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Come ho spiegato durante il mio recente giro di conferenze in Sud Africa – peraltro paese di Goldstone – dal quale sono appena rientrato, la risposta alla domanda del titolo – e cioè «perché Israele ha il veto sul processo di pace» consiste in ciò che è successo a porte chiuse nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, durante i mesi che seguirono la guerra del 1967. Ma per capire davvero è necessario prima di tutto rendersi conto che si è trattato di una guerra di aggressione da parte di Israele e non di legittima difesa come vorrebbe la fraudolenta versione sionista.
A distanza di oltre 40 anni, la maggior parte della gente è ancora convinta che Israele sia ‘entrata’ in guerra perché gli Arabi hanno attaccato per primi (la versione iniziale di Israele), oppure perché gli Arabi avessero l’intenzione di attaccare e Israele si sarebbe trovata costretta ad una guerra preventiva. La verità su quella guerra può essere riassunta in una semplice affermazione: gli Arabi non hanno attaccato, né avevano intenzione di attaccare. L’intera verità, tuttavia, documentata nel mio libro ‘Zionism: The Real Enemy of The Jews’ (non ancora uscito in Italia), evidenzia i fatti seguenti.
Il premier israeliano di quell’epoca, il molto calunniato Levi Eshkol, ricopriva allora anche la carica di ministro alla difesa e non aveva alcuna intenzione di fare entrare Israele in guerra. Né l’aveva il suo capo di stato maggiore, Yitzhak Rabin. La loro intenzione era di mettere pressione alla comunità internazionale mediante azioni militari molto limitate e per niente assimilabili ad una guerra, affinché spingesse il presidente egiziano Nasser a riaprire lo Stretto di Tiran.
Israele ha fatto la guerra perché così volevano i ‘falchi’ militari e politici, che a tale scopo insistevano che gli Arabi stessero per attaccare. Sapevano benissimo che era una menzogna, ma hanno sostenuto questa falsità per attaccare Eshkol sul piano politico, facendolo passare per un debole agli occhi del paese. Al culmine della campagna di diffamazione contro Eshkol i falchi hanno chiesto a gran voce che il premier passasse il portafoglio della difesa a Moshé Dayan, che tutti ricordiamo come il signore della guerra con la benda sull’occhio e maestro dell’inganno. Appena quattro giorni dopo avere ottenuto il ministero che voleva, mentre i falchi avevano ottenuto il via libera dal governo Johnson per annientare l’aviazione e l’esercito dell’Egitto, Israele ha iniziato la guerra. (Lindon Johnson era stato vice-presidente di John Kennedy, al quale era succeduto dopo l’assassinio del famoso presidente, n.d.t.)
Ciò che in realtà avvenne in Israele durante i giorni che precedettero la guerra fu qualcosa di molto simile ad un golpe militare, eseguito in segreto, a porte chiuse, senza colpo ferire. Per i falchi di Israele, in effetti, la guerra del 1967 significava portare a termine l’impresa iniziata nel 1948/49: creare la Grande Israele, con Gerusalemme — l’intera Gerusalemme – come capitale. Avvenne questo. I falchi israeliani tesero una trappola al presidente egiziano Nasser minacciando la Siria. Sentendosi obbligato a salvare la faccia con la Siria, l’imprudente Nasser cadde nella trappola ad occhi aperti. Il giorno dopo l’inizio della guerra, il Generale Chaim Herzog, uno dei fondatori dei Servizi Segreti Militari di Israele, mi confessò questo in privato: «Anche se Nasser non fosse stato tanto stupido da fornirci un pretesto per la guerra, noi stessi ne avremmo creato uno nel giro di 12-18 mesi.» 

Come dico nel mio libro, se l’affermazione che gli Arabi non avessero intenzione di attaccare e che l’esistenza di Israele non era messa a rischio fosse solo quella di un goy (un non-ebreo) – io nella fattispecie – tale affermazione potrebbe essere liquidata dai sionisti e dai sostenitori di Israele come una congettura anti-semita. Invece tale verità è stata ammessa, confessata, da molti leader israeliani. Ecco di seguito alcuni tra i tanti esempi.

In un’intervista pubblicata su Le Monde il 28 febbraio del 1968, il capo di stato maggiore Rabin disse questo: «Non credo che Nasser volesse la guerra. Le due divisioni che ha inviato nella Penisola del Sinai il 14 maggio (1967) non sarebbero state sufficienti a scatenare un’offensiva contro Israele. Lo sapeva lui e lo sapevamo noi.»

