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Dopo questa introduzione troverete in basso la traduzione della seconda parte del discorso di Obama ‘sul Mondo Arabo’. La prima parte è stata pubblicata qualche giorno fa e la troverte a questo link, preceduta da un riepilogo della situazione attuale nel mondo Arabo e in particolare in Palestina.

Nella prima parte del discorso, Obama si era scagliato contro quei paesi che non intendono sottostare alle condizioni di Washington e di Israele – come l’Iran e la Siria, e ovviamente la Libia. Aveva inoltre liquidato la grave situazione del Bahrein – causata dall’invasione dell’Arabia Saudita con l’assenso di Washington – commentando che «il governo del Bahrein ha il legittimo diritto a fare rispettare la legge», mentre sull’Arabia Saudita non ha proferito parola nell’intero discorso, nonostante la corte saudita sia il vero criminale nella regione insieme a Israele – entrambi causa di tanti mali, di tanta repressione nel mondo Arabo.

In questa seconda parte Obama affronta la questione Palestinese, proponendo – per la prima volta in pubblico – la soluzione di uno Stato Palestinese entro in confini antecedenti la guerra del 1967. Ma prima di arrivare alla questione Palestinese, Obama parla di Egitto e Tunisia e illustra una serie di iniziative per ‘stimolare l’economia’ di questi paesi in particolare, e di altri nella regione, anche per mezzo di erogazioni di fondi.

Agli occhi di un lettore non bene informato, questo progetto potrebbe rappresentare la prova della ‘buona fede’ di Washington, ma niente è più lontano dalla verità. Vediamo perché, e per quali fini questi fondi dovrebbero servire.

Egitto e Tunisia confinano con la Libia, rispettivamente a Est e a Ovest. E sappiamo bene quali siano le mire dell’Impero in Libia: tutto sembra indicare la ripetizione dello scenario visto nei Balcani, prima, e in Iraq successivamente.

L’Egitto inoltre confina a Est con Israele e con Gaza. Per decenni Mubarak ha ricevuto miliardi di dollari da Washington per fare il ‘cane da guardia’ di Israele, e in tempi più recenti, per mantenere chiusi i confini con Gaza. Ora al governo dell’Egitto c’è il Consiglio Militare, che è composto dagli stessi personaggi che per tre decenni sono stati gli esecutori degli ordini di Washington e Israele. Mubarak rappresentava un mero simbolo, un fantoccio ben remunerato per il ruolo che impersonava. E inoltre da sempre l’élite militare è in controllo del 90% dell’economia egiziana. L’Egitto è da molti decenni un regime militare a tutti gli effetti. E Washington farà di tutto per mantenere lo status quo, permettendo magari l’elezione di un nuovo presidente ‘fantoccio’. Sappiamo che si sono proposti per la presidenza dell’Egitto due figure politiche che nei decenni hanno sempre rappresentato gli interessi di Washington e Israele nelle rispettive sedi: Amr Moussa, in veste di direttore della Lega Araba, e El Baradei, nella sua carica di direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Mai politiche, da parte di questi due signori, per mettere Israele di fronte alle proprie responsabilità, né nell’Agenzia Atomica, né nella Lega Araba. Sia Moussa che El Baradei si sono dimessi di recente dalle proprie cariche. Intendono fare sul serio nelle prossime elezioni presidenziali egiziane.

Nel discorso che segue, Obama parla molto dell’appoggio che gli USA intendono riservare ai paesi che daranno prova di una ‘transizione verso la democrazia’. Ma vediamo – brevemente – cosa stanno facendo gli USA nella regione, e da cosa sono motivati. E vediamo se è vero che desiderano condizioni di vera democrazia nel mondo Arabo.

Negli USA attualmente 50 milioni di persone sono disoccupate. Il 15% della popolazione è in carcere. Un quinto della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Circa 1.000 miliardi di dollari (un trilione) vengono spesi per il budget militare e per i servizi segreti – perfino il budget per il ministero dell’energia serve soprattutto per produrre armi nucleari dell’ultima generazione. I budget per l’istruzione e la sanità sono ridotti all’osso – eppure basterebbe una somma corrispondente al costo di un solo aereo caccia impiegato in Libia per assumere 20.000 insegnanti negli USA.

