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Secondo il medico tedesco Ryke Geerd Hamer, l’eziologia delle malattie va ricercata nella psiche. Dai suoi studi, egli giunge alla conclusione che l’inizio del processo di malattia è rappresentato da un evento shockante, che colpisce l’individuo in maniera inaspettata, da lui definito Sindrome di Dirk Hamer (DHS).

Il lavoro di Hamer s’inserisce all’interno dello storico filone di ricerca psicosomatico, ma le conclusioni a cui arriva completano così tanto il quadro da andare a ridefinire nella sostanza il concetto stesso di malattia. La reazione del mondo accademico non fu favorevole, ma le recenti acquisizioni della neurobiologia spiegano esattamente cosa succede a livello psichico, cerebrale ed organico durante la DHS e come mai la tutta ricerca sullo stress abbia fallito, mantenendo i ricercatori all’interno dell’antica convinzione della malattia come “errore della natura”.

Dott. Danilo Toneguzzi, psichiatra, psicoterapeuta; presidente Comitato Scientifico di ALBA (Associazione Leggi Biologiche Applicate)

 

L’origine della malattia.

Nel 1981 il dott. Hamer condensò nella “Legge ferrea del cancro” la prima legge biologica da lui scoperta: ogni programma speciale, biologico e sensato (SBS) inizia con una DHS (Sindrome di Dirk Hamer), cioè con uno shock conflittuale gravissimo, inaspettato, altamente drammatico e vissuto nell’isolamento (Hamer, 1981). La scoperta che le malattie corrispondono ad un processo biologico con una sequenza di fasi ben precise (programma SBS) e che sono causate da un evento psichico con determinate caratteristiche (DHS) ha posto le basi per una nuova comprensione della genesi della malattia e per un definitivo superamento del dualismo tra mente e corpo.

Con la formulazione della legge ferrea del cancro, il dott. Hamer ha posto una pietra miliare verso un cambio di paradigma, una vera e propria rivoluzione copernicana che ha permette finalmente di poter dare risposte molte più esaustive alla domanda che dalla notte dei tempi l’uomo si pone, cioè: “Perché ci si ammala?”, e che ridefinisce la malattia, nella sua sostanza, come evento sensato dell’organismo, e non come un evento “sbagliato” come si era, invece, sempre pensato.

DHS è l’acronimo di Sindrome di Dirk Hamer, nome che il dott. Hamer diede all’evento che lo colpi personalmente nel 1978, quando suo figlio fu ucciso e che, in seguito, gli causò un cancro al testicolo. La DHS è un evento che colpisce l’individuo in maniera inaspettata, uno shock acuto, drammatico che lo coglie in contropiede e che da luogo ad una cascata di eventi biologici; tra l’altro, tali conseguenze, attivate dalla DHS, da sempre indicate con i termini di “sintomi” o “malattia”, non sono casuali ma seguono una sequenza precisa andando a costituire un processo biologico denominato, invece, dal dott. Hamer “Programma SBS”, dove SBS sta per “sensato”, “biologico” e “speciale”.

La DHS, quindi, da avvio ad un programma SBS; in altri termini, uno shock inaspettato determina l’attivazione di un funzionamento normalmente inteso come patologico dell’organismo. Per dirla in termini ancora diversi, un evento psichico sta alla base e determina un evento fisico e quindi la malattia è la precisa espressione sul corpo di un preciso evento emotivo.

Le conclusioni a cui giunge Hamer si inseriscono all’interno di un lungo filone di ricerca e ne completano magistralmente il quadro; ma vediamo, nello specifico, come è avvenuto tutto ciò.

 

Antecedenti nella letteratura del Novecento.

Nella letteratura scientifica e tradizionale, l’idea di una correlazione tra eventi emotivi e malattie, in realtà, viene da molto lontano, soprattutto da quando, nel secolo scorso, si è aperto un filone di ricerca in merito allo “stress” e alle sue conseguenze sulla salute. Pioniere di tale filone fu Hans Selye il quale, scrivendo una lettera alla rivista “Nature” già nel 1936 diede avvio a questo campo d’indagine che, a tutt’oggi, si stima abbia prodotto non meno di 150.000 pubblicazioni (Favretto, 1994). Gli studi sullo stress, infatti, iniziati da Selye ma proseguiti successivamente da altri numerosissimi ricercatori, rappresentano i pilastri delle concezioni da cui si è sviluppata la Medicina Psicosomatica in tutta la seconda metà del Novecento. Ma il successo della Medicina Psicosomatica rimane a tutt’oggi quanto mai controverso: nonostante una serie di acquisizioni più o meno accettate, lascia aperti alcuni interrogativi fondamentali. Ad esempio, come si spiega la scelta dell’organo? Cioè, perché lo stress determinerebbe in alcuni soggetti una dermatite ed in altri un’asma? Oppure, perché determinati soggetti, visibilmente stressati, non si ammalano? E perché qualcuno, pur conducendo una vita, tutto sommato, tranquilla, sviluppa un tumore? Ed infine, perché spesso si può notare che le persone non si ammalano sotto stress, ma quando lo stress finisce, come ad esempio nel caso dell’emicrania da week-end o nel caso in cui gli individui si ammalano quando vanno in vacanza? A questi interrogativi la medicina psicosomatica non è mai riuscita a dare delle risposte precise e univoche.

In ogni caso, gli antecedenti delle acquisizioni che connettono gli eventi psichici agli eventi fisici vanno ricercati già all’inizio del secolo scorso. Un contributo fondamentale avvenne ad opera di Walter Cannon, il quale diede una svolta fondamentale nella comprensione dei meccanismi di funzionamento dell’organismo formulando la teoria dell’omeostasi (Cannon, 1932). Nel continuo rapporto con l’ambiente in cui è immerso, cioè, l’organismo vivente è impegnato incessantemente nel mantenere costanti le condizioni del suo ambiente interno: l’omeostasi, quindi, è, al tempo stesso un mezzo ed un fine per la sopravvivenza degli individui. In questo processo di continuo adattamento, l’organismo interviene sull’ambiente e reagisce ad esso per mantenere l’equilibrio. Cannon identificò tra queste reazioni dell’organismo impegnato nel processo di adattamento una specifica forma che chiamò reazione d’allarme, ovvero una risposta automatica che viene attivata in determinate condizioni particolari. Egli aveva messo in evidenza, ad esempio, come un incremento della secrezione di adrenalina e noradrenalina da parte della porzione midollare delle ghiandole surrenali avesse una funzione indispensabile, anche negli animali, nel predisporre l’organismo a comportamenti di attacco e di fuga. Tale reazione si accompagna, infatti, all’aumento della pressione sanguigna, all’incremento della frequenza cardiaca, alla vasocostrizione periferica, alla dilatazione pupillare, alla riduzione della salivazione, all’incremento della funzionalità respiratoria, all’aumento della sudorazione, ecc (Cannon, 1929).

