolutamente irrealistico, ma che il governo (sempre nel DEF) dichiara di volerlo destinare alla riduzione del «cuneo fiscale», dunque con un effetto sui conti pubblici pari a zero. 
Naturalmente, solo il tempo ci dirà come andranno le cose, ma se i tagli verranno destinati all’aggiustamento dei conti salterebbe quella riduzione fiscale che, nelle dichiarazioni del duo Renzi-Padoan, dovrebbe essere uno dei fattori della mitica crescita. Dunque, ancora una volta, i conti non tornano.

Conclusioni (quando i nodi verranno al pettine)

La conclusione di questa breve disamina del DEF è assai semplice: il bomba mente sapendo di mentire.
I suoi sono numeri scritti sulla sabbia. Ma questa, ammettiamolo, non è una notizia. La notizia è che i suoi spazi di manovra sono gli stessi di chi l’ha preceduto. Lui è solo un venditore più bravo. Qualità non secondaria, come riconosce Fabrizio Forquet nel suo editoriale di commento sul Sole 24 Ore, laddove dice assai esplicitamente che Renzi è sì un populista alla ricerca di un facile consenso, ma che il blocco dominante non può farne a meno, perché senza consenso (vedi Monti e Letta) non sarebbe possibile portare in porto le (contro)riforme che interessano a lorsignori.

I quali gridano evviva per un DEF truffaldino, che mette i numeri che piacciono all’Europasenza dire con quali misure raggiungerli per non dispiacere gli elettori. Un trucco che verrà ben presto svelato.

E quando, tra qualche mese, i nodi verranno al pettine, quando insomma si dovrà discutere della prossima Legge di stabilità, il renzismo mostrerà appieno il suo straordinario vuoto strategico. Nel frattempo però, con uno straordinario sostegno mediatico, il bomba proverà ad incassare un buon risultato alle europee.
Che il boccone elettorale gli vada di traverso!

PS - A proposito di populismo (quello vero). L’organo degli “anti-populisti”, cioè La Repubblica, così titolava ieri a proposito del DEF:«Stangata su banche e manager».
Attendiamo un’ondata di suicidi di banchieri e manager di Stato, in caso opposto le scuse del direttore del giornale Ezio Mauro o, meglio ancora, del sig. De Benedetti, tessera n° 1 del Pd.
I disoccupati, che stanno veramente pagando la crisi, anche per le politiche sostenute da quel giornale e da quel partito, gradirebbero almeno di non essere presi in giro.

http://sollevazione.blogspot.it/2014/04/ecco-svelato-limbroglio-del-def-di.html

Scritto da Aurora Lagravinese

 

pino

Per tantissimi anni non si è mai saputo se la mafia nella nostra Italia esistesse, o fosse una semplice voce di corridoio. Secondo alcuni era un’invenzione dei giornalisti, secondo altri un’enfatizzazione della delinquenza comune. I vari pentiti hanno chiaramente affermato che la mafia esiste e non era un’invenzione dei giornalisti, né tantomeno una voce di corridoio. Ne hanno spiegato l’organizzazione interna, hanno svelato i segreti più profondi, hanno parlato delle connessioni con la politica e le imprese, delle estorsioni, della divisone del territorio, dei traffici.  A questo punto risulta impossibile accettare come legittima ogni sorta di disconoscimento del fenomeno mafioso, e delle varie connessioni ad esso legate. Chi voleva sapere ha avuto la possibilità di farlo.

Però, da questo momento in poi, pochi hanno contribuito alla lotta alla mafia attraverso la loro testimonianza, piuttosto hanno accettato passivamente la realtà criminale. Anche il silenzio di chi sa e non parla, di chi aiuta, di chi favorisce la mafie e i suoi componenti è un reato. La criminalità, attraverso la violenza, la strategia del terrore, si assicura un’incolumità inimmaginabile.