Se gli USA non continueranno ad avere un accesso privilegiato, a basso costo, al petrolio e ad altre risorse fondamentali, saranno destinati al collasso in breve tempo.

E quindi – come ha brillantemente riassunto un esperto americano di origine indiana intervistato da PressTV: gli USA finanziano le enormi basi militari permanenti (circa un migliaio) in giro per il mondo, per garantire la supervisione degli interessi geo-politici americani e cioè l’accesso alle risorse, e viceversa necessitano l’accesso alle risorse per finanziare gli eserciti, gli armamenti, e le basi militari. In Iraq, ad esempio, sono in perdita e devono recuperare altrove (in Libia, ad esempio).

Per quanto riguarda l’intera area del Golfo Persico, Washington ha delegato all’Arabia Saudita il compito di agire da forza imperiale per sopprimere le sommosse nel sangue, garantire il flusso del petrolio verso l’occidente e salvaguardare l’egemonia di Israele nella regione. Solo pochi mesi prima dell’inizio delle rivolte, gli USA hanno fornito all’Arabia Saudita un arsenale bellico per la somma record di 60 miliardi di dollari.

La brutale repressione del Bahrein è servita da modello per una dimostrazione di forza indirizzata alle popolazioni del Golfo Persico, un deterrente per altri eventuali tentativi di insurrezione nell’area.

Come se non bastasse, da qualche tempo si sta costituendo un esercito privato di mercenari superaddestrati negli Emirati Arabi Uniti.

Il 15 maggio PressTv (che si riceve ovunque nel pianeta) informava il mondo su quello che appunto si sta verificando negli Emirati. L’informazione è stata poi riassunta in un breve articolo, in cui ci viene spiegato che il miliardario Erik Prince, fondatore della famigerata organizzazione mercenaria Blackwater, è stato assunto per 500 milioni di dollari dal principe erediatrio di Abu Dhabi per formare un esercito segreto di mercenari stranieri negli Emirati, in una base militare dal nome Zayed Military city. Già sono presenti numerosi colombiani e sud-africani e altri starnieri, addestrati da soldati americani, dai veterani delle unità per operazioni speciali tedesce e britanniche e dalla Legione Straniera francese. I documenti mostrano che l’esercito straniero sarà incaricato di missioni speciali sia negli Emirati che nell’area del Golfo, per difendere gli oleodotti e i grattacieli da attacchi terroristici, e per sedare eventuali rivolte. Diceva inoltre l’articolo, che gli Emirati sono stretti alleati degli Stati Uniti e un funzionario confermava che Washington è al corrente del programma, e commentava: «Gli stati del Golfo Persico e in particolare gli Emirati, non hanno molta esperienza militare; è quindi comprensibile che cerchino un aiuto all’esterno.»

Ricordiamo che PressTV trasmette in inglese, nel mondo intero, su tutti i satelliti di telecomunicazione. Non è necessaria la Tv a pagamento, basta un piccolo decoder analogico satellitare per prendere PressTV. E si può guardare in streaming sul sito di PressTv 24 h/24. Vengono trasmessi anche molti reportage e documentari di grandissimo valore culturale e divulgativo.

La seconda parte del discorso di Obama va quindi letto alla luce delle considerazioni in alto che sembrano smentire la versione dei ‘buoni propositi’ illustrati dal presidente americano.

Per assurdo, invece, sembra che Obama voglia forse – forse – fare sul serio con la questione Palestinese. E’ quello che pensano alcuni tra gli esperti che in questi giorni si sono succeduti numerosi per commentare il discorso di Obama sul Mondo Arabo e il successivo discorso del presidente di fronte alla Israel Lobby AIPAC. E’ vero che Obama nel discorso alla AIPAC ha ritrattato sul piccolo spiraglio di apertura mostrato nel discorso tradotto in basso in merito ai confini pre-guerra del 1967. Ma è anche vero che solo due giorni dopo, durante una conferenza stampa internazionale a Londra, Hillary ha citato le esatte parole di Obama sulla questione Palestinese, pronunciate nel discorso in basso, ribadendo che Obama è serio in merito alla questione.

