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Fonte: http://santaruina.splinder.com

Prologo

Si immagini una proposta folle.
Una persona, non meglio identificata, offre una considerevole quantità di denaro –decine di milioni di euro – accompagnata dalla promessa di esaudire le proprie più grandi ambizioni: fama, successo, il raggiungimento di alte cariche di potere.
Tutto questo a patto di portare a compimento una missione: l’uccisione, per mezzo di un coltello, di tredici bambini di tredici mesi di età, raccolti all’interno di una stanza ben illuminata, dalle pareti bianche.
Vi è inoltre l’assoluta garanzia che nessuno verrà mai a conoscenza del gesto commesso, ad esclusione del committente stesso.

Come reagirebbe un essere umano di fronte ad una proposta simile?
Sicuramente vi sarebbero diverse reazioni.

Una buona parte delle persone, la maggioranza relativa, rifiuterebbe immediatamente con il massimo sdegno ed orrore l’idea di compiere un atto tanto efferato, quale che sia la ricompensa.
Un’altra considerevole percentuale invece resterebbe disorientata, rifletterebbe brevemente sui benefici ma in seguito rifiuterebbe, considerando il rito da compiere brutale e disumano.
Vi sarebbe poi una parte di persone che dopo lunga riflessione accetterebbe, ma giunta sul posto, col coltello in mano, non avrebbe la forza di procedere.
Un’altra parte ancora rifletterebbe a lungo sulla proposta, accetterebbe e porterebbe a termine il proprio compito, in uno stato di terribile turbamento, tormentandosi per la scelta fatta per il resto della propria vita.

Infine, vi sarebbe una piccola percentuale di persone che accetterebbe senza eccessive riflessioni, e finirebbe il lavoro senza problemi e senza ripensamenti.
Si tratta di coloro che la psicologia moderna chiama psicopatici, e il sapere tradizionale “uomini privi di anima”.
Molti di loro hanno dato in passato, e tuttora danno, un grande contributo nel delineare le sorti del nostro mondo.

La proposta riportata appare per la maggioranza delle persone oltremodo brutale, e molti sicuramente proveranno un forte malessere al solo immaginare l’azione.
Questo succede perché siamo esseri umani,  e possediamo una coscienza, per quanto tale concetto e la sua reale essenza siano oggetto di discussione da millenni a questa parte; ma qualunque sia la sua natura e la definizione che ciascuno vorrà darle, la maggior parte degli uomini possiede la capacità di definire “a priori” un certo tipo di azioni “malvagie”, senza bisogno di far ricorso a delle argomentazioni logiche e senza dover dare spiegazioni dettagliate.
Alcune azioni sono malvagie, e basta.

Ovviamente nel corso dei secoli anche gli standard morali possono variare, e il motivo per cui ciò avviene rappresenta un argomento che occorrerà approfondire.
Nonostante questo, e per quanto sia largo il margine in cui tali concetti sono differentemente percepiti, gli uomini posseggono la concezione del giusto e dello sbagliato.
Quasi tutti gli uomini, come si diceva in precedenza.

Ritornando quindi alla infame proposta descritta all’inizio, si è sostenuto che una piccola percentuale di persone porterebbe a termine il compito senza troppe difficoltà.
Queste persone, che la psicologia moderna descrive come psicopatici, agiscono seguendo una forma mentis strutturalmente diversa rispetto a quella degli altri uomini.
L’uomo comune, con tutte le sue debolezze e le sue piccole e grandi meschinità, nel valutare diverse opzioni utilizza in primis lo schema giusto-sbagliato e nel momento di effettuare una scelta queste sono le prime categorie con cui si confronta; ovviamente, questo non impedisce che la scelta possa ricadere anche sulla possibilità valutata nel profondo come “sbagliata”, ma questa preferenza sarà accompagnata da sentimenti di rimorso e da sensi di colpa, di entità grande oppure trascurabile.

Lo psicopatico si distingue in quanto incapace di provare questi sentimenti: dinnanzi ad una scelta il suo pensiero non ragiona seguendo le categorie di “giusto” o “sbagliato”, concetti a lui del tutto sconosciuti, ma analizza ogni situazione in base alla convenienza: non “bene” e “male”, quindi, ma “utile” e “dannoso”.
Il dubbio dello psicopatico si concentra esclusivamente sulla utilità di una azione: se porta benefici sarà compiuta, altrimenti se ne asterrà.
Nel nostro caso, secondo tale schema mentale, l’azione da compiere – l’uccisione dei bambini – porta esclusivamente benefici, dal momento che chi commette il gesto non rischia di venire scoperto e punito.