Ci sono alcuni uomini però, che hanno abbandonato il silenzio, l’omertà e hanno rivelato alle autorità competenti tutto ciò che sapevano. È inutile affermare che hanno letteralmente messo in gioco la loro vita e quella della loro famiglia. La mafia non ha l’abitudine di lasciare in vita le persone che la affrontano, che possono contribuire a farne condannare i componenti. Dunque, per la loro scelta di legalità, hanno accettato di lasciare la loro terra, la loro famiglia, partendo senza certezze e con molti interrogativi, <come se i criminali fossero loro> [Organizzare il coraggio di Pino Masciari]. Insomma uomini che si sono affidati e si affidano allo Stato, <che mettono la loro vita e quella dei loro familiari nelle mani del magistrato> [dott. Franco Roberti – Confessioni di un killer]. Lo stato, con la legge n°45 del 13 febbraio 2001, ha introdotto la figura del testimone di giustizia, e con questa ha esteso a loro, come aveva già fatto con i collaboratori di giustizia in precedenza, vari provvedimenti. Si parla di protezione fino alla effettiva cessazione del pericolo per sé e i familiari, alla capitalizzazione del costo di assistenza, ad una somma mensile a titolo di mancato guadagno. Insomma, almeno sulla carta, lo Stato mette il cittadino nella situazione ideale per la testimonianza.

Parliamo però della cruda realtà di questa scelta di lotta alla mafia. Assegni non corrisposti, scorta fantasma, documenti con nuova identità mai ricevuti. E ancora, case di copertura sporche, inadatte, assenza di ogni rappresentante delle istituzioni nei momenti cruciali del Programma di protezione. E se vogliamo che questa sia una condanna allo Stato, perché non parlare dei carabinieri, dei poliziotti, e anche dei giudici, che invece di incoraggiare la scelta di testimoniare contro la mafia, cercano di metterla in discussione?

I testimoni sono solo incoraggiati da quel senso dello Stato, da quel senso di giustizia che li ha portati fin lì. Dunque, vite in balia della loro scelta e dei sicari mafiosi pronti ad ammazzarli senza pietà alcuna. Sembra quasi si stia parlando di un altro stato e non di quello che ha approvato la legge 45\2001. Uno stato che incentiva l’omertà più che la testimonianza. Come si pretende che un cittadino svolga il suo dovere se le istituzioni non sono al suo fianco? Infatti la mafia è ancora lì, proprietaria del territorio, che controlla e gestisce ogni cosa. Se si vuole cambiare questa situazione in meglio, bisogna per prima cosa che lo Stato sia presente fisicamente, attraverso i suoi rappresentanti, e dove possibile anche umanamente. È questa consapevolezza di non essere abbandonati che permette di alzare la testa, di non sottostare più alle pretese assurde delle ‘ndrine calabresi, dei clan della Camorra, delle famiglie siciliane.

I testimoni di giustizia comunque hanno saputo far fronte alle disorganizzazione, alle mancanze e hanno continuato sulla loro via. Scorta, o meno, hanno testimoniato in aula, e con l’introduzione della prova orale, hanno fatto condannare uomini dei clan, così come gli uomini delle istituzioni. Nel momento in cui lo Stato era assente hanno contato sulle loro forze, sugli amici, sui sostenitori che danno una pragmatica impressione di aver fatto la scelta giusta. È questo il risultato di una sorta di rifiuto per principio di < quel puzzo del compromesso morale> di cui, a suo tempo, parlava Paolo Borsellino.

Anche se implicitamente raccontata, questa è la storia di Pino Masciari, il maggiore testimone di giustizia italiano, ma anche di molti altri che si conoscono meno, che hanno guardato allo Stato per tanti anni, chi più, chi meno, come un nemico corrotto, contro cui combattere quotidianamente, piuttosto che potersi affidare.

Sarebbe auspicabile per tutto il Paese, e non solo per le regioni meridionali, che per troppo tempo sono state ritenute le uniche interessate dal fenomeno mafioso, che lo Stato incentivi ogni testimonianza. È necessario che metta realmente in pratica ciò che l’ordinamento giuridico italiano prevede, che indaghi sulla parte losca, corrotta delle istituzioni. Infine è urgente che la situazione cambi, che si trovi un modo concreto per proseguire efficacemente nella lotta alla mafia.

