Fonte: Tratto dal libro: Una tenda in riva al Po
di: Luigi Salvini
Nel dopoguerra in area capitolina (a mezzo chilometro da piazza Venezia) chi aveva il dono di sorprendere la redazione diretta dal grande poeta Vincenzo Cardarelli, ormai dimenticato, era Luigi Salvini. Che della poesia in zona nordica aveva una conoscenza pari allo humor con il quale illustrava i personaggi più noti. Da lui illustrati e tradotti con una eleganza sorprendente. Non per niente le sue intermittenti apparizioni, quando scendeva a Roma per qualche pausa, diventavano una sorta di recita che bloccava l’impegno redazionale. Dopo alcune stagioni siamo divenuti grandi amici, per cui dopo il suo matrimonio con Matelda Cattozzo, proprietaria di un quasi feudo di rara eleganza poco lontano da Adria, abbiamo
cominciato a fare delle passeggiate lungo il Po, che un bel giorno l’hanno indotto a trascorrere vari pomeriggi a buttar giù degli appunti per una pubblicazione che gli nasceva dal cuore, in maniera così intensa da dare vita, dopo alcuni mesi, alla Repubblica di Bosgattia. Qui in breve tempo ha fatto arrivare amiche ed amici del Nord, catturati da una terra nella quale era possibile il sogno della libertà, dove approdavano le persone prese dall’incanto della fantasia possibile soltanto in un’isola dove si viveva senza padroni. È stato un quasi paradiso durato dal 1946 al 1955, dove ho trascorso periodi di una felicità straordinaria che tuttora m’illudo di poter rievocare dal mese di giugno a quello di settembre, conversando con lui, uomo dotato d’una fantasia meravigliosa.
Gian Antonio Cibotto
scrittore
CAP2: NEL BUSÒLO
Questo avvenne tanto tempo fa, prima che i Bosgattesi emigrassero sul loro isolotto in mezzo al Po, quando stavano
ancora annidati come bucanieri sulla ripa più erta e selvaggia della lanca, e le tende erano così ben infrascate che poca gente le indovinava dietro i salici nani e i cespugli. I pescatori che risalivano verso Santa Maria, spingendo contro corso, lungo la lanca, le pesanti barche con le bilance dai larghi bracci di legno; le donne che andavano a far fascine e a scimare i pennacchi piumosi del granatino; gli innamorati che giungevano dalla città in bicicletta a far l’amore in golena; tutti passavano e sostavano a pochi metri dal campo, raccontandosi i fatti loro ed altrui, senza sospettare che dentro quel groviglio di fogliame ci fosse una covata di cuculi predaci.
I Bosgattesi menavano a quel tempo vita grama e faticosa, ma benedetta dall’allegria. Stavano fuori con i tremagli e lo schioppo dal primo chiarore a sera fonda, magari a digiuno, se erano sull’usta buona e se la pesca fruttava;
poi passavano magari un paio di giorni in beata fannullaggine mangiando e bevendo, slungati sull’erba e facendo
il tiro a segno alle crocaline.
Ma capitava anche che la Tanca andasse in secca perché l’acqua se la risucchiava il sole assassino; e che gli uccelli,
infurbitisi dopo i primi carnieri, migrassero in massa verso zone meno battute e più sorvegliate dai guardiacaccia. Il
cielo s’incupiva nemico e ai Bosgattesi toccava ricorrere a duri rimedi, come, per esempio, alla caccia alle rane.
Una bastarda faccenda davvero, che non è né caccia, né pesca; però offre un brodo da moribondi, e un fritto da re.
Anche per andare a rane però occorrono certe congiunture favorevoli: una notte senza luna, e l’acqua non troppo
alta, di modo che non copra le rive. Allora basta una barca leggera, un lume a carburo e due uomini allenati, per fare
bottino.
Il barchino avanza sotto riva, in silenzio, senza battere i remi, come un’ombra nell’ombra, mentre il lume fissato
su un palo col suo raggio abbagliante svela tutti i dettagli e scopre il biancore della rana acquattata fra l’erba e le zolle.
Folgorata dal candore dell’acetilene, la rana sulla riva gonfia smisuratamente lo sparato bianco. La gola si gonfia, il cuore batte a precipizio come quello di un cantante che stia per affrontare il pubblico; la bocca stessa si muove, come se stesse per fulminare la platea con la potenza e la sonorità del canto. Gli occhi sporgenti e trasognati, rivolti al cielo
buio ripassano le parole della romanza. Le dita grassocce vibrano, cercando forse i bottoni del panciotto per aiutare la prima emissione di voce, per vincere il primo imbarazzo.