Infatti Obama – che sappiamo non essere particolarmente entusiasta di Netanyahu – ha fatto la mossa strategica di programmare la partenza per l’Europa, insieme a Hillary Clinton ovviamente, in una data che gli avrebbe evitato di essere presente per i discorsi di Netanyahu di fronte alla AIPAC e al Parlamento americano.

Ieri il discorso di Netanyahu di fronte alla AIPAC è stato spesso interrotto da attivisti infiltrati, poi arrestati uno dopo l’altro, in diretta mondiale. Oggi Netanyahu ha parlato di fronte al Parlamento americano. Nel suo discorso il premier israeliano dichiarava che Israele non avrebbe mai ceduto i territori previsti per uno stato Palestinese entro i confini pre-1967, e ribadiva che Israele intende appropriarsi dell’intera Gerusalemme.

Comunque per la prima volta a Washington è in corso una massiccia contro-iniziativa ANTI-AIPAC, di cui relazioneremo in altro post.

Sono poi arrivate le prime reazioni di alcuni finanziatori ebrei che hanno contribuito alla campagna elettorale di Obama del 2008 e in questi giorni partecipano al congresso della AIPAC. Dichiaravano che non avrebbero più dato contributi per la campagna di ri-elezione di Obama – prevista per l’anno prossimo – perché, a loro dire «Obama ha tradito Israele.» Obama sicuramente sapeva di correre questi rischi, e quindi sarà spinto da motivazioni serie per appoggiare la creazione di uno Stato Palestinese. E qui di seguito alcuni esperti le valutano brevemente.

Al momento i pareri degli esperti che hanno analizzato le vicende di questi giorni sono divisi. Molti vedono l’intera faccenda solo come teatrino politico a beneficio delle popolazioni arabe. Ma alcuni, sia americani che britannici che mediorientali, vedono segni di un cedimento a Washington in favore dei Palestinesi.

La docente in scienze politiche Nada Hashwi commentava: «dopo il periodo iniziale delle rivolte arabe abbiamo assistito ad un’ondata di contro-rivoluzioni, perché nel frattempo i dittatori arabi riuscivano a riprendersi e riorganizzarsi. Ma ora è in atto una rivolta Palestinese. Le vicende del Nakba Day hanno dimostrato che i Palestinesi sono determinati a riappropriarsi della loro Terra, e che la comunità internazionale sta completamente dalla loro parte. Obama è consapevole che un supporto incondizionato per Israele e l’impossibilità per i Palestinesi di avere giustizia potrebbe scatenare una guerra nell’intera area, perché tutti i popoli arabi supportano la Causa Palestinese, e sono arrivati al punto da non lasciarsi più intimidire dai loro dittatori, in particolare gli egiziani e i yemeniti.» Anche oggi circa 60 i morti nelle strade dello Yemen, ma qui Washington non vede alcuna necessità di intervenire – già: c’è poco petrolio nello stato impoverito dello Yemen.

Hussein Ibish, americano, funzionario della ‘American Task Force on Palestine’, Washington, commentava: «a Washington, le comunità delle politiche estere, dei servizi segreti, e del Pentagono, da qualche tempo concordano tra loro che sia essenziale e assolutamente vitale per gli interessi nazionali degli Stati Uniti fare cessare l’occupazione illegale iniziata da Israele nel 1967 e operare verso la creazione di uno stato Palestinese indipendente. Si rendono conto che gli Stati Uniti non hanno più alcuna scelta opzionale.»

A Londra veniva intervistato John Reese co-fondatore della coalizione britannica ‘Stop the War’. Parlava al microfono di Hassan Ghani, mentre partecipava ad una manifestazione anti-Obama, oggi appunto a Londra, per incontrare i reali e il premier britannico. Niente più folle entusiaste a Londra per Obama, come era successo invece due anni fa. Solo proteste per ciò che succede in Palestina e nel Bahrein. Proprio due giorni fa il premier britannico aveva accolto con grandi sorrisi e cerimonie il principe ereditario del Bahrein. Londra non perdona.