Se le persone comuni rimangono spesso disorientate dinanzi a criminali che commettono efferati delitti è proprio perché non facilmente possono immaginare che vi siano uomini che hanno una forma mentale totalmente diversa dalla loro, uomini che in apparenza non si distinguono in nulla dai loro simili e che è difficile individuare tra coloro che ci circondano.

E’ noto, ad esempio, di come la polizia americana utilizzava in passato una sorta di test per scoprire se determinati sospetti possedessero questa “mentalità criminale” di stampo psicopatico.
Al  “candidato” veniva proposto di risolvere un particolare quesito, formulato come segue:

al funerale della madre, una donna nota un uomo che non aveva mai visto prima, e ne rimane notevolmente attratta; dopo alcuni giorni, quella donna uccide la propria sorella.
Perché l’ha fatto?

(chi non conoscesse questo test, prima di procedere con la lettura dell’articolo può provare a riflettere sulla soluzione)


La maggior parte delle persone non è in grado di fornire la risposta corretta, mentre la quasi totalità degli psicopatici risolve il quesito senza difficoltà.
La risposta giusta è infatti la seguente: la donna uccide la sorella perché così al suo funerale avrà molte probabilità di rincontrare l’uomo che l’aveva affascinata.
Una persona comune non riesce a risolvere il test perché difficilmente immagina che una donna possa arrivare a compiere un gesto così tremendo per un motivo così futile, con lucida premeditazione.
Lo psicopatico, al contrario, ragionando secondo un semplice schema di utilità, comprende immediatamente le motivazioni della donna: se ogni questione di carattere morale è infatti accantonata, l’agire della donna risulta perfettamente logico.
Vi è un problema da risolvere (la donna vuole rivedere un uomo di cui non sa nulla) e la soluzione più facile è fare in modo che ci sia un altro funerale in cui egli possa partecipare: essendosi presentato al rito funebre della madre aveva dimostrato infatti di avere un qualche legame con la famiglia, e di conseguenza avrebbe partecipato anche a quello della sorella.

Lo studio della forma mentis degli  psicopatici possiede un interesse “antropologico”, ovviamente, ma quello che è ancora più importante è il comprendere cosa succeda quando una persona simile arriva a detenere un posto di potere, e comprendere come la psicopatia come condizione rappresenti un grande vantaggio per il raggiungimento di questo obiettivo; è infine importante riflettere sul modo con cui lo psicopatico diviene in grado, una volta salito in alto nella gerarchia sociale, di influenzare il sentire comune trasmettendo la sua distorta percezione delle relazioni umane.

Un celebre caso di “teoria psicopatica applicata” potrebbe essere, per fare un esempio concreto,  il Principe di Niccolò Machiavelli: in esso, una sorta di guida per il signore rinascimentale, non si trova alcun riferimento ai concetti di “giusto” o “sbagliato”, e le azioni non vengono mai valutate secondo criteri di “moralità”.
Vi è un fine, il potere che il principe deve mantenere a tutti i costi, e guerre e stermini ed ogni genere di atrocità vengono valutati solamente in base all’utilità che dimostreranno nel permettere il raggiungimento di quel fine.
Machiavelli rappresenta un esempio paradigmatico di psicopatia, e quello su cui occorre soffermarsi, quello che bisogna scoprire, sono le motivazioni che hanno portato nel tempo la forma mentis degli psicopatici a prevalere su quella della maggioranza, influenzando con il loro esempio la grande massa del popolo “ricettore”.
Quando si è completato, tale processo, e come è potuto succedere?

 

Sacerdoti guerrieri e mercanti

Nell’epoca propriamente detta “storica” (all’incirca dal 500 avanti Cristo fino ai giorni nostri) le società umane stanziali si sono caratterizzate per la divisione dei compiti all’interno della comunità e il conseguente emergere di classi sociali.
Lo storico delle religioni George Dumezil sostenne di aver individuato nella struttura delle antiche popolazioni indoeuropee una chiara divisione tripartita: vi erano fondamentalmente tre gruppi sociali, tre classi, sintetizzabili nella figura del sacerdote, in quella del guerriero ed in quella del servo-contadino-lavoratore.
La classe sacerdotale deteneva il potere spirituale e legislativo, i guerrieri si dedicavano alla difesa della comunità mentre la massa dei lavoratori curava i raccolti e l’allevamento, nonché l’artigianato, e manteneva col suo lavoro la società nel suo intero.