Articolo scritto da Aurora Lagravinese

Tratto integralmente da: http://teenreporters.cogitoetvolo.it/qui-la-mafia-ha-perso/

Autore: Marcello Foa

Fonte: http://www.enzopennetta.it/2014/04/puo-andare-peggio-di-cosi/

Vorrei scrivere non uno ma una decina di post. E mostrarvi il bellissimo, commovente, sconvolgente reportage “Il più grande successo dell’euro”, realizzato  in crowdfunding da i 101 Dalmata, di cui al convegno é stata mostrata un’anteprima. E, ovviamente, dar conto, come richiesto da molti di voi, del mio intervento sui sui media e la crisi. Manterrò la parola. Per ora devo limitarmi  a riportare tre concetti che mi hanno colpito. Anzi, due idee e una sconcertante eppur illuminante rievocazione.

I concetti:

1) Non è vero che bisogna stare nell’euro per fare le riforme. E’ vero esattamente il contrario: oggi i criteri di Maastricht, il Fiscal Compact, le imposizioni della Troika impediscono ai singoli Paesi di adottare le misure che sarebbero necessarie per rilanciare davvero l’economia.

Oggi invece siamo in una situazione in cui la Troika invita i Paesi a far di più per la crescita ma al contempo impone misure di austerità così dure, draconiane, insensate da rendere impossibile un rilancio dell’economia.Anzi, quelle misure finiscono per peggiorare la situazione. E poi, considerato che nessun Paese riesce  a rilanciare – perché é impossibile, a meno di violare le leggi della natura – la stessa Troika incolpa gli stessi Paesi, che in realtà sono incolpevoli perché da anni stanno seguendo – inutilmente! –  la volontà di Bruxelles (come l’Italia, le cui entrate correnti sono da tempo superiori alle uscite correnti. A proposito: lo sapevate?). Ecco perché la situazione è molto diversa da quella descritta dall’establishment e dalla maggior parte dei media.

Se resti non puoi crescere e verrai continuamente rimproverato, punito. Non hai speranza.

Se esci torni ad essere libero di riformare l’economia, di liberare la forza dell’imprenditoria oggi avvilita, di riprendere il controllo della propria moneta.  E, non appena ridato forze a un’economia oggi anemica, di tagliare gli sprechi, di tenere sotto controllo il deficit, di ridurre davvero e in modo duraturo il debito pubblico. Insomma, puoi giocartela.

2) Oggi il fronte europeista terrorizza gli elettori sostenendo che lasciando l’euro la gente perderà il lavoro, le case perderanno valore, l’economia morirà. Ma, pensateci bene, come ha rilevato lo stesso Bagnai: tutti questi catastrofici effetti si sono già manifestati, in misura drammatica in Grecia, in modo sempre più evidente in un’Italia dove la disoccupazione ha raggiunto punte mai viste e dove il mercato immobiliare è in caduta libera.

Dunque di cosa bisogna avere paura? L’euro vi ha già rovinato la vita…

3) La rivelazione. Giorgio La Malfa ha evocato un  incontro con Tommaso Padoa Schioppa, scomparso alcuni anni fa, e considerato uno dei padri dell’euro e di questa Europa. Un giorno La Malfa gli disse: “Tommaso, guarda che l’euro non può funzionare”. Risposta di Padoa Schioppa: “E cosa credi che non lo sappiamo?”

Capito?

Serve altro?

MarcelloFoa

Fonte: http://www.infiltrato.it/politica/nomine-manager-di-stato-renzi-la-combina-grossa-piazza-il-suo-avvocato-nel-cda-enel

 

renzi vergognoso

L’indiscrezione, raccolta e rilanciata da Dagospia, è una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere contro (il fu) rottamatore. Nella tornata di nomine per i manager di Stato, Matteo Renzi riesce a combinarla davvero grossa, piazzando il suo avvocato Alberto Bianchi nel cda dell’Enel. Ecco le sette domande scomodissime che Dago pone a “Pittibimbo”.

1 – Che farà il ferroviere Mauro Moretti del settore ferroviario di Finmeccanica, che era in via di dismissione?

2 – Emma Marcegaglia, amministratore dell’omonimo gruppo siderurgico, avrà per caso dei conflitti d’interesse da risolvere, prima di fare il presidente dell’Eni?

3 – Descalzi, Moretti e Starace, insieme, fanno 73 anni nelle imprese di Stato. Sicuri che la storia dei tre mandati non fosse una scusa per far fuori qualcuno?

4 – Francesco Caio ha 57 anni, Francesco Starace 59; Mauro Moretti 61 e Gianni De Gennaro 66. Invece Alessandro Pansa e Flavio Cattaneo ne hanno 51 e vanno a casa. Il Rottam’attore alla fine ha optato per l’usato sicuro?

