Gli altri esseri umani naturalmente erano altri UNO PRIMORDIALI, ma lui li stava trattando superficialmente come “programmi”… gli altri e lui ERANO LA STESSA COSA. Capì allora in un batter d’occhi che mai la ricchezza e l’amore di un altro, la libertà e l’onnipotenza di un altro, avrebbero potuto in alcun modo pregiudicare o interferire con la sua, né sarebbe mai potuto avvenire il contrario. Solo credere ai mostri della superficie dell’abisso poteva farci credere questo.
Questa è una versione della storia completa dell’umanità, ovvero così come ogni essere umano è stato formato. La versione ‘romanzata’ di tale storia, qui trascritta, ha richiesto 20 anni di studi e oltre 12 anni di stesura. Saranno date ad ognuno delle chiavi, le più semplici ed intuitive, ma non ‘esplicate’: interpretazioni simboliche per manipolare la materia pura del mondo interiore e farne materia raffinata del mondo superficiale. Si tratta di un viaggio psicologico. Questo racconto è ovviamente un introduzione a successive chiarificazioni.
INIZIO
Otto si diresse verso l’uscita dell’accampamento, il quale era delimitato da un’inferriata, calmo estrasse la chiave e l’affondò nel lucchetto, ma questa non si incastrò, allora abbassò il capo e si aggrappò all’inferriata che circondava il campo «Dannazione! Lasciatemi uscire.»
Con le tronchesi nascoste sotto la giacca creò un varco in basso sotto la rete, che piegò verso l’esterno.
Il sole picchiava con violenza. S’infilò nel varco della rete, e uscì fuori dal campo delimitato dal filo spinato. Dieci minuti dopo raggiunse gli scavi.Fece un giro tra le dune di terra, quando notò che c’era qualcosa vicino all’entrata degli scavi: una grossa lastra di legno protetta da lunghe assi diagonali, che s’intravedevano sotto un mucchio di pietrisco.
Cercò nelle tasche interne della giacca una torcia, la trovò nello zaino dove era utilizzata a mo’ di segnalibro tra le pagine del taccuino che sortava sempre con sè: uno che scava tra le antichità ha bisogno di NON DIMENTICARE.
Levò le assi di legno, spostò la lastra e vide che sotto c’era un buco largo almeno un metro e mezzo scavato tra la dura terra e mattoni, e più sotto delle scale che scendevano.
Le leggi sulla sicurezza gli dicevano che non doveva piu’ andare avanti da solo. Perciò decise di inabissarsi.
“Mentre il varco è chiuso per qualunque ideologia esteriormente creduta vera di epoca in epoca dagli uomini, e che mai veramente controlla la nostra vita… un impero di controllo, che regna dal giorno della sua nascita, è attualmente il lato meno pubblicizzato di ogni pensiero mondiale e si trova NEL NOSTRO sottosuolo.
Ora, esso gestisce vite, danari, approva guerre, sceglie e sobilla figure di prestigio, legifera dall’alto del suo orrore di “grandi forme immobili”, controlla pesi, eserciti…
Perciò noi sappiamo che quello che fa un direttore generale, un politico, un militare, non è diverso da ciò che fa L’Hacker, l’operaio o il romanziere: noi si vende il nostro personaggio, la nostra maschera. Eppure la maschera rivela ciò che c’è di più profondo. Vi sono maschere che aprono le gambe, maschere che imbracciano fucili, maschere che imparano a mentire, o che apprendono l’arte di credere a ciò che gli viene detto. La maschere dicono molto di ciò che siamo, se pur con parole troppo lontane dalla loro origine per essere comprensibili. Scopo di questo viaggio è L’ORIGINE”Scendendo Otto si avvide che molte pietre sembravano enormi blocchi magicamente aderent0i, come costruiti da mente umana.
Aveva una sensazione netta che però non lo spaventava: questa “scoperta” sarebbe stata LA SCOPERTA, quella che aveva atteso dal primo istante e secondo della sua vita.
Nel tunnel discendente erano segnate sul muro immagini dettagliate di oggetti moderni, carri armati, elicotteri, computer, ma ciò che lo mandò in visibilio fu ciò che vide sui lunghi corridoi più regolari e meno pendenti. Vi era in terra una vecchia lunghissima planimetria, che copriva il terreno come un tappeto, l’attuale planimetria dell’intero mondo: vi erano tutte le città. Ma la stranezza che davvero lo stupì fu che accanto alla planimetria vide il suo taccuino.
Lo prese. Era chiuso ma gli sembrava proprio il suo: stessa copertina, stesse pieghe. Lo sfogliò e non poté credere a ciò che vide: dentro c’era l’intero blocco dei suoi appunti. Tutto ciò che aveva scritto nel suo taccuino era anche qui: riportato in questo, come un’esatta riproduzione di quello che aveva indosso. Con le stesse parole che aveva scritto pochi istanti prima. Estrasse il suo.
Il suo taccuino era senza polvere, mentre quello in terra pareva essere stato nella polvere per millenni, eppure erano la stessa cosa!
…Ora gli prese una gran paura: si sollevò a fatica e, anche se per un po’ non se ne accorse – la luce brillava fortissima da dietro un archetto di pietra.