John Reese riassumeva in queste parole l’opinione espressa dagli esperti che vedono uno spiraglio di speranza. «Obama si rende conto che la totalità dei popoli, eccetto quello americano, è completamente schierata dalla parte dei Palestinesi, e che presto anche gli americani si sveglieranno e vedranno la realtà. E allora per Washington sarà un bel problema.»

Sì – aggiungo io – sarà un bel problema, perché si renderanno conto che Washington ha anteposto gli interessi di Israele a quelli del popolo americano, e comprenderanno che la giustizia per il popolo americano, saccheggiato e raggirato in favore di politiche estere che rasentano la follia totale, è strettamente legata alla Giustizia per i Palestinesi.

Discorso di Obama al Mondo Arabo,
19 Maggio 2011
Parte 2a

Una lezione che possiamo apprendere in questi tempi è che le divisioni settarie non devono necessariamente risultare in conflitti. In Iraq vediamo la promessa di una democrazia multi-etnica, multi-settaria. I cittadini iracheni hanno rigettato i pericoli della violenza politica in favore del processo democratico e si sono presi la responsabilità per la propria sicurezza. Come vale per ogni democrazia sul nascere, gli iracheni affronteranno battute di arresto. Ma l’Iraq è destinato a giocare un ruolo chiave nella regione se perseguirà il suo progresso pacifico. Se così sarà, l’America sarà orgogliosa di affiancarsi al popolo come partner affidabile.

E dunque nei mesi a venire, l’America dovrà esercitare tutta la propria influenza per incoraggiare le riforme nella regione. Anche se riconosciamo che ogni paese rappresenta un caso individuale, dobbiamo parlare con onestà dei principi che difendiamo, sia con gli amici che non i nemici. Il nostro messaggio è semplice: se sarai disposto a correre i rischi che le riforme richiedono, avrai il pieno appoggio degli Stati Uniti. Perché i nostri sforzi devono indirizzarsi aldilà della élite al potere, per raggiungere le popolazioni che forgeranno il futuro – i giovani in particolare.

Continueremo a dare seguito all’impegno che ho preso nel Cairo – di sponsorizzare l’imprenditoria, di espandere gli scambi culturali; di promuovere la cooperazione nelle scienze e nella tecnologia, e di combattere le malattie. Nell’intera regione intendiamo fornire assistenza a società civili, anche a quelle ufficialmente non sanzionate nonostante dicano verità scomode (?). E useremo la tecnologia per dialogare con i popoli e ascoltare le loro voci.

Infatti, la vera riforma non potrà pervenire solo dalle urne elettorali. I nostri sforzi saranno diretti a supportare i diritti fondamentali per la libera espressione e il libero accesso all’informazione. Supporteremo il diritto dei giornalisti a fare informazione – che siano blogger o lavorino per I grandi media, e il diritto del libero accesso a internet. Nel 21esimo secolo, l’informazione è potere; la verità non può essere nascosta; e la legittimità dei governi dipenderà in ultima analisi dai cittadini informati e attivi.

Un dialogo aperto è importante anche quando le opinioni espresse non coincidono con le nostre. L’America rispetta il diritto di voci pacifiche e rispettose della legge ad esprimersi, anche se siamo in disaccordo con loro. Saremo lieti di cooperare con chiunque voglia abbracciare la causa della vera democrazia. E ci opporremo al tentativo di qualsiasi gruppo di restringere i diritti di altri, e di mantenere il potere con l’uso di mezzi coercitivi e non mediante il consenso. Perché la democrazia non dipende solo dalle elezioni, ma anche da istituzioni forti e responsabili, e dal rispetto dei diritti delle minoranze.