 

La ricerca sullo stress.

Selye, il ricercatore che, come detto poc’anzi, aprì la strada a tutto il filone di ricerca sullo stress e sul concetto di psicosomatica, scoprì successivamente che le reazioni fisiologiche studiate da Cannon non erano le uniche manifestate da un organismo in difficoltà ma che costituivano una concatenazione di eventi omeostatici e modificazioni fisiologiche nella funzione di adattamento di cui la reazione d’allarme non è che il primo passo. Per questo, prendendo a prestito un termine dalla metallurgia che indicava gli effetti delle grandi pressioni sui metalli, Selye denominò stress quel insieme di modificazioni a carico dell’organismo e, più specificatamente, Sindrome Generale di Adattamento quel processo, articolato in tre fasi e finalizzato all’adattamento, scatenato da stimoli stressanti di natura diversa (Selye, 1936).

Per Selye, lo stress è “una risposta generale, aspecifica dell’organismo a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente” (Selye, 1974). Il concetto fondamentale consiste nell’evidenziare qualcosa che avviene generalmente, in modo aspecifico, indipendentemente dalla natura dello stimolo. Da questo punto di vista, la teoria della Sindrome Generale di Adattamento di Selye fu estremamente innovativa: con il suo carattere aspecifico venne messa in luce l’esistenza di un meccanismo che elude la tradizionale visione che un effetto, una risposta biologica, sia sempre riconducibile ad una sola causa. Tradizionalmente, infatti, si era portati a ritenere che la risposta dell’organismo fosse specifica al tipo di richiesta: ad esempio la sudorazione come reazione al caldo, il brivido come risposta al freddo e così via. Selye, invece, enfatizza una risposta aspecifica, una sindrome generale che ha la funzione di favorire l’adattamento dell’organismo ad uno stimolo “stressante”, indipendentemente dalla sua natura, dove la reazione d’allarme di Cannon rappresenta solo il primo passo.

Passo dopo passo, le considerazioni di Selye giunsero a considerare lo stress come un fenomeno naturale e fisiologico e, come tale, qualcosa che non può e non deve essere evitato: “La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quello che si pensa solitamente, non dobbiamo e, in realtà, non possiamo evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi, ed adattando la nostra filosofia dell’esistenza ad esso” (Selye, 1974)

Mosso dalle sue osservazioni, Selye tentò di interpretare in modo semplice la concatenazione di eventi biologici, di meccanismi e di risposte che, se da un lato si connettevano alle scoperte di Cannon sulla generale reazione d’allarme e sull’idea dell’organismo impegnato costantemente nella funzione omeostatica e di adattamento, dall’altro non apparivano giustificabili nell’ambito di una scienza biomedica che in quei tempi si sosteneva in modo molto strutturato sullo studio delle manifestazioni patologiche come effetti specifici di cause specifiche. Pertanto l’obiettivo che coinvolse Selye fino alla fine fu quello di ricercare quel principio o quella sostanza biochimica in grado di giustificare quel complesso di reazioni che lui aveva considerate generalizzate e sintoniche in grado di presentarsi stereotipate anche di fronte a richieste e a stimoli ambientali (nocivi e non) ampiamente diversi. Questo ipotetico “first mediator”, come lo definì Selye, o “mediatore unico” era quella sostanza, presente in tutti i tipi di stress, in grado di giustificare e di spiegare una così ampia e variegata gamma di cambiamenti: una sostanza in grado di scatenare la medesima Sindrome Generale di Adattamento da stimoli molto diversi. In primis egli identificò questo mediatore unico nell’ormone adrenocorticotropo ACTH, che sembrava essere presente in tutte le risposte di stress negli animali da laboratorio; successivamente, però, dal momento che l’ACTH è presente prevalentemente in una delle tre fasi della sindrome, Selye ipotizzò che probabilmente il mediatore unico andava ricercato nelle sostanze che negli anni Ottanta vennero isolate nel cervello, le encefalite e le endorfine.

Nello specifico, la Sindrome Generale di Adattamento descritta da Selye si articola in tre fasi fondamentali.

La prima fase s’identifica con la reazione di allarme scoperta da Cannon e denominata anche da Selye, per l’appunto, fase d’allarme. Essa è caratterizzata dalle attivazioni del sistema neurovegetativo, di tipo adrenergico, in cui la secrezione delle principali catecolamine, adrenalina e noradrenalina, permette una rapida reazione del sistema nervoso autonomo simpatico. Adrenalina e noradrenalina, infatti, sono due ormoni secreti dalla midollare del surrene che vengono utilizzati quali mediatori intersinaptici nel sistema simpatico e che permettono un’immediata risposta del nostro organismo ad uno stimolo stressante. La fase d’allarme, tra l’altro, viene suddivisa da Selye in due sottofasi: la fase dello shock, che corrisponde ad un’iniziale caduta al di sotto del livello fisiologico di funzionamento dell’organismo, e quella di controshock, che corrisponde, di fatto al secondo momento, reattivo, nel quale si attiva il sistema simpatico grazie l’intervento delle catecolamine. In ogni caso, la fase di allarme è necessariamente rapida ed immediata, ma anche labile, vista la velocità con la quale adrenalina e noradrenalina vengono metabolizzate.

La fase successiva della Sindrome Generale di Adattamento è chiamata da Selye fase di resistenza. Questa fase ha una durata maggiore ed è sostenuta da fenomeni endocrini in cui l’ACTH ed altri ormoni adenoipofisari, cioè della porzione anteriore dell’ipofisi, hanno una funzione fondamentale. Se, quindi, nella risposta ormonale immediata della fase d’allarme viene sollecitata la midollare del surrene, nella fase di resistenza è la parte corticale del surrene ad essere interessata, con il rilascio degli ormoni glucocorticoidi, in particolare del cortisolo. L’effetto di tali ormoni è sempre quella, come nel caso delle catecolamine, di mantenere alta l’attivazione del sistema nervoso simpatico, che predispone l’organismo alle azioni necessarie ai fini dell’adattamento. La fase della resistenza perdura tutto il tempo nel quale permane lo stimolo stressante e, secondo Selye, sarebbero proprio i fenomeni legati allo stress, ed in particolare alla fase di resistenza della Sindrome Generale di Adattamento, a contribuire a quelle manifestazioni di deterioramento che vedono nella vecchiaia l’espressione più visibile. Se la fase di resistenza perdura troppo a lungo, infatti, si manifesta nell’organismo la terza fase, secondo Selye della Sindrome Generale di Adattamento, che egli denominò fase di esaurimento, nella quale si assiste ad un vero e proprio sfiancamento delle risorse dell’organismo, con una perdita graduale della vitalità stessa e l’insorgenza, quindi, di malattie.

