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Ci sono paesi anche poveri che mandano a quel paese  gli Usa… ndr

Correa ha chiesto all’ambasciatrice Usa di lasciare il paese, dopo che Wikileaks ha rivelato le accuse pesanti e infondate da lei fatte contro Correa. E Obama ha risposto espellendo l’ambasciatore ecuadoriano

scritto per peacereporter.net da

Tancredi Tarantino

Dopo mesi di calma apparente, torna a salire la tensione tra Ecuador e Stati Uniti. Nel corso di una conferenza stampa trasmessa in diretta da radio e tv locali, lo scorso 5 aprile il governo del presidente Rafael Correa ha invitato l’ambasciatrice americana a Quito, Heather Odges, a lasciare il Paese, chiedendo all’amministrazione Obama di ritirarla dalle sue funzioni diplomatiche. E di contro, la Casa Bianca non ha perso tempo e ha chiesto al rappresentante di Correa a Washington di fare le valigie.

Il caso è esploso in seguito alla diffusione da parte di Wikileaks di un cablo che rivela gravi dichiarazioni della diplomatica statunitense riguardo al livello di corruzione della polizia ecuadoriana e al coinvolgimento dello stesso presidente Correa. 

L’ambasciatrice Odges, secondo quanto pubblicato dal quotidiano spagnolo El Paìs in possesso del cablo, avrebbe accusato l’ex comandante della polizia Jaime Hurtado, dimessosi nel maggio 2009, di “aver utilizzato il suo ruolo di alto ufficiale per estorcere e accumulare denaro e per facilitare il traffico di essere umani”. Dopo aver espresso la propria preoccupazione per gli investimenti americani in un Paese in cui “la polizia obbliga la maggior parte della popolazione a pagare tangenti per aggirare una burocrazia asfissiante”, la diplomatica avrebbe ipotizzato la complicità dello stesso presidente Correa il quale, pur essendo a conoscenza delle attività illecite commesse da Hurtado, lo avrebbe comunque nominato “per garantirsi un comandante delle forze di polizia da manipolare con facilità”.

Accuse gravissime per un governo che ha fatto della lotta alla corruzione uno dei pilastri della propria politica di riforma dello Stato in chiave socialista, come emerge dagli ultimi dati pubblicati da Transparency International. Proprio pochi mesi fa, l’organizzazione internazionale con sede a Berlino ha posizionato l’Ecuador al 127° posto, in una lista di quasi duecento paesi stilata ogni anno per misurare il livello di corruzione nel mondo, con un balzo in avanti di ben venti posizioni rispetto all’anno precedente. Convocata dal ministro degli Esteri Ricardo Patiño, la Hodges si è limitata a far presente che quei documenti erano stati rubati in ambasciata, senza però smentire o chiarire le notizie pubblicate dal quotidiano spagnolo.

“Le dichiarazioni dell’ambasciatrice – ha dichiarato Patiño nel corso della conferenza stampa – sono assolutamente inaccettabili da parte del nostro Governo, per questo la invitiamo a lasciare il Paese nel più breve tempo possibile”. Più duro il commento del presidente Correa che da tempo accusa gli Usa di spiare la polizia del paese andino. “Sospettavamo che questa signora di estrema destra fosse nemica del governo – ha commentato laconico il capo del Governo – ma l’epoca coloniale in America Latina è terminata e adesso qui (gli Stati Uniti, n.d.r.) troveranno soltanto sovranità e dignità”.

Che l’epoca coloniale fosse finita, Correa lo aveva già dimostrato due anni fa quando ordinò l’espulsione del primo Segretario e di un altro impiegato dell’ambasciata statunitense, accusati di ingerenze in affari inerenti alla politica interna ecuadoriana e di sottrazione di importanti documenti dagli uffici dell’intelligence ecuadoriana. Il governo di Quito attende adesso la prossima mossa della Casa Bianca. “Ci auguriamo – aveva sottilineato Correa – che questa misura non danneggi le relazioni con il governo Obama”.  Reazione che non si è fatta attendere e che non preannuncia niente di buono, visto che la Casa Bianca ha appena dichiarato “persona non gradita” l’ambasciatore ecuadoriano a Washington, ordinandogli di lasciare il paese al più presto possibile. In un comunicato distribuito alla stampa dal portavoce Charles Luoma-Overstreet è specificato come l’incontro programmato per il giugno prossimo con il governo di Quito sia sospeso.

Eccola dunque la ritorsione Usa verso un altro dei paesi che fino a pochi anni fa costituiva il cortile di casa degli Stati Uniti. Un evento che richiama comunque alla mente quanto già fatto dalla Bolivia, che nel 2008 ha espulso l’ambasciatore Philip Goldberg, e dal Venezuela, che nel 2010 ha bocciato la nomina di Larry Palmer a nuovo ambasciatore statunitense a Caracas

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