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Libertà e rispetto
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di Francesco Lamendola – 10/03/2011 * Fonte: Arianna Editrice

Da quando è diventata uno Stato indipendente, nel 1861, l’Italia ha conosciuto tre invasioni del proprio territorio nazionale.
La prima ha avuto luogo dopo lo sfondamento di Caporetto, il 24 ottobre 1917, da parte degli eserciti austro-ungarico e germanico (ossia delle due nazioni ex alleate) e ha coinvolto solo una modestissima porzione del suolo patrio: il Friuli e la parte del Veneto che giace sulla sinistra del Piave, nonché le modeste conquiste in territorio nemico (Gorizia, in particolare), che, però, erano costate letteralmente fiumi di sangue.
Questa prima invasione venne contenuta con la battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917 e rigettata al di là dei confini nazionali con la battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre 1918 e terminata il 4 novembre successivo, al momento dell’entrata in vigore dell’armistizio italo-austriaco di Villa Giusti, presso Padova.

Anche se le province invase erano state poche (Udine, Belluno, un terzo di quella di Treviso e lembi di quelle di Vicenza e di Venezia), il pericolo era stato notevolissimo; anche perché, dopo la dodicesima battaglia dell’Isonzo – quella che noi chiamiamo battaglia di Caporetto -, l’esercito italiano sembrava in stato di dissoluzione e nessuno sembrava in grado di prevedere dove e quando sarebbe stato possibile arrestare la ritirata.
Gli Anglo-Francesi proposero il ripiegamento fino al Mincio; la brillante resistenza sul medio e basso corso del Piave e sugli Altopiani fu una vera e propria sorpresa, non solo per il nemico avanzante, ma per lo stesso popolo italiano e per i suoi dubbiosi alleati.
La seconda invasione incominciò il 10 luglio 1940 e investì la Sicilia, preceduta dalla caduta delle isole di Lampedusa e Pantelleria; quest’ultima, benché fosse stata trasformata in una imprendibile fortezza, si arrese senza aver avuto una sola perdita, prima ancora che il nemico iniziasse le operazioni di sbarco.
Questa volta, l’invasione proveniva dal Sud, dal Mediterraneo, e precisamente dal Nord Africa; dopo che, in Tunisia, le ultime forze italo-tedesche erano state costrette ad arrendersi, nonostante una valorosissima resistenza, davanti all’avanzata congiunta dei Britannici dall’Egitto (battaglia di El Alamein) e degli Americani dal Marocco e dall’Algeria francesi, i quali disponevano di una schiacciante superiorità terrestre, aerea e navale.
Tale invasione ebbe termine alla fine di aprile del 1945 (ai primi di maggio in Friuli e nella Venezia Giulia), con la resa delle ultime forze tedesche e fasciste nel Nord Italia; a meno che non  si voglia prendere per buona la versione “democratica”, secondo la quale gli Anglo-Americani, dopo i tragici fatti dell’8 settembre, erano divenuti i nostri “liberatori” e, quindi, non dovevano essere più considerati dei nemici, ma degli amici; mentre gli amici del giorno prima, ossia i Tedeschi, divenivano bruscamente i peggiori nemici che il nostro Paese avesse mai conosciuto.
Sia come sia, liberatori o invasori, gli Anglo-Americani terminarono le operazioni militari solo dopo aver risalito tutta intera la Penisola, dall’estremo sud all’estremo nord, e solo dopo averla bombardata con inaudito accanimento, seppellendo sotto le macerie decine di migliaia di cittadini inermi; mentre, nelle regioni del centro-nord, si scatenava una guerra civile di ferocia belluina, quale il nostro popolo non aveva mai conosciuto in tutta la sua lunga storia.
Tragedia nella tragedia, le regioni dell’estremo nord-est conobbero una ulteriore invasione da parte delle truppe partigiane comuniste jugoslave, che si resero protagoniste di una delle pagine più nere a memoria d’uomo: quella delle foibe; senza contare che, in queste zone, la stessa resistenza partigiana finì per spaccarsi in due e per degenerare in episodi di massacro reciproco, come avvenne nelle malghe di Porzûs, nel febbraio 1945. Per Trieste, l’occupazione straniera – jugoslava i primi 40, terribili giorni; angloamericana poi – durò addirittura fino al 1954.
La terza invasione dell’Italia è quella odierna, intrapresa dagli immigrati provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina, dai Balcani e dall’Europa orientale ed incominciata verso la fine degli anni Settanta del ‘900 (ossia, meno di una generazione dopo che era terminata l’emigrazione degli Italiani in cerca di lavoro all’estero), grazie alla politica delle “porte aperte” praticata dai nostri governi, allora a guida democristiana, nonché come conseguenza delle politiche più restrittive adottate dagli altri Paesi europei.
Il primo censimento ISTAT degli stranieri presenti in Italia stimava il loro numero in 321.000, dei quali circa un terzo “stabili” e due terzi “temporanei”. Una evidente anomalia del fenomeno immigratorio – peraltro ancora estremamente contenuto – era il numero degli stranieri entrati clandestinamente in Italia e la relativa facilità con cui avevano varcato le nostre frontiere, sia marittime (al Sud) sia terrestri (al Nord-est).
Proprio per porre ordine in una tale situazione, nel 1982 venne proposto un primo programma per regolarizzare la posizione degli immigrati privi di documenti. Come si vede, nessuno pensò di procedere alle espulsioni e al rafforzamento della sorveglianza alle frontiere, ma si considerò inevitabile accettare che quanti erano entrati illegalmente nel nostro Paese, potessero restarvi, purché si fornissero di passaporto.
Allora, forse, quasi nessuno se ne rese conto, ma quella mossa fu disastrosa sul piano psicologico: significava l’inizio di una resa a discrezione. In tutta la sponda sud del Mediterraneo, in tutta l’Africa, l’Asia e l’America Latina, in Albania e negli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, si sparse la voce che il governo italiano non poteva o non voleva far rispettare i propri confini ed era più che disponibile a legalizzare la posizione di chiunque fosse riuscito ad introdursi clandestinamente nel suo territorio.
Senza esagerare, crediamo che l’effetto psicologico, fuori d’Italia, fu altrettanto grave di quello prodotto dalla battaglia di Fornovo sul Taro, il 6 luglio 1495. Se in quel fatto d’armi, come ha osservato Luigi Barzini junior, l’esercito francese di Carlo VIII fosse stato distrutto, nessun esercito straniero si sarebbe azzardato a ripetere la sua impresa con altrettanta arroganza e con altrettanta sicurezza, certo di non incontrare alcuna resistenza (la famigerata “guerra del gesso”).
Ma il comandante dell’esercito della Lega degli Stati italiani, Francesco Gonzaga, benché disponesse della superiorità numerica e benché si trovasse in una favorevole posizione tattica, inspiegabilmente si lasciò sfuggire l’occasione di assestare una tremenda lezione agli invasori: e Carlo VIII, benché malconcio e costretto ad abbandonare tutto il suo bottino, riuscì ad aprirsi la strada e a rientrare in Francia con l’esercito.
