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Vi sono degli strani equilibri di potere che si stanno modificando. Apparentemente i duri di Israele sono contestati da nuove rivelazioni che trovano spazio proprio sui loro stessi media…

di Paolo Mieli – 06/10/2010

Fonte: Corriere della Sera

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Fin dalla prima infanzia i bambini israeliani vengono a «sapere» che il popolo a cui appartengono esiste dal momento in cui gli fu data la Torah sul Sinai. Quei bambini sono convinti di essere discendenti diretti delle genti che, uscite dall’ Egitto, si stanziarono, dopo averla conquistata, nella «terra di Israele», promessa, come tutti «sanno», da Dio per fondarvi lo splendido regno di Davide e Salomone, poi separatosi a formare quelli di Giuda e d’ Israele. Crescendo quei bambini apprenderanno che questo popolo, dopo il glorioso periodo monarchico, ha conosciuto l’ esilio per ben due volte: una con la distruzione del Primo Tempio nel sesto secolo a.C.; la seconda dopo quella del Secondo Tempio nel 70 d.C. Impareranno poi che il loro popolo, il più antico di tutti, ha errato in esilio per circa duemila anni, nel corso dei quali non si è mai lasciato integrare né assimilare. Che ha raggiunto lo Yemen, il Marocco, la Spagna, la Germania, la Polonia, angoli remoti della Russia riuscendo sempre a mantenere stretti legami di sangue con le comunità più lontane, preservando di conseguenza la propria unicità. In realtà è molto improbabile che le cose siano andate davvero così. Anzi, Shlomo Sand, storico ebreo, docente all’ Università di Tel Aviv, in un libro, L’ invenzione del popolo ebraico, di imminente pubblicazione per i tipi di Rizzoli, sostiene che si tratta, appunto, di una «invenzione». Questa storia non sta in piedi, afferma Sand: così come ad esempio non c’ è continuità tra gli antichi elleni e i greci di oggi, non c’ è una linea diretta che colleghi gli ebrei di duemila anni fa a quelli attuali. Per di più questo racconto non è andato formandosi spontaneamente; «sono stati invece abili manipolatori del passato che dalla seconda metà del XIX secolo, strato dopo strato, hanno elevato questo cumulo di ricordi servendosi soprattutto di frammenti di memoria religiosa ebraica e cristiana, da cui la loro fervida immaginazione ha ricostruito un’ ininterrotta genealogia del popolo ebraico».