E mentre sotto l’infernale riverbero dell’acetilene, la rana, condannata all’anonimato del coro notturno, sogna
la ribalta e i successi dei solisti, l’uomo a poppa manovra la barca in modo da avvicinare sempre più alla riva la prua, dove, rannicchiato sotto la lampada, il compagno sta impietrito col braccio alzato.
L’accordo fra i due deve essere perfetto, e il movimento deciso; non sbagliare di un millimetro, non indugiare un secondo, non coprir mai, neppure un istante, la luce. Basta che il braccio batta a vuoto o che nasconda la luce, scatenando sulla riva l’ombra di un’ala mostruosa, perché la rana fugga; e il tuffo della prima dà principio alla fuga di tutte le altre che vegliano lungo la costa. Per qualche secondo si susseguono i tonfi leggeri e s’ode il lieve sgrottare della riva sotto l’impeto dei salti, mentre il coro che sale senza tregua al cielo buio si attenua, sospeso a un dubbio, a un allarme, e poi riprende subito, pieno e infinito. Se il colpo vien calato
con arte, il vanitoso si troverà racchiuso nel sacco prima ancora di sapere cosa gli è accaduto; e lì si agiterà a
lungo, calpestando altri ranocchi che, traditi come lui dall’ambizione, fanno palpitare come fantasmi il sacco umido.
Ma erano notti di luna piena: il cielo, con tutte quelle stelle sparsevi sopra a manciate, sembrava un prato di margherite.
L’ombra bastava appena per qualche cantuccio da morosi, ma lasciava nuda e scoperta tutta la costiera.
Contro la luce sfacciata che pioveva da ogni parte l’acetilene s’infiacchiva e perdendo ogni tracotanza raggiava intorno
appena un giallore malato.
Andar a rane, sotto una luna così, era un’impresa sconsigliata e pazza come volere acchiappar gazze con le mani.
Eppure due dei bocia un pomeriggio si misero in testa di farlo: Toni e Benito. Erano una coppia inseparabile e litigiosa,
di umore bizzarro e piena di estri e di ambizioni.
Toni veniva chiamato fragile, non solo perché allampanato e magro come un chiodo nuovo, ma per la sua insofferenza
verso le pietre di cui i compagni gli imbottivano il pagliericcio.
Benito, invece, tozzo e grassoccio, aveva degli occhi furbi, un po’ a mandorla, piantati su una faccia da mongolo
per cui lo chiamavano il Cinese.
Erano andati un pomeriggio a tendere le tagliole a certe pantegane, grosse come gatti, che da un po’ di tempo rovinavano le reti stese ad asciugare e facevano strage del pesce che i Bosgattesi tenevano in viva in certe buche fonde scavate nella sabbia, e dove immettevano acqua ricoprendole poi di frasche verdi. Un lavoruccio da fare appunto a tempo libero, studiando bene le rive per individuare quali fossero le tane ancora abitate, e quali le piste consuete da cospargere di pesce vecchio impiastricciandosi bene le mani per togliere il sentore d’uomo dai ferri.
E così Toni fragile e Benito, sbrigando i fatti loro e, al solito, litigando sui pesci che non si facevano più pescare e sugli uccelli che sembravano spariti, erano venuti a discutere pure delle rane. A furia di discuterne, i due bocia avevano finito di progettare, anche nei particolari, una impresa che avrebbe dovuto imporli al riconoscimento degli anziani, soddisfacendo l’appetito arretrato e una voglia di rane che li tormentava. E il progetto fu di andar quella notte nel Busòlo, con gli stivaloni alti e col fanale, non appena tutto il campo si fosse addormentato.
È vero che c’era la luna, ma in fondo a quella bassura, ragionavano, fra gli alberi e cespuglieti, si doveva pur trovare
qualche zona buia dove sorprendere le rane.
Sotto l’argine maestro s’estende una vasta depressione, sempre umida e pantanosa, detta il Busòlo. Di primavera e
di autunno, quando il Po cresce, anche il Busòlo, collegato da segreti canali sotterranei al fiume, segue il ritmo delle
acque, che lascia però rifluire con lentezza. Se il fiume aumenta più volte, nel Busòlo, anche d’estate, s’accumula,
nelle bassure, fino ad un metro, un metro e mezzo d’acqua.