La tolleranza è importante in particolare per quanto riguarda la religione. In Piazza Tahrir abbiamo sentito Egiziani di tutte le fedi ed estrazioni esclamare “Musulmani o Cristiani, siamo uniti.” L’America si impegnerà per fare prevalere questo spirito – per fare rispettare tutte le fedi, e per costruire il dialogo interreligioso. In una regione che è la culla di tre religioni diffuse nel mondo, l’intolleranza può solo generare sofferenza e stagnazione. E perché questa stagione di cambiamenti abbia successo, i Cristiani Copti devono avere il diritto di culto nel Cairo, così come gli Shiiti del Bahrein hanno il diritto alla salvaguardia delle loro moschee (distrutte nella quasi totalità negli ultimi mesi, n.d.t.).

Ciò che vale per le minoranze religiose, vale anche per i diritti delle donne. La storia ci dimostra che le nazioni con donne attive pubblicamente sono più prosperose e pacifiche. E’ per questo che continueremo ad insistere che i diritti universali riguardano sia gli uomini che le donne – nel fornire l’assistenza per la salute delle donne e dei bambini; nel supportare le donne che vogliono insegnare o avviare attività di commercio; nel difendere i diritti delle donne a candidarsi per cariche pubbliche. Perché la regione non raggiungerà mai il proprio potenziale se a metà della popolazione viene impedito di perseguirlo.

Ma i nostri sforzi non possono limitarsi a promuovere riforme politiche e diritti umani. E quindi l’altro aspetto sul quale concentrare i nostri sforzi è lo sviluppo economico delle nazioni che transitano verso la democrazia. Dopotutto la gente non è scesa in piazza solo per via della politica. Molti sono stati sospinti principalmente dalla necessità di mettere in tavola il cibo per la famiglia.

Troppe persone nella regione si svegliano al mattino con la mera speranza di arrivare alla fine della giornata, e che forse un giorno la fortuna busserà alla loro porta. Ovunque nella regione molti giovani hanno una solida istruzione, ma poche speranze di trovare un lavoro. Gli imprenditori hanno tante idee, ma il sistema corrotto non permette di realizzarle.

La risorsa meno sfruttata nella regione del Medio Oriente e Nord Africa è il talento della gente. Nelle recenti proteste abbiamo visto quel talento al lavoro, quando le persone si sono servite della tecnologia per far girare il mondo. Non a caso uno dei leader della rivolta in Piazza Tahrir era un dirigente della Google. Quell’energia ora deve essere canalizzata, in ognuno dei paesi, in modo che i successi della protesta si traducano in crescita economica. Così come le rivoluzioni democratiche possono essere innescate dalla mancanza di opportunità individuali, le transizioni verso la democrazia dipendono dallo sviluppo verso una prosperità allargata.

Dalle nostre esperienze intorno al mondo, vediamo che è importante concentrare l’attenzione sul commercio, non solo sull’aiuto umanitario; e sull’investimento, non solo sull’assistenza. L’obiettivo deve essere un modello in cui il protezionismo ceda il passo all’apertura; il regno del commercio deve passare dalle mani di pochi a quelle di tanti, in modo che l’economia generi lavoro per i giovani. Il supporto dell’America per la democrazia sarà basato quindi sulla stabilità finanziaria; sul promuovere riforme; e sull’integrare tra loro mercati competitivi per un’economia globale – a iniziare dalla Tunisia e dall’Egitto.

Prima di tutto abbiamo chiesto alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale di presentare un piano in occasione del G-8 che si riunirà la prossima settimana. Un piano che illustri cosa sia necessario per stabilizzare e modernizzare le economie di Egitto e Tunisia. Insieme dobbiamo aiutarli a riprendersi dagli sconvolgimenti della rivolta democratica, e supportare i governi che saranno eletti quest’anno. E stiamo sollecitando altre nazioni ad assistere Egitto e Tunisia a soddisfare le proprie esigenze finanziarie immediate.

In secondo luogo, vogliamo evitare che un nuovo Egitto democratico sia travolto dai debiti del passato. E quindi allevieremo l’Egitto di 1 miliardo di dollari di debito, e lavoreremo con i nostri partner egiziani affinché queste risorse siano investite ai fini della crescita imprenditoriale. Aiuteremo l’Egitto a riconquistare l’accesso ai mercati garantendo 1 miliardo di dollari in prestito, necessari per finanziare infrastrutture e creare posti di lavoro. E aiuteremo il nuovo governo democratico a recuperare il patrimonio sottratto illegalmente.

