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Fabio Falchi // 1 marzo 2011
Operazioni colorate ed approccio indiretto

Solo gli ingenui potevano pensare che gli Usa avrebbero mollato la presa e si sarebbero ritirati in buon ordine dal cuore dell’Eurasia. Certo, il Warfare State è troppo grande anche per l’economia americana (le spese per la difesa – senza considerare che le spese reali, a giudizio di molti analisti, sono assai superiori a quelle ufficiali – ammontano al 22% del bilancio federale, ossia quanto lo Stato americano spende, tra mille polemiche, per la sanità), ma al tempo stesso è il vero fondamento della potenza (anche economica) degli Usa. Ed è pur vero che il modello unipolare che gli Usa volevano imporre al resto del mondo ormai è in crisi: in Irak, l’America ha fallito, in Afghanistan deve gettare la spugna contro guerriglieri armati di “archi e frecce” e la crisi economica comincia ad incidere profondamente nel “corpo vivo” della società americana. Ciononostante, si è ben lungi dall’avere dato scacco matto agli Stati Uniti.

Perché l’America è l’unico Paese al mondo che possa permettersi una proiezione di potenza globale, sotto ogni profilo. Il vero Warfare State non è solo infatti l’apparato bellico americano, ma l’intero apparato tecnico-produttivo americano – compresi i media, Hollywood e le Università. Il Warfare “militare” è soltanto parte costitutiva di un apparato che è esso stesso un gigantesco “sistema d’arma”. Sicché ben difficilmente per gli americani sarà possibile “tornare indietro”, a meno che non accettino il rischio di veder disgregarsi il loro sistema e la loro sfera di influenza. Un dilemma che Tiberio Graziani ha sintetizzato assai bene nell’editoriale nell’ultimo numero di “Eurasia” (1): «Sul piano geopolitico Washington si trova dinnanzi ad un bivio: accantonare, almeno temporaneamente, il bicentenario progetto di dominazione globale, oppure insistere su di esso, adottando nuovi criteri e metodologie». Ma «nel primo caso, gli Usa sarebbero costretti a rivedere il proprio sistema sociale e militare, e, soprattutto, a negoziare la propria posizione a livello mondiale con gli ex-alleati e i nuovi attori globali. L’accettazione del sistema policentrico metterebbe, tuttavia, in crisi l’intero complesso industriale e militare che è alla base del potere politico ed economico degli Usa». Mentre «nel secondo caso, gli Usa, optando per la scelta del perseguimento della loro supremazia mondiale, saranno costretti a sostenere una massiccia economia da “guerra permanente”». Ed è appunto questo che sta accadendo sotto i nostri occhi. La strategia, rispetto alle “logiche del constructive chaos dei neocons”, però pare assai più sofisticata, ovvero più “indiretta”, tramite un maggiore impegno, nel “softwar(far)e” piuttosto che nell’ “hardwar(far)e”, se così è lecito esprimersi, senza che ciò implichi una rinuncia al “constructive chaos” o a una consistente riduzione del bilancio della difesa (i mezzi militari “tradizionali” – aerei, navi, sottomarini, basi, radar etc. – sono pur sempre necessari per intimidire, minacciare, prevenire, distruggere e poter intervenire direttamente in qualsiasi parte del pianeta).