Il 14 aprile del 1971, un rapporto pubblicato nel giornale israeliano Al-Hamishmar conteneva la seguente dichiarazione di Mordecai Bentov, esponente del governo israeliano durante la guerra: «L’intera storia dell’annientamento (di Israele) è stata inventata in ogni suo dettaglio e perfino esagerata a posteriori per giustificare l’annessione di altre terre Arabe.»

Nel 1982 il primo ministro Begin si fece sfuggire questa osservazione in pubblico: «Nel giugno del 1967 avevamo una scelta. Le forze egiziane concentrate nel Sinai non erano affatto una prova che Nasser fosse davvero sul punto di attaccarci. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi abbiamo deciso di attaccarlo.»

Tuttavia l’avvenimento più catastrofico del 1967 non è stata la guerra in sé stessa con la creazione di una Israele allargata (Eretz Israel, Greater Israel, o Grande Israele come viene definita in italiano – n.d.t.).

Dietro pressione degli Stati Uniti, e con la complicità finale dell’Unione Sovietica, l’evento più catastrofico si rivelò essere il rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di condannare Israele in quanto aggressore.

Se lo avesse fatto, la storia della regione – e del mondo – potrebbe avere seguito un corso completamente diverso: ad esempio, un negoziato per la fine del conflitto israelo-arabo con la prospettiva per la pace entro un anno o due. A coloro che ritengono questa un’ipotesi non realistica dico questo: leggete il mio libro, che contiene un capitolo intitolato ‘Addio all’Integrità del Consiglio di Sicurezza’.

Domanda: Perché, in effetti, era così importante dal punto di vista dei sionisti che Israele non fosse marchiato come aggressore quando in realtà lo era? In sintesi, ecco perché.

Per prima cosa, agli aggressori è vietato rimanere in possesso dei territori che invadono con la guerra – hanno l’obbligo del ritiro incondizionato. Questi sono i termini della Legge Internazionale che peraltro costituiscono un principio fondamentale che le Nazioni Unite hanno l’obbligo di applicare e difendere – proprio come hanno fatto nel 1956 quando Israele aveva invaso l’Egitto con la complicità dell’Inghilterra e della Francia.

E inoltre esiste un principio, generalmente riconosciuto, che si applica nel caso in cui uno Stato venga attaccato e diventi quindi vittima di aggressione. Qualora lo Stato attaccato decidesse di fare la guerra per legittima difesa e invadesse di conseguenza il territorio dell’aggressore, avrebbe poi il diritto, in eventuali negoziati, di dettare condizioni per il proprio ritiro.

Sulla base dei principi illustrati, ecco dunque cosa è successo nelle Nazioni Unite dopo la guerra del 1967.

E’ vero che mediante la Risoluzione 242 del 23 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha applicato il principio del ‘divieto di acquisizione di territori per mezzo di guerre’, ma lo ha fatto favorendo i sionisti. Lo ha fatto attribuendo ad Israele – e non agli Arabi – il diritto di dettare condizioni per il proprio ritiro (cioè, l’aggressore sionista è diventato la vittima). La Risoluzione 242 ha in effetti consegnato ai leader israeliani e alla Lobby sionista in America il Veto su eventuali processi di pace.

Nel 1957 il presidente americano Eisenhower aveva detto che: se ad una nazione che avesse attaccato e occupato territori stranieri fosse concesso di dettare condizioni per il proprio ritiro, «ciò equivarrebbe a rimettere indietro l’orologio dell’ordine internazionale».

Ed è proprio questo che avvenne nel 1967. Il presidente americano Johnson, preoccupato della guerra in Viet-Nam, e dietro consiglio dei sionisti più estremi nella cerchia dei suoi consiglieri, ha rimesso indietro l’orologio dell’ordine internazionale.

Con ciò vennero effettivamente creati due pesi e due misure per regolamentare il comportamento delle nazioni:

– da una parte c’erano le nazioni del mondo, escluso Israele, chiamate ad agire in conformità con le leggi internazionali e con gli obblighi derivanti dall’appartenenza alla comunità delle Nazioni Unite;

- dall’altra c’era Israele, da cui non ci si aspettava – e a cui non veniva richiesto – di comportarsi come il resto del mondo, o meglio, come uno stato normale.