Alla concezione della società tripartita teorizzata da Dumezil si affianca tuttavia quella quadripartita, che aggiunge alle tre classi (o meglio caste) sopra menzionate una quarta, quella dei mercanti.
I mercanti (nell’ottocento si sarebbero detti “borghesi”, mentre oggi vengono meglio definiti col termine di “finanzieri”, “banchieri”, “imprenditori”) si differenziano dai guerrieri e dai sacerdoti dal momento che non combattono e nemmeno si occupano di questioni spirituali, mentre si discostano dai servitori-lavoratori poiché non svolgono alcun lavoro manuale.
La classe dei mercanti assunse una grande importanza nell’epoca classica – più nel mondo romano che in quello greco, dal momento che in quest’ultimo i mercanti-commercianti erano considerati individui che svolgevano un’attività poco onorevole – e finì quasi per eclissarsi durante la prima parte dell’evo di mezzo.

Ma nei secoli che seguirono questa casta era destinata a prendere il sopravvento sulle altre, a partire dalla lenta ma costante ripresa del commercio nel XII secolo, passando dal sempre maggior potere acquisito dalle grandi famiglie di banchieri italiani e tedeschi per culminare simbolicamente nella rivoluzione francese e nel trionfo della borghesia.

Secondo gli studi tradizionali nelle prime comunità stanziali la casta dei sacerdoti fu quella che deteneva le chiavi del potere decisionale, organizzando le attività dei guerrieri e dei servi.
In un secondo momento la casta dei guerrieri divenne predominante e relegò i sacerdoti ad un ruolo secondario.
Questo passaggio venne simbolicamente narrato in diversi miti, il principale dei quali è rappresentato dalla caccia al Cinghiale Calidonio; in questo mito dei principi guerrieri organizzano una caccia per stanare ed uccidere il celebre cinghiale, simbolo del potere spirituale dei sacerdoti: il significato dell’azione risulta quindi chiaro, così come il passaggio di cui narra.

Occorre anche ricordare che per millenni, e fino al XV-XVI secolo, la casta dei guerrieri coincideva con la nobiltà aristocratica.
L’aristocrazia, con i suoi re e i suoi principi, traeva la sua “legittimità” al potere dai propri “meriti” guerrieri.
Nobili e combattenti erano un tutt’uno, ed ancora nei secoli del medioevo la guerra fu quasi esclusivo appannaggio dei nobili, un’aristocrazia che passava la vita ad allenarsi alle arti belliche e a partecipare ad interminabili campagne militari: re, principi e nobili vari partecipavano in prima persona alle battaglie, spesso lasciandoci le penne, giustificando così, in qualche modo, i propri privilegi.
L’epoca monarchica, l’epoca delle dinastie reali e dei nobili casati, coincide dal punto di vista metastorico con il predominio della seconda casta, quella dei guerrieri, su tutte le altre.

Questa epoca, sempre da un punto di vista simbolico e metastorico, ebbe fine con la rivoluzione francese, nel momento in cui la casta dei nobili, che aveva da tempo rinunciato alla propria vocazione guerriera, venne decimata e sostituita dalla borghesia, ovvero dalla terza casta, quella dei mercanti.
Il processo ebbe termine con la fine della prima guerra mondiale e il crollo di tutti gli imperi e le monarchie tradizionali europei.
Iniziò così l’epoca delle repubbliche, un’epoca in cui il potere venne esercitato da una nuova “nobiltà”, questa volta finanziaria, una nobiltà non più fondata sul sangue, ma direttamente legittimata dal denaro.

Forse un giorno vi sarà un mito in cui si narrerà della rivolta dei banchieri, l’epoca in cui la casta dei mercanti spodestò quella dei guerrieri, o forse sarà la stessa storia della rivoluzione francese a trasformarsi in questo mito, comprensibile, dal punto di vista metastorico, da chiunque possegga ancora le chiavi di lettura adatte per poterlo fare.

