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Palestina Israele

Postiamo con affetto questo scritto di Fulvio Grimaldi; giornalista, scrittore, documentarista disincantato, con gli occhi aperti e l’anima gonfia.

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(Ragazzi, questa è tosta per lunghezza. Abbiate pietà considerando che è un po’ che non vi importuno, che sarà un altro po’ prima che riappaia, che si tratta del capitolo finale di un libro in lavorazione e che il pezzo è diviso in 4 parti è può essere consumato a tappe).

PARTE PRIMA
Viva le forze armate, viva la guerra. Scrivo nel tempo che dalla mia finestra fa entrare i clangori della banda di paese, sindaco, uniformi e cravatte in testa. Si celebra la Festa delle Forze Armate, la Grande Guerra, la Vittoria. Dall’alto di monumenti e lapidi in tutta Italia, con incisi e rosi dal tempo i nomi di una generazione uccisa dai suoi padri, scendono sui corifei in ghingheri tricolori sputi e vomito. Burattini, questi, allora come oggi, di coloro che imbavagliandole e accecandole con il tricolore, dei sacrificati al dio Mammone strozzano in gola l’urlo da non far udire ai predestinati a venire: “ Morti non per Trento e Trieste. Leggi il resto di questo articolo »

La conferenza generale dell’Unesco ha votato a favore dell’adesione della Palestina come membro a pieno titolo dell’organismo Onu. L’annuncio è stato accolto dagli applausi della sala.

Immagine anteprima YouTube

Il friulano Fabio Capello è venuto a inaugurare l’annuale festa chiamata “Friuli D.O.C.” [1], che si tiene in questi giorni in centro a Udine. Ha tagliato il nastro (tricolore) insieme ad altre autorità, così da dare il via a quella che è una grande abbuffata di cibi e bevande. Le due colonne portanti sono il vino friulano e il prosciutto, ma non mancherà la carne e le salsicce alla griglia e, per i vegetariani, frittelle di mele e tortini di mais. Per tacere del formaggio di malga. Quello di San Daniele è il prosciutto più famoso in Italia, dopo forse quello di Parma, ma nell’alta Carnia c’è un’isola alloglotta in cui vivono da secoli popolazioni di lingua germanica che sono conosciute per un tipo particolare di prosciutto, quello di Sauris, appunto, che ha la caratteristica di essere affumicato e di chiamarsi speck. Non è l’unico speck prodotto sulle Alpi, comunque.

Il quotidiano di Udine chiamato Messaggero Veneto non perderà l’occasione di titolare a piena pagina le cifre esorbitanti della partecipazione di pubblico, come anni fa faceva per la “Sagra dei Osei” di Sacile, ma che ora non può più fare a causa della decadenza di quella che è la più antica fiera venatoria. Deo gratias!

Sbattere in prima pagina la cifra di centomila visitatori a Friuli D.O.C. significa che il popolo friulano è compatto e saldo nelle proprie radici contadinesche e che, alla faccia della crisi economica, la gente vuole mangiare, bere e divertirsi. E la cultura?

Ce n’è anche di quella, naturalmente, inserita per darsi un tono, per non fare sempre e solo la figura dei crapuloni ignoranti. Ma non troppa, sennò la gente si stufa.