Dietro insistenza dei sionisti nel governo Johnson, il rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di bollare Israele come aggressore segnò la nascita del ‘doppio standard’ nell’interpretazione e applicazione delle regole per giudicare e sanzionare, dove appropriato, il comportamento delle nazioni. Questo ‘doppio standard’ rappresenta il motivo per cui dal 1967 ad oggi un vero e proprio processo di pace non è stato reso possibile.

A mio avviso non esiste la benché minima possibilità per un reale processo di pace fino a quando questo doppio standard – due pesi e due misure – non sarà abbandonato. Fino a quando, cioè, i governi delle maggiori potenze mondiali, con gli USA in testa, daranno ad Israele un messaggio forte e chiaro, che abbia questo significato: «Adesso basta. E’ nell’interesse di tutti noi che mettiate fine al vostro disprezzo del Diritto Internazionale. Altrimenti saremo obbligati a marchiarvi come stato canaglia e ad applicare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni.»

Alan Hart, 12 aprile 2011

Il testo originale in inglese è disponibile sul sito dell’autore www.alanhart.net al link:
http://www.alanhart.net/why-does-israel-have-a-veto-over-the-peace-process/#more-1511

 

Homepage di Alan Hart su “Civium Libertas»

Abbiamo voluto riservare in questo blog uno spazio personale ad una delle voci più autorevoli tra gli esperti impegnati a diffondere la verità sul sionismo e sulla colonizzazione della Palestina mediante occupazione militare di stampo terrorista. Alan Hart, autore britannico, non ancora noto in Italia, è una delle firme più accreditate presso il grande pubblico in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. E’ molto presente sulla blogosfera e ambito come relatore negli ambienti accademici e culturali che si impegnano sul fronte della lotta contro il sionismo. Leggere gli scritti di Alan Hart significa intraprendere un viaggio negli intrighi internazionali che hanno permesso l’ascesa del sionismo sulla scena mondiale e il suo insediamento a tutti i livelli del potere globale. Permette di vedere all’opera, nei giorni nostri, la nefasta influenza della Lobby sionista ebraico-cristiana sugli ambienti politici internazionali, causa dei tanti conflitti bellici che le potenze occidentali hanno messo in atto nei confronti del mondo islamico e dell’Africa in generale. A partire dalla metà degli anni ’60, Alan è stato testimone in prima persona delle guerre di invasione e occupazione che Israele ha mosso contro i popoli arabi, quando trasmetteva per la BBC in qualità di inviato speciale i suoi reportage molto provocatori e le famose interviste ai personaggi principali di entrambe le parti del conflitto. Ed è stato protagonista, in veste diplomatica, delle fasi centrali del cosiddetto ‘Processo di Pace’ israelo-palestinese, negli anni della leadership di Arafat, dopo avere abbracciato in toto la causa palestinese. Nel suo libro ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’, Alan Hart racconta la verità storica sulla nascita del sionismo e sulla persecuzione dei palestinesi e di altri popoli arabi, smantellando l’intero castello della mitologia costruita intorno alla fondazione dello stato sionista, e dimostrando che l’esistenza di Israele non è mai stata in pericolo, in nessun momento della storia passata o presente, contrariamente a quanto i leader sionisti vogliono farci credere per assicurarsi la nostra solidarietà ad oltranza. Il libro racconta come i sionisti abbiano corrotto e ricattato, sistematicamente, tutti i governi che si sono succeduti in America e in Europa Centrale dall’inizio del 20° secolo in poi, per mettere in atto il suo spregiudicato progetto di colonizzazione e occupazione militare della Palestina e di altri territori arabi, progettato a tavolino decenni prima dell’ascesa del nazismo. Racconta come l’insediamento del regime sionista nel cuore delle terre arabe abbia provocato uno sconvolgimento totale degli equilibri geo-politici ed economici della regione e delle nostre società occidentali, con i risultati che sono sotto i nostri occhi, attualmente, tutti i giorni. Svela il tradimento dei leader arabi, collusi con l’occidente, che hanno permesso l’instaurazione del regime sionista ai danni dei palestinesi, in cambio di regni su cui regnare e denari da intascare. L’opera di Alan Hart permette ai lettori, inizialmente privi di informazione di rilievo in merito al sionismo, di constatare come tutti i tasselli del più complesso e complicato puzzle combacino tra loro per formare un quadro ben preciso della situazione politica internazionale, attuale e recente, e sulle cause che hanno generato le insurrezioni arabe a cui assistiamo nei giorni nostri. Leggere gli scritti di Alan Hart sulle vicende del sionismo raccontate nel contesto globale della politica mondiale, equivale a conoscere gli eventi centrali che hanno caratterizzato il 20° secolo e la prima decade del secolo presente, e a comprendere come e perché siano accaduti. Speriamo che l’opera di Alan Hart venga presto pubblicata in Italia, perché permetterà al pubblico di capire cosa realmente è successo e accade tuttora in Palestina e nel Medio Oriente, e di comprendere quanto “tale realtà influenzi gli eventi dei giorni nostri e le vite di tutti noi.” Intanto presentiamo l’autore per mezzo dei suoi articoli, in cui Alan racconta le vicende del presente mettendole in relazione con gli eventi di rilievo storico per fornire al lettore gli elementi necessari a comprendere i retroscena che hanno causato la situazione politica attuale. Sono articoli vivaci, pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con personaggi che hanno forgiato la storia recente. Per chi fosse interessato, il sito dell’autore www.alanhart.net – oltre a contenere gli articoli originali in inglese – offre la possibilità di visionare i video delle conversazioni tra Alan Hart e molte personalità del mondo accademico a noi note, come il prof. Norman Finkelstein, il prof. Ilàn Pappe, l’autrice Ghada Karmi, e altri nomi e volti noti. I video sono tratti da una serie di ‘faccia a faccia’ sulla questione Palestinese, andata in onda su PressTV nei mesi che hanno preceduto il bombardamento di Gaza di due anni fa. Si accede ai video dalla homepage, a destra, sotto l’immagine della copertina del libro di Alan Hart, e dopo gli spazi Twitter e Facebook, in una sezione che porta il titolo della trasmissione da cui le interviste sono tratte: ‘Hart of the Matter’. Sono facili da trovare perché la sezione mostra le immagini dei singolo personaggi intervistati.