 

FLASHBACK

Si tratta qui brevemente di una scoperta essenziale del generale Marshall sul comportamento dei soldati in guerra, una scoperta che dovrebbe indurci a rivedere la concezione che dell’essere umano ci hanno portato ad avere a seguito di anni di indottrinamento.
L’articolo originale, in inglese, da cui sono tratte le citazioni iniziali è Twilight of the Psychopaths, del dottor Kevin Barrett.

IL SEGRETO DELLA GUERRA

Nel suo libro “On Killing” Dave Grossman ha riscritto la storia militare, mettendo in evidenza quello che le altre storie nascondono: il fatto che la scienza militare si occupa meno di strategia e tecnologia, piuttosto che scoprire il modo di far superare l’istintiva riluttanza degli uomini ad uccidere membri della loro specie.
La vera “rivoluzione negli affari militari” non fu la spinta di Donald Rumsfield verso l’alta tecnologia nel 2001, ma la scoperta nel 1941 del generale Marshall che solo il 15-20% dei soldati della seconda guerra mondiale in prima linea avrebbero usato le loro armi: coloro (l’80-85%) che non sparavano non fuggivano e non si nascondevano (in molti casi correvano enormi rischi per salvare i compagni), ma semplicemente non usavano le loro armi contro il nemico, nemmeno quando affrontavano attacchi banzai.

La scoperta di Marshall, e le ricerche conseguenti, dimostrarono che in tutte le guerre precedenti, una piccola minoranza di soldati – il 5% che sono psicopatici naturali, e probabilmente una piccola minoranza di imitatori temporaneamente insani – furono responsabili di quasi tutte le uccisioni.
Le persone normali si ritrovano semplicemente dentro il movimento, fanno il possibile per evitare di togliere la vita al nemico, anche quando questo implica la perdita della propria vita.
Le guerre sono massacri ritualizzati fatti da psicopatici contro non psicopatici.

Lo studio del generale Marshall ha una importanza fondamentale, e se compreso in fondo rivoluziona totalmente la concezione dell’essere umano che da sempre ci viene propagandata.
Nei libri di storia le guerre sono descritte come inevitabili conseguenze di una serie di fattori, scontri in cui gli eserciti nemici si affrontano nel tentativo di eliminare l’avversario.
E viene fatto credere che la guerra, il massacro, sono insiti nell’essere umano.

Questo è falso, decisamente falso.
E chi detiene il potere, e i vertici militari, lo sanno molto bene.
Come afferma il colonnello Grossman, le scienze militari si occupano essenzialmente di scoprire il modo per far superare al soldato medio la naturale riluttanza nell’uccidere un altro essere umano.
Perchè la maggioranza degli esseri umani, con tutte le loro miserie e i loro difetti, preferisce il quieto vivere e la tranquillità alle guerre.
Ed ogni qualvolta i grandi poteri decidono per una guerra, devono spendere molte energie per far superare questo blocco istintivo a quelli che diverranno i soldati da sacrificare sul tavolo dei loro piani.

Le guerre di massa come è noto sono fenomeni moderni; in passato, in epoca pre-moderna, la guerra era affare di una piccola parte della società.
Dall’antichità dei guerrieri, passando per i nobili medioevali e per gli eserciti mercenari guerra significava lo scontro fra due eserciti composti da persone che non si dedicavano ad altro nella vita, se non combattere e prepararsi a farlo.
La prima Guerra Mondiale fu la prima che coinvolse i grandi strati della popolazione europea, e ci vollero decenni di propaganda romantica che esaltava il sacrifico e l’amor di patria per diffondere quello stato d’animo necessario a far partire milioni di giovani lanciati verso il massacro.
Quei giovani capirono presto che la guerra non aveva nulla di eroico e di romantico, come era stato loro raccontato, ma ormai era tardi.

Una minoranza di psicopatici in qualche modo riesce sempre a fare in modo che la grande maggioranza sia convinta, costretta, ad andare contro il proprio naturale istinto pacifico e partecipare a questi massacri.

IL FLUSSO DEL POTERE

Il concetto più vago con cui come esseri umani abbiamo a che fare è indubbiamente quello di libertà.
La libertà, quale assoluto, è una entità non sperimentabile, inconoscibile, per ognuno di noi.
Esistono, al massimo, le libertà, al plurale.
Si può essere liberi da, e liberi di, ma mai liberi in tutto e per tutto, in senso totale.