“Ecco” pensò “questa è la punizione per la mia SCOPERTA”… un mondo al centro della terra: mi trovo in un incubo.Superò l’archetto, si immerse triste in quella lucentezza improvvisa, e allora vide… un ABISSO di fronte a se, un mare del quale poteva vedere con assoluta chiarezza le più limpide profondità.
SPIEGAZIONI
In ogni angolo di quell’abisso c’era tutto il suo PENSARE, SENTIRE, svanito dai suoi ricordi ma rimasto impresso in quel mondo sommerso: vide se stesso bambino, infante, e poi pochi giorni dopo la sua nascita, e poi ancora prima, dentro il ventre della donna che l’aveva in pancia: un bambino che non riusciva a pensare, perché non conosceva le parole, e che non poteva provare emozioni, perché imponevano la presenza di idee, o di qualcos’altro intorno a sé di comprensibile.
Lui però riusciva a comprendere e a tradurre in emozioni e pensieri quello che gli stava comunicando il mondo sommerso quel bambino, e cosa ancora più incredibile: quel bambino comprendeva lui. Con un linguaggio sconosciuto.
Otto si era chiesto “Ma come fa a comprendermi?”
E quell’altro gli aveva risposto “Guarda qui.”Gli apparvero improvvisamente, di fronte all’ABISSO di quell’oceano, ma distanti appena un pelo dalla superficie… dei moti dell’anima… movimenti… che Otto provò a tradurre con ARCHETIPI, e allora si rese conto che stava guardando il punto più profondo dell’abisso, dove c’era anche qualcos’altro.
Fece un passo verso quell’acqua, il mostruoso mare, e finalmente vide qualcosa di davvero, davvero straordinario: sotto la superficie, il fondale che si vedeva in trasparenza, non era il fondo del mare, era un cielo!Rimase basito, poiché questo significava una cosa assai importante: in quel luogo dentro di sè, se fosse sceso, o se fosse salito, per gli archetipi, per quel bambino, per tutto il creato, questi opposti non avrebbe fatto alcuna differenza. E allora capì che se oltre a salire fosse tornato indietro, se avesse ripreso il suo taccuino oppure la copia antichissima che aveva trovato a terra, non ci sarebbe stata alcuna differenza, perché il tempo aveva diramazioni, ma la direzione non faceva differenza.
Doveva trovarsi nel punto più profondo di quell’abisso, e quell’abisso loro due l’avevano in comune, proprio perchè il tempo nell’abisso non aveva importanza. Più idee, più parole, l’avevano elevato dall’abisso, cioè allontanato dal cielo. Eppure era tutto ancora lì.
Tutto era già presente, e tutto era sempre stato, e tutto sarebbe stato, in un infinito presente che sapeva d’infinito. Quell’infinito presente era il mondo non limitato dalle idee, ma in cui le idee, come rami di un albero, avevano radici NELL’UNO.
L’UNO?
Si sedette su una pietra e fu invaso da duemilioni di immagini tristi e distruttive sulla sua vita fino ad allora: vide milioni di schemi e di programmi avvicinarsi a lui minacciosi come piccoli mostri affamati sul pelo dell’acqua.
Vedeva che quei mostri erano manovrati come fili dagli archetipi, da quel bambino.
Vide un programma antico, un programma nefando che giudicava il suo atto di non rispettare le leggi, e di scendere per scoprire la verità, come una condanna a morte, vide che il suo desiderio di fuggire da lì, la sua paura di scendere, la sua angoscia di essere solo e indifeso nel cosmo, come altri programmi, altri mostri che affioravano in superficie e gli venivano spaventosamente e inesorabilmente incontro: se lo avessero toccato sarebbe impazzito.
Infine ne vide un altro, più intimo, indistinto orrore affiorare, ma che non fu in grado di descrivere se non con la parola ‘inferno’; e capì che “tutto ciò che stava osservando non era altro che marchingegni a cui si era affidato per così tanto tempo, perciò ben gli stava l’aver vissuto tutta la vita come fosse all’inferno”. I suoi archetipi ci tenevano particolarmente a che lui vivesse in un inferno.“Ma come ho fatto a creare tutto questo” si chiese d’un tratto: “Come quegli archetipi sono diventati miei? Non me ne sono nemmeno accorto!”
…Intanto si rendeva conto che non c’era niente di lui che fosse genuino, a confronto di quel bambino, lui adulto era una marionetta.
“Quella era la programmazione dei propri geni”, pensò d’un tratto osservando che quel bambino in fondo all’abisso, accoccolato con gli archetipi, a guardare bene non aveva la forma di un bambino, aveva bensì la forma di un “UNO primordiale”. E allora capì: “l’inconscio è il pensiero dei geni, e i geni sono la materializzazione dell’inconscio.”
Fu allora che Otto si rese conto che non era “da qualche parte, per esempio nel suo “esistere nella materialità” il male dell’uomo o dell’intero mondo, ma nell’essersi semplicemente scordato dell’UNO primordiale. Era dall’uno che era venuta la propria creazione genetica/inconscia, da essa gli archetipi che giocavano a farlo morire con le sensazione, le emozioni e con le idee. Sì, ora poteva dire che l’uomo aveva creato se stesso, solo che aveva scordato di averlo fatto.