martedì 26 aprile 2011

 

1. Per una introduzione agli scritti di Alan Hart

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Esiste un articolo importante (vedi) dell’autore britannico Alan Hart, che spiega come siamo arrivati, tecnicamente, alla totale impunità per il comportamento di Israele che agisce in disprezzo di ogni legge che regolamenti il Diritto Internazionale e i Diritti dell’Uomo ovunque nel mondo.
Si tratta del racconto di un ‘precedente’ molto pericoloso per l’equilibrio politico tra le Nazioni, creato a favore di Israele in un momento preciso della storia. Un precedente che vede sul banco degli imputati gli Stati Uniti come mandante e le Nazioni Unite come esecutore di un piano semplice quanto ingegnoso per invertire i ruoli di aggressore/vittima a favore dello stato sionista. 

L’articolo è tradotto e pubblicato in calce e ha per titolo ‘Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace?’

Non è questione di opinione collocare Alan Hart tra i maggiori esperti del cosiddetto ‘conflitto israelo-palestinese’. Alan ha vissuto il ‘conflitto’ in prima persona per oltre 40 anni, in ruoli successivi sempre più mirati all’impegno per la causa palestinese. Il suo impegno lo ha visto inizialmente nel ruolo di inviato speciale per la BBC in Palestina/Israele – ai tempi in cui la BBC forniva informazione di qualità – e in seguito nella veste di diplomatico e consulente per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dopo avere sposato la causa palestinese senza riserve.

E’ stato lui l’uomo individuato e prescelto dalla diplomazia internazionale per fungere da mediatore nei negoziati di pace tra il leader palestinese Arafat e l’astro israeliano allora in ascesa Shimon Peres. Sappiamo che tale negoziato ha preparato la strada verso gli Accordi di Oslo, poi rivelatisi ingannevoli a causa della formulazione ‘rivisitata’, messa a punto dai sionisti. E sappiamo anche come Peres si sia poi rivelato un ‘partner per la pace’ disonesto. Forse il più disonesto tra i leader sionisti, perché ha sempre celato la mano che brandiva il coltello. Ma questa è un’altra storia, anche essa raccontata da Alan Hart in un bellissimo racconto tratto dal suo libro sul sionismo e commentato in un articolo dall’autore.