Da quel momento, tutta l’Europa conobbe il delicatissimo segreto: che l’Italia, il Paese più ricco e più civile dell’intero continente, era anche il più debole e il più facile da conquistare. E incominciò la secolare tragedia delle invasioni stranire e della perdita dell’indipendenza, suggellata dalla tremenda umiliazione nazionale del sacco di Roma, nel 1527.
A questo punto dobbiamo spiegare perché riteniamo che l’immigrazione straniera in Italia di questi ultimi tre decenni si configuri come una vera e propria invasione; e perché le esitazioni del governo italiano a considerare l’ingresso illegale alla stregua di un reato, nonché la sua rassegnazione alla “inevitabilità” del crescente movimento migratorio, costituiscano l’equivalente psicologico della mancata vittoria di Fornovo del 1495.
Una invasione può essere armata oppure no; può essere violenta o incruenta: le migrazioni dei popoli antichi erano, sovente, caratterizzate da un minimo di violenza o, addirittura, da una pacifica mescolanza. I Germani stavano invadendo la Gallia, allorché Cesare sbarrò loro la strada, li ricacciò oltre il Reno e assoggettò a Roma la Gallia medesima: se non vi fosse stato l’intervento romano, l’occupazione germanica di quel Paese sarebbe stata certa e, quasi sicuramente, pressoché incruenta,.
È molto probabile che anche la migrazione degli Ebrei nell’antica Palestina sia avvenuta in maniera relativamente pacifica, nonostante ciò che dicono in contrario i libri del Pentateuco, i quali parlano di stragi e devastazioni sistematiche: ma come credere che un popolo di pastori nomadi sia divenuto un popolo bellicoso nello spazio di una sola generazione o poco più, al punto da poter sopraffare degli esperti guerrieri come i Filistei?
Il più delle volte, le migrazioni dei popoli assumevano un carattere decisamente violento allorché si scontravano con la resistenza di entità statali bene organizzate, per quanto politicamente e militarmente in declino. Tale fu il carattere delle guerre fra i cosiddetti Popoli del mare e gli Egizi, durante il regno di Ramses III; fra i Mongoli e i Cinesi, all’ombra della Grande Muraglia; fra i Germani e i Romani, a partire dal III secolo dopo Cristo, lungo il “limes” del Reno e del Danubio.
Le invasioni degli Angli, dei Sassoni e degli Juti in Gran Bretagna, a partite dal V secolo, e, in seguito, quelle dei Danesi e dei Norvegesi, per finire con l’ultima, quella dei Normanni che conquistarono l’isola nel 1066, ebbero, sì, carattere violento, ma non si risolsero in un genocidio dei vinti: tanto è vero che i discendenti della popolazione celtica sopravvivono ancora nella Scozia, nel Galles e nell’Irlanda odierni.
Ora, l’attuale flusso d’immigrati in Italia presenta precisamente i caratteri di una invasione: se le parole hanno un significato, “invasione” è l’ingresso massiccio di un gruppo estraneo nel territorio di uno Stato sovrano, senza che quest’ultimo possa opporvisi. E i nostri governanti non osano opporsi: moralmente ricattati da una cultura “buonista” che vorrebbe accogliere tutti, aprire le braccia a tutti, per non sentirsi indegni e spregevoli nel caso si comportassero diversamente, hanno fatto passare nel mondo l’immagine di un Paese colabrodo, dove chiunque può entrare illegalmente e poi, con comodo, regolarizzare la propria posizione.
Nel 1991, secondo il censimento ufficiale, gli straneri erano saliti a 625.000; e, a partire dal 1993, il saldo migratorio è divenuto il solo responsabile della crescita della popolazione italiana, perché gli stranieri fanno molti più figli degli Italiani e ciò significa che, fra due o tre generazioni, anche se – per ipotesi – l’immigrazione cessasse, la percentuale degli stranieri sarà cresciuta di due o tre volte rispetto a quella attuale. Il primo tentativo di regolamentare i flussi migratori – di regolamentarli, si badi, e non di respingerli – è stato fatto con la legge Martelli, del 1990: che, dopo sei mesi, portò al riconoscimento della presenza di altri 200.000 illegali (o, come si preferisce dire, “irregolari”).
Seconda dati della Caritas, nel 1996 il numero totale degli stranieri era salito a 924.500, vale a dire poco meno di un milione; nel 2001, era già passato a 1.335.000; nel 2005, a 1.990.000. Il 1° gennaio 2011, secondo i dati ISTAT, gli stranieri sono arrivati alla cifra di 4.563.000: crescita vertiginosa, dovuta non solo al costante afflusso di immigrati, ma anche al saldo naturale, come già accennato, di quelli presenti in Italia. In percentuale, il 7,5% della popolazione italiana risulta ormai composto da stranieri; e tale incremento non accenna a rallentare.
Solo nel 1998 la legge Turco-Napolitano cercò di intervenire nuovamente per regolarizzare la condizione dei clandestini ed istituì i Centri di accoglienza temporanea per gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione. Ma bisogna arrivare al 2002, con la legge Bossi-Fini, per fare un po’ di maggiore chiarezza e per autorizzare anche l’eventuale espulsione immediata dei clandestini – il tutto sotto il fuoco di fila delle critiche dei “progressisti”, degli “umanitari” e di molti cattolici che non sanno fare alcuna distinzione fra il senso della cristiana accoglienza, come virtù personale dell’individuo, e le esigenze di protezione di un grande Paese che non potrebbe, anche volendolo, accogliere milioni di stranieri ed offrire loro un posto di lavoro – non parliamo poi dei molti, dei troppi, che vengono in Italia al preciso scopo di delinquere, di sfruttare la prostituzione, di spacciare droga o, peggio, di vivere di furti, rapine e altre forme di criminalità organizzata.
Per anni ed anni ci siamo sentiti dire che l’immigrazione è una risorsa; che gli stranieri svolgono quei lavori, più pesanti e meno remunerati, che gli Italiani rifiutano; che la società multietnica e multiculturale è la vera società democratica del futuro.
Per anni ed anni ci siamo sentiti ripetere, specialmente dagli uomini politici della parte che si autodefinisce progressista, che chi la pensa diversamente è un bieco reazionario, un incivile, che non sa vedere al di là del proprio naso, che è fuori della storia e fuori della realtà.
In poche parole, l’immigrazione non è mai stata oggetto di una seria riflessione o anche solo di un dibattito a livello nazionale: la si è sempre data per scontata, come un evento ineluttabile e, nel complesso, molto positivo; anche se pochi si sono presi la briga di articolare tali argomentazioni e di supportarle con cifre e con dati di fatto.
Si è fatta, semplicemente, molta retorica.
Non abbiamo fatto distinzione, sinora, nel presente ragionamento, tra immigrazione legale e illegale, e ciò per una buona ragione: se quella illegale è semplicemente assurda, e qualunque altro paese al mondo, a cominciare dai nostri vicini come la Francia, la Svizzera e l’Austria, non lo tollerano in alcun modo, quella cosiddetta “regolare” si svolge pur sempre in un clima di ricatto: impossibile impedirla, al massimo si può pensare di limitarla, contenerla, selezionarla, ma molto, molto timidamente e, comunque, consapevoli che il flusso continuerà, anno dopo anno, inarrestabile, fatale come il destino.