Questo significava che nei geni doveva essere rimasta la programmazione iniziale: quella dell’uno, quella della CREAZIONE.
Scese dentro di se per sentire la propria paura per le malattie: dal luogo in cui si trovava capì bene che così come l’UNO aveva creato quelle forme/programmi genetici, così li avrebbe potuti prendere, spostare, modificare, eliminare.
Sapendo di non aver bisogno di sperimentarli per riviverli, perché il bambino pur non avendo sperimentando niente sapeva già tutto, si concentrò su questa “paura delle malattie” e scese sempre più dentro, rivivendola… e tanto intensamente la visse, che l’abisso scomparve e si materializzò il “mondo della superficie”; la cosiddetta “vita vera”. La differenza si condensava nell’intensità del sentire.
Quando fu completamente dentro la realtà, dunque nel dolore, riuscì a vedere con chiarezza il senso dell’impotenza, l’oppressione di una forza esterna che ti schiaccia, una forza che si faceva beffe di ogni suo sforzo superficiale, e godeva della sua impotenza, capì che prima o poi le sue sventure sarebbero finite.Impiegò molto tempo, perché il mare delle informazioni era vasto, e troppe volte ancora credeva a ciò che vedeva… ma ancora ringraziò quella meravigliosa facoltà che era la propria mente, la propria ragione, che aveva la saggezza e la sensibilità per capire quando una cosa fosse vera, quando invece fosse solo “un’ombra della sua mente”.
FU UN MIRACOLO.
QUELLO che lui aveva fatto era stato un gioco: si era abbandonato al divertimento, all’onnipotenza dell’immaginazione e del sentire, del piacere di giocare, possedere, sentirsi al sicuro, coccolati, di ottenere ciò che si vuole senza sforzo, di sentire che ‘tutto’ si prende cura di noi: e tutto improvvisamente era cambiato.
E il bambino che aveva cambiato ciò che non gli piaceva più, e che aveva visto anche quanta fatica l’umanità, anche gli uomini potenti, si erano addossati come se tutto ciò fosse inevitabile, rientrò a far parte di lui.
Se tutti avessero saputo ciò che aveva scoperto lui in quella caverna, il mondo sarebbe cambiato in un giorno.“Cosa posso fare ora?” si chiese Otto “Come posso incidere su una cosa che esiste da milioni, forse miliardi di anni: l’umanità? Che potere ho io?”
“Vedi…” gli disse il bambino “…se un uccello batte le ali, significa che crede ancora che vi sia un luogo, e che esista un futuro cui giungere, e un passato da cui è giunto. Quell’uccello è la libertà. Tu insegnagli che non c’è bisogno di batter le ali”.E con quelle parole finalmente Otto capì che cosa gli faceva credere che Dio dovesse essere la fuori, tra il mare delle programmazioni: il passato, con il suo ricco bagaglio di informazioni, non aveva più valore per la vita e per quella di tutta la razza umana, che una bella FAVOLA su cui basare un’esistenza bloccata e ingessata per l’eternità, e… il futuro? Sul futuro c’era veramente di che ridere…
CHE COS’È IL FUTURO?
C’era in effetti una questione, quella del futuro dell’umanità. Un UNO PRIMORDIALE aveva potere sull’intera umanità. Come poteva lui gravarsi di un tale potere senza fare più errori di quelli che chi era in vetta al mondo stava già facendo?
Improvvisamente Otto si ritrovò al cospetto dell’abisso, e vide di fronte a sé il mare ribollire di una quantità di forme agitate, che gli impedivano di giocare: erano gli esseri umani che ora giungevano a galla dal profondo, mossi anch’essi… DAI PROPRI ARCHETIPI!!! E creati dall’UNO PRIMORDIALE, ciò da se stesso!
Gli altri esseri umani naturalmente erano altri UNO PRIMORDIALI, ma lui li stava trattando superficialmente come “programmi”… gli altri e lui ERANO LA STESSA COSA. Capì allora in un batter d’occhi che mai la ricchezza e l’amore di un altro, la libertà e l’onnipotenza di un altro, avrebbero potuto in alcun modo pregiudicare o interferire con la sua, né sarebbe mai potuto avvenire il contrario. Solo credere ai mostri della superficie dell’abisso poteva farci credere questo.
Fu un lavoro enorme, in cui dovette riprogrammare un intero universo di esseri che CO-CREANO partendo da quell’unico UNO e INFINITO primordiale, e in cui nessuno si limita a credere che la ricchezza dell’uno finisca col creare la povertà di un altro… (e così via…) fu dunque con questo sistema che Otto cambiò il mondo.
Ed ora…Scritto da L’Hacker il 14/1/2011
…”E OVVIAMENTE SIAMO LIBERI DI ESSERE CIÒ CHE SIAMO”







































E’ una favola illuminate grata per questo lavoro interiore che condivido, e grata per il messaggio che trasmette.
Sembra le cose stiano esattamente così…