In sintesi, quindi, secondo Selye, lo stress viene visto come una reazione fisiologica aspecifica, finalizzata all’adattamento, a qualunque richiesta di modificazione esercitata sull’organismo da una gamma assai ampia di stimoli eterogenei, ed espressa essenzialmente da variazioni di tipo endocrino (attivazione della midollare e della corteccia del surrene) che sbilanciano il sistema neurogetativo a favore del sistema simpatico. I punti salienti sono quindi:

  • il carattere di aspecificità;
  • il carattere fondamentalmente adattivo;
  • il carattere di reazione neurovegetativa a mediazione endocrina.

La teoria di Selye, che in ogni caso aprì la strada ad un ricchissimo filone di ricerca, manifestò ben presto delle lacune. In primo luogo, le ricerche effettuate da Selye partivano dall’analisi degli effetti sull’organismo da parte di agenti stressanti fisici o chimici messi a diretto contatto con l’organismo, come inoculazione di sostanze o contatto con agenti fisici; sappiamo, però, dall’esperienza che non soltanto tali stimoli, fisici o chimici prossimali, sono in grado di produrre risposte di stress: anche agenti distali, quali un evento relazionale o un’informazione, possono rivelarsi fonti di stress che, quindi, inducono una risposta non tanto sulla base di una componente fisica misurabile, quanto piuttosto sulla base della risonanza psicologica soggettiva che sono in grado di determinare. Questa considerazione ha aperto tutto un filone di ricerca sul significato simbolico e sulla risonanza intrapsichica che determinati stimoli detengono, evidenziando significative variabilità che differenziano risposte di individui diversi nei confronti di uno stesso stimolo. In secondo luogo, se stimoli così diversi possono indurre una reazione biologica da stress, come è possibile che esista un unico identico fattore neurormonale, come era stato identificato l’ACTH, quale mediatore comune (first mediator)? Infine, a proposito del carattere di aspecificità, se la risposta di stress è unica, perché gli individui si ammalano di malattie diverse?

 

Il ruolo delle emozioni.

Le ipotesi su quale fosse l’agente di attivazione della Sindrome Generale di Adattamento si spostarono, pertanto, dall’idea originaria di Selye di un unico mediatore biochimico a quel substrato di natura psicofisiologica che coincide, di fatto, con le strutture ed i meccanismi che sostengono le emozioni. Esponente di maggior spicco di tale ipotesi fu J. Mason il quale, partendo dall’osservazione che l’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene reagisce ad un gran numero di stimoli psicosociali, suscettibili di indurre una reazione emozionale e che la reazione corticosurrenale a stimoli emotivi è sostanzialmente identica a quella descritta da Selye nella fase di resistenza della reazione da stress, effettuò una serie di ricerche basate sulla dissociazione dello stimolo fisico dallo stimolo emotivo nello stress dando un sostegno empirico alla teoria da lui formulata secondo la quale il mediatore nella reazione da stress sarebbe proprio l’emozione (Mason, 1971). In questa prospettiva, sia l’attivazione del sistema ipotalamo-ipofisi-corticosurrene che l’attivazione della midollare del surrene che seguono all’esposizione a stimoli fisici di varia natura sarebbero comunque una diretta conseguenza dell’eccitamento emozionale che accompagna o precede immediatamente la stimolazione fisica. A svolgere un’azione generalizzante sarebbero, quindi, per Mason, i medesimi meccanismi psicofisiologici coinvolti nelle emozioni e sostenuti dagli apparati neuroanatomici che presiedono alla genesi, al mantenimento ed al verificarsi delle manifestazioni centrali e periferiche legate alle emozioni stesse.

La prospettiva di Mason fu particolarmente significativa dal momento che, attribuendo un ruolo fondamentale alle implicazioni emotive, ha permesso di comprendere meglio i dati sperimentali che depongono in favore sia della specificità che della aspecificità dello stress.

 

La ricerca sullo stress parte, quindi, dall’osservazione di determinate reazioni generali dell’organismo in risposta a richieste ambientali generate da stimoli di natura diversa; la compresenza, però, sia di elementi aspecifici, come la Sindrome Generale di Adattamento, che di elementi specifici in base alla natura degli stimoli, ha indirizzato progressivamente tali ricerche sul versante delle reazioni emotive e sulle loro implicazioni, un campo di studio, peraltro, quanto mai controverso e difficile in tutta la storia delle neuroscienze. Anche il ruolo e i meccanismi di funzionamento delle emozioni, infatti, hanno rappresentato da sempre un campo di indagine da parte di filosofi e scienziati, senza giungere, di fatto, ad una definizione e ad una comprensione unanimemente condivisa: come affermano Fehr e Russel, “ognuno sa cos’è un’emozione finché gli si chiede di definirla” (1984)

L’importanza delle emozioni nelle reazioni dell’organismo finalizzate all’adattamento e, nello specifico, nella Sindrome Generale di Adattamento ha portato, in ogni caso, alcuni ricercatori ad elaborare il concetto di stress psicologico, indirizzando, così, inevitabilmente, questo filone di ricerca sempre più nella strada delle correnti psicologiche.

Magda Arnold, dapprima, e Richard Lazarus, successivamente, hanno, ad esempio, centrato le loro ricerce sul concetto di “valutazione soggettiva” dello stimolo stressante: se uno stimolo non è valutato come rilevante per l’individuo, a livello conscio o inconscio, non si verifica alcuna attivazione emozionale e dunque non sarà considerato stressante. Questa prospettiva, che vede, quindi, nella valutazione congitiva la “condizione necessaria e sufficiente dell’emozione” rimane tuttora la pietra angolare della prospettiva cognitivista (Lazarus, 1991).

Una voce particolarmente importante, che si distaccò dalla corrente più accreditata in merito alla ricerca sullo stress e che, come spesso succede, fu boicottato dall’estabilishement accademico, fu Henri Laborit, un biologo francese che negli anni Settanta scoprì che i disordini somatici causati da aggressioni psicosociali sono provocati da uno stato particolare che lui denominò di inibizione dell’azione. In seguito scoprì anche che l’inibizione dell’azione persistente provocava disturbi a carico della memoria.

Nelle sue ricerche, Laborit utilizzava la procedura dell’invio di uno stimolo doloroso (una scossa di corrente) a dei ratti rinchiusi in una gabbia.