Il libro di Alan Hart ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’ – non ancora pubblicato in Italia, racconta la nascita e ascesa del sionismo, e la sua espansione sulla scena internazionale fino all’epoca Obama.

Racconta tutti i retroscena politici, tutte le trattative segrete che si sono svolte dietro le quinte delle sfere diplomatiche a Washington, Londra, Parigi, Mosca, nelle capitali arabe e in Palestina/Israele per assecondare le richieste sioniste in cambio dell’appoggio finanziario dei ricchi e influenti ebrei sionisti americani ed europei.

Alan ha conosciuto personalmente tutti i leader politici e militari del suo tempo schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto mediorientale, e molti tra i protagonisti occidentali della storia. E’ per questo che la sua narrativa è ricca di aneddoti su conversazioni private tra l’autore e le figure centrali del conflitto. Sono episodi che mettono in evidenza, ad esempio, il divario tra la posizione ufficiale dei leader israeliani sostenuta in pubblico per alimentare il mito sionista, e ciò che in realtà tali personaggi politici e militari pensavano in privato. Emblematico, in questo senso, è certamente il capitolo dedicato interamente alla figura pubblica e privata di Golda Meir: un racconto vivace e pieno di sorprese, che si articola sulle conversazioni, avvenute negli anni, tra l’autore e la famosa statista israeliana, intercalate dalla narrazione degli eventi storici in cui i dialoghi si collocano, fino al momento della morte di Golda Meir.

Ma è con Yasser Arafat – il grande leader palestinese – che Alan aveva stabilito, negli anni, anzi decenni, un rapporto più ravvicinato, di profonda stima reciproca e tuttavia conflittuale in molte occasioni. Entrambi avevano a cuore la sorte della Palestina e non sempre coltivavano gli stessi punti di vista sulle questioni di ordine diplomatico e strategico. Tale rapporto ha indotto Alan Hart a scrivere un libro intitolato ‘Arafat, Terrorista o Pacifista?’ pubblicato in Italia nel 1985 dall’editore Frassinelli. Esiste un recente articolo alquanto divertente in cui l’autore descrive la reazione di Arafat a una parte del contenuto del libro di Alan, subito dopo la pubblicazione. Ma l’articolo è importante e credo che lo tradurrò per questo blog, soprattutto perché sintetizza al meglio la lotta impari che un leader palestinese deve sostenere avendo come avversario il resto del mondo: Israele, Washington, i governi occidentali e soprattutto i leader arabi corrotti asserviti alla Casa Bianca e determinati a ‘chiudere la pratica palestinese definitivamente’ – e cioè, a tradire la causa palestinese – per fare affari con Israele e l’occidente. Proprio come avviene oggi, mentre sono in corso le insurrezioni arabe.

(Vediamo, ad esempio, che il re del Bahrein al-Khalifa ha dato qualche settimana fa il benestare per la sistematica repressione e perfino soppressione di stampo sionista dei cittadini che lui stesso governa, per assicurarsi affari doro con l’Impero Usa/Isra/Eu. La collaborazione del monarca del Bahrein con il Mossad è stata rivelata alcuni giorni fa da Wikileaks. Collaborazione analoga a quella di tutti i dittatori arabi, pagati per salvaguardare gli interessi di Usa e Israele nella regione, ai danni dei rispettivi popoli. E, come facevo notare in post precedenti, la distruzione della società del Bahrein attualmente in corso viene tenuta nascosta agli occhi del mondo, dietro ordine di Washington.)

Molti degli articoli di Alan Hart prendono spunto da eventi storici narrati nel suo libro, commentati e analizzati dall’autore per fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere la situazione attuale nel medio oriente alla luce dei retroscena storici narrati. Sono articoli ricchi di rivelazioni, e mirano sempre a mettere sull’avviso che il punto focale dei conflitti internazionali attuali e recenti è da individuare nell’oppressione della Palestina, vittima sacrificale del dominio sionista di Israele e dei suoi complici occidentali. Gli articoli di Alan individuano le cause e propongono soluzioni.