Quando, nel 2008, il libro di Sand è stato pubblicato in Israele si è scatenata, come era ovvio che fosse, una grande polemica (ne ha dato conto in modo esauriente, su queste pagine, Davide Frattini il 29 marzo di quello stesso anno). Ma molti storici israeliani, primo tra tutti Tom Segev, hanno difeso Sand e il suo libro che – a dispetto delle accuse piovutegli addosso – ha avuto un grande successo di pubblico. Shlomo Sand racconta di essere stato consapevole, allorché si accinse alla stesura di questo testo, dei rischi che correva: «Mi aspettavo di essere accusato dai miei detrattori di non possedere un’ adeguata conoscenza della storia ebraica, di non essere in grado di cogliere l’ unicità del popolo ebraico, di ignorare ottusamente la sua origine biblica e di negare la sua eterna coesione». Ma, aggiunge, «mi sembrava anche che passare il mio tempo all’ Università di Tel Aviv, in mezzo alla sua ampia collezione di volumi e documenti sulla storia ebraica, senza prendermi il tempo di esaminarli, sarebbe stato un affronto alla mia professione». Con una qualche malizia nei confronti degli altri professori del suo stesso ateneo, Sand dice poi che «è sicuramente piacevole viaggiare in Francia e negli Stati Uniti in qualità di affermato docente per raccogliere materiale sulla cultura occidentale, godendosi il potere e la quiete dell’ ambiente universitario». Però, aggiunge subito dopo, «come storico che contribuisce a modellare la memoria collettiva della società nella quale vive, sentivo fosse mio dovere dare un contributo diretto a questa impresa tanto delicata». Dopodiché, sostiene Sand, «sarebbe stato meglio se il volume fosse stato realizzato da un’ équipe di ricercatori anziché da uno storico solo». Purtroppo, aggiunge non senza una buona dose di perfidia – ancora una volta – nei confronti dei suoi colleghi, non è stato possibile dal momento che non ha trovato qualcuno che fosse disposto a «collaborare a quest’ azione criminosa». Sand è esplicito nel puntare l’ indice contro la maggioranza degli storici del suo Paese: «Vorrei sottolineare che quelle a cui ho attinto sono state quasi esclusivamente fonti che erano già state scoperte in precedenza da storiografi sionisti e israeliani»; «quello che più lascia stupiti è che molte delle informazioni utilizzate per questo saggio erano note da sempre in alcuni circoli ristretti di ricercatori, ma finivano invariabilmente per perdersi per strada quando si trattava di renderle note alla pubblica opinione o di innestarle nella memoria trasmessa dal sistema educativo»; «alcuni elementi erano stati trascurati, altri immediatamente nascosti sotto il tappeto degli storiografi e altri ancora “dimenticati” perché non si confacevano alle necessità ideologiche di una identità nazionale in fieri». Conclusione: «Sfortunatamente pochi dei miei colleghi – gli insegnanti di storia in Israele – ritengono loro dovere intraprendere la pericolosa missione pedagogica di denunciare le tradizionali bugie che si dicono sul passato». Quanto a lui: «Non avrei potuto continuare a vivere in Israele», afferma, «se non avessi scritto questo saggio». Reso omaggio e manifestato il suo debito nei confronti dei grandi studiosi del passato, che hanno dimostrato come sia sempre stato il nazionalismo a generare le nazioni e non viceversa – in particolare Ernest Renan con Che cos’ è una nazione? (Donzelli), Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger con L’ invenzione della tradizione (Einaudi); Ernest Gellner con Nazioni e nazionalismo (Editori Riuniti) e Marcel Detienne con Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali (Sansoni) – Sand ricostruisce come quella della continuità del popolo ebraico dai tempi biblici a quelli odierni sia un’ «invenzione» molto recente. In principio fu Giuseppe Flavio lo storico ebreo di lingua greca che nel primo secolo dopo Cristo raccontò la Guerra giudaica a cui aveva partecipato e scrisse delle Antichità giudaiche (Utet). Poi per tutto il Medioevo non è attestata nessuna forma di storiografia degli ebrei. Sand nota come trascorsero più di milleseicento anni prima che Jacques Basnage (1653-1725), teologo ugonotto originario della Normandia ma residente a Rotterdam, decidesse di riprendere il racconto della Storia degli ebrei dai tempi di Gesù Cristo ad oggi. Milleseicento anni! Tra l’ altro l’ opera di Basnage non aveva assolutamente le caratteristiche di uno studio storico nel senso moderno del termine (l’ autore non rimandava quasi mai a fonti ebraiche) ed era stata scritta all’ evidente scopo di screditare la Chiesa cattolica. L’ autore non delineava alcuna continuità tra gli antichi israeliti e le comunità ebraiche a lui coeve, si limitava a descriverne le persecuzioni qui e là nel corso del Medioevo, per sostenere che la colpa di quelle vessazioni era