Pertanto, è in quest’ottica che si devono interpretare gli avvenimenti che apparentemente stanno cambiando il volto politico di buona parte del mondo arabo. In realtà – sebbene, perlomeno in certi Paesi, come la Tunisia, il malcontento popolare possa essere all’origine delle rivolte – più passa il tempo, più si delinea una situazione che, nonostante sia ancora fluida, sembra essere assai differente da quella descritta dal “circo mediatico occidentale”. Anche se il “supercomplotto” architettato dalla Cia è una “ipersemplificazione” mediante la quale si può spiegare tutto senza comprendere nulla, da ciò non ne consegue che non si sia in presenza di una serie di operazioni “militari” – diverse a seconda dei vari Paesi – che si avvalgono della collaborazione di “cellule dormienti”, pronte ad agire per rovesciare regimi “nemici”; ma anche per sbarazzarsi di regimi “amici” che siano o troppo deboli per garantire un’alleanza duratura con gli Usa o troppo fragili ed inetti per evitare che una pressione “dal basso” possa generare un autentico processo rivoluzionario. Se, come sostiene Gianfranco La Grassa,(2) si è passati da una guerra di posizione, caratterizzata, anche se non sempre, da attacchi frontali e da (relativamente) piccole conquiste territoriali (Kosovo, Irak, Afghanistan), ad una guerra di movimento, allora non ci si deve meravigliare che siano in azione quinte colonne (presenti anche in Paesi “amici”) che, proprio come i “cunei d’assalto” nella Grande Guerra, sono in grado di penetrare, al momento opportuno, come tanti sottili aghi perforanti, tra le maglie delle difese “nemiche”, per scardinarne la struttura di comando, controllo e comunicazioni (3). Ed è noto che spirito di iniziativa, autonomia e flessibilità operativa dei singoli gruppi sono essenziali perché la tattica dell’infiltrazione possa avere successo, sebbene una “operazione colorata” possa essere coordinata da una “centrale esterna” (è sicuro che l’onda verde, che cerca di rovesciare con la violenza di piazza il legittimo Governo dell’Iran, è non solo finanziata ma “diretta” da Paesi e “circoli occidentali” (4) – benché, per quanto concerne la Repubblica islamica dell’Iran, sia lecito ritenere che Israele agisca anche senza informare i propri alleati) oppure appoggiata dall’esterno. Non a caso, in Egitto ci si è mossi “sull’onda lunga” di Otpor (è forse un caso che due dirigenti di questo movimento, che portò alla caduta di Milosevic, avessero frequentato le lezioni del colonnello Robert Helvey, a Budapest, e in seguito siano stati assunti dalla Ong statunitense Freedom House come consiglieri speciali per i movimenti giovanili in Ucraina?), (5) al fine di “innescare” (o perlomeno di “favorire”) una rivolta che, al di là delle intenzioni della maggioranza dei rivoltosi, è stata “guidata” da piccoli gruppi organizzati che disponevano di non pochi mezzi e che potevano contare su preziosi “contatti” in Occidente. Del resto, nonostante che non si possano ignorare le differenze, anche notevoli, tra i diversi tipi di “intervento,” non si deve dimenticare che, come in ogni operazione di guerriglia o di controguerriglia, ci si deve assicurare il sostegno, non solo “attivo” ma anche “passivo”, di una parte non irrilevante della popolazione, onde poter presentarsi come “amici del popolo”, modernizzatori, difensori dei “diritti umani”, “liberatori” e garantirsi così anche il diritto di intervenire militarmente, ove lo si ritenga necessario, per tutelare direttamente i propri interessi. Ed è innegabile che sullo scacchiere internazionale, pur tenendo conto che il ruolo dei servizi segreti americani varia considerevolmente da Paese a Paese (l’Egitto non è la Libia e la Libia non è l’Iran), sia sempre maggiore il ruolo di Ong, di Fondazioni, di Think Tank e di una miriade di altre organizzazioni (si pensi alla Open Society di Soros, che ha lo scopo di “aprire” il sistema sociale di qualsiasi Paese al “mercato dei diritti umani”, che il noto “filantropo” definisce come una “tecnica” per promuovere lo sviluppo della società civile) che possono mascherare più facilmente di qualsiasi Governo la loro opera di destabilizzazione e di “supporto” alla politica dell’America. Né si deve trascurare che, mediante un “approccio indiretto”, il vantaggio che gli americani possono conseguire è ancora maggiore, se si considera che possono tenere “sotto scacco” qualsiasi alleato, avere pronta una soluzione alternativa, premiare con la mano “destra” ma bastonare con la mano “sinistra” (o viceversa), potendo pure fare apparire i loro “burattini” come i loro “nemici”, di modo che il “popolo” possa mordere il sasso, ma non chi lo scaglia.