Nella prima situazione, il ricercatore mandava la scossa sul pavimento della gabbia, comunicante attraverso una porta con un’altra gabbia non raggiunta dalla corrente: alla scossa, il ratto imparava velocemente a passare nell’altra gabbia e se le condizioni si invertivano (la scossa era inviata nella gabbia in cui il ratto era fuggito) questi ritornava velocemente nella prima. Sottoposto a tali stress per una settimana, il ratto non presentava alcuna lesione patologica: la sua salute restava eccellente.

Nella seconda situazione, la gabbia su cui veniva inviata la scossa elettrica non comunicava con nessun’altra gabbia ma all’interno venivano posti due ratti, anziché uno solo, come nella prima situazione. Alla scarica elettrica, i ratti non potevano fuggire e iniziavano a lottare tra di loro: dopo una settimana di esposizione a tale stress, le loro condizioni di salute si rivelavano eccellenti.

Nella terza situazione, la gabbia era sempre isolata ed il ratto era solo. Alla scarica elettrica, il ratto non poteva fuggire né combattere con qualcun altro: dopo una settimana, presentava segni di dimagrimento importante, ipertensione arteriosa e lesioni multiple alla mucosa gastrica.

Henri Laborit imposta lo studio del cervello e dello stress attraverso il concetto di aggressione: “Quando incontriamo nell’ambiente esseri e cose che ci sono gradevoli, che ci permettono di mantenere questo principio del piacere, nei mammiferi abbiamo un sistema che permette di memorizzare la strategia che abbiamo utilizzato, la nostra esperienza: ricominciamo lo stesso comportamento per ritrovare il piacere. (…) Se invece, al contrario, il vostro contatto con l’ambiente é pericoloso, se non fa piacere, se é doloroso, cominciate a fuggire e, se non potete fuggire, combattete, vale a dire vi orientate verso l’ambiente per distruggere l’oggetto del vostro risentimento.

“La novità, la scoperta é che, quando non potete né farvi piacere, né fuggire, né lottare, vi inibite.
Il significato biologico dell’inibizione é: meglio non agire, per non essere distrutti dall’aggressione.
Ciò va bene se serve a salvare al momento la vostra pelle, la vostra struttura.
Ma se non siete in grado di sottrarvi molto rapidamente, da questo stato di inibizione, di attesa in tensione, allora in quel momento comincia tutta la patologia” (Laborit, 1970).

Secondo Laborit, questa inibizione d’azione si accompagna alla liberazione di ormoni come i glucocorticoidi e neuro-ormoni come la noradrenalina che tendono ad indebolire fino a distruggere il sistema immunitario. Ciò genera vulnerabilità alle infezioni ed ai tumori. Non si fa un cancro per caso, sostiene Laborit e la lista delle malattie dell’adattamento é lunga.

La sindrome d’inibizione dell’azione, che s’instaura allorché l’aggressione psicosociale si protrae nel tempo e non é risolvibile né con la lotta né con la fuga, ha un aspetto chimico, un aspetto neurofisiologico ed un aspetto comportamentale.

Per Laborit, la salute non è soltanto il mantenimento dell’omeostasi ristretta, dell’equilibrio interno, ma significa mantenere il proprio equilibrio in relazione all’ambiente esterno, con il quale dobbiamo negoziare in continuazione le condizioni per il nostro equilibrio. Quando ciò non è possibile, la risposta naturale è la lotta o la fuga per eliminare ciò che ci impedisce di essere in equilibrio. Ma se le condizioni ambientali non ci consentono né di gratificarci, né di lottare, né tanto meno di fuggire, l’ambiente ci modifica al di là delle possibilità di difesa. In questo caso, si dice che “subiamo l’ambiente”, in altre parole ne riceviamo un’aggressione, e allora il rapporto con l’ambiente ci disorganizza. Per Laborit, quindi, è nell’aggressione, intesa in questi termini, che tutte le dis-regolazioni e le patologie hanno inizio.

 

La Medicina Psicosomatica.

L’ipotesi, quindi, di una correlazione tra mente e corpo, tra eventi psichici ed eventi fisici ha alimentato nel corso della storia prevalentemente la ricerca intorno allo stress e ai suoi meccanismi; questo concetto ha subito una graduale evoluzione, sulla, base comunque della formulazione originaria di Selye. Paolo Pancheri, nella sua opera “Stress, Emozioni, Malattia”, un classico della Medicina Psicosomatica, definisce lo stress come “la risposta dell’organismo ad ogni richiesta di modificazione effettuata su di essa. Questa risposta si manifesta sia a livello fisiologico che a livello comportamentale, ed è mediata da un’attivazione emozionale indotta da una valutazione cognitiva del significato dello stimolo. Essa è relativamente aspecifica, nel senso che un’ampia gamma di stimoli può innescarla, ma personalizzata in rapporto al significato dello stimolo per il singolo individuo, e alle sue modalità di reazione psicofisiologica. Lo stress è, di per sé, una reazione fisiologica, adattativa, caratteristica della vita, che può tuttavia assumere un significato patogenetico quando è prodotta in modo troppo intenso per lunghi periodi di tempo o quando è ostacolata nel suo regolare svolgimento.” (Pancheri, 1979)

Alla fine degli anni Settanta, quindi, proprio nel periodo in cui il dott. Hamer fu colpito dalla sua tragedia familiare, le acquisizioni inerenti il rapporto tra emozioni e malattia, patrimonio ormai decennale dei ricercatori, erano fondate sul concetto di stress e sulle sue conseguenze nell’organismo. Queste acquisizioni potevano essere così riassunte:

  1. Esistono dei meccanismi di attivazione dell’organismo, la cosiddetta Sindrome Generale di Adattamento, che vengono innescati da stimoli stressanti, cioè in grado di produrre tale mobilitazione organismica.
  2. Gli agenti stressanti possono essere sia di natura fisica o chimica così come di natura psicosociale, agendo, pertanto, direttamente o mediante l’intervento delle funzioni psichiche ed emozionali. Esiste, pertanto, una soggettività della risposta.
  3. Tale attivazione avviene attraverso la mediazione dei sistemi reattivi emozionali che agiscono sul sistema neuroendocrino ed immunitario. Gli agenti stressanti, quindi, vanno ad alterare le funzioni del sistema neurovegetativo, del sistema endocrino e del sistema immunitario.
  4. Esistono risposte specifiche e risposte aspecifiche che si sintonizzano con tre parametri fondamentali: lo stato psicofisiologico precedente l’evento, i fattori endogeni, come il patrimonio genetico e le caratteristiche di personalità, e i fattori esogeni legati all’apprendimento, all’alimentazione, all’uso di farmaci, ecc.
  5. Tutta questa catena di eventi biologici, la cosiddetta “risposta individuale di stress” può essere considerata un “precursore di malattia” Gli agenti stressanti influenzano, quindi, il “terreno biologico” sul quale si può inserire la malattia.