5 – Al momento di privatizzare le Poste, come verrà presentato agli investitori internazionali il curriculum di Luisa Todini? Come quello di un’ex eurodeputata di Forza Italia o come quello di una ex industriale?

6 – La designazione di Roberto Rao, ex deputato Udc ed ex portavoce di Pierfurby Casini, per il cda delle Poste, come la vogliamo chiamare? Nuovo che avanza?

7 – Adesso che Monica Mondardini resterà in Cir, quanto sarà felice Rodolfo De Benedetti?

PS – Pittibimbo senza vergogna, il suo avvocato Alberto Bianchi (fondazione Open), nel Cda dell’Enel!

- See more at: http://www.infiltrato.it/politica/nomine-manager-di-stato-renzi-la-combina-grossa-piazza-il-suo-avvocato-nel-cda-enel#sthash.igmxpXWp.dpuf

Fonte: http://www.ilnord.it/c-2873_LETTERA_APERTA_A_RENZI_DI_LE_FIGARO_FORMI_UN_FRONTE_LATINO_GUIDATO_DA_ITALIA_E_FRANCIA_E_FACCIA_SALTARE_LEURO

La Gran Bretagna occupa una posizione marginale nel grande dibattito sull’Europa. La chiave di volta è la Francia, che sta diventando velocemente un calderone dei punti di vista euroscettici/Poujadisti della destra, delle idee keynesiane reflazionistiche anti-UEM della sinistra, uniti alla messa in discussione della saggezza dell’unione monetaria che attraversa l’establishment francese.

Marine Le Pen del Front National è in testa all’ultimo sondaggio IFOP sulle elezioni europee del 24 del mese prossimo. Il suo programma chiede delle misure immediate di uscita dall’euro e ritorno al franco, e un referendum sul ritiro dalla UE.

I Gollisti sono al 22.5%. Il grande partito di centro-destra della politica francese del dopoguerra sta fallendo miseramente l’opportunità di sfruttare il crollo dei consensi del presidente François Holland. Segue il Partito Socialista col 20.5%. Il Front de Gauche è all’8.5% e non è esattamente amico di Bruxelles.

Gli eredi di Charles de Gaulle stanno assistendo al distacco del loro fianco destro, che si sposta verso il Front National, proprio come una parte dei Tory si è staccata per andare all’Ukip. Inutile dirlo, non ne sono contenti. Una riunione del partito durante il fine settimana è stato un caos di dissenso euroscettico.

Xavier Bertrand, ex ministro del lavoro, ha detto che è tempo di abbandonare l’asse franco-tedesco, che è stato il principio guida della politica estera ed economica francese per mezzo secolo: “E’ importante, ma non dovrebbe essere l’alfa e l’omega del punto di vista francese. – ha detto – Come possiamo perseguire una politica energetica se gli interessi di Francia e Germania sono così diversi. Su questo campo è meglio lavorare con gli inglesi, e lo stesso vale per la difesa europea. Dobbiamo riconoscere che l’allineamento con la Germania ci impedisce di spingere per un’altra politica della BCE, che favorisca la crescita e l’occupazione”, ha concluso.

Attilio Folliero, Caracas 12/04/2014

Chi dipende dal gas russo? Secondo le statische riportate dal “The Economist” e relative all’anno 2012, molti paesi dipendono dal gas russo; alcuni per il 100%, la totalità degli approvvigionamenti, come Lituania, Estonia, Lettonia e Finlandia; altri hanno una forte dipendenza: Austria e Slovenia importano il 60% del loro fabbisogno dalla Russia, Polonia e Turchia il 59%, Repubblica Ceca il 57%, Grecia il 56%. Praticamente tutti questi paesi non possono sopravvivere senza il gas russo.

In realtà tutti o quasi tutti i paesi della Unione Europea hanno una forte dipendenza dal gas russo; mediamente i paesi UE importano circa un quarto del loro fabbisogno gassifero dalla Russia: la Germania importa il 37% del proprio fabbisogno, l’Italia il 29%, la Romania ed il Lussemburgo il 24%, la Francia il 16%. Olanda, Belgio e Regno Unito sono i meno esposti.