Naturalmente, ogni giudizio riguardo ad eventi che sono ancora in corso può essere smentito nel giro di qualche giorno o perfino di qualche ora (e lo si tenga presente, se non si vuole equivocare il senso di questa breve riflessione che ha come unico fine di cercare di comprendere i lineamenti fondamentali della nuova strategia statunitense, alla luce di quanto sta accadendo “anche” nel mondo arabo). Poche sono le informazioni attendibili e non è facile distinguere il grano dal loglio. Il fatto stesso che non vi sia una struttura di comando “centralizzata”, ma piuttosto una “rete” logistica ed operativa, per poter monitorare ed “indirizzare” l’azione dei “rivoltosi”, rende enormemente più difficile comprendere quali siano i giocatori che muovono i pezzi sulla scacchiera – anche se perfino in Libia, in cui non vi è una rivolta popolare ma è in corso una vera e propria guerra civile, è ormai palese che le forze (o una parte delle forze) che cercano di abbattere il regime del colonnello hanno l’appoggio dei “filantropi occidentali”. Comunque sia, le cosiddette “rivoluzioni colorate” hanno fatto ormai scuola e la lezione pare sia stata meglio appresa non (purtroppo) dai “nemici” degli Usa, bensì dai loro “amici”. E’ evidente infatti che la debolezza, la corruzione e la miopia politica dei Governi di molti Paesi arabi hanno posto le premesse perché gruppi sociali “rampanti”, filo-occidentali e ovviamente “democratici” ed antisionisti quel tanto che basta per ingannare le masse popolari possano accreditarsi come i candidati ideali per avviare un nuovo corso politico, senza mutare gli equilibri strategici della regione e senza ostacolare la “politica” economica del Fmi o della Banca mondiale, ovvero di quelli che sono tra i primi responsabili delle miserrime condizioni di vita del popolo tunisino e di quello egiziano. Gli statunitensi possono quindi giocare la stessa partita con i pezzi bianchi e quelli neri, optando di volta in volta per la soluzione più conveniente per loro, mentre gli altri “attori” sulla scena internazionale paiono costretti al ruolo di spettatori e a “fare il tifo” o per il “bianco” o per il “nero”.

D’altra parte, non si può escludere che, agendo attraverso “intermediari” e “mobilitando” le masse popolari, si possano evocare, come apprendisti stregoni, forze che non si è capaci di controllare, giacché “pilotare” una rivolta popolare è assai più complesso e più complicato di quanto si possa immaginare: si può guadagnare molto, ma anche perdere molto. E ciò vale a maggior ragione allorché si cerca semplicemente di cavalcare la tigre (come forse accade in Tunisia). Una volta che si sia messa in moto una macchina da guerra, l’attrito, il caso, l’eterogenesi dei fini possono far prendere agli eventi una piega imprevista. Non c’è dubbio che in Nord Africa, come in altri Paesi islamici (dallo Yemen al Bahrain) vi siano forze ostili all’Occidente, che possono sfruttare l’occasione per tentare di cambiare realmente la status quo (e per questo motivo è naturale che Israele tema che la situazione possa sfuggire di mano agli americani, ma è pur evidente che il colonialismo sionista e la stessa “pre-potenza” delle lobby sioniste necessitano di una geopolitica non solo regionale bensì globale, ovvero di una geopolitica che non può dipendere unicamente dagli interessi del Governo israeliano). E non sarebbe strano che dietro le quinte si stesse giocando anche un’altra partita, tanto è vero che non è affatto improbabile che sia attiva anche una “rete islamica” (specialmente, ma non solo, in Egitto, ove vi è una élite radicale assai preparata), che potrebbe “orientare” le rivolte, perfino alleandosi, sia pure momentaneamente, con gruppi avversari. Si spiegherebbe così perché l’Iran, per quanto si debba tener conto della “vecchia ruggine” con Gheddafi per l’assassinio di Musa Sadr (l’imam sciita scomparso misteriosamente più di trenta anni fa mentre si recava in Libia), si sia schierato subito dalla parte dei rivoltosi senza alcuna riserva. Evidentemente si cerca di influire e di condizionare, augurandosi che cambiando i musicisti cambi pure la musica. Ma anche questo comportamento del grande Paese islamico si può interpretare come segno di una preoccupante mancanza di visione geopolitica globale, poiché non si “pre-viene “ o non si agisce secondo un disegno strategico che possa essere condiviso da altre potenze, ma si cerca di limitare i danni o tutt’al più di conquistare qualche casamatta. Sembra perciò che ciascuna potenza (grande o piccola che sia) che si oppone alla superpotenza statunitense costruisca la propria linea Maginot, anche se il “nemico” non ha alcuna necessità di attaccarla, dato che può farla “cadere” senza sfondarla, ma semplicemente aggirandola. Inoltre, quello che si sta verificando in Africa Settentrionale è una ulteriore conferma – se è vero che l’obiettivo principale della politica americana è, se non la conquista, il dominio della massa continentale eurasiatica, di cui la stessa Africa può essere considerata un’appendice – che tutte le chiacchiere sull’inevitabile “declassamento” dell’Europa e specialmente dell’Europa meridionale nell’epoca della globalizzazione, devono essere rapidamente dimenticate. Delle direttrici tradizionali di penetrazione nel cuore dell’Eurasia, il Mediterraneo è ancora quella principale, se non si vuole rischiare uno scontro diretto con la Russia. Non è il “centro” del mondo, ma un’area strategica che unendo l’Europa, l’Asia e l’Africa, oltre ad essere di vitale importanza per Israele – uno Stato la cui arroganza non sarebbe facilmente tollerabile senza la presenza degli Usa nel Mediterraneo -, consente agli americani non soltanto di avere il controllo sia dei Paesi in cui vi sono le maggiori fonti energetiche, sia delle retrovie necessarie per “alimentare” un’azione bellica (o un intervento non necessariamente militare) nella regione centroasiatica e nell’area orientale e meridionale dell’ex Unione Sovietica, ma anche e soprattutto di evitare che si formi un blocco di alleanze di tipo eurasiatico, che minerebbe alle fondamenta l’imperialismo americano.

