Fonte: http://www.vociglobali.it/ * 31/12/2010 * Articolo di Antonella Sinopoli
Può capitare che il bianco prenda il posto del nero. Quando accade, la prospettiva cambia e la lente con cui guardavi le cose intorno a te è da buttare via. Da circa due mesi vivo in un villaggio nella Regione Ashanti del Ghana. Si chiama Gyetiase ma non riuscirete a trovarlo su nessuna cartina, neppure sulla più aggiornata Google Map. Perché semplicemente Gyetiase quasi non esiste. Non esiste un’anagrafe che registri nascite e morti, e nelle case non c’è né elettricità né acqua corrente. Eppure, vi assicuro, questo villaggio esiste ed è fatto di persone vitali, fantasiose, amichevoli. E di bambini. Molti, troppi, la maggioranza della popolazione. I bianchi per loro sono obruni, punto e basta. Uno uguale all’altro, più o meno. E se riesci a far ricordare il tuo nome vero a qualcuno e lo senti pronunciare a distanza di qualche giorno ti senti felice. Perché non c’è bisogno di aver girato il mondo o di possedere un televisore per sapere che da qualche parte c’è un mondo diverso, più ricco e più comodo. Perché tutto questo è semplicemente rappresentato dalla mia presenza. Da me che penso di essere normale e invece non lo sono. Almeno non per loro. E lo sono ancora meno quando metto piede fuori da questo posto isolato e sconosciuto per andare “in città”. Sul tro-tro sono l’unica bianca, sui taxi (ma non pensate ai nostri, per carità) devo contrattare il prezzo perché non è mai lo stesso e se vado a visitare qualche luogo naturalistico o storico in giro per il Paese mi tocca pagare il doppio – tariffa speciale per gli obruni. Tanto che quasi preferisco restare nel mio piccolo villaggio, che ormai a me si stanno abituando.
Anche se poi ti viene il sospetto: possiamo davvero diventare amici? O sperano soltanto che ne venga fuori il sostegno per aprire una piccola attività o per gli studi dei loro figli? Sono dubbi che ti sfiorano, la diversità è troppo evidente, marcata, sottolineata. Ma sapete cos’è successo quando al tassista che mi ha chiesto di più del solito ho spiegato qual è la mia mission qui e ho aggiunto che essere bianchi non vuol dire essere anche ricchi? Ha rimesso la mano nella tasca dei pantaloni e mi ha restituito un Ghana cedi, il di più che mi aveva chiesto. Inutile dire come mi sono
sentita, visto che per noi equivale a pochi centesimi. Ma io volevo solo essere trattata come gli altri.
Il Nord e il Sud del mondo sono semplici riferimenti sulla carta geografica, anzi nemmeno, perché anche una carta geografica può essere capovolta. Allo stesso modo, l’opposizione del bianco al nero, e viceversa, è solo una questione di quantità. Sono diversa perché sono la sola, sono diversa perché il confronto è tra tanti uguali. Sto contando le volte in cui un bambino inizia a piangere quando mi incontra. Ad uno è venuta quasi una crisi isterica per la paura. Sì forse fa ridere, ma non quando ci sei dentro. Mi immagino come deve essersi sentito quell’uomo di colore additato nell’autobus da mio fratello
piccolo che urlava, “mamma, ma quello è nero!”. Ma era parecchi anni fa. Ora forse ai “neri” dovremmo essere, in Italia e in Europa, abituati. Mi capita molto spesso, qui, di incontrare qualcuno che mi dice di avere parenti da qualche parte, anche nel nostro Paese. E mi dicono con orgoglio che in Italia hanno un lavoro e una famiglia, spesso con coniuge “bianco”. Loro, invece, non hanno mai messo il piede fuori di qui.
La rotta più lunga è verso Mampong, Nsuta e per i più fortunati che hanno qualche affare o parente, Kumasi o Accra, la capitale. Il resto è tutta immaginazione. Ma neanche per sognare c’è molto tempo. Le donne spendono ore (tre o quattro volte al giorno) per andare ai ruscelli a prendere l’acqua che trasportano sulle loro
teste. Poi vanno in campagna o si dedicano ad attività di vendita di prodotti primari. Anche ai bambini tocca prendere l’acqua, prima e dopo la scuola. E se qualche volta si
addormentano sui banchi è perché sono stanchi e affamati. Gli uomini lavorano per lo più in campagna oppure sono in città a lavorare e tornano, quando tornano, il fine settimana.