Canne palustri, salici, vimini, erbacce, granatino, giunchi, pioppi disordinatamente cresciuti formano tutt’insieme un intrico dove la selvaggina si rifugia volentieri. Lì sosta di giorno per uscire la sera a pasturare nelle radure e
l’acquitrino si riempie allora di richiami e di frulli. Bisce e serpi han stabile dimora nel Busòlo; enormi ramarri tropicali, d’un verde acceso, ne popolano le costiere; frotte di minuscole lucertole s’inseguono sull’erba malata in cerca di terra asciutta e di chiazze di sole. E la voce delle rane vi domina così piena e ossessiva che, sostando la sera ai margini, se ne resta assordati e frastornati.
Quella sera, i due bocia a cena non storsero la bocca alla porzione di corned beef, residuato bellico, e di pan biscotto, che costituiva il rancio dei giorni di magra. Si trattennero anche poco accanto al fuoco, intorno al quale si
raccoglievano a far progetti per l’indomani i Bosgattesi, e mostrando di crollare dal sonno, si cacciarono di buon’ora
sotto la tenda. Accucciati stettero a sorvegliare di lì, come dei lupacchiotti alla porta dello stazzo, che tutti si
ritirassero.
E quando il campo fu deserto e le braci cominciarono a chiudere gli occhi rossi, i due scivolarono fuori, entrarono carponi nel «tinello», dove rimestarono un pezzo per uscirne, abbracciando in fagotto impermeabili, stivaloni e
il lume a carburo.
Fuor che la voce dei grilli e delle rane, la campagna era silenziosa; neppur un alito smuoveva le punte degli alberi.
Scalzi, sfiorarono il fuoco ormai agonizzante, come due ladri, cautamente, passo a passo, si lasciarono alle spalle la
tenda del Tamiso e quella di Berardo, di dove veniva un ronfare profondo.
Esitarono prima di passare davanti a quella socchiusa del professore che stava sveglio fino a tardi; ma rassicurati dal
ronzio che ne usciva, si buttarono senz’altro fra i cespugli.
Giunti sul sentiero seguirono la striscia bianca e polverosa, come di farina, fra le ombre dei pioppi che si allungavano
indolenti, sul vicino campo d’erba medica. Qualche lucciola, smarrita in quell’argento che cancellava i contorni, punteggiava come un segnale d’allarme un ramo spoglio o ingemmava un ciuffo di erbacce.
Tutt’intorno, lo stridio frenetico dei grilli trapanava le orecchie. Man mano però che i due si avvicinavano al Busòlo,
il coro sfacciato delle rane acquistava di prepotenza, chiamando verso l’acqua, verso il pantano, giù.
Le due figure scalze, abbandonarono il sentiero, presero a scendere. Appena nella scarpata l’ombra si infittì, la luna
disparve dietro il bosco della Melesìa, inerpicatosi di colpo sul cielo; e i bocia rabbrividendo all’umidità sentirono un
fruscio sospetto, forse di bisce, fra l’erbe, poi strilli acuti di tarabusi e di folaghe e frulli di cannarole e un frascheggiare
violento di grossi uccelli tra i canneti. La misteriosa vita notturna dell’acquitrino non subiva qui l’incanto della
luna, né i suoi artifici. – Inpissèmo? – propose Toni, impaziente.
Qui s’infilarono gli impermeabili troppo larghi assicurandoli alla vita con la cintura dei calzoni, passarono in rassegna i pezzi della lampada per assicurarsi che tutto fosse in ordine, e infine s’armarono degli stivaloni a tutta coscia. Così conciati sembravano dei palombari senza la calotta. E vederseli di notte capitare così davanti c’era da fare un colpo.
Benito cercò con flemma la scatola e accese il fiammifero. La fiamma crepitò un istante, rischiarando le facce e
si spense contro le dita umide.
– Porca miseria! – imprecò Benito, ne accese ancora un paio e finalmente l’acetilene, sibilando, proiettò fuor dal
beccuccio la sua vampa. – D’indove scominziemo? A un venti metri da riva c’era un’erba palustre, rada, che
l’acqua cimava appena, e di là veniva un gracidio assiduo.
Sciabordando con gli stivali procedevano l’uno tenendo sollevata la lanterna, l’altro col sacco pronto. Man mano che avanzavano, si apriva davanti a loro un silenzio allarmante, tempestato da tuffi e da gracidii interrotti, mentre illuminate, come una «water parade» dal fanale a carburo, agili siluette di rane sprofondavano sott’acqua, e goffe tartarughe si fermavano sotto le alghe e i fili d’erba. Soltanto qualche ranocchio novello offrì il suo verde lattuga
alla mano di Toni pronto a ghermirlo; ma le grosse rane, chiazzate di giallo e di nero, sfuggivano già due o tre
metri avanti. Il sacco appeso alla cintura penzolava miseramente; l’acetilene invano si ostinava a girare intorno i suoi occhi di civetta. Era più di mezz’ora che la caccia procedeva fiaccamente, e solo una decina di ranocchi s’era raccolta
in fondo al sacco. – Provèmo più in mezo.