Sotto questo aspetto, anche se l’unipolarismo è terminato, si deve riconoscere che si è in presenza di un multipolarismo imperfetto, o, se si vuole far propria la distinzione di Gianfranco La Grassa, si è all’inizio di una fase multipolare, ma non autenticamente policentrica. Vi sono sì diversi “poli”, ma quel che ancora conta è la maggiore o minore distanza dal “polo egemone” americano. I “problemi” dell’America, finché non muteranno i reali equilibri di potere (che sono in funzione non della potenza militare e/o di quella economica, ma di un “sistema di tecniche” politiche, militari, economiche e culturali), graveranno sulle spalle degli altri Paesi o meglio degli altri popoli, a cominciare dagli europei più “deboli”, sempre che gli Usa non crollino a causa delle proprie contraddizioni; il che è, non assurdo, ma, lo si concederà, assai poco verosimile. Il declino della potenza americana è indubbiamente reale, ma è appunto un declino “relativo”. Non si conosce nessuna legge della storia in base a cui si possa affermare che la talassocrazia americana sia sul punto di collassare. E’ invece certo che la guerra di movimento è appena cominciata ed è lecito affermare che, con ogni probabilità, l’iniziativa strategica – indipendentemente da come si evolverà la situazione nei Paesi islamici dell’Africa Settentrionale o altrove (e in una guerra di movimento un rapido rovesciamento di fronte non è l’eccezione ma la regola) – rimarrà saldamente nelle mani degli Usa, fino a quando non vi sarà un blocco di alleanze tale da interdire agli Stati Uniti l’accesso alle direttrici geostrategiche che consentono di dominare l’Eurasia.

Fabio Falchi

2 Commenti a “Operazioni colorate ed approccio indiretto”

  • Georg:

    I “liberatori” che occupano il mondo intero.

  • Andrea:

    Condivido in gran parte.
    Va detto che Cina, India, Russia e Iran sono di fatto già un blocco che non permette
    scorribande in oriente o almeno come possono avvenire nel Mediterraneo dove non c’è
    proprio nessuno che può contrastare il sionismo che dominano l’intero continente
    Europeo e gli stessi USA che oggi operano da braccio armato

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