(se si va su Wikipedia si scopre la censura on line riguardo Hessel. Non vi è una parola del suo impegno contro la politica del terrore di Israele nei confronti dei palestinesi ndr)
fonte: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Stéphane Hessel, 93 anni, ebreo scampato all’Olocausto, invita al boicottaggio dello stato criminale d’Israele. Una delle migliori menti della generazione dei nostri nonni.
www.bdsmovement.net www.boicottaisraele.it
Stephane Hessel boycott israel
Da Corriere della Sera 18 gennaio 2011
Protesta degli ebrei.
E Parigi cancella l’incontro con Hessel
Zittito lo scrittore oggi più venduto in Francia
«Invita al boicottaggio di Israele, è illegale»
di Stefano Montefiori
PARIGI— «Mio padre era ebreo, sono scampato a Buchenwald, le accuse di antisemitismo non mi sfiorano» , dice sereno Stéphane Hessel, 93 anni, protagonista del caso editoriale dell’anno in Francia con il suo piccolo libro «Indignez vous» . Oggi avrebbe dovuto essere il protagonista di un dibattito alla École normale supérieure di Parigi, ma la direzione del prestigioso istituto ha cancellato l’appuntamento su richiesta del Crif (Consiglio rappresentativo delle associazioni ebraiche di Francia): il tema dell’incontro era la campagna «Bds» (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) contro Israele, alla quale Hessel aderisce tra mille polemiche. «Un incitamento a tenere comportamenti discriminatori nei confronti di un Paese, peraltro proibiti dalla legge» , secondo Richard Prasquier, presidente del Crif, che ringrazia la direttrice Monique Canto Sperber per avere avuto il coraggio di annullare il dibattito «senza chiudere gli occhi in omaggio al politicamente corretto» . Prasquier rende omaggio anche all’intervento «senza ambiguità» del ministro dell’Università, Valérie Pécresse. Non è facile rifiutare una sala già prenotata da settimane a uno degli uomini oggi più amati di Francia, che ha già venduto oltre 650 mila copie del suo — toccante per alcuni, banale per altri— invito alla ribellione contro le ingiustizie. La piccola casa «Indigène Editions» di Montpellier è già all’undicesima ristampa, ed è certa di oltrepassare il
milione di copie. Hessel, sulle copertine di tutti i giornali e conteso da radio e tv, è ormai un fenomeno di società, anche in virtù di una storia personale unica: nato a Berlino dalla coppia che ispirò a Henri-Pierre Roché e poi a François Truffaut «Jules e Jim», arrivato a Parigi all’età di sette anni, nella Seconda guerra mondiale scelse il campo della resistenza francese. Arrestato e torturato dai nazisti, Hessel riuscì a salvarsi dal campo di concentramento nazista nonostante una condanna a morte già pronunciata; dopo la guerra partecipò alla nascita delle Nazioni Unite e fu tra i 18 redattori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Poi la carriera nella diplomazia francese, gli incarichi a Saigon, Ginevra e nell’Algeria della decolonizzazione, e negli ultimi decenni l’impegno in difesa dei sans papiers e dei palestinesi di Gaza. Il successo delle sue 24 pagine vendute a tre euro— da oltre due mesi in testa alla classifica della saggistica — è innanzitutto il tributo di tanti francesi a una vita straordinaria. Ma Hessel non fa l’unanimità: nei mesi scorsi già lo studioso Pierre-André Taguieff, a nome del campo pro Israele, lo aveva attaccato per il suo impegno filo-palestinese. Oggi, Hessel non parlerà alla Normale. Nel pomeriggio parteciperà alla manifestazione che i suoi compagni di lotta anti-israeliana e una parte degli studenti terranno al Pantheon, per protestare contro «l’offesa alla libertà di espressione» . «Quando nacque lo Stato di Israele ne fui felice — ha più volte ripetuto Hessel —, oggi però ho il diritto di indignarmi e oppormi alle azioni di un governo israeliano che può essere criticato come tutti gli altri» . Il Crif invece sostiene che Hessel è affetto da «fissazioni anti-israeliane» , che la campagna di boicottaggio è illegale in base alla legge francese e contesta anche il modo in cui alcuni normalisti «convertiti al terrorismo intellettuale» avevano organizzato «un dibattito a senso unico» : accanto a Hessel avrebbero dovuto prendere la parola il magistrato Benoist Hurel («per lui i dirigenti di Hamas sono dei moderati e i razzi su Israele dei giocattoli» , sostiene Prasquier), la deputata arabo-israeliana Haneen Zoabi, Leïla Shahid (rappresentante dell’Autorità nazionale palestinese all’Unione Europea), oltre a Elisabeth Guigou, esponente socialista ex ministro della Giustizia. In ottobre Alima Boumediene-Thiery (senatrice dei Verdi) e Omar Slaouti (capolista alle europee del partito di sinistra radicale Npa), che partecipano alla campagna di boicottaggio, sono stati assolti dal tribunale di Pontoise dall’accusa di «incitamento alla provocazione» , ma all’incirca altre 80 persone — tra le quali Hessel — potrebbero essere processate nei prossimi mesi. Il difficile confine tra antisemitismo, antisionismo e libertà di espressione continua a tormentare le coscienze.