E’ un vero peccato che il libro di Alan Hart sulla storia del sionismo non sia stato ancora pubblicato in Italia, perché permette di capire le cause delle rivolte arabe in atto nei giorni nostri: racconta l’instaurazione dello stato sionista nel centro della cultura araba, la feroce campagna di colonizzazione e pulizia etnica progettata a tavolino dai sionisti decenni prima dell’ascesa del nazismo, l’impunità di Israele decretata e protetta da Washington e dalle altre succursali sioniste in Europa, la complicità dei regimi arabi corrotti che sono pagati per salvaguardare l’egemonia di Israele nella regione e le politiche repressive nei confronti dei cittadini arabi per respingere ogni tentativo di ribellione al dominio sionista, alle mire imperialiste occidentali, all’oppressione e umiliazione dei loro fratelli palestinesi.

Dice Alan Hart «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo.»

Personalmente sono dell’opinione che ci abbia già consumati oltre la misura consentita per una cura. Purtroppo la maggioranza delle persone non è a conoscenza del sionismo, delle Lobby israeliane che controllano le nostre società occidentali, in particolare i media. Ancora peggio: i giornalisti stessi non sono consapevoli di essere sotto l’effetto di un’ipnosi che provoca lo strabismo pro-israeliano e li induce a leggere dal copione sionista.

Come fare a curare il ‘cancro’ sionista, instaurato a tutti i livelli del potere e delle infrastrutture culturali, a iniziare dai libri di scuola? L’intoccabilità di Israele è salvaguardata da una serie di tabu inviolabili e dallo spettro dell’etichetta anti-semita (bella invenzione, quella, che se ci pensiamo è totalmente priva di significato razionale); l’intero mito sionista si basa sull’assunto che Israele sia stata progettata solo in seguito alla persecuzione nazista degli ebrei – mentre troppo pochi sanno che è la materializzazione delle mire coloniali concepite oltre un secolo fa (e decenni prima dell’ascesa del nazismo) da parte un gruppo di intellettuali ebrei dell’Europa centrale – mire, da allora, perseguite dai sionisti con tutti i mezzi più indegni che la psiche umana abbia mai generato.

Santocielo, come sperare di curare il cancro sionista, visto che il mondo non si è rivoltato neanche dopo il vile bombardamento del ghetto di Gaza, sotto assedio totale da parte di Israele con la complicità dell’Egitto? Israele osa definirsi ‘l’unica democrazia tra i paesi del Medio Oriente’ – affermazione oltraggiosa, e non solo perché Israele è un’entità totalitaria fondata sul razzismo, ma soprattutto perché rappresenta l’ostacolo primario alla formazione di governi democratici nelle nazioni arabe. La prova è sotto i nostri occhi: nessuna – ma proprio nessuna – delle rivolte in atto da parte dei coraggiosi popoli arabi che reclamano a gran voce condizioni di democrazia, mostra alcun segno di successo. Perché? E’ semplice: sono in atto tutti gli sforzi congiunti di Washington, della corte Saudita, del Mossad, della Cia, della Nato e soprattutto delle Lobby pro-Israele in America e in Europa per impedire che i cittadini arabi alzino la testa nel disperato tentativo di affrancarsi dallo stato di oppressione indotto per salvaguardare il totalitarismo sionista e quello imperialista americano, di cui i nostri governi occidentali in Europa, Australia e Canada sono vassalli volontari.

Oggi Alan Hart è uno degli esperti più consultati per la questione palestinese. E’ spesso invitato per conferenze nelle università e nei circoli accademici della Gran Bretagna. L’anno scorso è stato invitato per un giro di conferenze negli Stati Uniti e ora è appena tornato da una serie di conferenze nella Repubblica Sud-Africana, che ha avuto una grande risonanza mediatica ed ha concorso al boicottaggio accademico di Israele da parte delle università sudafricane.

Il 3 maggio p.v., Alan sarà relatore insieme a Gilad Atzmon e Gadha Karmi nel contesto di un evento programmato all’Università di Westminster, a Londra. Evento che “esaminerà i crimini di Israele, in seguito alla ritrattazione di Goldstone”. Eventuali testi o video della conferenza verranno segnalati su questo blog.

Alan Hart ci fa sapere, che il capitolo più importante della sua opera è quello relativo alla storia del 1967. Ed è proprio un episodio del 1967 che viene narrato nell’articolo che segue, e che racconta, come scrivevo in alto, il precedente creato a livello istituzionale per consacrare l’impunità di Israele, in contraddizione con le convenzioni internazionali che designano chi sia la vittima e chi l’aggressore.

Egeria

Un Commento a “Alan Hart: 7. Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace? Ovvero, come è nata tecnicamente l’impunità di Israele”

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