riconducibile per intero alla corrotta istituzione del papato. E che solo la Riforma protestante avrebbe potuto condurre gli israeliti alla salvezza (che – detto per inciso – doveva coincidere con la loro conversione al cristianesimo). Poi trascorse quasi un altro secolo perché lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost (1793-1860) scrivesse una seconda storia degli ebrei che, malgrado le critiche da lui stesso mosse a Basnage, conservava lo stesso impianto del lavoro dello scrittore protestante. Il primo accenno esplicito a una continuità tra gli ebrei della Bibbia e quelli di tremila anni dopo si trovò solo nel saggio Roma e Gerusalemme (1862) di Moses Hess, un amico di Karl Marx, che scrisse: «La razza ebraica è una razza originaria dell’ umanità che ha mantenuto la propria integrità, nonostante i continui cambiamenti delle condizioni climatiche; il tipo ebraico è rimasto immutato attraverso i secoli». Si dovrà attendere, però, ancora qualche decennio perché sia formulata in modo esplicito la tesi che gli ebrei di oggi sono discendenti diretti di quelli che nel XIII secolo avanti Cristo fuggirono dall’ Egitto guidati da Mosè. Cosa che avvenne solamente con la nascita e lo sviluppo del sionismo di Theodor Herzl. Le fondamenta del processo di costruzione retroattiva della nazione ebraica furono poste in modo organico da Heinrich Graetz tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento. Successivamente diventarono per così dire definitive, in pieno Novecento, ad opera di Ben-Zion Dinaburg, nato in Ucraina, poi emigrato in Palestina dove divenne uno dei principali collaboratori di David Ben Gurion. Può apparire paradossale ma la storia ufficiale del popolo ebraico entrò in crisi a seguito della «guerra dei sei giorni» del 1967, quando Israele occupò i territori su cui avrebbe dovuto essere edificato (dal 1948), assieme a quello di Israele, lo Stato palestinese. Frotte di archeologi accorsero in Cisgiordania e nella Giudea biblica a cercare le prove del glorioso passato della loro gente. Però non ne trovarono. Anzi, vennero in possesso di elementi che contraddicevano le loro supposizioni. Le storie dei patriarchi, ad esempio, citavano Filistei, Aramei e un gran numero di cammelli. Ma Filistei, Aramei e cammelli erano comparsi nella regione qualche secolo dopo quello della datazione biblica. Ancora: la terra di Canaan nel XIII secolo, cioè all’ epoca della fuga dall’ Egitto, era ancora governata dai faraoni. Questo significa che, se le cose fossero andate come dal racconto tradizionale, Mosè avrebbe condotto una popolazione di tre milioni di schiavi ebrei liberati, in un viaggio nel deserto durato quarant’ anni, per andare «dall’ Egitto all’ Egitto». Nessuna traccia del fatto che, una volta arrivati nella terra di Canaan, gli ebrei, secondo il racconto del libro di Giosuè, avrebbero sterminato la popolazione locale (meno male, osserva Sand, questo vuol dire che quel genocidio non ci fu!). Nessuna prova dell’ abbattimento delle mura di Gerico che all’ epoca era una piccola e insignificante città. La potente monarchia di re Salomone, fondata per grazia e con la benedizione di un unico Dio, non è mai esistita: ci sono un’ infinità di evidenze della circostanza che negli anni della narrazione biblica, gli abitanti del luogo erano convinti politeisti. «I miti fondamentali sull’ origine antica di un popolo straordinario proveniente dal deserto che aveva conquistato con la forza un vasto paese per edificarvi un regno magnifico», scrive Sand, «servirono fedelmente l’ ascesa del nazionalismo ebraico e l’ impresa di colonizzazione sionista; per un secolo costituirono il carburante testuale che fornì energia spirituale a una politica identitaria estremamente complessa e a una colonizzazione territoriale che esigeva autogiustificazioni e un numero considerevole di vittime». Ma da nessuno scavo archeologico sono emerse prove a conferma di quei miti fondamentali. Anche per quel che riguarda la «seconda cacciata» degli ebrei, quella del 70 d.C., le cose non stanno come è stato tramandato. Contrariamente a quanto viene insegnato nelle scuole israeliane, sull’ arco di Tito eretto a Roma in onore dell’ imperatore sono i soldati romani a portare sulle spalle come bottino la menorah e non gli ebrei a trascinarla dietro di sé. Non esistono in tutta la ricca documentazione romana né una prova né un accenno a un qualsiasi esilio dalla Palestina, come del resto non sono stati rinvenuti elementi che confermassero un’ ampia concentrazione di rifugiati ai confini della Giudea in seguito alla rivolta, elementi che avrebbero dovuto essere rinvenuti se ci fossero stati consistenti spostamenti di popolazione. Ci sono invece prove del fatto che, anche dopo l’ ultima rivolta ebraica, quella del 132 dell’ era volgare, la popolazione ebraica