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fonte Civium Libertas

Per la prima volta in dieci anni l’esperto in materia di sionismo Alan Hart decide di fornire la propria versione di quella che da sempre reputa essere l’ipotesi più plausibile in merito a chi fossero i mandanti degli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono. L’autore ci indica i possibili gruppi di interesse e gli obiettivi geo-politici nel loro mirino.
In tempi recenti, Alan Hart è stato ospite del programma condotto da Alex Jones per una lunga intervista sul tema dell’11 settembre. Per chi non lo conoscesse, Alex Jones è il famoso – molto battagliero – conduttore radiofonico americano e attivista politico che da dieci anni conduce campagne di informazione a tappeto e manifestazioni nelle maggiori città americane per denunciare la falsa propaganda in merito agli attacchi dell’11 settembre e alle guerre da allora mosse contro l’Islam, e per chiedere indagini oneste e approfondite che facciano luce sulle reali tecniche impiegate per fare collassare edifici costruiti con criteri di estrema resistenza ad attacchi esterni.
Nell’intervista rilasciata ad Alex Jones, l’autore britannico Alan Hart spiegava che esistono ragioni ben valide per il suo decennale silenzio, non per ultimo la necessità di serbare il segreto su fatti a lui rivelati da fonti segrete negli ambienti che Alan Hart conosce come le proprie tasche. Inoltre, rivelazioni fornite senza citare le fonti è sempre un rischio per la credibilità del relatore e quindi della notizia stessa. Durante l’intervista durata un’ora, Alan Hart si è limitato a fornire la sua analisi sui possibili mandanti degli attacchi dell’11 settembre sulla base della sua profonda conoscenza personale degli ambienti tirati in ballo.
Il contenuto dell’intervista è sintetizzato nel breve scritto pubblicato dall’autore sul proprio blog per il decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre, ed è stato tradotto in italiano per Civium Libertas. La conclusione a cui arriva l’autore è chiara. Al lettore viene fornita la possibilità di scegliere tra due scenari ipotizzati, che tuttavia non cambiano la sostanza. Leggi il resto di questo articolo »

 

 

 

“Per fortuna nell’Africa ex inglese si uccidono poche giraffe. I cacciatori cominciano a vergognarsi di assassinare questi bei ruminanti. Quando arriveranno a vergognarsi anche dell’assassinio delle bellissime gazzelle e delle antilopi, l’umanità avrà fatto un passo notevole verso la vera pace, che non si riferisce solo alle lotte fra gli uomini, ma anche alla persecuzione che alcuni, fortunatamente pochi, esercitano sugli animali”

“Gli animali e la loro vita”, Autori Vari. De Agostini, 1971. Vol. II

 

 

La caccia e la guerra hanno la stessa matrice ideologica. Nascono, come idea, nelle stesse zone del cervello antico. Producono entrambe milioni di morti. Hanno gli stessi scopi di divertimento e profitto. Sono tutt’e due odiate dalla maggioranza delle persone, eppure godono di straordinaria vitalità e non sembrano destinate in tempi brevi a scomparire dalle abitudini umane, essendosi attaccate come zecche alla mente e alla coscienza degli uomini.

Non hanno, invece, una colorazione politica, poiché, sebbene esaltate ufficialmente dalla Destra, sono anche ben gradite dalla Sinistra, che all’occorrenza auspica un ricorso alle armi contro la Destra, il dittatore o il tiranno di turno.

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Scritto da Gianluca Freda
Lunedì 29 Agosto 2011 01:41

Utoya

I TESTIMONI PARLARONO DI PIU’ TERRORISTI DOPO CHE BREIVIK ERA STATO ARRESTATO
di Hans O. Torgersen, Andreas Ground Foss e Eivind Sørlie
dal quotidiano norvegese Aftenposten, 28-08-2011
traduzione di Gianluca Freda
“Da tre a cinque terroristi con pistole e fucili. Potrebbero esserci anche degli esplosivi sull’isola”. Così gli agenti di polizia di Nordre Buskerud e i capi delle squadre d’emergenza descrivevano la situazione mentre si dirigevano verso Utoya il 22 luglio.

Ora si è scoperto che la polizia forniva ancora questa interpretazione della situazione non solo mentre si recava ad Utoya, ma anche parecchio tempo dopo che Anders Behring Breivik era stato arrestato. Leggi il resto di questo articolo »

Nella scena finale del film “Mandingo”, uscito nel 1975, si assiste alla lotta furibonda tra il padrone bianco e lo schiavo negro, termine quest’ultimo all’epoca politicamente corretto, e il bestione di colore muore con un forcone infilzato nello stomaco. Da quando ho visto la foto dell’afroamericano con un ratto gigante del Gambia infilzato in un forcone da fieno, non riesco a togliermi dalla testa quel film.

