A questo documento va aggiunto l’altro che ci rivela come nel 2008 gli Usa stabilirono a Stoccarda il nuovo comando militare per l’Africa, AFRICOM, in vista di garantire militarmente (bombe, missili, marines, torturatori, quisling indigeni assoldati) l’assalto economico alle risorse del continente. Gheddafi rifiutò di partecipare a questo piano antiafricano e imperialista, lo denunciò come tale, sollecitò l’Unione Africana, da lui promossa a non aderire e, infatti, nessun paese africano, nemmeno i più servili e assoggettati, concesse la sede ad AFRICOM sul suo territorio (per cui ora è previsto il trasferimento a Napoli, nella sovrana colonia Italia (di cui si irride il Risorgimento antimperialista). Per lo stesso motivo i franco-Usa buttano per aria la geostrategica Costa d’Avorio, in Africa Occidentale, disconoscendo la vittoria alle presidenziali dell’anno scorso del presidente uscente, l’anticolonialista Gbagbo, e avallando i brogli e la sedizione dell’uomo dell’Occidente, Uttara, reduce da una lunga permanenza negli Usa e Alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, il noto vampiro dei popoli.
Ora questo rinnegato fantoccio è all’attacco sostenuto dalle tribù del Nord (opportunamente da tempo bengasizzate), ma anche da 8000 effettivi dell’ONU, assicurategli dal superquisling Ban Ki-moon.
A proposito delle prove fornite da Chiesa per una guerra alla Libia pianificata dai franco-inglesi da mesi e mimetizzata da una presunta “esercitazione” militare negli stessi giorni dell’attacco, propagandisticamente preparata dalla rivolta dei banditi di Bengasi, integrati da centinaia di spie e teste di cuoio occidentali, ricordiamo l’analoga fenomenologia dell’11 settembre e degli attentati a metro e bus di Londra del 2005. Anche in questi casi erano in corso nelle stesse ore “esercitazioni” che, a New York, mimavano un’incursione di terroristi aerei contro proprio quegli obiettivi e, a Londra, una serie di attentati nella metropolitana. Qui fu una società israeliana a organizzare il tutto. Stupefacente coincidenza. Come quando, subito dopo una minaccia di Osama di colpire centri nevralgici Usa, ad Amsterdam, grazie all’intervento della sicurezza israeliana, un tipo bizzarro senza passaporto e senza visto per gli Usa, fu fatto imbarcare sul volo a Detroit, Natale 2009, durante il quale si bruciò le mutande tentando di innescare un mortaretto, mentre qualcuno lo riprendeva da due file dietro con la telecamerina. Lo sprovveduto strumento della provocazione era un nigeriano proveniente dallo Yemen. Magnifica occasione per denunciare la presenza nello Yemen colonizzato, squassato dalla rivolta delle sue popolazioni contro un fantoccio dell’Impero, della solita Al Qaida da debellare prima che facesse saltare per aria la Casa Bianca. Meditate gente, meditate.
Tra i numerosi precedenti della “rivoluzione” monarco-integralista-mercenaria di Bengasi, oltre ai preparativi per l’attacco franco-britannico dal 21 marzo in poi, partiti mesi prima, c’è anche l’accordo concluso con alcuni satrapi della Lega Araba dalla strega di Haensel e Gretel, Clinton: se avessero consentito alla zona di interdizione al volo sulla Libia, gli Usa avrebbero autorizzato i vassalli sauditi e degli Emirati di invadere il Bahrein e schiacciarne la rivolta degli oppressi contro il monarca, custode della base della V Flotta Usa.. Sulla carta, tale consenso ci fu, ma fu un consenso, appunto di carta. Un mito. Infatti dei 22 Stati membri della Lega, solo 11 si presentarono. Di questi due, Siria e Algeria, rifiutarono. Votarono per la no-fly-zone, però strettamente limitata a inibire i voli dei lealisti (s’è visto), solo 9 membri. Abbastanza per far proclamare ai carnefici: “Anche gli arabi stanno con noi”.