continuò a prosperare su quella terra ancora per due generazioni. Il mito dello sradicamento e dell’ esilio si sviluppò molto tempo dopo, nella tradizione cristiana dalla quale in seguito penetrò in quella ebraica per poi trasformarsi «in una verità assoluta della storia generale e nazionale». Hayyim Milikovsky, studioso dell’ università Bar Ilan, ha dimostrato sulla base di un’ accurata documentazione del secondo e terzo secolo dopo Cristo che il termine «esilio» stava ad indicare un asservimento politico, non uno sradicamento territoriale e che le due cose non erano necessariamente correlate. Ma se i fatti – per quel che riguarda la storia della Palestina tra il I e il II secolo, fino alla distruzione del «secondo tempio» e ai decenni immediatamente successivi – andarono in questo modo, chi furono gli ebrei che ricomparvero nella seconda metà del primo millennio? Probabilmente si tratta di popolazioni convertitesi all’ ebraismo per meglio fronteggiare le aggressioni cristiane, bizantine o musulmane. Ebbe questi caratteri un regno nel sud della penisola arabica a cui avrebbe dedicato alcune pagine, a fine Ottocento, il già citato Graetz. Ci furono comunità ebraiche che si formarono all’ epoca dei Vandali, cioè quando, tra il 430 e il 533, le tribù germaniche giunte dall’ Europa conquistarono l’ Africa settentrionale e fondarono un regno la cui religione dominante era quella cristiana ariana. Ibn Khaldun, il grande storico arabo vissuto nel XIV secolo, ha raccontato la storia di un regno dei monti nordafricani dell’ Aures composto da popolazioni berbere convertite all’ ebraismo che nel 689, sotto la guida della regina Dihya al-Kahina, resistette a lungo a un’ offensiva musulmana (alla fine la regina fu sconfitta, perì in battaglia e i suoi figli si convertirono all’ islam). Dopodiché si può supporre – ma soltanto supporre – che l’ ebraismo «sia comparso nella penisola iberica soprattutto tra gli schiavi, i soldati e i mercanti romani convertiti, come probabilmente avvenne in altre colonie dell’ Impero nell’ area nord-occidentale del bacino mediterraneo». Altra storia è quella della «tribù dei cazari» e del loro impero che restò in vita tra i due e i quattro secoli nelle steppe tra il Volga e il Caucaso settentrionale. La fonte principale che documenta l’ esistenza di questo regno è costituita dal «documento di Cambridge», la lettera di un ebreo cazaro del X secolo, scoperta nel 1912 nella Genizah del Cairo e conservata, appunto, nella famosa biblioteca universitaria inglese. I cazari, in un imprecisato momento tra l’ ottavo e il nono secolo adottarono una fede monoteista e fecero proprie le pratiche culturali ebraiche per contrastare l’ Impero bizantino cristiano e il califfato abasside musulmano. Nel 1016 un esercito russo-bizantino invase il regno ebraico ma gli ebrei cazari sopravvissero sui monti, nelle steppe e nella penisola di Crimea fino all’ invasione mongola di Gengis Khan (nel XIII secolo) che li annientò. In Israele questa storia, alla quale pure sono stati dedicati studi, è stata trattata con una punta di imbarazzo. I «gestori della memoria israeliana», secondo Sand, hanno sempre voluto «tutelarsi dall’ ombra del passato cazaro per il timore che, se fosse stato reso noto che la comunità ebraica insediatasi non discendeva direttamente dai “figli d’ Israele”, questo avrebbe minacciato la legittimità dell’ impresa sionista e tale delegittimazione avrebbe portato a un ripensamento generale del diritto all’ esistenza dello Stato d’ Israele». Al punto che quando Arthur Koestler, autore del celeberrimo libro antistalinista Buio a mezzogiorno, nel 1976 scrisse, sulla storia del regno ebraico cazaro, La tredicesima tribù (pubblicato in Italia da Utet) in Israele il volume fu sì stampato da un piccolo editore di Gerusalemme ma poi non fu mai messo in distribuzione. I lettori israeliani, osserva Sand, quel libro «lo hanno conosciuto solo attraverso i velenosi attacchi di cui è stato oggetto». Solo molto tempo dopo la questione è stata affrontata in seminari e in qualche studio di buon livello. Stesso discorso – cioè eventi dati per certi su cui è opportuno tornare – vale per la tesi, ormai abbondantemente inficiata, che colloca in Germania il punto di confluenza e di rifondazione degli ebrei dell’ Europa orientale e che attribuisce sempre alla Germania la paternità dello yiddish. Non nella nobile Germania ma in terre orientali di minor prestigio «rinacquero» gli ebrei d’ Europa. Quello di Sand è un libro molto coraggioso. Scritto da un israeliano, per il pubblico israeliano, a dispetto della storia ufficiale che si insegna nelle scuole di Israele. E contestato da coloro che non sono d’ accordo in punta d’ argomento e senza ricorrere a tentativi di screditare l’ autore. Così si dibatte del passato in un Paese civile.