E basta davvero poco per comprendere tale realtà, magari una mattinata nebbiosa di novembre, quando la sveglia suona alle sette e nel caldo del proprio letto ci si chiede per quale motivo il mondo sia tanto malvagio da costringerci a lasciare il nostro tiepido rifugio per affrontare il freddo la pioggia e il traffico.
Un essere totalmente “libero” potrebbe scegliere, in teoria, di compiere l’azione che più gli è congeniale in qualsiasi momento, senza avere l’obbligo di andare contro la propria volontà.
Si potrebbe obiettare che anche l’avere un lavoro in fondo costituisca una libera scelta, ma questo si può affermare anche a proposito del servo della gleba medioevale, “libero” di andarsene dal suo pezzo di terra in qualsiasi momento, a suo rischio e pericolo: il solo fatto di dover sopravvivere, e di conseguenza il doversi procurare il necessario per farlo, erode inevitabilmente l’ampiezza delle libertà umane.
Andando più nello specifico, si sperimentano ulteriori, e ben maggiori, limitazioni alla nostra libertà ogni qual volta siamo chiamati ad identificarci, a registrarci, ad avere delle carte d’identità, a pagare delle tasse.
Esistono persone che possono obbligarci a compiere queste azioni, e che detengono di conseguenza un certo grado di controllo sulle nostre vite.

Ma se queste sono imposizioni ben evidenti, vi sono d’altra parte limitazioni alla nostra libertà molto più difficili da cogliere: si tratta dei condizionamenti sociali.
Ogni epoca è caratterizzata da diversi usi e convenzioni, e questo non è un mistero: quello che invece rimane più difficile da comprendere è il motivo per cui il senso morale possa cambiare nel tempo e soprattutto il modo in cui questo avviene.

Tendenzialmente, ogni società umana si è fondata su due principi fondamentali: il divieto di omicidio all’interno del proprio gruppo sociale ed il divieto di incesto (con alcune notevoli eccezioni).
Ma oltre questi punti fermi, il concetto di moralità e le regole di convivenza civile sono variate di molto.
Ancora oggi, a cominciare dal momento in cui indossiamo degli abiti ribadiamo la nostra adesione alle impostazioni sociali della nostra epoca, senza sentire la necessità di riflettere sui motivi che ci portano a presentarci in un modo piuttosto che in un altro, così come per una ragazza cretese del 2.000 avanti Cristo era normale aggirarsi tra le mura di Cnosso con il seno al vento mentre una sua lontana discendente del 1900 dopo Cristo avrebbe giudicato scandaloso mostrare in pubblico le proprie caviglie.

E la moda rappresenta solo l’aspetto più eclatante del condizionamento a cui gli esseri umani facilmente sottostanno, ed in maniera ancora maggiore evidenzia la facilità con cui un numero limitato di persone possa decidere il modo in cui miliardi di loro simili presenteranno se stessi.
Si tratta, in questo caso, di uno dei modi in cui la presunta libertà del singolo viene aggirata senza che questi nemmeno se ne accorga.
Questi condizionamenti, queste piccole o grandi limitazioni delle libertà decisionali delle persone seguono solitamente degli schemi ben precisi di diffusione: immaginando l’umanità strutturata sotto forma di piramide, gli input seguiranno sempre un percorso che va dall’alto verso il basso.

In questo processo, il ruolo chiave per la diffusione delle regole sociali risiede nelle mani dei diffusori di opinioni, quelli che vennero chiamati “intellettuali”, e più nello specifico gli artisti, gli stilisti, i cantanti, i poeti degli antichi, i pubblicitari dei giorni nostri.

Sovente semplici pedine inconsapevoli nelle mani di persone influenti che ne indirizzano l’operato, i creatori di opinione sono in grado di plasmare nell’arco di una generazione il sentire comune che di volta in volta può essere utile al potere costituito.
Possono creare un movimento culturale che esalti l’auto sacrificio e l‘amor di patria come fecero gli intellettuali romantici di fine ottocento, trasformando così una intera generazione di giovani imbevuti di tali miti nella perfetta carne da macello per la grande guerra di inizio novecento; oppure possono diffondere per mezzo di film e serie tv un modello di uomo totalmente incentrato nella ricerca dell’accumulo dei beni materiali ed identificarlo con il concetto del “successo”, come avvenne nel secondo dopoguerra.