I bocia si spostarono verso il centro dove l’acqua arrivava alle cosce e dove come un grumo nero, si scorgeva il folto dei cespugli e degli alberi. Forse lì, dove l’ombra era più densa, la caccia sarebbe stata migliore. – Te vedarà, a ne ciapemo un mucio! – s’incoraggiò Benito.
Toni annuì speranzoso e si voltò per indicargli una forma nera, che pareva una gallinella d’acqua, allontanarsi lentamente nuotando fra le canne. – Eh! – sospirò – avèrghe la s’ciopa!
E poggiando un pugno contro qualcosa, allungò l’altro braccio come se puntasse un immaginario fucile.
Ed ecco, una radice sott’acqua gli si avviticchiò giusto in quel momento al piede, lo tirò a sé con violenza inattesa.
Toni annaspò cercando di sottrarsi alla morsa e reggersi, ma invano. Prima di crollare a faccia avanti si avvinghiò disperatamente a Benito che, alle spalle, reggeva la lampada; lo colse di sorpresa e lo trascinò con sé. La lampada descrisse un breve arco e scomparve frammezzo alle erbe.
S’udirono tonfi violenti poi uno sguazzare disperato, comese uno stormo d’oche si fosse messo a starnazzare per l’acquitrino.
I bocia riemersero con la testa e cominciarono a lottare disperatamente per tirarsi su. Ma l’acqua li soverchiava, appiccicando addosso i panni, gli impermeabili, gli stivali pesavano più che il piombo ed impedivano i movimenti. Una
maschera di erba e di fango copriva le facce e incollava gli occhi. Sbuffanti e imprecanti, ancora mezzo accecati, i due
bocia sventolavano le braccia per tenersi in equilibrio e cercavano di svincolarsi dal fango che li immobilizzava e li
succhiava verso il fondo. Improvvisamente, sollevando un’ondata di acqua limacciosa e putrida, un boato scosse le viscere del Busòlo e lo tornò a rinchiudere in un silenzio impaurito e stupefatto.
I due bocia si erano buttati avanti, strappandosi al fango nel groviglio della macchia, senza badare ai morsi delle spine, dei rovi, agli artigli dei rami puntuti finché non si fermarono nel buio fitto col cuore che martellava, sfiniti ed
ansanti. – Toni! – invocò Benito; e la voce pareva un soffio tanto
era esile.
– A son chì – sussurrò vicino l’altro. Passò qualche momento poi Benito riprese: – I n’à tirà una bomba…
Quel dialogo bisbigliato e pausato da silenzi preoccupati li rincuorò, restituì un po’ di coraggio.
– Fiol d’un can, se a lo ciapo lo copo… – minacciò Toni.
Seguendo le voci, si ritrovarono, si rannicchiarono l’uno contro l’altro ed attesero, cercando di liberare intanto gli occhi e i capelli.
* *
Il misterioso nemico non si faceva vivo. Lontano non era. Si udiva frascheggiare con insistenza, là in fondo a destra. Come se qualcuno tentasse di farsi strada fra le canne. Stettero un po’ così col cuore stretto e le orecchie dritte cercando di distinguere, di vedere, con gli occhi puntati là dove si sentiva un rumore, travagliati dai movimenti e dai
richiami dell’acquitrino. Adesso un filo di bava faceva stormire il bosco della Melesia, e confondendo i rumori, esasperava i sospetti. – Cossa fèmia adesso?
Restare lì e non muoversi? E se il nemico era già sulle loro tracce? Se si fosse avvicinato alle spalle, per colpirli ancora?
– Ecco, senti?
– Là s’è mosso un ramo.
– No, lì in fondo!
No, no, muoversi bisognava, non restare lì come due allocchi, fermi ad attendere il nuovo assalto.
Lentamente, uno dietro l’altro, si inoltrarono nel viluppo degli alberi e dei vegetali. Ogni tanto si fermavano ad ascoltare e riprendevano la marcia. Dapprima nella fuga tenevano un certo orientamento, presto però non riuscirono
più a dirigersi, deviati dagli ostacoli o ingannati dall’oscurità.
La macchia pareva non finire mai; l’acqua arrivava ormai al ventre, era gelata e maleolente e frugava con
le dita su per la schiena facendoli rabbrividire.