18 Commenti a “Da Mosè al sionismo: una storia «inventata»”

  • icecube:

    mi dispiace ma non riesco a leggere, troppo piccolo il carattere.

  • Ernesto:

    “… Così sì dibatte del passato in un Paese civile.” In un paese civile si dibatte così anche del presente!!!

  • Giorgio Andretta:

    Il “sionista” Lino pubblica un articolo che si sostanzia in un’accozzaglia di fetecchie.
    Mi permetto di consigliarle la lettura de: “La storia occulta” e le “Missioni di popolo” di R.Steiner.
    Con simpatia.

    • Lino Bottaro:

      Caro Giogio l’articolo è stato pubblicato da nientemeno che il “sacro” Paolo Mieli, e l’autore del libro censito è un illustre professore universitario israeliano. Quindi io l’ho solamente postato.
      Affermare poi che sono una accozzaglia di fetecchie senza riferirne il motivo non depone a suo favore.
      Cordialmente

      • Giorgio Andretta:

        Repetita iuvant!!!
        Si, ma quanto bisogna ripetere, “sacro” Lino, per essere certi che sia recepito il messaggio?
        Quando si posta un articolo, a mio modo d’intendere, significa che se ne condivide il contenuto, o mi sbaglio?
        Io non mi presto a grancassa di qlca che non condivido.
        Il “sacro” P.Mieli ha suggerito, da direttore del CdS, di votare a sinistra, cosa, a mio avviso, aberrante, perchè come più volte da me reiterato, la destra sono io, quindi votare Berlusconi o Bersani non cambia alcunché.
        Anche tra gli abitanti dello stato d’Israele ci saranno delle eccezioni che reputo positive, ma non è il caso dell’”esimio” professore a cui lei si riferisce nel suo commento. Poi che lo stesso sia ritenuto illustre non mi tange; di solito mangio e bevo quando ne sento necessità, non perchè me lo raccomanda qlke luminare.
        Se desidera la posso partecipare delle e-mail, che a giusto tempo, ho inviato a Giorgio Napolitano o a Silvio Berlusconi, dichiarando di non riconoscerli come miei rappresentanti, nonostante alcune decine di milioni d’italiani li ritengano tali.
        E allora? E’ una questione di numeri?
        W.Churchill affermò:” La democrazia è quella cosa che una banda di ladri caccia regolarmente una banda d’imbecilli”.
        Henry Louis Mencken: “La democrazia si basa in un complesso di bugie talmente infantili che debbono essere protette da un rigido sistema di tabù, se no i cretini riuscirebbero a farle a pezzi. La sua prima preoccupazione deve quindi essere penalizzare la libera circolazione delle idee.”
        Per la terza volta ripeto; leggere i testi di R.Steiner “La storia occulta” e le “Missioni di popolo” è illuminante sulle fetecchie, naturalmente questa è la mia interpretazione delle letture, non essendo io l’ermeneuta ufficiale dello scienziato/filosofo, a giusta ragione rinvio alla lettura.
        Simpaticamente a disposizione.