Il nostro destino è segnato: dobbiamo accogliere sempre più stranieri, indefinitamente: questo vuole la nostra educazione; questo proclama la Chiesa cattolica, per bocca sia dei vertici, sia dei parroci; e chi la pensa diversamente è considerato poco cristiano, poco caritatevole, poco umano.
Non importa se la crisi ci sta mettendo in ginocchio, se le fabbriche chiudono, se migliaia di famiglie si trovano letteralmente allo sbando per la perdita del posto di lavoro: dobbiamo stringerci e aggiungere un posto a tavola. Non possiamo accettare un’immagine egoista di noi stessi; non possiamo sopportare i sensi di colpa che ci verrebbero dal sospetto di essere considerati razzisti: siamo condannati ad essere “buoni”.
Sì, è duro fare questo discorso: non lo si vorrebbe fare; e tuttavia, bisogna che qualcuno lo faccia: non possiamo permetterci di continuare così. O si pone un drastico freno all’immigrazione, non solo clandestina, ma anche regolare, oppure la situazione sociale diverrà ingovernabile.
Paesi come la Gran Bretagna, ove gli stranieri residenti sono già arrivati alla quarta generazione, sanno quanto sia difficile l’integrazione; sanno che il sogno di una società multiculturale è tramontato.
Paesi come la Francia, che pure hanno una antica tradizione multietnica per via della loro storia coloniale, hanno imparato, dai roghi delle banlieues, che queste cose non si possono gestire con ingenua faciloneria.
Chiunque possieda un sia pur minimo senso di responsabilità, dovrebbe avere imparato che una immigrazione di queste proporzioni, che si rovescia sull’Europa in tempi così brevi e che non lascia margini di discussione e di eventuale rifiuto da parte dei Paesi ospitanti, non può portare a nulla di buono.
È difficile trovare l’atteggiamento giusto, davanti a simili problemi.
Non vi è alcun dubbio che una politica meno egoista e più lungimirante, da parte dei Pesi del Nord della Terra, avrebbe disinnescato la bomba migratoria o ne avrebbe ridotto di molto gli effetti: non si può tacere che, se tante persone fuggono dal Sud per rifarsi una vita altrove, ciò è dovuto anche allo sfruttamento delle multinazionali, al cinismo degli organismi finanziari internazionali, alla maniera furbesca e cialtrona con cui è stata portata avanti la politica dei governi del Nord nei confronti dei Pesi del Sud del mondo.
Pure con tutto ciò, non ne consegue che il popolo italiano debba subire le conseguenze disastrose di quegli errori, di quelle manchevolezze, di quella cecità.
Quando si vedono gli immigrati clandestini tunisini, a torto chiamati “profughi” dai telegiornali, che, appena sbarcati a Lampedusa, a centinaia, a migliaia per volta – tutti uomini giovani e sani, nessuna donna, nessun vecchio, nessun bambino – sventolano la bandiera del loro Paese, alzando l’indice e il medio nel segno di vittoria, non si può non restare perplessi.
Non fuggono dalla guerra e dalla fame; prendono a pretesto la caduta di Ben Alì per rovesciarsi in massa sull’Italia, pretendendo, dall’oggi al domani, una vita diversa: quella, fasulla e scintillante, che la nostra televisione, dall’altra sponda del Mediterraneo, ha fatto intravedere loro per tutti questi anni, ma che in realtà non esiste nemmeno per noi.
Vengono come un esercito di conquistatori: pacifici, per ora: ma non accettano un respingimento. Se respinti, giurano che torneranno: una, cinque, dieci volte. Hanno pagato mille euro agli scafisti, vendendo i loro beni: si sono bruciati i ponti alle spalle. Non chiedono di entrare in Italia, lo esigono.
Però, lo ripetiamo, non stanno fuggendo da guerre o da pericoli: al contrario, questo sarebbe il momento per ricostruire la loro Patria, con rinnovate speranze nel futuro. Se democrazia e libertà valgono qualcosa, questo sarebbe il momento per restare, per prendere in mano il loro destino e creare condizioni di vita migliori per le loro famiglie.
La loro folle corsa verso l’Italia assomiglia a un gigantesco sciopero dalla propria cittadinanza, dalla propria condizione; però, al tempo stesso, quelle bandiere tunisine, tirate fuori al momento dello sbarco (e tutti ricordiamo le bandiere della Cina, all’epoca della sommossa della colonia cinese di Milano), dicono che essi non vengono per integrarsi, ma per conquistarci.
Qualcuno si immagina i nostri nonni, che raggiungevano il Brasile o l’Argentina dopo settimane di navigazione, stipati sulle navi dei poveri emigranti, ma con tutti i documenti in regola e un contratto di lavoro nella tasca della giacca, che, appena sbarcati a San Paolo o a Buenos Aires, tiravano fuori la bandiera tricolore e alzavano le mani in segno di vittoria? Quelli, erano dei veri emigranti; questi, invece, sono dei conquistatori.
Lo diciamo senza odio e senza cattiveria. Non si può non provare rispetto per ogni essere umano, specie se povero e sfortunato. Ma si hanno dei doveri nei confronti del proprio Paese: non si può far salire a bordo di una scialuppa, capace di imbarcare venti persone, cinquanta o cento naufraghi. Sarebbe crudeltà verso quei venti che potrebbero salvarsi.
Perfino coloro che fuggono dalla guerra o dalla carestia – e non è il caso, oggi, né dei Tunisini, né degli Egiziani, e solo in parte dei Libici – non dovrebbero essere accolti indiscriminatamente. Se bastasse lo status di rifugiato per autorizzare chiunque a venire in Europa, o in Italia, allora nel giro di pochi anni decine o centinaia di milioni di esseri umani si precipiterebbero qui. Gli effetti delle guerre e delle carestie non si curano accogliendo intere popolazioni, ma cercando di creare condizioni migliori di vita nei rispettivi Paesi di provenienza.
Vorremmo che così non fosse; ci piacerebbe che si potesse accogliere chiunque, ospitare chiunque, magari senza nemmeno chiedergli chi è e cosa lo spinge lontano della sua casa e dai suoi affetti, come fece Nausicaa con Odisseo, sulle spiagge rocciose dell’isola dei Feaci.
Ma questo non è possibile: bisogna essere realisti e prenderne atto. Non possiamo ipotecare l’avvenire dei nostri figli e dei nostri nipoti con una politica di accoglienza che è null’altro che una resa camuffata davanti ad una invasione.
Certo, vorremmo che a dire queste cose fossero gli intellettuali “perbene”, e che a legiferare in materia fossero dei politici umani, aperti, intelligenti: non dei demagoghi che cavalcano le paure del cittadino medio quando fa loro comodo per strappare un pugno di voti in più, salvo poi dimenticarsene non appena sono stati eletti.
Ma è proprio la demagogia di costoro che ci obbliga a parlare in questo modo, senza alcun sentimento di razzismo o, meno ancora, di odio, nei confronti degli altri popoli. Ogni civiltà, ogni cultura meritano rispetto, così come ogni essere umano: da ciò, tuttavia, non deriva un dovere di accoglienza illimitata.
La compassione, quando si parla della difesa del bene comune, della pace comune, della sicurezza comune, deve accompagnarsi ad una giusta severità.
Una maggiore severità oggi, potrà permetterci di essere più generosi domani.
Una ulteriore, malintesa forma di generosità oggi, ci costringerà, domani, a pentirci amaramente delle nostre scelte: se non per noi, per quelli che verranno dopo di noi.

