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di Stefano Cattinelli per Stampa Libera
La prima volta che sentii parlare degli effetti collaterali delle eccessive vaccinazioni fu alla scuola di Omeopatia che frequentai quindici anni fa.
“Sicotizzazione”, si diceva: l’organismo reagiva a queste ripetute sollecitazioni del sistema immunitario come se fosse stato un fico (sicos) e cioè cercando di portare all’esterno, come il fiore del fico,  quello che gli veniva inoculato e che non gli serviva.
C’erano nel repertorio (il testo base di consultazione di ogni buon omeopata) ben 29 rubriche che parlavano delle reazioni alle vaccinazioni; erano elencate una serie di reazioni immediate, come le diarree, la febbre, gli eritemi cutanei, i foruncoli, l’insonnia, le infiammazioni alle orecchie, i gonfiori agli atri, la nausea, e perfino l’asma, ma anche  dei rimandi a problemi derivanti da vaccinazioni ripetute che si allacciavano perfino alla singola storia famigliare.
Hahnemann (il fondatore dell’omeopatia), nonostante in quell’epoca le vaccinazioni fossero appena agli albori della loro storia, insieme ai suoi successivi collaboratori, aveva già capito che stimolare continuamente e ripetutamente la “forza vitale” dell’organismo (quell’energia che ha la funzione di mantenere in equilibrio il sistema stesso), attraverso gli atti vaccinali, poteva determinare nell’organismo stesso delle reazioni di difesa.
In altre parole al sistema immunitario dell’individuo queste sollecitazioni non apparivano davvero come semplice acqua fresca e, chi più o chi meno, chi prima  e chi dopo, avrebbe reagito  come meglio poteva.
Dovette però passare molto tempo prima che mi accorgessi di questo fatto; nella pratica, intendo: quasi una generazione di animali.
La consapevolezza dei miei atti nei confronti di quegli animali, che a me si affidavano per essere guariti,  è cresciuta poco a poco; è cresciuta con loro; vedendoli crescere, vedendo come stavano con o senza l’abuso della metodica vaccinale. Vedendoli invecchiare, osservando nei dettagli se quei testi scritti ai primi dell’ottocento, la cui lettura tanto mi aveva affascinato, avevano detto cose vere.
Quei papillomi, quei tumorini sulla pelle, che così spesso gli animali anziani manifestavano, quelle neoformazioni che così tanto ricordavano  dei piccoli fichi, era anche questo che si intendeva per “sicotizzazione”?
Fu in quel periodo che decisi di mettere in discussione la pratica delle vaccinazioni.
E con essa anche il mio lavoro.

“Ma erano veramente liberi i consigli che davo al mio cliente? Liberi da qualunque vincolo che non fosse il bene dell’animale?
Quel “mio fare” era veramente un atto del quale il mio cliente  si poteva fidare?
E chi era lui, il mio cliente, colui il quale riponeva piena fiducia nelle mie azioni?
Era una persona che era in grado di scegliere, liberamente, in base alle informazioni che riceveva o era qualcuno che semplicemente si fidava di me? Che delegava a me l’intero percorso sanitario del suo animale?
Ho sempre pensato  che il veterinario avesse la possibilità di crescere soprattutto grazie alle esperienze e alle iniziative dei propri clienti; che vivesse grazie a questo scambio; l’ho sempre pensato e l’ho sempre voluto applicare.
Io facevo una diagnosi, prescrivevo una terapia e poi e il cliente, attraverso le sue osservazioni su come stava andando il percorso terapeutico del suo animale, mi donava la possibilità di imparare a fare diagnosi e terapie sempre migliori.
Attraverso questo mio miglioramento l’animale che viveva con lui, e tutti gli altri,  ne avrebbero tratto  beneficio.
Veterinari, certo, non si nasce… si diventa.
Un giorno venne da me un ragazzo di circa trent’anni; venne perché il cane zoppicava.
Alla fine della visita, per curiosità, chiesi se il cane aveva il libretto delle vaccinazioni.
Lui mi guardò e, con un sorriso un po’ orgoglioso, mi disse che il cane non era mai stato vaccinato e che lui non aveva mai vaccinato i suoi cani e che comunque erano stati sempre bene e che quelli che erano morti se n’erano andati per vecchiaia.
Così capitò… che  un giorno mi trovai di fronte ad un cane mai vaccinato e che frequentava  un ambiente  a rischio di contrarre quelle malattie nei confronti delle quali io  ero solito vaccinare  e nonostante il fatto che non avesse avuto mai nessuna copertura vaccinale, questo cane non aveva contratto  mai  nessuna malattia… ecco…, come dire,  io mi sentii in dovere  di andare in crisi.
Mi sentii in dovere di mettere in crisi quello che avevo imparato; quello che mi avevano insegnato.
E se poi, con il passar del tempo,  questo cane invece di essere uno sarebbero diventati due o tre o quattro o più…?”. Tratto dal libro Le vaccinazioni del cane e del gatto: dalla vaccinazione “obbligatoria” ad una profilassi consapevole.

Il libro che vi presento rappresenta una tappa del mio cammino; come lo è stato Amici fino in fondo.(AAMTerranuova edizioni). Un passaggio quasi obbligato, direi richiesto a gran voce da chi ha a cuore la salute del proprio animale.
Perché devo vaccinare ogni anno il mio animale? Quando dura la stimolazione anticorpale nell’organismo animale? Cosa posso fare per migliorare la sua salute? Perché non esistono pubblicazioni che trattano questo argomento?
Tutte domande che mi sono fatto anch’io e alle quali ho cercato di dare una risposta proprio attraverso  questo libro.
E’ possibile ordinare direttamente il libro sul sito  www.stefanocattinelli.it

3 Commenti a “E’ giusto vaccinare così tanto il mio cane e il mio gatto?”

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