        • Lino Bottaro:

          No, caro critico Giorgio, io posto anche articoli che mi sconcertano e non condivido, per i quali non parteggio, come per Mieli del quale non ritengo accettabile il cerchionìbottismo.
          Spero invece di dare elementi nuovi di giudizio critico, in questo caso propedeutici alla comprensione del sacro testo.

        • Giorgio Andretta:

          Caro “critico” Lino,
          ricevo la sua risposta, ma così facendo non si potrà mai sapere da che parte sta e ciò mi sembra ambiguo.
          Conseguentemente, in futuro, mi regolerò ed a meno che lei non manifesti chiaramente le sue posizioni in proposito mi asterrò da interloquire con lei. Mi risulta difficile confrontarmi con persone che non si schierano, mi sembra un atteggiamento ambiguo alla vecchia “democrazia cristiana”, posizionandosi al centro, perniciosamente, poteva spostarsi di qua o di la a seconda delle sue convenienze.
          Altra cosa, ben vengano, è accettare articoli antitetici alle proprie convinzioni, ma postati da altri, con i quali misurarsi.
          Desidererei che ogni ospite di questo blog si esprimesse in proposito, ringraziandovi anticipatamente per la raccolta del mio invito..
          Cordialità.

        • Lino Bottaro:

          Ma attenersi all’oggetto dell’articolo postato non può bastare, no? Ho postato questo articolo perchè mi sembra degno di interesse, punto. … Capisco che l’argomento sia quasi tabù…
          Le parti dove stare, come le sfumature del nostro carattere e dei nostri convincimenti sono immense! E non catalogabili.
          Credo che in questo blog abbiamo dimostrato di averne molte, di sfumature. E’ la diversità la ricchezza di questo globo, sia che provenga da menti, sia essa espressione di biodiversità o di culture diverse. Quindi cercare di capire da che parte sta un individuo sarà il percorso conoscitivo ed introspettivo che da soli o promuovendo il confronto con altri, porta alla consapevolezza autentica. Poi se uno vuole sapere qualcosa in più di me, si può leggere altri articoli che ho postato e si fa un’opinione più approfondita.
          Salutoni

  • Ahahahahahah Lino Bottaro sionista ahahahahahahaha

    Siccome sono curioso, vorrei tanto sapere quali sono le ragioni che portano a definire Lino Bottaro “sionista”.

    Non che me ne freghi che sia sionista, ognuno è libero di scegliere ciò che vuole, però quando si definisce una persona “sionista” o “razzista” o “fascista” dopo ci sarà il lettore di turno che potrà chiedere quali sono le ragioni, che tuttavia non servono secondo me alla discussione riguardo l’articolo.

    Quindi se vuoi darmi una delucidata te ne sarei grato.

    Con simpatia

    • Giorgio Andretta:

      Signor Basile,
      sono stupito nell’averla divertita, ma come lei ben sottolinea il “sionista” è tra virgolette, quindi può significare sia il pro, il contro e l’ironico, a lei la scelta!
      Certo che la sua ilarità sarebbe notevolmente smorzata, addirittura assumerebbe valenza tragica, se lei avesse letto le opere di Steiner che ho suggerito.
      L’ebraismo ed il sionismo (senza virgolette) rivestono, secondo le opere dell’autore in questione, una realtà completamente diversa da quella comune.
      Mai esprimerei la mia opinione in proposito, proprio in forza della sua dichiarazione: ” ci sarà il lettore di turno che potrà chiedere quali sono le ragioni..”, ma all’uopo ho indicato le letture.
      Il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
      Ridancianamente.

  • lino bottaro:

    Caro Giorgio non ritengo bella la sua ultima frase rivolta ad Alfonso Basile il quale terminava il post con le parole: “con simpatia” nel perfetto stile del nostro blog.
    Perchè mi sembra che anche lei ed io ridiamo quando c’è da ridere, o no?

    Già che ci sono, riguardo il sionismo posso dire che se questo è espresso in forma aggressiva verso altre culture e popoli non può essere sostenuto perchè è contro l’indole e la natura umana. Se invece è espresso pur tautologicamente ma non coinvolge od opprime altri popoli e culture allora non metto lingua.

    Vi è da dire che buona parte dei lettori di questo blog ha gia conoscenze abbastanza approfondite al riguardo.