23 Commenti a “L’invasione dell’Italia”

  • spartan3000_it:

    Articolo condivisibile ma forse arriva troppo tardi. Date le premesse della situazione che si sta sviluppando al nostro Sud, io, uomo del Sud, che trova difficolta’ a ricevere solidarieta’ da quelli del Nord e che sente a pelle una affinita’ maggiore con quelli che vengono da Sud, suggerisco di considerare una comune appartenenza alla Nazione Mediterranea. Come possa evolversi la situazione dipende poi da noi tutti.

  • Georg:

    A dire il vero, l’Italia è nata dall’occupazione indebita e violenta di stati legittimi da parte – formalmente – dei Savoia e – concretamente – dalla Massoneria Britannica, per i suoi interessi geopilitici.

    L’Italia è uno scherzo della Storia, un crimine contro l’umanità.

    È nata dal sangue e morirà nel sangue.

    È uno stato multietnico che può rimanere unito solo ed esclusivamnete tramite l’uso della forza – leggi violenza – sotto tutte le sue forme e manifestazioni (mafia, forze dell’ordine, forze armate, servizi segreti italiani e stranieri, grande capitale globale).

    L’invasione arabo-islamica, in corso dagli anni Ottanta, è uno strumento di pressione sulle Comunità naturali prigioniere dello stato italiano e dei suoi proprietari, voluto dall’ Accordo Euro Arabo della fine degli anni Settanta.

  • cristiano67:

    Tutto dipende da che parte si guarda il mondo … dal mio, per esempio, ritengo che invasori e conquistatori furono anche e soprattutto i Savoia, sia per il sud sia per il centro sia per il nord (all’inizio avevano solo il Piemonte) … fino a che ci sarà una patria od una religione istituzionalizzata da difendere ci sarà chi vuole conquistarla od eliminarla.

    • Georg:

      I Savoia sono stati solo uno strumento nelle mani dei fratelli di loggia londinesi.
      Cavour prendeva ordini da Lord Palmerston e Mazzini era il numero 2 degli Illuminati di Baviera ed era il segretario del numero 1, Albert Pike. Entrambi satanisti, come Kiessel Mordechai Levi.

  • Alvise:

    Ogni immigrato può chiedere il ricongiungimento famigliare e far entrare in Italia molti parenti.
    Il mio vicino di casa ha sposato un’albanese e adesso anche la vecchia suocera (oltre a decine di altri albanesi del clan) è qui stabilmente e percepisce la pensione sociale (540.- euro/mese).
    Fu Giuliano Amato (italo-judeo) a far approvare la legge che concede la pensione sociale perfino alla suocera che rientrasse in patria dopo un breve soggiorno in Italia.

    • Gianfranco:

      David Duke dice che c’è un progetto ben definito per far sparire i popoli europei (ometto di dire chi lo attua ma capirai benissimo) Io penso che sia plausibile.

  • Fabrizio:

    Articolo che condivido pienamente, porta chiarezza anche se non servirà purtroppo a nulla; infatti come dice lo stesso Benettazzo in un articolo che sa di profetico (scaricabile dal suo sito) la situazione peggiorerà in quanto nonostante crisi ed economia stagnante: masse di immigrati arriveranno comunque e si troveranno a lottare le briciole con gli indigeni di fascia economica più debole, dando vita sempre più ad una guerra tra poveri, guerra economica, culturale, religiosa e di tradizioni. Chi potrà riuscire a porre un freno a tutto questo? Non credo che ne la chiesa ne i cosidetti buonisti passeranno dalle parola ai fatti (ovvero portarseli a casa loro ed occuparsene) ma anzi dai loro pulpiti chiederanno agli indigeni di sacrificarsi per loro, in tutto e per tutto, fino a rinunciare al proprio credo, alle proprie tradizioni, ai propri valori, come dire alla faccia dei 150 anni di unità d’italia.

  • Alvise:

    Legge di G. Amato del 2000

  • Giancarlo54:

    Ritengo condivisibile l’articolo dove si parla della assoluta impossibilà, pena la distruzione del residuo ambiente naturale (da distrutto dagli italici abitanti), di una ulteriore presenza umana.
    Non la metterei in termini etnici ma puramente in termini economico-sociali.
    Siamo già in troppi e stiamo già scoppiando.