Ormai, con i commerci che fanno viaggiare le merci in ogni più sperduto angolo del mondo, non ci si deve stupire che un mammifero gambiano sia finito nella Grande Mela. Come da molti anni a Genova ci sono quei velenosi ragni chiamati vedove nere, arrivati dentro i caschi di banane, così a New York, altra città portuale, via nave può arrivare di tutto.

Quel nuovaiorchese ignorante del quartiere di Marcy Houses [1], trovandosi di fronte a un ratto di grosse dimensioni, ha dato ascolto al suo istinto di selvaggio e si è adeguato alla consuetudine antica che vuole il ratto nemico acerrimo dell’essere umano, con l’uomo che compie giustizia sommaria al solo apparire di un individuo dalle sembianze rattesche. Della serie: sparate a vista. E non fate prigionieri. Ci sono al mondo più di 5.000 specie di roditori, quasi ogni giorno se ne scopre una nuova e solo di ratti ci sono 550 specie diverse, tutte utili agli ecosistemi e tutte pulite e piacevoli esteticamente. Tutte tranne una, il Ratto delle Chiaviche, che vive opportunisticamente in mezzo ai nostri rifiuti e ai nostri escrementi. Sarà per questo che lo odiamo così visceralmente: perché a livello inconscio odiamo noi stessi, la nostra animalità.

Ma da dove nasce, di preciso, questa atavica repulsione dell’uomo verso il grigio roditore baffuto? Non può essere riconducibile tutto alla Peste Nera, che sterminò un terzo degli abitanti d’Europa, perché a quell’epoca, e per molti decenni a seguire, nessuno aveva ancora capito che a trasmettere il virus fossero i ratti. Anzi, non si sospettava neanche l’esistenza di virus, batteri e microbi assortiti. Ci dev’essere dell’altro.

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Giornalisticamente parlando, se un cane morde un uomo non fa notizia, ma se un uomo morde un cane allora la notizia c’è, eccome! Di cani “assassini” ce ne sono stati tantissimi e ce ne saranno ancora, ma anche di tori “assassini”, cavalli “assassini”, elefanti “assassini” e si arriva anche all’astrazione di montagna “assassina”. Non parliamo poi dell’orca assassina. Mi viene in mente la storia della pagliuzza e della trave: tutti questi epiteti affibbiati a quegli animali che si permettono di compiere il grave reato di lesa maestà, servono per nascondere la realtà delle cose e sono quindi una cortina fumogena per trovare un vacillante alibi a quell’animale, bipede implume, che gli altri animali chiamano “scimmia assassina”. Avete già capito di chi sto parlando, vero?

Quando muore un bambino, sbranato dal migliore amico dell’uomo, quel migliore amico cessa, per un attimo, di essere un amico e diventa un nemico. Stavolta è toccato a una bimba australiana:

http://video.corriere.it/bimba-4-anni-uccisa-un-pitbull-/e69bbdf0-c964-11e0-a66c-10701cdb9ebd

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Sopra il campanello di casa, un mio amico ha attaccato un adesivo, con sullo sfondo l’aquila patriarcale friulana, che dice: “L’Italie e je in guere; jo no!”. Non credo che la traduzione sia necessaria. Nella coscienza collettiva degli italiani non è entrata l’idea che il Bel Paese stia combattendo con il proprio esercito in una lontana contrada di cui non sappiamo nulla.

Anche le notizie dal fronte, che riguardano unicamente le nostre perdite, non ci fanno entrare nell’ordine d’idee che stiamo combattendo una guerra. Si tratta di singoli morti e non elevano l’emotività degli italiani che sono da decenni abituati alle stragi. Solo Falluja, con i suoi 19 morti, è riuscita a raggiungere il quorum dell’emotività, ma anche quella storia ormai è stata dimenticata, come sono dimenticati i morti delle stragi di Stato.