L’Unione Europea ha annunciato di voler cercare fonti alternative al gas russo per ridurre appunto la dipendenza; in realtà si tratta solo di parole vuote perchè al momento non esistono alternative al gas russo, se non investendo centinaia di miliardi per nuove infrastrutture; miliardi di investimenti che da un lato sono impossibili da reperire almeno per il momento e dall’altro lato farebbero comunque  aumentare enormemente il prezzo di questa materia prima e per conseguenza di tutta la catena produttiva, con serie ripercussioni sulla competitività dei prodotti europei.

Tito Pulsinelli, Selvas Blog, 15/04/2014

Che tempi memorabili quelli in cui un presidente russo prendeva a cannonate la sede del parlamento e poi mise all’asta tutto -letteralmente tutto- per quattro spiccioli. Era la vera e propria conquista dell’est per i globalisti. Per la modica spesa di 600 milioni di dollari, si aggiudicarono tutti i giacimenti, pozzi, condutture, raffinerie e stazioni di servizio dell’industria petrolifera. Una manna, e che simpatico quel Yeltsin, autentico eroe della democrazia elitista -versione etilica – che l’Occidente applaudiva fino a spellarsi le mani. Tempi virili, in cui i gagliardi “globalizzatori” sputavano anche nel piatto da cui si ingozzavano. Vendettero la pelliccia dell’orso prima di averlo abbattuto. I maestri del galleggio si accalcarono attorno al carro del vincitore per rinnegare la “pianificazione”. In tutte le contrade, sgomitavano i neofiti (di primo e ultimo pelo) del novello sacerdozio del liberismo totale del “mercato”, borse e banche.
Spolparono quasi tutto, poi il “gran” Yeltsin passò a miglior vita. Non fecero in tempo a dargli in premio Nobel. Si sa, sono sempre i migliori ad andarsene. Le vacche ancora disponibili erano quelle più scheletriche. Inatteso come le sette piaghe, però, arrivò un abominevole uomo delle nevi, un temibile tiranno eurasiatico. Riprese a sventolare improbabili bandiere eretiche e antimoderniste: sovranità, protezionismo, centralità dello Stato nell’indirizzo della nazione, identità nazionale, economia mista. In più, una “assurda” pretesa di mantenere separato il potere economico da quello politico. Ad ogni costo.
Putin aprì le porte delle carceri a coloro che -alla ricchezza generata da delinquenziali privatizzazioni-volevano aggiungere anche il comando politico della Russia, con la compra all’ingrosso di elettori e di tutti i media. Tra Putin e i nuovi oligarchi venuti dal nulla, l’Occidente si schierò con questi ultimi. E voltò le spalle al volgo, disprezzandone l’iperdonabile  “populismo”. Mise in chiaro che democrazia si coniuga perfettamente con mafie organizzate, se aprono conti nelle banche di Londra.
L’ex colonnello del KGB, strappando all’arbitrio dei “mercati” il controllo delle risorse strategiche della nazione, generò i mezzi necessari per rinsaldare l’intelaiatura post-sovietica. Mise fino al culto dell’ognuno per se e mercato per tutti. Potè sostenere la domanda sociale di una popolazione data in pasto alle divinità antropofaghe del “modernismo”. Riuscì a rinsaldare la coesione sociale e il vigore del braccio armato, indispensabili per ogni progettualità propria. I distributori automatici di coccarde e brevetti democratici malcelavano lo stupore per il ciclo di +7% di crescita del sacro PIL.
Durante l’olimpiade di Pechino, portò una risposta militare fulminante alle provocazioni nel Caucaso da parte della Georgia, dimostrando che molta acqua era passata sotto i ponti dopo la disintegrazione della Yugoslavia. L’espansione abusiva della NATO verso est, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia, era finita. La complicità atlantista della classe dirigente europea, con l’avallo dato a questo inganno, rinuncia all’occasione storica di ricostituire una difesa propria. Andò a rimorchio, non riprese le redini del destino geopolitico. L’ebrezza del neoliberismo è un lenitivo immediatista, risibile rispetto alla negata funzione di ponte storico tra le Americhe e l’Asia, Medioriente e Nordafrica.
Gli europei non hanno il diritto di scambiare manufatti e tecnologie con l’energia e materie prime russe. La proposta di un partenariato che apra la grande area eurasiatica, va oltre la dimensione meramente doganale. Perchè dischiude un’orizzonte di pace basato sulla coperazione di lungo periodo e la complementarietà. Non c’è stata risposta al discorso rivolto in lingua tedesca da Putin al Bundestang di Berlino.