    Farebbe piacere inoltre ad Alfonso ed a tutti i lettori penso, sapere cosa dicono: La storia occulta e Missioni di popolo di R. Steiner, al proposito.
    La ringrazio quindi se vorrà renderci partecipi della sua conoscenza.
    Con simpatia

  • Mosè, colui ché scrisse la Bibbia per primo ! fu salvato dalle acque del Nilo, stessa mitologia di Sargon che visse qualche secolo prima. Poi la principessa gli diede un nome ebraico !?? Assodato che oramai da adulto doveva essere l’erede al trono… scappò dopo aver ucciso una guardia che maltrattò uno schiavo, ( un’erede al trono che scappa perché ha ucciso una semplice guardia ? )
    Il periodo di Mosè coincide con il ripristino del politeismo in Egitto, infatti Akhenaton aveva convertito la religione di stato dal politeismo al monoteismo. Infatti il politeismo fu ripristinato dopo la sua morte.
    Si osservi quanto afferma Sigmund Freud: “Il credo ebraico, come è noto, recita: “Schema Jisroel Adonai Elohenu Adonai Echod”. Se la somiglianza del nome dell’egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: “Odi Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l’unico Dio”" [Sigmund Freud, Mosè e il Monoteismo, Milano, 1952].
    I dieci comandamenti scritti col “dito di DIO” sono palesemente simili al libro dei morti ( il libro dei morti serviva per superare l’aldilà, accompagnava il defunto e veniva posto all’interno della bara ), infatti “Io non ho ucciso” diventa “non uccidere” “Io non ho rubato” diventa
    “non rubare” ecc… Il monte Sinai ( prende il nome dalla dea Sin dea della Luna per i popoli persiani), fu luogo di culto migliaia di anni prima della nascita di Mosè. Senza scomodare Abramo , Isacco e Giacobbe e Salomone e le Mura di Gerico, tutta la storia di Mosè non sta assolutamente in piedi e se il buongiorno si vede dal mattino ! Amon ( Anzi Amen ).

  • Jacopo Castellini:

    Lino,
    personalmente l’articolo mi sembra proporre un minestrone di fatti e loro possibili interpretazioni, che generano in chi legge disorientamento. Mieli scrive che gli ebrei avrebbero vissuto in terra europea senza considerarsi minoranza etnica/religiosa particolare, ma non è vero. Infatti, nella Serenissima gli ebrei erano considerati minoranza straniera ed ogni 10 anni dovevano rinegoziare con il governo le loro condizioni di ospitalità. Di ciò reca testimonianza anche Shakespeare nel Mercante di Venezia.
    Inoltre, l’articolo è perfettamente assimilabile alle dichiarazioni di alcuni accademici statunitensi, che di recente avrebbero confessato di essersi inventati il popolo greco con tanto di reperti archeologici, poemi letterari, filosofia, ecc. O di altri storici, che ritengono il popolo celtico un’invenzione dei movimenti nazionalisti. Personalmente, le ritengo panzane. Non si potrebbe dire lo stesso degli storici qui citati?
    Ma soprattutto, si tratta di teorie. Elaborare o inseguire teorie (secondo me) è come guardare le vetrine dei negozi o fare zapping davanti alla tv: si perde tempo prezioso, senza alla fine aver compreso veramente nulla. La teoria dice molto su chi la elabora, ma non ha nulla a che fare con la Verità. Per ricordare la quale forse bisognerebbe scegliere il silenzio interiore.
    Buona domenica!

  • Jacopo Castellini:

    Lino e Giorgio,
    riguardo l’assumere una posizione precisa per il proprio interlocutore, credo sia solo illusorio. Secondo me, noi non possiamo veramente conoscere gli altri (ed è un bene) perché conosceremmo solo intellettualmente la loro storia personale, mentre ognuno di noi è vitale ed in continuo divenire, non mummificabile. Crediamo di conoscere le persone, ma in realtà conosciamo solo le maschere che loro ci mostrano o che noi scegliamo di vedere. Possiamo però conoscere noi stessi socraticamente: un processo in divenire e non intellettualizzabile. Ma ovviamente, anche qst è solo un’opinione…
    In simpatia.