La spiegazione, poi, della scelta dell’organo avveniva sulla base delle seguenti ipotesi:

  1. Predisposizione genetico-costituzionale o “debolezza d’organo”. Questa, in realtà, è la posizione della medicina organicistica, che nega l’influenza dei fattori emozionali nella genesi della malattia.
  2. Teorie psicodinamiche. Secondo questi modelli, che affondano le loro radici nella corrente psicoanalitica, gli stimoli esterni attiverebbero dei conflitti inconsci, secondo un meccanismo di “conversione simbolica” mediata dai meccanismi psichici di difesa.
  3. Teorie comportamentistiche. Secondo questi modelli la risposta dell’organo è appresa, secondo dei meccanismi di stimolo e rinforzo.
  4. Teorie psicosociali. Secondo questo modello la malattia è legata alle pressioni dell’ambiente ad opera degli stimolo stressanti. Stimoli ambientali specifici interagirebbero con i programmi di risposta biologici dell’individuo, determinati in parte geneticamente ed in parte in base alle esperienze infantili.
  5. Teoria della personalità. Secondo questo modello sarebbero elementi della personalità individuale a predisporre l’individuo a determinate malattie piuttosto che altre, come la personalità di tipo A, individuata quale fattore predisponente le malattie di tipo cardiologico.
  6. Modelli integrativi. Alcune teorie cercano di “integrare” le varie ipotesi in un modello onnicomprensivo, nel quale vengono presi in considerazione sia gli aspetti comportamentali delle emozioni che quelli biologici. Secondo tali modelli, la reazione dell’organismo si manifesta sia su base biologica che comportamentale.

Tali considerazioni rappresentavano lo scenario della ricerca della fine degli anni Settanta, ma non sono molto diverse da ciò che la ricerca ha elaborato in merito ai meccanismi psicosomatici nei decenni successivi, fino ai giorni nostri. Il concetto che colpisce maggiormente è quello della “predisposizione alla malattia” o “precursore di malattia” o “terreno biologico”: lo stress agirebbe in definitiva in tale direzione, favorendo, cioè, l’insorgenza delle malattie nel momento in cui gli stimoli stressanti altererebbero le condizioni biologiche dell’organismo.

In definitiva, si potrebbe riassumere che tutta la ricerca sullo stress, quindi, proseguita con lo sviluppo e le elaborazioni della medicina psicosomatica, invece di arrivare ad una spiegazione finalmente plusibile in merito all’origine della malattia e soprattutto che andasse oltre la tradizionale separazione tra malattie del corpo e della psiche, ha aggiunto un’ipotesi in più, rendendo ancora più confusa l’etiologia con i concetti di multicausalità o multifattorialità. Tutta la ricerca sullo stress, in definitiva, lascia sostanzialmente intatta la concezione millenaria che la malattia è “qualcosa”, un’”entità” – ovviamente sbagliata, temibile e da combattere – che può colpire l’organismo, senza che nessuno possa dire perché.

Afferma Pancheri, infatti: “alla luce di quanto è emerso dallo studio dello stress dalla prima formulazione di Selye fino ad oggi, appare chiaro come tale suddivisione (tra malattie somatiche e malattie psicosomatiche) sia priva di significato, e come stressors di varia natura (fisica, biologica o psicosociale) possano, direttamente o attraverso una mediazione emozionale, influenzare il terreno biologico sul quale si inserisce la malattia” (1979)

 

Il concetto immutato di malattia.

La “malattia”, quindi, è salva! Chiamata anche “entità nosografia”, la patologia non centra con lo stress: quest’ultimo è responsabile solamente di renderle la vita più facile. La presunta unificazione tra mente e corpo rimane viva solo nelle parole. Sempre il padre della medicina psicosomatica italiana afferma, infatti, ancora: “Alcune malattie possono ancora essere considerate come prodotte da un’unica causa (ad esempio la paraplegia da sezione del midollo spinale), ma in molte altre, definite spesso come idiopatiche o essenziali, l’eziologia è certamente pluricausale, senza possibilità di individuare una causa predominante. Anche dove, tuttavia, un agente patogeno appare strettamente connesso a una particolare malattia, è possibile quasi sempre individuare una serie di concause dotate di potere patogeno a livello del terreno biologico. Ogni malattia dove sia individuabile un agente patogeno principale, infatti, può essere vista come la risultante di due fattori: l’aggressività dell’agente patogeno da un lato e le condizioni dei sistemi biologici di difesa (il terreno) dall’altro” (Pancheri, 1979).

Negli ultimi trent’anni, la ricerca sullo stress ed, in particolare, la medicina psicosomatica hanno imboccato, purtroppo, un tunnel da cui non riescono più ad uscire ed hanno determinato l’esatto opposto di ciò che probabilmente era nelle loro intenzioni originarie: cercando, probabilmente di riunire l’organismo in una visione olistica, lo ha spezzettato ancora di più!

“La funzionalità e la ricettività di questi sistemi (neurovegetativo, endocrino e immunitario) sono a loro volta controllate da una serie di fattori reciprocamente ineìteragenti tra loro: la struttura genetico-costituzionale, l’imprinting psicobiologico, l’ambiente fisico e, infine, i determinanti emozionali e psicosociali.

I determinanti emozionali e psicosociali, e la reazione di stress da essi dipendente, sono dunque sempre delle concause nella genesi delle malattie a etiologia totalmente o parzialmente multicausale. Essi, a seconda del momento in cui agiscono, della loro intensità e durata e della loro interazione con altri determinanti, possono agire come elementi predisponesti o come fattori scatenanti. Il punto importante da sottolineare è che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non è dimostrato un rapporto specifico tra tipo di attivazione emozionale e tipo di malattia somatica sviluppata anche quando il ruolo determinante dello stress emozionale è stato accertato.

Le differenze nel tipo di malattie sviluppate per cause emozionali dipendono dalla particolare vulnerabilità dei singoli organi a sua volta dipendente da fattori puramente fisico-biologici o genetico-costituzionali” (Pancheri, 1979).

Su questi presupposti e su queste conclusioni del filone di ricerca psicosomatico, alla fine degli anni Settanta, inizia la ricerca di Hamer …CONTINUA NEL PROSSIMO ARTICOLO.

 

BIBLIOGRAFIA

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Laborit 1970

Lazarus R.S. (1966), Psychological stress and Coping Process, McGraw Hill, New York.