Dal Corriere del 22 novembre 2010:
Accanto alla difesa degli immigrati, negli ultimi anni la battaglia di Hessel è a favore dei palestinesi di Gaza, con le inevitabili polemiche. Quest’estate il «Bureau National de Vigilance Contre l’Antisémitisme» ha denunciato Hessel per la sua partecipazione alle campagne di boicottaggio economico di Israele; lo studioso Pierre-André Taguieff si è spinto a insultare Hessel durante una trasmissione radio. In difesa dell’ambasciatore si sono schierati oltre 100 intellettuali e politici di ogni partito, tra i quali Daniel Cohn-Bendit, l’ex ministro degli Esteri Hubert Vedrine, Jean Baubérot, Etienne Balibar, Danielle Mitterrand, Catherine Tasca. «Sono ebreo per parte di padre e ho combattuto i nazisti, non sono particolarmente sensibile all’accusa di antisemitismo – dice Hessel -. Rivendico il diritto di indignarmi per le azioni di uno Stato, che sia Israele o qualsiasi altro. Questo non significa essere antisionisti o antisemiti, è una sciocchezza. Due Stati, uno ebraico e l’altro palestinese, devono convivere. Lo spero con tutte le mie forze.
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Quando il quarto esercito del mondo bombarda dei bambini
22/01/2011
Il mio articolo per Peacereporter di giovedì:
Guernica Gaza
Un carretto al centro della desolazione, a lato un cavallo abbattuto, come il seguito mai dipinto di una Guernica palestinese.
Sul luogo dell’ultimo massacro, a Tal Abu Safiya, Est di Beit Hanoun, nel Nord della Striscia di Gaza, in un’aerea agricola una volta florida di frutteti e ora nient’altro che terreno triturato dai cingoli dei carri armati, a circa duecento metri dal confine, è rimasto il mezzo e il quadrupede in putrefazione di Amjad Sami Al Zaaneen, ragazzo di 18 anni ucciso martedì dall’esercito israeliano.
Sin dalla mattina presto Amjad, con alcuni amici si era recato nella zona per raccogliere materiale di riciclo come ferro e cemento. In una Gaza dove da 4 anni per via del blocco israeliano non entrano i materiali per ricostruzione, questi riciclatori, oltre a sfamare le loro poverissimi famiglie, svolgono una funzione sociale fondamentale.
Quando verso le 8 e 30, sette carri armati e tre bulldozer israeliani hanno invaso il confine iniziando a devastare terreni coltivabili, i giovani palestinesi hanno mollato in fretta e furia il carretto e l’animale per darsi alla fuga.
Verso le 14, a incursione finita, i ragazzi sono tornati indietro, inconsapevoli della presenza di un carro armato piazzato poco distante dal confine che li stava prendendo di mira. 7 colpi sono stati sparati in loro direzione.
Amjad, 18 anni, centrato all’addome, è morto dopo pochi minuti sul posto.
Cosi’i feriti ricoverati all’ospedale di Beit Hanoun hanno accontato l’attacco agli attivisti dell’International Solidarity Movement.
