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Libertà e rispetto
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Perché si fanno le autopsie, dette anche esami autoptici? Pur se è giocoforza accettare che si sezionino i cadaveri nel caso di morti violente con autori e moventi ignoti per accertarne la natura e l’identità, che però tali indagini vengano eseguite anche qualora i responsabili e le ragioni che li hanno spinti al delitto siano acclarate, riconosciute e comprovate, ebbene ciò appare, piú che disdicevole, incomprensibile.

Si conosce la vittima, il colpevole è dichiarato, stabiliti i moventi prossimi e remoti, noti e reconditi.

Insomma, si sa tutto di tutti, e nonostante questo si procede alla notomizzazione del corpo del reato, per stabilire, dicono, le cause della morte. Ebbene, se il pugnale ha trafitto, se la pistola ha colpito, se il veleno ha corroso e soffocato, che senso ha scavare oltre la cruda evidenza, arrivando a dettagliare fino alla mania ossessiva e morbosa gli aspetti tecnici dell’atto delittuoso? C’è un palese compiacimento nel radiografare in trasparenza il tessuto dell’evento, la sua indefinibile trama, rivoltarne la materia anatomica ed esporla sul banco della curiosità morbosa della gente, affinché le anime esaltate se ne cibino, appagando il senso del sadico facendolo emergere dal fondo dell’umana istintività.

Si pratica molto spesso un vero e proprio linciaggio, facendolo passare per diritto di cronaca, per necessità di ricevere un risarcimento del crimine da parte del reo, che viene messo alla gogna o al patibolo, in senso figurato, ma in certi paesi tuttora in forma reale. Nel Colosseo dell’antica Roma il pubblico godeva delle uccisioni, oggi la visibilità mediatica ci offre, all’apparenza, piú composte emozioni, piú evolute ed estetiche adesioni all’evento, che tuttavia dispensa in dosi uguali violenza e umiliazione.

E poiché la realtà supera sempre la fantasia, o piuttosto l’horror, negli USA c’è chi preme per avere su uno speciale canale televisivo, l’“Executioner Channel”, le riprese dal vivo, si fa per dire, delle esecuzioni capitali, la piú recente delle quali, lo scorso giugno, si è avvalsa della fucilazione invece della solita iniezione letale di sostanze chimiche. Il condannato, assicurano gli esperti – ma anche qui siamo nell’arbitrario – non ha sofferto, o forse soltanto un poco. Sennò che gusto avrebbe la vendetta!

Lo stesso compiacimento è riscontrabile nei resoconti di fatti delittuosi e nei reportage di guerra allorquando il cronista, o giornalista, o inviato che sia, riferisce i dati particolari della pistola, del mitra, del fucile, che hanno ucciso. Se ne specificano i requisiti tecnici come il calibro, la gittata del proiettile e la sua capacità di perforazione, magari se ne fornisce anche un disegno illustrativo assonometrico. E anche dell’aereo, del carro armato, della corazzata, del missile. Vengono date al lettore o allo spettatore tutte le specifiche possibili dell’arma, del mezzo e del velivolo o del natante affinché anche il minuto cittadino, l’uomo alieno dalla libido bellica, possa farsi un’idea aggiornata e precisa di come si possa uccidere e venire uccisi. Una bella soddisfazione, non c’è che dire!

C’è un voyeurismo della crudeltà che non trova giustificazioni, e neanche spiegazioni,

un tecnicismo maniacale e didascalico degli strumenti di tortura e di morte.

C’è gente che fa la fila davanti ai tribunali per procurarsi un biglietto per assistere al

processo per il delitto di Cogne, di Erba, di Perugia, del boss di mafia o di camorra

catturato dopo anni di latitanza, chiusi dentro gabbie che sarebbero state piú adatte ai

tempi dei Borgia, con la testimonianza del pentito che per ignote ragioni viene tenuto

incappucciato, o nascosto dietro un paravento. E gli stessi giudici togati e imparruccati

fanno riandare agli orrori torquemadici della giustizia sommaria, inclemente e

tutto sommato ottusa nel suo rigore da Gran Guignol, da processo kafkiano. E tutto

ciò fa beare il pubblico, trasportato come con una macchina del tempo in epoche in

cui si bruciavano i rei, si sotterravano vive le Vestali poco zelanti o fedifraghe, si squartavano i traditori.

Oggi, a parte certe macabre liturgie americane celebrate con sedie elettriche e iniezioni letali, con

testimoni vogliosi di vendetta o preda di libidini esecutorie, non sono ammesse pratiche punitive cruente.

Ecco allora escogitare le raffinatezze intellettuali, sofisticate, felpate, per sopperire alla mancanza del

sangue e delle grida strazianti dei condannati. Li si espone al pubblico ludibrio, alla gogna mediatica, al

linciaggio morale, li si passa nel tunnel della risonanza magnetica dei rapporti secretati, delle intercettazioni

clandestine e arbitrarie, delle rivelazioni scabrose di amici, parenti e colleghi, in modo da sceverare

al millesimo ogni minimo tic e tabú dell’indagato e processato, notomizzato fino nei risvolti piú gelosi

della sua natura psichica. Si cannibalizzano gli indiziati prima ancora che il verdetto dei giudici li proclami

colpevoli, lacerto per lacerto la folla ne divora la dignità e l’innocenza. Per cui non importa veramente alla

fine di questi autodafé se l’accusato sia colpevole o meno. Intanto lo si è divorato con gusto feroce, il rito

antropofagico è consumato. La pietà, se c’è, è speciosa retorica.

Teofilo Diluvi

Un Commento a “Notomizzando”

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