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Mason J.W. (1971), A re-avaluation of the concept of “non-specificity” in stress theory, in Journal of Psychiatric Research, VIII, n° 323.

Pancheri P. (1979), Stress, Emozioni, Malattia, Mondadori, Milano.

Selye H, (1936), A syndrome produced by diverse nocuous agent, in Nature, CXXXVIII, n° 32.

24 Commenti a “LE 5 LEGGI BIOLOGICHE SCOPERTE DAL DOTT. HAMER: EVOLUZIONE VERSO IL NUOVO PARADIGMA (Prima Parte)”

  • Corrado Lemme:

    La teoria è affascinante, anche perchè, in tal modo, si spiegherebbero anche i…miracoli!

    • Lino Bottaro:

      Ancor più affascinante è la realtà

    • Si!

      Ho sempre pensato che un miracolo su un evento di malattia é frutto di una forte emozione(auto suggestione) ricevuta da un’ammalato al vedersi davanti un’immagine di un Santo,Vergine Maria,Papa etc…etc…..la quale a volte sblocca l’incapacitá fisica tale come:paralisi,cecitá…….ed altri……

      • miche:

        Se il tuo essere e’ integro e sa’ quello che vuole le cose accadono, anche le impossibili.
        Se la base e’ la vita e il suo ristabilimento, e’ naturale la sua salute totale.
        (per i razionali fisica quantistica)
        In parte si spiega fra le tante risposte, perche’ dio lascia che caino esista mentre abele e’ soppresso. Caino e’ il frutto difettoso del pensiero e dell’ azione umana nella sua scelta arbitria, ed essendo parte dell’ intera natura umana, distruggendolo, dio avrebbe distrutto tutto il genere umano, e quindi faceva a meno di crearlo, dando a nessuno la possibilita’ di esistere e di partecipare alla vita stessa e alla possibilita’ di vivere il tutto del bene e del divino. Abele e’ parte del bene vero divino che per forza soccombe e viene penalizzato sempre, ma e’ anche una parte di Dio che verra’ sempre protetta, rigenerata e richiamata alla fine di questo tempo universale.
        ( per chi cerca il conflitto bene male e dio)
        Nell’ albero della vita c’e’ la vita come la pensi te, risolta in una dimensione senza male. Nell’ albero della conoscenza, c’e’ sia il bene che il male, avendo scelto di acettare il libero arbitrio della scelta di pensare, decidere, avere, imporre, con tutte le conseguenze che ne sono derivate e che si vedono oggi e in passato.
        ( un appunto per i pensatori del dna umano-exraterrestre) ( di fatto, i gerogrifivi e disegni su pietra sumeri, governati dagli anukaki, avendone tecnologia scientifica di creare, alla fine usano pietra e scalpello per testimoniare della loro tecnologia)
        Abele e’ una linea di pastori, migranti e sacrificatori di agnelli ( la simbologia bibblica su certi punti e’ impeccabile: cristo e’ l’ agnello sacrificale, quindi, coltivavano lo spirito e la parole creatrice divina che era ed e’ dentro l’ umano.
        La linea di caino, uccide, sono creatori di metalli, costruiscono citta’, creano la dimensione sensibile con i suoni musicali, innalzano torri verso l’ alto in sengo di potenza. – se vuoi tradurre iltutto ed amplificarlo, ti portera’ a cio’ che vedi e hai ora.
        ( ancora per assimilare qualche concetto in merito al tutto alternativo che si conosce)
        La linea buona usa gli stessi ingredienti cainici per operare e ristabilire un risolvente e riprestinare l’ originale naturale di cui siamo fatti. La linea meno buona, si impossessa e crea gli stessi mezzi, per operare sempre la sua linea, che porta il contrario di cio’ che siamo veramente, ma che loro sono, tendenzialmente.
        ( evoluzione e disinzormazione e attuazione dei sistemi e delle loro motivazioni distorte)

        E tutto questo per cosa, e che centra?

        Se nella tua vita, o che sei stato separato, o che arrivi ad una separazione dopo esserne stato vagliato, e cerche le motivazioni e le cause, trovi che principalmente il pensiero e’ legato alla parole e la parole eil pensiero all’ intento, e il tutto all’ azione spirituale e concreta dell’ esprimere e attuare -situazioni-dinamiche-stati esistenziali-scelte-e dinamiche, in ogni suo ordine, che : ocreano l’ equilibrio e la sostanza che ti alimenta in linea con la tua natura di vita totale, o lo altera fino alla malattia e lla distruzione. Questo vale sia per l’ essere in se’ unico e personale, sia come risultato sociale e umano collettivo.

        Quindi in parte in questo caotico quadro, e’ difficle pensare del perche’ dio a volte agisca in contradizione, nn comprendendo le dinamiche che si scaturiscono.

        E sopratutto, quando una persona non e’ influenzata dalla parte sbagliata e contradittoria e deleterea dell’ esisteza sua che sceglie, e dall’ influenza esterna che ne e’ influenzato, e coltiva il suo essere ed esistere nella sua essenza vera, non solo gusta la vita e la sua infinita gioia di comunicarla con la parole e il suo vivere,
        ma non e’ intaccato dal male. E se possiede un’ integrita’ e una volonta, volontariamente o in maniera innata, agira’ come solvente o risolvente, verso chi ne e’ inpluenzabile, e porta a guarigione spirituale e fisica.

        Tutto questo e’ vero, anche se possiamo valutare casi e persone che non avrebbero dovuto avere alcun male grave sia fisico che spirituale ( chiamato anche psichico),
        perche’ come noi vediamo e comprendiamo e siamo impossibilitati per lo piu’, a esrpimere o possedere cio’ che e’ lo spirito e l’ anima nostra, cosi anche la semplice valutazione anche se arricchita con pensieri e discorsi, e’ e rimane fine a se stessa insufficente.

        Fatto sta’ che, uscendo da ogni conflitto personale e sociale, e ritrovando il tuo vero essere, ristabilisci l’ equilibrio base del tuo spirito della tua anima e del tuo fisico, cancellando sopratutto quello che e’ chiamato male, con tutta la sua complicazione scientifica, che, se presa in considerazione, non ne esci piu’.
        Anche la medicina e’ risolutiva, ma solamente perche’ ci credi, e in parte perche’ ti da’ lo stimolo di quelle cose che nella tua esistenza ti sei privato di avere, sia a livello nutrizionale che a livello spirituale. E se te non hai coscienza della trasformazione, ti viene data, perche’ hai un data base unico personale che ti segue e che e’ parallelo a te dalla tua nascita fino al tuo compimento esistenziale.