Fonte Libreidee via Vocidallastrada, 16/04/2014

«Si dice che la crisi e laguerra servano al sistemacapitalista per ridurre le capacità produttive in eccesso, anche quando si presenta un “eccesso” di capitale umano». Stefano Porcari, su “Contropiano”, commenta così l’ultimo report del Fmi, secondo cui la nostra vita media è diventata troppo lunga, e quindi troppo onerosa: la crescente longevità rende i sistemi pensionistici sempre più costosi e questo produce un impatto negativo sui conti pubblici. L’analisi del Fondo Monetario Internazionale è contenuta nel “Global Financial Stability Report” 2014. In particolare colpisce “l’allarme longevità” delFmi. Ma la longevità non dovrebbe essere un indicatore positivo, per una società sviluppata che si rispetti? Non per il Fondo Monetario, secondo cui i governi dovrebbero affrettarsi ad “adeguare” i loro sistemi di welfare alzando l’età pensionabile e tagliando le pensioni pubbliche. 
«Non è la prima volta che torna su questo tasto, e non è certo un bel segnale», scrive Porcari, commentato il rapporto del Fmi. Secondo il Fondo Monetario – uno dei massimi poteri mondiali – l’impatto dell’allungamento delle aspettative di vita sull’economia e i conti pubblici degli Stati è profondo e occorre provi rimedio.
«Se nel 2050 la vita media si allungasse di tre anni in più rispetto alle attese attuali (in linea con la media del passato, peraltro sottostimata) sarebbero necessarie risorse extra pari all’1-2% annuo del Pil», scrive il report del Fmi. «Per le economie avanzate, questo significa per il prossimi 40 anni un costo totale aggiuntivo pari al 50% del Pil del 2010 (per le economie emergenti, invece, la stima è pari al 25% del Pil 2010)». I “suggerimenti” del Fmi ovviamente spingono nella direzione della finanziarizzazione della previdenza e dei sistemi pensionistici.

Oltre all’aumento dell’età pensionabile, preferibilmente collegandola con meccanismi automatici all’aumento delle aspettative di vita, si raccomanda l’aumento dei contributi pensionistici o la riduzione dei benefit, lo “stimolo” verso prodotti finanziari (fondi pensione, assicurazioni) che tengano a loro volta conto dell’aumento delle aspettative di vita, nonché «un buon bilanciamento del rischio determinato dall’aumento delle aspettative di vita fra settore pubblico e privato», anche se questo rischio, sui mercati finanziari, «va trasferito dai fondi pensione a soggetti che sono più attrezzati per gestire, appunto, i rischi finanziari, cioè gli squali dei fondi di investimento», osserva “Contropiano”, che conclude: prima o poi, si arriverà addirittura a «ridurre le aspettative generali di vita», per farla finita, una volta per tutte, con «la jattura della longevità».
Ennio Montesi, 16/04/2014
 
«Tutti i senza tetto d’Italia potrebbero sfondare le porte delle abitazioni dei preti, dei vescovi e dei cardinali nel momento in cui nelle case non ci sono persone. Basta che i senza tetto si mettano a fare la punta scegliendo il momento in cui l’immobile è vuoto, cioè con nessuno in casa. A quel punto potrebbero prenderne possesso immediatamente. I senza tetto si riprenderebbero quello che è stato loro rubato. È fondamentale che i senza tetto cambino subito la serratura della porta della ex casa del prete o del vescovo o del cardinale così che per molto tempo nessuno potrà farli sloggiare. La legge italiana è garantista e dalla parte degli sfondatori di abitazioni. Probabilmente per molto tempo nessuno, né polizia, né carabinieri, né magistratura potranno fare sloggiare legalmente i senza tetto. Una volta che arrivasse l’ordinanza, nessun problema: i senza tetto possono ricominciare l’azione in un’altra abitazione dei preti, vescovi e cardinali. E così via per sempre. Le case dei preti, vescovi e cardinali possono diventare le case dei senza tetto.»
Ennio Montesi
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