IL TRIDENTE AFRICANO ANGLO-FRANCO-USA
I boccaloni e volponi che si sono riuniti a Piazza Navona, formalmente per la pace in Libia, in sostanza in appoggio ai motivi adotti per la controrivoluzione di Bengasi e l’aggressione dei “volenterosi” (volenterosi di revanscismo colonialista), erano per fortuna quattro gatti, a dimostrazione che quel doppiogiochismo inchiappetta sempre meno gente. Oggi basta dare un’occhiata alla mappa dell’Africa, vedere i tre focolai di destabilizzazione con intervento occidentale (sempre quello: francesi, britannici, statunitensi e chaperon ONU) e, capire, sempre che non si sia oligofrenici alla Rossanda, o quinte colonne tipo una qualunque ONG, l’operazione geostrategica per la quale l’imperialismo ha approntato i suoi interventi. Siamo nella “Fase Tridente”, una strategia che punta ad accerchiare il Nord e Centro Africa, largamente già assoggettati (Marocco, Egitto, fascia sahariana e subsahariana dal Corno d’Africa al Senegal), facendone saltare le tre cerniere: Libia, Eritrea-Somalia (con allegato Yemen) e Costa d’Avorio.
In Somalia sono all’opera i mercenari di paesi satelliti come Uganda, Etiopia e Ruanda (del quale ultimo qualche finto fesso in Italia celebra ora la “giornata della memoria del genocidio Tutsi”, colossale falsificazione franco-Usa di quanto avvenuto veramente in quel paese ridotto a zerbino occidentale). Non riuscendo a eseguire il mandato di debellare la rivolta patriottica degli Shabaab, mercenari e quisling si limitano alla soluzione imperialista B di trucidare più gente possibile e mantenere il paese nelle condizioni di Stato fallito e di caos permanente. Condizione che consente all’Occidente di praticare i suoi flussi criminali, militari e petroliferi, lungo la rotta strategicamente più cruciale del mondo.
L’Eritrea, sotto Isaias Afeworki bastione di indipendenza e autodeterminazione, nonostante i ripetuti assalti bellici del despota etiopico, Meles Zelawi, le criminali sanzioni occidentali e l’accanimento demonizzante dei soliti media-puttana (anche qui eccelle il purulento manifestaiolo Stefano Liberti, ora a invocare missili sui civili di Mishrata, già massacrati dai mercenari controrivoluzionari), è nella fase dei prodromi propagandistici mirati a convincere l’opinione pubblica di marca Gino Strada, Rossanda e Morgantini, ad accompagnare quella che sarà l’ennesima guerra umanitaria contro un “dittatore, pazzo sanguinario” e per la “democrazia”. Lo dovrebbero facilitare, oltre al cliente del lupanare occidentale, Etiopia (nel quale la nostra “Salini” sta compiendo l’ennesimo crimine ecologico, con una megacentrale idroelettrica che sottrarrà acqua ai paesi a valle, Sudan ed Egitto, così ricattabili), i secessionisti del neo-Stato fantoccio Sud Sudan. Un Kosovo africano allevato da Israele, Vaticano, Usa, UE, creato per sottrarre petrolio e acqua del Nilo agli effettivi o potenziali disobbedienti a valle e per fornire basi logistiche e mercenariato ad altri interventi (Darfur e, appunto, Eritrea). Con il Sudan, non è finita. Non contenti della separazione del Sud, ora si tratta di strappare al paese ostinatamente renitente alla ricolonizzazione, anche l’enclave di Abyei, che gli accordi del 2005 avevano assegnato al Nord. E ad Abyei che si trovano i giacimenti di petrolio più ricchi ed è la Cina, che ne riceveva la massima quantità, che ne deve essere esclusa a vantaggio di Exxon, BP, Total e Shell.