        Quindi pensiamo a quanto viviamo che e’ inutile, deviante, pesante, anche gratificante apparentemente, ma che adultera la misura e la strada per non ammalarsi in tutto e non guarirsi in tutto. La societa’ e noi siamo pieni di questi motivi e ci viviamo costantemente. C’e’ da dire che, gli untori di cultura e di potere mondiali, semplici comuni, fino a qualsiasi livello esistano, mandano e coltivano una cultura che sta’ in piedi il tempo che trova e sopratutto gestisce e altera la vita non poco, ma lo fanno avendone possibilita’ di agio, non cognizione di causa, poiche’ altrimenti sarebbero gli artefici di una autocoscienza da innescare una controtendenza che arriverebbe a cambiare totalemente un sistema. Ma allora non godrebbero degli agi per cui esistono.

        Concludendo questo mix incomprensibile per alcuni, la vera salute e’ per pochi, e parlo della salute personale fisica e spirituale, e senza avere parte del contradittorio di vita che alimenta altro male o malattie, e l’ esperienza di guarigione e di vita migliore in tutto, e’ sempre una scoperta e una parte che si ha quando si sta’ in altre dimensioni.
        E il grande e’ sempre fuori dalle vicessitudini umane, e il poco inperfetto e’ e rimane sempre grande per farci male.

        Non c’e’ nulla di questa scoperta o di queste verita’, che non siano parlate in poco e in parte da cristo. dove a seguire scaturivano eventi al di fuori dalla comprensione razionale, scientifica, e religiosa o culturale. Una cosa diceva, vista la sua visione cosi pulita e vera della vita: le opere che il padre mi da da fare, quelle faccio.
        Egli aveva la visione della dimanica dell’ esistenza che conta per la vita e per l’ uomo, e sapeva quando dire e cosa fare, perche’ lo vedeva.
        E te? Non vedi questo? E allora sei sempre in un buon punto.

        Se nella vita non vedi cosa siano le parole, i fatti e gli intenti delle persone, cosa sia la societa’, l’ informazione, il pensiero, la valenza umana di anima e spirito, le culture blande e apparenti, non puoi vedere la linea che delimita una dimensione da un’ altra.

        Ma alla fine tutto passa e il suo dare e’ relativo, e la verita’ rimane in te e nell’ universo sempre, ed e’ questa che e’ la base della tua esistenza. Se la trovi e l’ hai e la puoi condividere con altri, allora metti in moto una dimensione dove tutto e’ possibile, perche’ ricrei le caratteristiche proprie dell’ amore, che e’ il comunicare fra esseri questo, compresa la guarigione che e’ la base della vita.
        E allora come semplice e non semplicistica logica, ritorna una fonte che dice: cieli e terra passeranno, ma le mie parole che sono spirito e vita non passeranno mai. Passeranno i cieli ( strutture alte spirituali) e la terra ( vita intelligente ( riserve) ) ma tutto questo mai. Mai perche’ e’ la base vera del nostro esistere.
        ( ho scritto un altro mattone.. incomprensibile?)

  • Georg:

    Danke schön Herr Doktor.

  • [...] = onCatChange; /* ]]> */ Commenti recenti Lino Bottaro su LE 5 LEGGI BIOLOGICHE SCOPERTE DAL DOTT. HAMER: EVOLUZIONE VERSO IL NUOVO PARADIGMA (Prima Parte)laura su LA VOSTRA VITA DI MERDA IN 3 MINUTI DI VIDEO…POSSIAMO CAMBIARE LE COSE!Gevara su [...]

  • gianni:

    CREDO A QUESTO DOTTORE , SENTO CHE E COSI , STARE BENE CON LA MENTE E PIU IMPORTANTE DI STARE BENE COL CORPO, MI RACCOMANDO NON ABBIATE PAURA DI NIENTE , DICO QUESTO PERCHE SECONDO ME LA PAURA E IL VERO PROBLEMA DELL ESSERE UMANO , E APPUNTO AVENDO PAURA SI STA MALE CON LA MENTE , SALUTI

    • Giorgio:

      Ben detto Gianni: la Paura è il nemico piu’ grande e pericoloso con il quale convive l’Umanità tutta, senza saperlo. Dobbiamo scacciarla per sempre dai nostri cuori, e vivere tranquilli e sereni, sempre, anche davanti alle innumerevoli difficoltà o brutti momenti che incontriamo durante il nostro viaggio sulla Terra.

  • francesca:

    Molto interessante…
    Ultimamente ho letto dei libri di Alice Miller che si avvicinano parecchio a tutto ciò…

  • Emanuela:

    Anch’io mi ero molto entusiasmata nel leggere la teoria del Dottor Hamer (sono da anni una seguace delle terapie alternative alla medicina tradizionale).. a tal punto da acquistare diversi suoi libri e fissare un appuntamento con un medico che pratica tale medicina. Non voglio entrare in particolari riguardo alla visita con tale medico…
    La cosa che mi ha sconvolto di più, però, è stata la documentazione riportata sul sito Dossier Hamer.. che invito a leggere per un confronto con quanto invece affermato dai seguaci della Nuova Medicina Germanica. Qualcuno che ne sa più di me mi può aiutare a capire da che parte sta la verità?

    • Tao crocus:

      Diventa testimone del corpo con cui hai stretto amicizia il giorno in cui sei stata concepita ed osservati attentamente: la verità è lì.
      Scoprirai da sola quanto sono vere le 5 Leggi Biologiche…Per me tanto, tanto quanto la vita stessa.

  • PERSONA COLPITA DA INCIDENTE STRADALE
    “TRAUMA CRANICO”
    ,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,

    SAREBBE FUORI DI TESTA, … PRIMA COSA DA FARE SAREBBE FARE UN BUON CONTROLLO SE SAREBBE IN GRADO DI INTENDERE VOLERE, …
    SIA SANO DI MENTE, .. MAGARI LA TESTA NON FUNZIONA TANTO BENE.
    SE UNA PERSONA SAREBBE IN GRADO DI INTENDERE VOLERE,,, LUI NON PUO’ DECIDERE DI FARLO DI SUA SPONTANEA VOLONTA’…
    NE TANTO MENO PER MANO DELLO STATO.

    ,,,CIAO CIAO
    BENUTO

  • antonino:

    Ciao
    Sono sicuro che un atteggiamento positivo possa giovare alla salute ma solo in parte.
    Ho vissuto gli anni di piombo a Palermo ( anni ’80 ) e vi posso garantire che i genitori di moltissime persone uccise ( pace all’anima loro) sono tutt’ ora in buona salute fisica e non penso che ci possa essere uno shock maggiore della perdità di un figlio.