E’ interessante notare come un lavoro di condizionamento di questo tipo necessita di attenta organizzazione solo in un primo momento, poiché in seguito saranno i ricettori stessi a diffondere il nuovo sentire, per mezzo della reciproca influenza.
Questo secondo meccanismo è ben descritto nella storiella delle cinque scimmie:

Se mettiamo 5 scimmie in una gabbia, aggiungiamo una scala all’interno e vi mettiamo sopra una bella banana subito esse saliranno la scala per prendere la banana.
Se però ripetiamo lo stesso scenario e ogni volta che una scimmia prova a salire la scala inondiamo la gabbia con un forte getto d’acqua diretto su di lei e su tutte le altre, ben presto queste scimmie smetteranno di provare a salire la scala, consapevoli di quello che le aspetta in caso tentassero…
A questo punto possiamo togliere una scimmia dalla gabbia e aggiungerne una nuova: la nuova arrivata proverà subito a salire sulla scala ma le altre scimmie subito la fermeranno per paura del getto d’acqua, che sanno arriva ogni volta che una di loro sale la scala: ben presto dopo alcuni tentativi falliti la nuova scimmia desisterà.
A questo punto possiamo togliere un’altra scimmia e metterne un’altra nuova, la scena di prima si ripeterà, e ora anche la scimmia inserita poco prima aggredirà la nuova arrivata,  in quanto ha potuto imparare a sue spese che sulla scala non ci si può andare…
Possiamo continuare in questo modo sostituendo fino all’ultima scimmia, a questo punto avremo una gabbia con una scala al suo interno con sopra una banana, 5 scimmie dentro e nessuna di queste scimmie si azzarderà a salire la scala, ma nessuna di queste scimmie saprà il perchè non si possa salire questa scala, semplicemente saprà che non si può, che si è sempre fatto così…
La memoria del perchè non si potesse salire la scala è andata perduta e ora non è più importante rimanere vicino alla gabbia con il tubo dell’acqua pronto, per essere sicuri che le scimmie non mangeranno la banana: ora le scimmie si autocontrolleranno fra di loro, nessuna salirà sulla scala perchè sarebbe fermata dalle altre, e solo perchè si è sempre fatto così, è sbagliato salire punto e basta…

Nel caso di questa storiella, il condizionamento iniziale è di tipo negativo (la scimmietta che sale la scala subisce un forte getto d’acqua); nelle culture più progredite, al contrario, il condizionamento iniziale è di tipo positivo: un certo tipo di comportamento viene presentato quale vincente, e di lì in poi si diffonde tramite imitazione.
Finché verrà riconosciuto come “normale”, e non ci si chiederà nemmeno più se esistano delle alternative.

2 Commenti a “Il flusso del potere”

  • silvano:

    Ineccepibile! Una disamina che non lascia spazio a interpretazioni di parte, certo che in fondo la struttura della coscienza umana è abbastanza banale sintetizzata in questo modo. Verrebbe da pensare a tutte quelle manifestazioni o spettacoli ove questo rito viene ripetuto con cadenza costante, affinchè il partecipante sentendosi parte di un gruppo, aderisca con” spontanea” volontà al volere intrinseco di un ideologia ben più nascosta e ampiamente premeditata. Solo un pensiero mi preme di aggiungere e cioè che l’essere umano in tutte le sue disparate diversità quante siano e quali siano, è secondo me sminuente classificarlo con aggettivi del tipo psicopatico o simili, ovvio fa comodo, ma si tratta solo dei tanti modi d’essere della nostra natura, che faccia piacere o no anche l’omicida o il guerrafondaio sono la “normalità” seppur minore di un modo d’essere umani.

  • MassimoVerdinoMosello:

    è pur vero che oramai criminologi esperti che hanno impiegato la vita a studiare i peggiori criminali della storia sono convinti che di “natura umana”(o genetica che dir si voglia) ce ne sia ben poca a giustificare i loro crimini. Difatti la maggior parte delle persone che compiono atti oscenamente criminali, come quelli descritti per gli “psicopatici” sono, nella stragrande maggioranza, persone che a loro volta hanno subito violenze o vissuto choc tali da deviare il loro comportamento. Dato che ricordo una fonte diretta che spiega bene la tesi la cito al volo: si tratta di un’intervista tratta dal documentario zeitgeist moving forward(verso l’inizio).
    Ad ogni modo sono rimasto estasiato nel venire a conoscenza della scoperta del generale Marshall. ne sono…galvanizzato! :) )

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