Man man che il tempo passava, i due, fradici, stanchi, perdevano la lena e diventavano più nervosi e sfiduciati.
Ma quanto ne era passato? Un’ora, due?
Tonfi improvvisi e sciacquii prolungati ai fianchi o frulli traditori alle spalle li facevano sussultare ogni istante.
– Le serà fòleghe! – e si rincuoravano a vicenda, ma senza credersi.
Dall’acqua si alzava una nebbiolina sottile che saliva come un fumo lungo i tronchi. Gli alberi, i cespugli, la canna formavano intorno una trama compatta e morbida.
I rami, sulla loro testa, si univano, formavano grotte, cunicoli tenebrosi e catacombe vegetali che lasciavano filtrare,
fra il viola cupo o l’inchiostro di china, rari sprazzi lunari.
La vegetazione si rinchiudeva subito alle spalle dei bocia, cancellando la traccia del passaggio, quasi spingendoli
verso un nuovo agguato.
La voce delle rane, che sul sentiero pareva così forte, quasi riempisse l’acquitrino, qui nella macchia, giungeva diradata e dispersa, sembrava un lamento confuso di mille voci roche e stanche.
Lo sconforto fiaccava i due bocia e la stanchezza, il freddo, il peso dei panni bagnati e degli stivaloni vincevano a momenti persino la paura, ma essi seguitavano a vagare senza meta, straccamente.
E poi, quando meno se l’attendevano, al termine di una lunga galleria di rami e di rovi, bassa, insidiosa, piena di giravolte, si trovarono davanti all’argine, quasi a ridosso del bosco della Malesia che stormiva sotto la bava.
Con un sospiro di sollievo i due bocia si issarono faticosamente sulla riva. Si levarono gli impermeabili e gli stivali che, scolati, gocciarono a lungo sull’erba come dei pesci appena cavati dalla rete: s’imbottirono di erba le camicie e
le maglie fradice, in silenzio, gettando intorno occhiate pavide e preoccupate.
All’improvviso, Toni si picchiò il palmo aperto sulla fronte e scoppiò a ridere, con un riso pazzo e frenetico. Benito
lo fissò con gli occhi spalancati. Ma Toni seguitava a ridere. Ora il suo riso diventava sempre più limpido e
chiaro, scioglieva i groppi della paura. Finalmente, buttandosi su Benito e ruzzolando con lui sull’erba come un cucciolo, gridò:
– Xè sta el carburo, musso, el carburo!
Ma certo, come non averci pensato prima, porca miseria; il carburo era stato! A chi mai poteva saltare in mente di
venirli a minacciare di notte, in mezzo al Busòlo? La lampada carica, riempitasi d’acqua, aveva ceduto alla forza del
gas ed era esplosa come una bomba.
Che sciocchi non averci pensato!
Adesso anche Benito rideva. Rideva chiudendo gli occhi da cinese, piegato sulle ginocchia per il convulso che l’agitava,
liberandolo dai terrori e dai fantasmi.
E pareva che quel riso ricacciasse anche l’umidità, il buio, la stanchezza, per spalancare di nuovo sopra di loro la volta stellata.
Di seguito, per chi si fosse incuriosito e desiderasse conoscere la fine della storia, alleghiamo in file pdf la ristampa per intero di Bosgattia, ed una copia del giornale “Meridiani”.





























Quando leggi una storia e non ti accorgi da quanto tempo lo stai facendo e quando finisce di colpo e non avresti voluto perche ti sarebbe piaciuto di leggere ancora e ancora, allora ti accorgi che ti aveva preso al laccio…
Questo, secondo me, succede per due motivi: il momento storico propizio di chi legge e quello di chi ha scritto.
L’incontro di questi eccezionali e miracolosi eventi, conduce alla comunicazione…
Un saluto
Ero piccolo ed abitavo a Corbola (di fronte a bosgattia)
Sapevo che vi era la libera repubblica di bosgattia, si parlava di un professore e di altri, e si raccontava come era organizzata la repubblica.
Ma leggere adesso questi racconti mi riportano al pensiero dell’Eden, e mi prende la sana nostalgia di come eravamo.
Ho scritto un libercolo, a forma di lettera, per i miei figli, affinchè quel mondo non sparisca del tutto.
buona sera gianni, sono rimasta affascinata dalla storia di bosgattia qualche anno fa durante un week-end a papozze, ho letto con passione il libro di salvini e mi piacerebbe leggere anche il suo libercolo, se non si tratta di una sua cosa privata le sarei grata se me ne spedisse una copia.
grazie
viviana