Per arrivare ad ottenere il privilegio degli anniversari, si deve raggiungere almeno il centinaio di morti ammazzati. A Sant’Anna di Stazzema furono uccisi 560 civili, soprattutto donne e bambini, il che rende l’eccidio ancora più odioso e meritevole di essere ricordato ogni anno. Anche alle Fosse Ardeatine è successo qualcosa di simile. I sionisti, dall’alto dei loro presunti sei milioni di morti, sono riusciti in anni recenti a ottenere una giornata commemorativa, il 27 gennaio, al pari dei morti della prima guerra mondiale che hanno tradizionalmente, a loro disposizione, il 4 novembre. Ovviamente, le commemorazioni non servono ai morti ma ai vivi, per le loro manovre di condizionamento mentale e per la propaganda. I morti tacciono e solo i verbali dei processi per diserzione possono parlare, ma quella è roba per topi di biblioteca e studenti di storia che preparano tesi di laurea. Alla gente si raccontano le solite storielle patriottiche.

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A forza di sparare, sotto lo sguardo severo dei giudici, a piccioni, storni e quaglie, gli amanti delle armi si sono imbaldanziti e hanno fatto il famoso salto di specie, come virus impazziti e manipolati.

In Italia ci sono 750.000 seguaci dello scoppio calibro 12, ma quanti sono in Norvegia? A chi sparano? Sparano ad alci, cervi e forse anche agli odiati ghiottoni. Si mettono tute fosforescenti, a differenza degli sparatori nostrani che preferiscono la mimetica, e si disperdono negli umidissimi boschi scandinavi in cerca di grossa selvaggina. I loro colleghi marittimi s’imbarcano su baleniere e vanno a sparare ai cetacei, nonostante le preoccupazioni degli ecologisti che temono l’estinzione delle balene. Ci sono anche gli isolani delle Lofoten che si appostano sulle scogliere a picco sul mare e con lunghi acchiappafarfalle insaccano le pulcinella di mare. Non hanno altro da mangiare, poverini, in quelle ventose isole refrattarie all’agricoltura.

Poi ci saranno senz’altro gli appassionati di tiro mirato e registrato, che si danno appuntamento nei poligoni di tiro. Anche loro vanno in brodo di giuggiole quando sentono lo sparo. Se lo sentono, perché di solito si mettono le cuffie da martello pneumatico.

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22/06/2011 * fonte: http://www.etvnewmediafoundation.com

‘Crisi idrica senza precedenti nella Striscia di Gaza’. Rapporto Oic

Jeddah – InfoPal. “La Striscia di Gaza sta vivendo la fase più acuta della crisi idrica”. 

La scarsa quantità (disponibilità di acqua) e la pessima qualità di quella erogata alla popolazione palestinese (in gran parte contaminata) è quanto è emerso da un rapporto pubblicato dall’Organizzazione della Conferenza islamica (Oic).

“La devastazione delle infrastrutture idriche da parte di Israele e l’assenza di impianti di desalinizzazione hanno messo in ginocchio la popolazione di Gaza e non è più possibile scavare pozzi in quanto equivarrebbe all’azzeramento delle riserve di acqua sotterranea a disposizione nel sottosuolo di Gaza”. Leggi il resto di questo articolo »

Articolo di Silvia Cattori

Christophe Oberlin, un chirurgo specializzato in chirurgia e microchirurgia della mano. Responsabile delle missioni di chirurgia riparatrice di paralisi tra i palestinesi feriti nel dicembre 2001.

Silvia Cattori: Il suo racconto è molto coinvolgente [1]. Ci fa entrare nella quotidianità di queste famiglie sotto assedio, sottoposte a difficoltà di ogni genere, in grado di sopravvivere e di ricostruire con uno sguardo al futuro, qualsiasi Israele faccia loro. Sappiamo che non appena lei è arrivato a Gaza nel dicembre 2001, è rimasto incredulo di fronte agli aerei dell’esercito israeliano che volavano a bassa quota oltre la la barriera del suono, che sganciavano bombe sulla popolazione inerme. Sono passati dieci anni da questo primo contatto con la violenza, cosa è cambiato nel suo punto di vista? 