  • Ezio:

    Ricordo perfettamente che qualche anno fa un certo napolitano diceva che gli stranieri erano un bene per l’Italia, allora si faccia pagare da loro il suo lauto stipendio e tutte le comodità in cui vive con sua moglie, alla faccia dei poveri cittadini senza lavoro o con pensioni da fame. Lo stato del Vaticano predica bene ma razzola male visto che non ammette l’ingresso nel suo territorio di qualsiasi straniero. Passando alla realtà dei fatti è evidente che lo spazio disponibile per ciascun abitante di questo paese è INSUFFICIENTE per cui solo in base a questo sarebbe necessario bloccare l’ingresso di qualunque straniero senza chiamare in causa altre motivazioni.
    Ma perchè tutti quelli che predicano la fregnaccia dell’accoglienza non incominciano loro a prendersene qualcuno in casa a spese proprie cominciando dal capo dello stato e onorevoli, vescovi e cardinali ?

  • Guido Pisa:

    FINALMEMTE qualcuno che ha aperto gli occhi !!!!!!!!!!!
    Queste cose le sostengo dal 97′ e gia’ allora parlavo di guerre tra poveri prima ed etnico/religiose successivamente,sostenendo (con attivita’ in strada) che bisognava organizzarsi per fermare l’Invasione prima di essere travolti.Mi fu fatta Terra bruciata intorno !
    E’ l’Italia il paese che deve”esplodere” in Europa(16.000000 di Immigrati attualmente) ,impoverito in ogni modo e stracolmo di allogeni.
    Adesso e’ tutto chiaro alla luce dei piani del N.W.O.
    Ma e’ ancora piu’ chiaro e tutto sommato positivo,se teniamo presente la vera causa scatenante di questo fenomeno e di tutti gli altri a livello Planetario;la fine del ciclo Cosmico di 25960 che implica una sorta di ”esame”,di ”giudizio universale”.Tutto quello che non e’ stato veramente -Risolto dentro di noi – e nelle nostre Societa’ lo deve essere entro la ”fine” del ciclo ,quello che non e’ Trasformato all’interno diviene Rivoluzione o Catastrofe all’esterno.
    Nello specifico gli uomini dovevano avere gia’realizzato la Vera Fratellanza Universale ,superando Razze, Religioni e Frontiere (Mentali ed Interiori),ed avere la Consapevolezza dell’Unico Principio comune ad ogni essere.

  • andrea'65:

    Concordo con tutti gli interventi ma Vi rammento che per l’EXBO2015 saranno necessari 50mila operai,carpentieri,edili,manovali vari, possibilmente da pagare poco.

  • Guido:

    Sono davvero felice di aver scoperto questo sito, in cui ho trovato sempre bellissimi articoli in linea col mio modo vedere le cose e che vorrei che tutti leggessero. Devo però dire con rammarico che questo articolo in particolare è stato una notevole delusione, a mio modo di vedere per niente all’altezza del livello di consapevolezza che avevo trovato finora, sia negli articoli proposti, sia nei commenti degli iscritti (cosa rara nei blog, in cui di solito troviamo una serie interminabile di insulti scriteriati e senza alcun freno o inibizione). Una vera caduta di stile, a mio parere. Spero che la mia critica a questo articolo non susciti le stesse reazioni e che magari dia luogo a riflessioni interessanti che magari mi sfuggono. Infatti, può essere che mi sbagli o che non ho considerato bene qualcosa, in tal caso sono aperto a rivedere la mia posizione.
    I punti che secondo me vanno presi in considerazione e che vanno tenuti ben presenti sono i seguenti:
    1) Nell’articolo giustamente si dice: “non si può tacere che, se tante persone fuggono dal Sud per rifarsi una vita altrove, ciò è dovuto anche allo sfruttamento delle multinazionali, al cinismo degli organismi finanziari internazionali, alla maniera furbesca e cialtrona con cui è stata portata avanti la politica dei governi del Nord nei confronti dei Pesi del Sud del mondo.” Però poi si parla del popolo italiano come se non fosse corresponsabile e beneficiario di queste politiche, ma soltanto vittima. Eh no! Non mi sembra un ragionamento che stia in piedi. Il popolo italiano sponsorizza e permette proattivamente che il saccheggio delle risorse delle terre dei “paesi in via di sviluppo” avvenga, ne trae tutti i benefici ed è complice di tutto ciò (sicuramente inconsapevolmente nella maggior parte dei casi, ma questo non toglie la colpa, il dolo sì, ma la colpa/responsabilità no). Se nessuno votasse, sia con una croce su una scheda elettorale priva di qualunque significato, sia con ogni centesimo del proprio portafoglio allocato, “le multinazionali, gli organismi finanziari e i governi del Nord” fallirebbero e insieme a loro le loro politiche criminali. Se nessuno desse i propri soldi alle multinazionali, alla grande distribuzione, alle compagnie petrolifere, ci sarebbe sicuramente meno sopraffazione, violenza, ingiustizia, assassini, genocidi, inquinamento, morte diretta o indiretta, malattie, ecc. Se noi popoli privilegiati non riusciamo nemmeno minimamente ad arginare lo strapotere dei succitati attori, rinunciando a esigenze non strettamente necessarie, come possiamo pretendere che i popoli migranti rinuncino a esigenze di pura questione di vita o di morte!
    A questo proposito, l’autore dell’articolo scrive: “…non stanno fuggendo da guerre o da pericoli…” Questa mi sembra una premessa proprio non basata sulla realtà, basta leggere gli articoli proposti da questo stesso sito per avere ampia documentazione del contrario. Poi scrive: “al contrario, questo sarebbe il momento per ricostruire la loro Patria, con rinnovate speranze nel futuro. Se democrazia e libertà valgono qualcosa, questo sarebbe il momento per restare, per prendere in mano il loro destino e creare condizioni di vita migliori per le loro famiglie.” Vero “sarebbe il momento per ricostruire la loro Patria”, ma noi, che gliel’abbiamo distrutta, non loro da soli, rimasti senza risorse e mezzi per farlo! Noi dovremmo restituire tutto il maltolto, o perlomeno, non continuare a rubarglielo, e permettere a questi popoli di auto determinarsi, senza le ingerenze ampiamente descritte in questo sito (vedi articoli su Egitto, Tunisia, Libia e altri paesi nordafricani e medorientali).
    Anche il documentario “Story of Stuff” (disponibile su youtube anche doppiato in italiano) spiega molto bene questi concetti (parlando proprio della causa primaria dell’immigrazione).
    A me piace descriverlo con questa immagine. È come se io vivessi in una villa con giardino, orto e un po’ di risorse e avessi un vicino con una villa molto più ricca di risorse. Ma siccome io ho più armi, saccheggio tutte queste risorse, lasciando il mio vicino in condizioni di non poter sopravvivere, e poi mi arrabbiassi quando questo vicino cerca di trasferirsi da me, anche in condizione di schiavitù! Eh, non si può dire: “Eh, oramai è così, io ho tutte le risorse e non puoi venire a casa mia, devi startene a casa tua, mentre io continuo a rubarti le risorse!”
    Non si può nemmeno incolpare gli altri (“multinazionali, organismi finanziari internazionali, governi del Nord”…) e poi prendersela coi più deboli (gli immigrati).
    Mi piace usare anche questa immagine:
    Un gigante alto, muscoloso, palestrato prende un bambino esile e ce lo scaraventa addosso. Noi guardiamo il bambino e poi il gigante, e poi di nuovo il bambino e ce la prendiamo col bambino… È un tantino da vigliacchi, no?
    Lo so, non è facile boicottare le multinazionali, gli organismi finanziari e i governi. Ci vorrebbe una consapevolezza diffusa assai improbabile e la volontà di fare qualche sacrificio (usare la bici o mezzi pubblici, spendere di più per prodotti bio ed equo solidali, o meglio ancora auto coltivati o prodotti localmente da fattorie gestite da famiglie e non da imprese, acquistare detergenti e detersivi biodegradabili, naturali e non testati su animali, e la lista è lunga e richiede sforzo), però, per lo meno, se non riusciamo a fare questo sforzo collettivo, dobbiamo essere più moderati e tolleranti e accettare il prezzo da pagare (ovvero l’immigrazione con tutte le sue conseguenze, sia positive sia negative).