    Quindi per quanto mi riguarda il Dottor Hamer può dire quello che vuole ma terzi dovrebbero essere molto cauti nel mostrare entusiasmo.
    Il cancro verrà totalmente sconfitto , magari tra 100 anni . Bisogna essere fiduciosi nell’ingegno umano.

    Ciao

    • miche:

      PER ANTNINO= e non lo sai, che e’ proprio quandoi si e’ messi in situazione di alta tensione e pericolo, che le reazioni di difesa si fanno cosi alte da fare schermo e da risollevare un abattimento che ti metasta?
      BIsogna sempre vedere cosa sei, con chi sei, e dove sei.
      Comunque sia, si muore ugualmente. E a confronto, quanti ne uccide la malattia, e quanti ne uccide la strada, la fame, la guerra, e la miseria?
      Pensa che li potremmo risolvere, e di conseguenza risolvere automaticamente anche il cancro, ma se guardi, si va’ al contrario.

      Poco tempo fa ho avuto un conoscente a vita sola e in uno stato di abbandono. Guarda a caso gli e’ venuto il cosi’ detto male. Assicurandomi che lo avrebbero ristabilito fisicamente prima di intraprendere un’ attivita’ chemio, l’ ho visto deperire in pochi giorni senza comprendere. Aspettando la chemio, avevano optato per una radio terapia alla testa, dove alla prima seduta ci ha lasciato la vita. Ho guardato pochi giorni fa’ un filmato sul figlio di di bella, e diceva: appena entri in ospedale, nei reparti oncologici, che sia o non sia, applicano subito la chemio, altrimenti sono fuori dai parametri clinici propri. Questa persona, in parte non aveva carattere per volerne uscire essendo culturalmente annichilito in anni di abbandono, e in parte, non aveva supporto esterno per altre cose, come cambiare ambiente, aliemntarsi, vivere con persone che portano vita e non conflitti. Questo per dire che, il cancro e’ fermo e bloccato terapeuticamente, con la solo chemio e affini, e non ha alcun supporto alternativo, come l’ ambiente, l’ alimentazione, e il supporto umano che e’ semplicemente una bomba di saluta e soluzione. Allora le flebo che ha fatto in 10 giorni, non erano sostentamento vitamine sali minerali e agenti antiossidanti e altro, ma era chemio e basta.

      Sconfiggere il cancro e’ sconfiggere il male generale di chi il cancro non ce l’ ha.

  • Federico:

    Le mie lunghe ricerche sulla materia, anni e anni di lavoro, hanno trovato finalmente il loro definitivo approdo nella NMG del prof. Hamer, a cui va tutta la mia riconoscenza per avermi reso partecipe delle sue scoperte. Condivido con lui un pensiero che fu del grande dott. Albert, lo scopritore della vitamina C e premio Nobel: “La scoperta consiste nel vedere quello che tutti vedono e nel pensare quello che nessuno ha pensato”. Hamer ha pensato ciò che altri non hanno semplicemente pensato, perché non avevano elementi sufficienti per poiter usare perspicacia, l’andare “oltre l’ovvio”. Non aver pensato, o intuito, o immaginato, non è un errore o un danno, perché non c’è dolo. È solo una mancanza. Il vero danno, la vera disumanità consiste nel voler costringere le persone a non poter guardare, togliendo loro il diritto all’informazione, non portandole al nostyro stesso livello di conoscenza. Il mio futuro sarà pieno di occasioni, come quelle che sfrutto adesso, nelle quali condividerò, con chiunque sia di mente aperta e con enorme piacere, gli studi di Hamer. Grazie, carissimo amico Geerd.

  • mino:

    mi sono avvicinato da poco alla nuova medicina germanica, è molto affascinante…solo che non ho capito se queste teorie valgano solo ed esclusivamente per ” malattie” come il cancro o se possono essere applicate a tutti gli altri “malesseri” anche di patologie più banali….comunque credo fermamente nell’autoguarigione e nello straordinario potere che abbiamo tutti nel cervello….un giorno forse chissà…magari le malattie saranno solo un brutto ricordo e i produttori di farmaci dovranno andare a zappare invece che speculare sulla salute della gente.

    • Lino Bottaro:

      tutte le malattie trovano risposta con la conoscenza delle leggi biologiche sempre esistite e riscoperte da R.G.Hamer

  • miki:

    Ma allora quando testano le sostanze cancerogene in laboratorio sui ratti e questi prendono il cancro cosa significa?

    Grazie

    • Topgun:

      Anche i ratti di laboratorio subiscono la cosiddetta DHS.
      Per esempio in laboratorio per testare il cancro da fumo, i ratti vengono legati e impotenti sottoposti a massicce erogazioni di fumo di tabacco.
      Il ratto in natura vive in cunicoli ed ha sempre una via di fuga, se la sua tana viene investita da un incendio/fumo non fa altro che scappare. In laboratorio questo non gli è permesso e subisce uno shock(DHS) sviluppando il cancro al polmone ma non per il fumo di tabacco ma per shock da soffocamento/mancanza d’aria.

    • Lino Bottaro:

      che il cancro si può indurre, semplicemente.

  • [...] Le 5 leggi biologiche scoperte dal Dott. Hamer: evoluzione verso il nuovo paradigma (Prima parte) [...]

  • Giovanna:

    Condivido a pieno. Io ho avuto un linfoma e sono convinta che tutto sia successo per un forte stress(motivi di lavoro). Adesso sembra stia bene , dopo cicli di chemio e radio , ma la vera medicina e’ stata la mia volonta’ alla spravvivenza
    Adesso la mia vita ha un altro stile di vita.

  • SR:

    Ma in cosa consiste la sua cura, sia in caso di cancro sia di altre malattie (Hamer insiste molto sulle malattie psichiche e i traumi ad esempio)? conosco più o meno le teorie di Di Bella (somatostatina) e Simoncini (il bicarbonato-antiacido e antifungino).
    In pratica nella NMG si dice che le malattie, tutte, sono solo una fase di autoguarigione, e se si capisce sia guarisce in automatico, solo risolvendo il “conflitto”? Ma in che modo risolvono questo conflitto i terapeuti hameriani? Così, per mia curiosità, mi interesso a tutte le opinioni scientifiche, ortodosse e non, ufficiali o indipendenti.

    • Lino Bottaro:

      La comprensione del motivo per cui si ha un cancro offre la possibilità di fuga dal conflitto o accettazione serena dell’evento traumatico. Credo che questo faccia parte dell’approccio dei medici hameriani. In assenza di paura è normale che un corpo ripari.
      Ricordiamoci che le cellule tumorali sono sanissime e i tumori costituiscono una sorta di turbo che il nostro fisico inserisce per aumentare la capacità di funzione in un momento percepito dalla psike dell’individuo come fase di estremo pericolo…

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