  • Ho letto il libro di Shlomo Sand, appena uscito in traduzione francese. L’ho di nuovo riletto in traduzione italiana, appena ne ho avuto notizia. Mi ha stupito l’uscita di un’edizione italiana e per giunta presso Rizzoli e perfino con una scheda riassuntiva del libro per mano di Paolo Mieli, che è un sionista. Naturalmente, credo di aver capito il libro in tutto il suo contenuto. Ma di un libro esiste anche la sua “recezione”, che è importante conoscere: come gli altri hanno capito il libro, se lo hanno letto. Per questo vado esplorando la rete per leggere cosa si dice del libro. Cerco di non intervenire nelle discussioni per non scadere in una polemica defatigante per la quale non ho né il tempo né la voglia. A mio avviso, il libro di Shlomo Sand è serio e importante. Chi ne ha deciso l’edizione italiana, credo che abbia approntato anche una strategia per la sua neutralizzazione. Francamente, non ho trovato fino a questo momento critiche degne di questo nome. La scheda di Mieli per il suo carattere riassuntivo può essere fuorviante. A chi ha un effettivo interesse per il libro consiglio la lettura diretta, che è una discussione critica e non una serie di assiomi indimostrati come fa apparire Mieli. Quanto poi a Steiner, del quale si consiglia la lettura, ricordo di aver visitato, parecchi anni fa, uno stand alla Fiera di Francoforte. Avevo preso contatti anche con una signora, nello stand, che mi indirizzava poi ad una specie di associazione parareligiosa legata al nome di Steiner… Francamente non ho mai trovato il tempo, la curiosità o l’interesse o lo sprone per occuparmi del suddetto Steiner. Eppure di libri ne leggo proprio tanti! Ma ho sempre un motivo che mi induce a leggerli. Non credo che sia corretto l’invito a leggere Steiner o un qualsiasi altro libro senza una motivazione convincente del perché si dovrebbe farlo. Tanto vale invitare a leggere il Corano o la Bibbia o un qualsiasi altro testo che si presume contenga la Verità che tutti cerchiamo. Il signore in questione, se fosse un vero conoscitore e del libro di Sand e della produzione abbondantissima di Steiner dovrebbe saperci indicare la relazione fra i due autori ed il motivo per il quale noi dovremmo leggere Steiner, che morì nel 1925, mentre Sand è ancora vivo ed ha appena pubblicato un libro, uscito oltre in ebraico anche in diverse altre lingue. Proprio non capisco questo reiterato invito fideistico, dogmatico ed anche offensivo a leggere Steiner (morto nel 1925) anziché un libro di scottante attualità, appena uscito anche in italiano. Se il signore in questione è in grado di formulare una critica seria a Sand, lo faccia: gliene saremo tutti grati. Ma parlare di “fetecchie”, depone male per lui…

    • Giorgio Andretta:

      Ritengo quanto meno esilarante il discrimine da adottare nell’affrontare la lettura di un testo: che l’autore sia vivente!
      Perché non leggere Francesco Totti?
      Mi sono permesso di suggerire la compulsione di R.Steiner senza puntare la pistola alla tempia di alcuno per costringerlo, ad ognuno la scelta.
      Quest’ultimo autore è il precursore del “Cucchiaio d’argento”, antologia di ricette di cucina, kosher o meno.
      Se possibile le “fetecchie” le ritengo elevate all’ennesima potenza.

  • Egregia Andretta,

    lei è decisamente persona non seria, che cerca ogni pretesto per non stare al tema. Si è fissato che dobbiamo leggere il suo Steiner: se lo legga lei! E non rompa più il…
    Ho proprio l’impressione che sia uno dei Troll mobilitati da Israele proprio per condurre operazioni come la sua.
    Consiglio il Moderatore di apportare i dovuti filtri.
    Nessuno più di me apprezza il valore della liberalità, ma questo non significa cadere in balia di ogni Troll.
    Ad un… non credo di dovere altre spiegazioni.

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