    Questo vale anche per gli immigrati criminali. Non si deve dimenticare che se un essere umano sceglie di essere “criminale”, e quindi commettere violenze, è una persona che ha subito altrettante violenze e non conosce altre strade per sopravvivere. Certo, questo non vuol dire che non bisogna fare tutto il possibile per evitare che questa persona commetta crimini e violenze, ma sarebbe più importante prevenire la criminalità, creando più giustizia sociale sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. Sono convinto che la criminalità si risolverebbe da sola, senza polizia o eserciti…
    2) Non bisogna neanche dimenticare che non si può pensare che l’afflusso di immigrati non sia assolutamente voluto dagli stessi attori succitati e dall’élite. Sono d’accordo con l’autore dell’articolo che i “benpensanti” buonisti che parlano di accoglienza e umanità sono ipocriti e venduti. Ma non perché sono a caccia di consensi, visto che la maggior parte delle persone (la fascia più povera) soffre direttamente le conseguenze dell’immigrazione. Ma perché sono solo dei burattini che fanno e dicono ciò che i “burattinai” vogliono, ovvero una massa di manodopera gratis (schiavi) sottopagati (sempre schiavi). Non si può pensare che con tutta la tecnologia che abbiamo e il livello di sofisticazione dei satelliti, che sono in grado di distinguere una coltivazione di grano da una coltivazione di farro, non siamo realmente in grado di individuare istantaneamente qualunque afflusso o imbarcazione non autorizzata e ridurre a zero totale l’immigrazione. È una scelta deliberata che fa comodo a molti. Questo vale anche per la criminalità. Se ci sono tanti criminali vuol dire che ce una domanda di criminali. Anche la criminalità potrebbe essere ridotta a quasi zero, sia con la prevenzione, sia con i mezzi tecnologici a disposizione. Ma si vuole davvero?
    3) L’altro discorso che non mi è piaciuto è quello della nazionalità e della cittadinanza. Questi sono concetti artificiali che ha creato l’uomo, che avremmo dovuto superare molto tempo fa con la nostra tanto osannata evoluzione. Mi piace citare i delfini che vivono in gruppi senza gerarchie e sempre disposti ad accogliere (e quindi a condividere le risorse) nel proprio gruppo altri delfini rimasti soli e addirittura anche altri animali appartenenti ad altre specie, come foche, ecc. Mi chiedo chi sia davvero la specie più evoluta su questo pianeta…
    Sinceramente e senza offesa, mi pare che l’articolo fosse molto intriso di sciovinismo, razzismo, egoismo, di vedute in termini di scarsità, e non di abbondanza, e miopia.
    Piccola parentesi a proposito di abbondanza vs. scarsità: Mi piace fare le seguenti citazioni:
    “La terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non ha abbastanza per l’avidità di certe persone.” (Gandhi)
    “Il Club di Roma dichiarò negli anni ’70, nella sua “Informativa sulla situazione dell’umanità”, la necessità di ridurre la popolazione mondiale attraverso la diminuzione della natalità o l’aumento della mortalità.
    L’Istituto Max-Planck dice che si dovrebbe conseguire una riduzione della popolazione mondiale a 2 miliardi.
    Negli USA esiste il cosiddetto “Stonehenge americano”, un messaggio scolpito in un blocco di granito di 100 tonnellate di ve si dice che la popolazione mondiale si dovrebbe ridurre a 500 milioni per poter raggiungere una “era della ragione”.
    Se lo stato del Texas da solo può alimentare 6 miliardi di persone, non si capisce il pronostico allarmistico in merito alla mancanza di alimenti dovuto alla “sovrappopolazione”.
    Allo stesso modo, supponiamo che il peso medio di una persona sia di 80 chili (il ché corrisponde approssimativamente ad un volume di 80 litri): se mettessimo detto volume in un cubo immaginario, e se 6 miliardi di questi cubi li mettessimo in un unico grande cubo, la dimensione di quest’ultimo sarebbe approssimativamente di 800 metri per lato. Un simile cubo lo potremmo nascondere in una qualsiasi valle dell’Austria.
    Io non credo nella cosiddetta “sovrappopolazione”. Piuttosto suppongo che questi fanatici della globalizzazione non abbiano bisogno di 6 miliardi di lavoratori schiavi, pertanto vogliono ridurre l’intera umanità a una decima parte.” (Helmut Pilhar, intervistando il Dott. Hamer)
    Si presuppone che alcuni abbiano per default diritto a certi privilegi e all’accesso a più risorse non per merito o qualche altro criterio più o meno sensato, ma solo per essere nati in un certo posto fortunato. Non mi sembra tanto diverso dai ragionamenti che giustificavano certi privilegi e diritti a chi avesse il “sangue blu”…
    Se si ragiona in termini di specie umana, non si fanno discorsi di “us and them” (noi e loro). Un comico americano che m piace tanto, Doug Stanhope, è molto eloquente e divertente quando fa un discorso di questo genere: “avete mai visto gli immigrati? Sono stremati, si reggono a malapena in piedi, malnutriti, devastati, più morti che vivi… Se il tuo lavoro richiede una competenza e un know how talmente basso da essere messo a rischio da una persona del genere, io mi vergognerei e non lo direi a nessuno…!”
    Insomma, per concludere, siamo alle solite, i veri criminali e responsabili dei problemi dell’umanità, l’élite internazionale, i burattinai, mettono le vittime le une contro le altre e distolgono l’attenzione dai veri problemi e dai veri responsabili in modo tale da potere continuare indisturbati i loro crimini e il perseguire dei loro obiettivi. “Dividi et impera”!
    Bisognerebbe indirizzare meglio il nostro malcontento/la nostra rabbia/la nostra frustrazione, che sono assolutamente comprensibili e giustificati, ma non è altrettanto giustificabile la reazione.