Stirare alla luce di un lampione con un ferro riscaldato con la brace ardente.
Foto © Antonella Sinopoli
E poi c’è il sole fortissimo della stagione secca e la pioggia implacabile del resto dell’anno che impediscono al corpo e alla mente di fare tanti progetti. E il lavoro nei campi è faticoso e le strade impraticabili. Così si rimane
nell’attesa di qualcosa. Un’Organizzazione dall’estero (come la mia) che porta speranza e aiuti, qualche bianco che porta novità, un parente emigrato che si ricorda di te. Il buio e la luce sono concetti semplicissimi legati al ciclo del giorno e della notte. Alle 4.30, più o meno, tutto comincia. Alle 18.30, più o meno, tutto si ferma. O quasi. Pochi mesi fa hanno portato i pali della luce lungo qualche tratto di strada e all’interno del villaggio. Così qualcuno si attarda sotto un lampione. Giovani che preparano l’esame del trimestre, una ragazza che stira la divisa scolastica su un panno appoggiato sull’erba e con un ferro a brace. Qui non esistono cancelli, steccati, porte a serratura. Né frontiere tra un villaggio e l’altro, tra una proprietà e l’altra nelle zone coltivate. Ma esiste una barriera invalicabile, la quasi impossibilità di modificare la propria esistenza.
Tra i diritti dell’essere umano c’è quello al miglioramento personale e sociale ma, quando nasci in un villaggio come Gyetiase dove si sopravvive grazie a un’economia di sussistenza, le possibilità di cambiare la tua vita sono davvero limitate. Eppure quante belle menti e cuori mi è capitato di incontrare. Paul Kwaku Opoku che prepara il vino di palma – ore e ore di lavoro sotto il sole nel bush – e mi spiega le procedure con attenzione e pazienza.

Preparazione di cassava e plantain per la cena, spesso unico pasto del giorno. Foto © Antonella Sinopoli
Vivian Danso che grazie al microcredito ha avviato una piccola attività commerciale e appena può viene a trovarmi per scambiare due chiacchiere. Ha 27 anni, 3 figli piccoli e un altro in arrivo ed è sempre sorridente. Diana Fosuah Owusu, la mia giovane assistente e interprete che a tutti i costi per Natale ha voluto farmi un regalo e mi sta insegnando un mucchio di cose sulla sua cultura. Felix Mensah, che a undici anni legge poeti del romanticismo inglese e fa discorsi troppo grandi per la sua età. È orfano, come tanti, e vive con la nonna. Non puoi fare a meno di notarlo, è sempre pulito e ben vestito contrariamente ad ogni altro bambino. “Andrò a vivere a Londra” dice. Il chief di un villaggio vicino, di cui purtroppo non ho memorizzato il nome, che mi ha detto: “Tutti abbiamo dei problemi, anche Dio, che vorrebbe che tutti credessero soltanto in lui, ma non è così”.
Sì, è vero. Solo a Gyetiase, che conterà qualcosa come 1.200 abitanti, ci sono sei chiese. Eppure, all’apparenza, non sembra esserci rivalità. In ogni caso ad accomunarle tutte è un cerimoniale fatto di canti e danze che possono andare avanti per ore. Al suono di percussioni e battiti di mani. L’Africa nelle chiese ha qualcosa di affascinante e ipnotico.
Come affascinanti sono i gesti quotidiani a cui finisci anche tu per fare l’abitudine. La sveglia all’alba al suono degli edon, il bagno nei catini, il battere nel mastello che annuncia, a partire dalle 14 circa, la preparazione del fufu, il richiamo dei konkon. Le pecore giovani che cercano le madri. Le capre che quasi ti camminano sui piedi. Forse tutto questo mi mancherà. Sicuramente quei “neri” che incrociamo per le nostre strade conservano nelle orecchie i loro suoni. Il ricordo di una quotidianità perduta, dove erano uguali agli altri, non dei diversi che sperano di non sentirsi e di non essere trattati come tali. Come me adesso.
Mi domando quanti tra coloro che stabiliscono i flussi di ingresso e le politiche sull’immigrazione abbiano mai conosciuto un posto come questo. Abbiano mai sentito il peso della diversità e della discriminazione nelle loro relazioni quotidiane. Mi domando quanti tra coloro che hanno deciso i tagli alla cooperazione abbiano mai visto qualcuno sudare per coltivare un po’ di cassava e yam da cucinare tutti i santi giorni. Sempre la stessa cosa. Sarebbe interessante per queste persone, come per chiunque ragioni ancora nei termini del “noi” e “loro”, farsi “una vacanza” da queste parti per vedere, per capire, per animare un po’ il proprio cuore. Un viaggio che raccomando anche a chi ha voglia di esplorare il mondo e brama mete esotiche. Perché oggi il vero pioniere non è chi arriva in luoghi meravigliosi e incontaminati (a patto che ne esistano ancora) ma chi va in posti degradati e poveri. Dove se prendi la malaria e non hai le medicine muori. Dove gli odori sono spiacevoli, dove nessuno vorrebbe mai andare. Né tanto meno vivere. Ma dove, se offri una caramella a un bambino, questo ti mette davanti il più piccolo e gli allunga la mano in modo che tu la dia a lui per primo.
[ Tutte le foto © Antonella Sinopoli ]






























Grazie per aver condiviso questa esperienza scrivendo questo articolo.
Spero aiuti qualcuno alla riflessione….
Per favore, non cadiamo nella facile demagogia; concetti come “noi” e “loro” sono normali e reali.
Rifiuto i sensi di colpa e li respingo al mittente.
Altra cosa è lo sfruttamento che l’elite globale fa di TUTTI, in diversa forma e maniera.
ciao Georg,
non conosco i sensi di colpa e non credo di avere la capacità (né tantomeno la volontà)di instillarne in altri.
La mia è semplicemente una testimonianza e una riflessione dal campo.
Grazie per aver letto e grazie a tutti