Sostenitori del presidente Gbagbo
Al momento l’aggressione più feroce e scoperta è quella contro la Costa d’Avorio, antico feudo francese, conservato, a dispetto dell’indipendenza formale, nella sfera d’influenza del padrone coloniale, fin dal “padre della patria” e fantoccio Houphouet Boigny (arteriosclerotica tartaruga da terrarium francese, che intervistai una trentina d’anni fa). Fu il successore Laurent Gbagbo a porre fine a questo vergognoso vassallaggio e a utilizzare la ricchezza del paese, principalmente cacao, per un’effettiva indipendenza e il miglioramento delle condizioni di vita di una popolazione stremata e di un paese saccheggiato dal neocolonialismo. Immediatamente fu messa in atto la classica destabilizzazione frazionistica, facendo leva su fin lì sopite differenze confessionali e tribali tra Nord e Sud e provocando una guerriglia strisciante, dove alle popolazioni largamente nomadi del Nord vennero fatte le solite promesse di Bengodi e forniti i mezzi per una sollevazione armata. Si arrivò così alle elezioni presidenziali dell’anno scorso, con il paese infestato dalla guerriglia, da 9000 mercenari caschi blù “di pace”, ovviamente schierati contro Gbagbo e, ultima ora, da un contingente di 1.500 truppe del solito farabutto-gigolò di Parigi. Diritto d’ingerenza ovviamente garantito dall’ONU alla banda genocida anglo-franco-israeliana in gara per l’Africa con i collusi-collisi Usa. Tanto genocida che oggi una Geraldina Colotti del “manifesto”, giornalista onesta e consapevole, che aveva raccontato le stragi in atto per mano del candidato presidenziale, Alessane Uttara, sconfitto (per la Corte Suprema avoriana, ma non per la “comunità internazionale”), è stata sostituita dalla solita mosca cocchiera di Lettera 22, in attesa, magari, che, sciolto dal compito Nato in Libia, arrivi il filo-pogromista Liberti. Uttara, in queste ore, sta avventandosi sulla capitale economica Abidjan, annegando nel sangue con in suoi tagliagole coperti dal mercenariato franco-ONU quanto va incontrando. In sintonia con i gaglioffi Cia messi a capo dei “giovani rivoluzionari” monarco-integralisti di Bengasi, Uttara offre ogni garanzia per il programmato saccheggio e la riduzione in colonia di un paese irrinunciabile per la sua posizione strategica nel gomito del Golfo di Guinea. Come ricordato sopra, è l’ennesimo burattino imperialista allevato nelle università statunitensi e negli alti gradi del Fondo Monetario Internazionale. Sicuramente un soggetto “democratico”, da sostenere contro il “pazzo sanguinario Gbagbo”, anche per gli accoliti dei guru pacifisti di Piazza Navona, una volta che il loro sguardo strabico si sarà allungato dalla Libia e dalla Siria fino a al cuore dell’Africa Nera.
Della Siria parleremo la prossima volta. Intanto due notiziole sul santo subito Gino Strada. Non v’è dubbio che al capo di Emergency vanno riconosciuti meriti anti-guerra e per le vittime dell’Afghanistan, ma qualche ombra sull’immacolata figura non dovrebbe essere trascurata, a partire dalla sua vergognosa marcia al traino dello tsunami anti-Gheddafi. Ero nell’Iraq squartato dall’invasione dei “volenterosi”, quando Strada si presentò a Kerbala con la proposta di erigervi uno dei suoi ospedali (un altro lo aveva messo su, chissà perché, nel Kurdistan iracheno, del tutto pacificato e sotto controllo dei capibanda narcotrafficanti Barzani e Talabani, a loro volta tentacoli della penetrazione israeliana). Nonostante i mirati bombardamenti alleati, l’Iraq conservava allora ancora quella struttura sanitaria dell’era Saddam che era considerata la più avanzata dell’intera regione. Ogni città pullulava di ospedali e di medici di altissimo livello. I quali spiegarono a Strada che di un suo ospedale non v’era alcun bisogno, ma che piuttosto facesse arrivare macchinari e farmaci, visto che embargo e missili ne avevano falcidiati la gran parte. Una richiesta che al nostro non interessò per cui, insalutato ospite, se ne andò. Mancanza di resa pubblicitaria e, quindi, economica, per Emergency? A pensar male… Strada ci spieghi. E ci spieghi anche perché avesse ritenuto necessario creare in Sudan un sofisticato centro d’eccellenza cardiologico, non certo destinato alle masse impoverite di quel paese, da anni sotto sanzioni occidentali e mutilato dalle aggressioni belliche, piuttosto di un più popolare centro per gli endemici guai sanitari di massa della popolazione: malaria, patologie da denutrizione, tubercolosi…





























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