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Gli inglesi usano la droga per dominare il mondo? Soros il famoso finanziere ebreo legato a doppio filo ai Rothschild, finanzia una associazione internazionale per la legalizzazione della droga? La Cia si finanzia col commercio della droga colombiana e sostiene la dittatura di quel Paese?  Il Kosovo americano è divenuto il crocevia europeo delle mafie della droga? Se così è, la storia è illuminante al proposito.  Nella guerra dell’oppio in Cina condotta dagli inglesi capiamo come questa nostra algida lotta alla droga sia già persa in partenza… e intere generazioni di giovani  continueranno ad essere portate al baratro.
A quando il crollo per consunzione di questo regime imperiale basato su di una economia finanziaria parassita?

A Vienna si discute la nuova strategia nella lotta alla droga

Scritto da Chiara Pracchi

All’apertura della Conferenza Onu sulle droghe, che si svolge da oggi per una settimana a Vienna, gli organismi internazioni fanno il punto della situazione nella lotta al narcotraffico. Ciò che ne emerge è un quadro a tinte fosche, in cui nessuno degli obiettivi che ci si era prefissati è ancora stato raggiunto.

Il bilancio. Il consumo di cocaina è andato costantemente aumentando in Europa e negli Stati Uniti. Conseguentemente, in America Latina la produzione è aumentata del 16 percento. Più di 750 tonnellate di cocaina partono ogni anno dalla Ande per andare ad alimentare un commercio multimiliardario che ha costretto numerosi contadini a lasciare le proprie terre, ha causato guerre fra bande e ha corrotto le istituzioni dello stato. Almeno seimila persone sono state uccise l’anno scorso in Messico, nella guerra per il controllo del mercato, e sono già più di mille le vittime di quest’anno. Un livello di violenza mai raggiunto in precedenza, che si sta spostando sempre più a nord, al confine con gli Stati Uniti.

La rotta africana. Il 27 percento della cocaina che viene consumata in Europa, circa 40 tonnellate l’anno, arriva per quella che viene definita la nuova rotta africana: dall’America del sud, attraversa tutto l’oceano per sbarcare in Paesi come Nigeria, Ghana, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Guinea-Bissau, Capo Verde, Senegal, Mali e Mauritania. Sull’altro versante del continente, quello orientale, arriva invece l’eroina asiatica attraverso l’Etiopia e il Kenya. Paesi che, per la loro povertà, l’estensione delle coste, la scarsità dei controlli e la permeabilità delle deboli strutture statali, rappresentano lo scenario ideale per i gruppi criminali. “I cartelli della droga, non solo comprano proprietà immobiliari, banche e imprese, ma comprano anche le elezioni, i candidati e i partiti” assicura Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite.

La Guinea Bissau. Prendiamo ad esempio il caso della Guinea-Bissau, uno dei Paesi più poveri al mondo, dove non ci sono prigioni e dove la polizia giudiziaria è composta da sessanta uomini, con un solo automezzo. Il 12 luglio scorso un piccolo bimotore statunitense, proveniente dalla città venezuelana di Barcellona, atterrò d’emergenza all’aeroporto “Osvaldo Vieira”, nella capitale del Paese. La Dea e l’Interpol erano state avvisate che quell’aereo trasportava più di 500 tonnellate di cocaina per il mercato europeo, ma l’esercito assunse il controllo dell’aeroporto e portò via il carico senza testimoni. In seguito i militari dichiararono che sull’aereo non c’era droga, ma solo medicine per le forze armate.
Recentemente il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha espresso la propria preoccupazione per il potere crescente del narcotraffico e la debolezza delle strutture statali della Guinea-Bissau.

Il cambio di strategia. Alla conferenza di Vienna molto probabilmente si scontreranno due diversi approcci: coloro che intendono proseguire la lotta così come è stata portata avanti fino ad oggi, e coloro che invece propendono per un cambio di rotta, incentrato sulla prevenzione e sulla riduzione del danno.
Cesar Gaviria, ex presidente della Colombia e capo della commissione latino americana sulla droga e la democrazia, è fra coloro che bocciano il metodo seguito fino ad ora: “le politiche proibizioniste basate sulla distruzione, sui divieti e sulla criminalizzazione non hanno portato ai risultati sperati. Oggi noi siamo quanto di più lontano dall’aver sconfitto il problema”. Per questo la commissione da lui guidata chiede un cambiamento di paradigma, dalla repressione all’educazione, passando anche per la depenalizzazione della marijuana. Dello stesso avviso è anche un dossier della Brookings Institution e lo studio dell’economista di Harvard, Jeffrey Miron, sottoscritto da più di cinquecento colleghi.
“Non è giusto dire che non abbiamo fatto alcun progresso, sostiene invece Aldo Lale-Demoz , capo dell’ufficio Onu contro la droga e il crimine di Bogotà – noi non stiamo perdendo e non stiamo vincendo. Stiamo controllando il territorio”. Ma un recente rapporto, commissionato dal vicepresidente statunitense Joe Biden, quando era ancora senatore, conclude che la guerra alla droga in Colombia è fallita. E questa, probabilmente sarà la linea che terrà la nuova amministrazione Obama alla conferenza di Vienna.

Articolo originale: http://it.peacereporter.net/articolo/14624/Guerra+alla+droga+e+nuove+rotte

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