  • afrodita:

    Come sempre, lino ha scritto un’articolo interessante.
    Ma leggendo il commento di @Guido,mi sono emozionata..
    ( “Eh, oramai è così, io ho tutte le risorse e non puoi venire a casa mia, devi startene a casa tua, mentre io continuo a rubarti le risorse!”..ecc ) tanto che non aggiungerei ne meno una parola, tranne grazie!! Spero anche gli altri legano quello che hai scritto!!

  • Chicca:

    Guido grazie per quello che hai scritto.
    Mi hai evitato la fatica di scriverlo, percio’ mi bastera’ farlo leggere a quante piu’ persone possibili.
    Seguo da tempo gli articoli di Lino e da parte mia sono riuscita a farli leggere a molti.
    Sono dell’idea che le soluzioni non arrivano se prima non si conoscono bene i problemi e le loro cause e non mi vergogno di dire che fino e poco tempo fa’ vivevo nella piu’ totale ignoranza.
    D’altra parte credo che il singolo sia istintivamente tendente al bene.
    Basta capire il bene dov’e’.

    • Guido:

      Ciao Chicca, mi fa davvero piacere che ti sia piaciuto e che lo farai leggere a quante più persone possibili. È sempre bello trovare persone con cui c’è risonanza :)

  • Guido Pisa:

    …@GUIDO

    Molto bello e utile aver saputo come si relazionano con gli altri animali i delfini.E’ importante considerare pero’ che i nuovi arrivati si ”Integrano veramente nella struttura non stravolgendo la stessa.In Italia si sta’ creando da anni un grande calderone dove e’ ben difficile che si arrivi ad una Armonia prima di dure e ripetute lotte intestine.

    Guido Pisa

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