Elettrizzante, fantastico, magico, bellissimo. Non ci sono parole, oppure bisognerebbe usarle tutte, per descrivere quello che è successo in Sudafrica due giorni fa, all’apertura dei Mondiali. E credetemi, il calcio c’entra veramente poco. Quello che è successo alla cerimonia d’apertura e durante la partita, con 44 milioni di persone finalmente unite per sostenere una squadra, è stato un momento di catarsi collettiva. Una purificazione vera e propria dalle paure e dalle ansie della società sudafricana, che è stata veramente salutare.
Comincio facendo una personalissima ammenda. Non sono mai stato un gran sostenitore della decisione di disputare qui i Mondiali: troppa povertà, troppi problemi ancora da risolvere, troppi soldi da destinare a strutture inutili e a discapito di chi, quei soldi, li avrebbe potuti usare per costruirsi una casa. Nell’ultimo mese, però, le mie certezze sono state minate da quanto ho vissuto qui in Sudafrica. Col senno di poi, posso solamente ringraziare di essere stato tra i fortunati che ha vissuto uno dei momenti più importanti nella storia di questo Paese. Perché la partita di venerdì scorso con il Messico questo è stato. Un momento, un’emozione che ha dato la mazzata finale alle mie certezze da europeo fin troppo attento a considerare il metro del benessere di una nazione da un punto di vista materiale.
La stessa cosa che fa un visitatore o un lettore che in questi mesi si è sorbito decine e decine di articoli, quasi tutti uguali, su questo Paese. Storie di neri diventati ricchi, o di ricchi diventati poveri, come se l’apartheid e la storia del Sudafrica si riducessero solo a questo. Non è una colpa, le dinamiche di una società complessa come quella sudafricana si comprendono solo vivendole giorno per giorno, e capendo le enormi sfide che questa società ha davanti. Questo lungo excursus serve solamente per ribadire un punto: il Sudafrica aveva disperatamente bisogno di un momento di unione collettiva come quello vissuto venerdì scorso. Perché una nazione, soprattutto se giovane e impaurita come questa, si crea solamente in questo modo.
Ne approfitto anche per rispondere a chi fa giustamente notare come il calcio non risolverà i problemi di questo Paese, e di come il Sudafrica il suo Mondiale l’abbia già perso, visti i milioni di poveri che ancora affollano questa nazione. Non sono d’accordo, semplicemente perché, dopo aver vissuto qui un anno e mezzo, sono sempre più convinto che i mali di questo Paese non siano materiali. E’ vero, a milioni di persone in Sudafrica manca una casa decente, o l’accesso ai servizi. Ma è anche vero che in questi 16 anni il governo ha fatto uno sforzo enorme per costruire centinaia di migliaia di abitazioni, per migliorare le condizioni di vita di milioni di sudafricani. Riuscendoci. Eppure, a livello di criminalità o di rapporti tra le varie comunità, la situazione non è migliorata. Le township sudafricane hanno livelli di servizi neanche lontanamente paragonabili a uno slum o una baraccopoli di qualsiasi altra capitale africana. Ci sono centri commerciali, parcheggi, banche, bancomat… Cose neanche lontanamente pensabili in posti come Nairobi o Lomé. Eppure, la tensione che si respira in Sudafrica, il clima di risentimento e paura tra le varie parti del Paese è molto maggiore che in qualsiasi altro Paese africano più povero. Perché?
Perché l’apartheid è stato qualcosa di molto più complesso di una serie di leggi che vietavano ai neri di vivere in determinate zone o di votare. E’ stato molto di più delle migliaia di morti che ha provocato. L’apartheid ha avvelenato le menti e i modi di pensare della gente, ha instillato un senso di superiorità e di inferiorità innata nei rapporti (rispettivamente) tra bianchi e neri. L’apartheid ha distrutto la fiducia tra le persone, ha devastato il tessuto sociale di una società che adesso, tra mille contraddizioni, sta cercando dei punti di contatto comuni, per creare un Sudafrica nuovo dove il colore della pelle non abbia così tanta importanza. Non è retorica, è semplicemente uno sforzo immane, che pochi nel resto del mondo hanno la pazienza di vedere e apprezzare.
Una società non si crea col benessere, ma con idee e una coscienza comuni. E l’Italia di oggi, ricca ma preda di contraddizioni che la stanno distruggendo proprio perché priva di un sistema culturale e di idee condiviso da tutti, ne è la riprova. La partita di venerdì non è stato solo un “circenses” dato in pasto ai poveri perché dimentichino le loro sofferenze, come qualcuno crede. E’ stato un piccolo, timido passo verso la realizzazione di un tessuto comune. Vi assicuro, vedere i bianchi esercitarsi con le vuvuzelas e sostenere dal profondo del cuore una squadra di soli neri, i cui nomi fino a pochi giorni prima non erano neanche conosciuti, è stato uno spettacolo bellissimo e toccante. Non è abbastanza, siamo d’accordo, e qualcuno può anche legittimamente dire che, se dopo 16 anni ci si riduce ancora a fare affidamento su una partita di calcio per sentirsi una nazione, forse il Sudafrica sta andando un po’ troppo a rilento.
Ma forse questo è il destino di questo Paese. Enormi violenze, ingiustizie, sofferenze e sacrifici da una parte, e dall’altra una storia fatta di momenti così rari, ma allo stesso tempo così belli e intensi da tramandare al mondo. Nel 1995, il Sudafrica nero celebrò come sua la vittoria nella Coppa del Mondo di rugby. Due giorni fa, finalmente, quel gesto è stato ricambiato da milioni di bianchi incollati a uno schermo per seguire i Bafana Bafana, e in delirio al gol di Siphiwe Tshabalala. Non si può dare torto agli scettici, o a chi obietterà che la vita va avanti, e che la magia di un momento del genere svanirà prima di quanto si immagini. Ma la vita è fatta anche di momenti indimenticabili, di attimi intensi, di esperieze che rendono la vita stessa degna di essere vissuta. Venerdì scorso, qui in Sudafrica, ne abbiamo vissuto uno. E, qualsiasi cosa succeda, nessuno ce lo potrà mai togliere.
Matteo Fagotto





























Affermare che per il Sudafrica “Non è abbastanza, siamo d’accordo, e qualcuno può anche legittimamente dire che, se dopo 16 anni ci si riduce ancora a fare affidamento su una partita di calcio per sentirsi una nazione, forse il Sudafrica sta andando un po’ troppo a rilento.” stride con la situazione italiana dove dopo più di cento anni siamo italiani solo quando c’è la nazionale e quando c’è Azzurra. Se non è abbastanza per loro per noi cosa è!!!!
Forse è che l’Italia è nazione solo perchè poteri forti volevano l’oro dei borboni altro che Garidaldi e i mille!!
Shining