Sharaf Raafat Shada, 19 anni: “Quando siamo tornati per riprenderci l’animale e il carretto carico di pietre, il tank israeliano ha iniziato a spararci addosso. Sono rimasto ferito dalle schegge del primo missile, nonostante questo, ho continuato correre. I missili cadevano in ogni direzione. Quando ho raggiunto la strada principale, mi sono accasciato al suolo, poi mi hanno trasportato in ospedale.”
Ismael Abd Elqader Al Zaaneen, 16 anni: “Dovunque fuggissimo, qualunque direzione prendessimo, ci sparavano proiettili dinnanzi. Ci hanno sparato contro una decina di missili, io ho schegge su tutta la schiena e sulle gambe”.
Lo zio di Sharaf: “crimini come questo odierno sono ormai quotidiani. Israele impedisce a tutti i civili della zona di raggiungere la loro terra. La nostra vita è divenuta incredibilmente dura, specie nell’ultimo periodo assistiamo inermi ad una spaventosa escalation di brutalità israeliana contro contadini e pastori. Ci vogliono concime per i nostri campi”.
Tal Abu Safiya, dinnanzi al confine è un ampio spiazzo di terra senza edifici, arbusti o altri ostacoli alla visibilità delle numerose telecamere israeliane che la monitorano palmo a palmo. C’è perfino un dirigibile che col suo occhio ciclopico spia maestoso ogni movimento dal cielo.
Prima di azionare il cannone, I soldati aveva chiaramente dinnanzi agli occhi l’identità delle loro vittime: civili disarmati, poco più che bambini.
Oday Abdel Qader Al Zaanen, 11 anni: “Quando Sharaf è rimasto ferito dal primo proiettile, Ajmad, mio cugino, si è mosso per soccorrerlo. Non ha fatto in tempo a fare due passi che un missile lo ha centrato direttamente nello stomaco, sventrandolo. Io sono stato fortunato a rimanere ferito solo di striscio al viso. Non so perché Israele ci ha fatto tutto questo”.
Quando il quarto esercito del mondo bombarda dei bambini per la colpa di esser nati dal lato sbagliato del confine, bambini costretti già dall’infanzia a lavori pesanti nei campi per aiutare le famiglie a sopravvivere, bambini che nella loro breve esistenza non hanno mai avuto altra esperienza che non la miseria e la morte dei loro familiari e dei compagni di gioco, ebbene, quella che si autodefinisce “l’unica democrazia del medi oriente” dovrebbe fermarsi e riflettere in quali abissi di immoralità sta sprofondando, e così dovrebbero fare i suoi alleati.
Nella stessa zona, a Nord della Striscia di Gaza, e il 23 dicembre i soldati israeliani avevano ucciso sangue freddo il pastore beduino Salama Abu Hashish e il 10 gennaio Mohammed Shaban Shaker Karmoot, anziano contadino al lavoro su sui campi.
I cingoli dei carri armati dissodano e arano, i cannoni concimano, ma questo lembo di terra non rinuncia a chiedere di rifiorire.
Restiamo Umani
Vittorio Arrigoni da Gaza city.





























Io consiglierei di riunirci a migliaia se non a Milioni per chiedere le dimissioni di Angelino Alfano / La Russa / Frattini / tutti quei dannati che sono Pro governo Israeliano / l’allontanamento dall’Italia di Pacifici e di tutti i suoi scagnozzi che pretendono una Legge sul negazionismo, lo stesso Presidente della Repubblica deve essere allontanato da ogni attività politica , naturalemente sarebbe meglio prendere tutta questa marmaglia e fango che si lascia ancora acclamare come Classe Politica e metterli a lavorare nei campi con le catene ai piedi 12 ore al giorno, farli dormire per terra e senza copertura fino alla fine dei loro giorni, vi sembra una cosa radicale?…no..perchè questo è quello dove loro vogliono arrivare con noi poveri Gojin , mostrare l’altra guancia significa essere pecoroni e come ben sappiamo “LORO” i pecoroni li usano per i sacrifici ed con il sangue se ne lavano i piedi- Hanno usato quei poveri cittadini Ebrei per raggiunngere il loro scopo di dominio,adesso vogliono pure chiudere la bocca a quei pochi testimoni che sono rimasti,vogliono far credere che tutti gli Ebrei sono Sionisti mentre “LORO” non Ebrei sono i veri Sionisti nemici del Popolo Ebraico -