Christophe Oberlin: Ciò che è cambiato è che oggi faccio una correlazione tra quello che vedo qui a Gaza e quello che ci dicono i nostri media e i nostri politici. Il loro modo con cui presentano i fatti corrisponde raramente a quello che vedo io. Tutto ciò mi ha irritato e poi ho disdetto l’abbonamento a certi giornali. Ho smesso di leggere e di ascoltare le informazioni alla radio e alla televisione. Preferisco l’informazione di qualità attraverso altre fonti. Leggi il resto di questo articolo »

Articolo di Abdel Ghani ash-Shami

Rafah (Gaza) – InfoPal. Dopo la gioia iniziale, al momento dell’annunciata apertura permanente del valico di Rafah, i cittadini palestinesi hanno iniziato a capire che in realtà si trattava di un’altra manovra puramente mediatica. Le loro necessità di spostarsi dalla Striscia di Gaza per esigenze vitali come salute, studio o lavoro continuano ad essere disattese. 

13mila palestinesi nelle liste d’attesa. A poche ore dall’apertura del valico di frontiera con l’Egitto, le autorità egiziane ne avevano deciso la chiusura, senza alcun preavviso o comunicazione alla parte palestinese. I 300 passeggeri che l’Egitto si era impegnato a far passare al giorno non rispondevano alla mole di gente in attesa di lasciare Gaza, ovvero 13mila. Leggi il resto di questo articolo »

“Ma la verità è quella cosa che, per dirla, l’uomo adopera una voce di tristezza e di noia, qualche volta una voce di rabbia”

Francesco Chiesa, “Tempo di marzo”

Le discussioni nei forum di internet sono una specie di ipertesto: si aprono infiniti spiragli di dialogo. La frase incriminata, detta da un utente di Come Don Chisciotte che si firma Faulken, è questa: “Anche questo articolo è figlio della “cultura del piagnisteo” come se il vero problema sia la violenza contro gli animali e non le motivazioni di questa violenza oggi”.

La frase si può trovare qui:

http://www.comedonchisciotte.org

Cultura del piagnisteo, messa tra virgolette. Non sapevo che esistesse. Non ci avevo mai fatto caso. A me fa venire in mente Olodogma, quel sito xenofobo che denuncia come un mantra la truffa della Shoa, in base alla quale da settant’anni gli ebrei, con i campi di sterminio, ci marciano, cioè fanno rendere quella che in effetti è stata un’orribile pagina della storia umana. E’ grazie all’Olocausto che, anche se non sappiamo in che misura si sia manifestato, si è potuto creare dal nulla lo Stato d’Israele e sottoporre l’intero Occidente a quei sensi di colpa verso gli ebrei che tanto comodi si sono rivelati, per loro, dal dopoguerra in qua. Leggi il resto di questo articolo »

Fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=18549

InfoPal. Majdal Shams, Golan Heights.

E’ salito a 20 il bilancio delle vittime dell’attacco israeliano contro i manifestanti nelle Alture del Golan. I feriti sono 280.

Le truppe israeliane hanno aperto il fuoco contro centinaia di manifestanti che tentavano di attraversare la frontiera siriana al confine con le Alture del Golan, occupate dallo Stato sionista a giugno del 1967, a seguito della “Guerra dei sei giorni”, di cui oggi ricorre l’anniversario.

Come già accadde un mese fa, in un analogo episodio svoltosi durante la commemorazione della Nakba (la Catastrofe palestinese che segna la nascita dello Stato sionista, ndr), Israele ha accusato il governo siriano di voler distogliere l’attenzione dalla propria problematica situazione interna. Leggi il resto di questo articolo »

Gianni Lannes
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