Terzo, stiamo lavorando con il nostro Parlamento per creare un Fondo Imprenditoriale da investire in Tunisia e Egitto. Il modello seguirà quello del fondo creato per supportare la transizione dell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. La OPIC (agenzia governativa americana che mobilizza capitali in aree critiche per le politiche estere degli Stati Uniti) lancerà a breve un programma per sostenere gli investimenti privati nella regione. E lavoreremo con i nostri alleati per fare in modo che la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo fornisca lo stesso supporto per transizioni democratiche e per la modernizzazione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, come ha fatto per l’Europa.

Quarto, gli Stati Uniti lanceranno l’iniziativa per una complessiva ‘Partnership di Commercio e Investimenti’ in Medio Oriente e Nord Africa. Se si esclude l’export del petrolio, il tetto complessivo dell’export in questa regione di oltre 400 milioni di persone raggiunge appena quello della Svizzera. E quindi lavoreremo con l’Unione Europea per promuovere l’incremento del commercio nella regione, partendo dalle relazioni commerciali già esistenti per favorire l’integrazione con i mercati americani ed europei, e aprendo le porte a quelle nazioni che adotteranno uno standard alto di riforme e di liberalizzazione del commercio, per incrementare con esse gli scambi commerciali. Proprio come la creazione dell’Unione Europea è servita come incentivo per riforme in Europa, la prospettiva per una economia moderna e prosperosa nella regione potrà creare l’impulso necessario per riforme nel Medio Oriente e nel Nord Africa.

Per raggiungere la prosperità sarà anche necessario abbattere quei muri che costituiscono un ostacolo al progresso – la corruzione della classe dirigente che ruba al popolo; le pratiche viziose che impediscono ad un’idea di tradursi in attività lavorativa; il meccanismo corrotto che distribuisce le ricchezze sulla base di fattori tribali o settari. Aiuteremo i governi a soddisfare gli obblighi internazionali e a investire in sforzi per combattere la corruzione; collaborando con parlamentari impegnati in programmi di riforme, e con attivisti che fanno uso delle tecnologie per spingere il governo ad agire con responsabilità.

E vorrei concludere parlando di un altro aspetto fondamentale del nostro impegno nella regione, che riguarda l’obiettivo della pace.

Per decenni il conflitto tra israeliani e Arabi ha gettato un’ombra sulla regione. Per gli israeliani ciò ha significato vivere nel terrore di vedere i figli morire in attentati agli autobus o a causa di razzi lanciati sulle loro case, oltre al dolore di sapere che ad altri bambini nella regione si insegna ad odiarli. Per i Palestinesi ha significato subire l’umiliazione dell’occupazione, e non potere mai vivere in una Nazione che sia la loro. Inoltre, questo conflitto ha rappresentato un costo alto per il Medio Oriente, dato che ostacola la formazione di partnership che potrebbero generare maggiore sicurezza, prosperità, e potere decisionale per la gente comune.

Il mio governo ha lavorato con le due parti e con la comunità internazionale negli ultimi due anni per mettere fine al conflitto, ma le aspettative non sono state raggiunte. Le attività degli insediamenti israeliani continuano. I Palestinesi hanno abbandonato il tavolo delle trattative. Il mondo assiste ad un conflitto che si protrae da decenni ed è arrivato ad un punto morto. Alcuni sostengono che a causa dei cambiamenti e delle incertezze nella regione, semplicemente non è possibile fare passi avanti.

Personalmente, non sono d’accordo. In tempi in cui le genti della regione si stanno liberando dei pesi del passato, la necessità di spingere per una pace duratura che metta fine al conflitto e risolva le rivendicazioni è urgente più che mai. Per i Palestinesi, gli sforzi di delegittimare Israele finirà nel fallimento. Azioni simboliche per isolare Israele presso le Nazioni Unite a settembre non creeranno uno Stato Indipendente. I leader Palestinesi non otterranno pace e prosperità se Hamas prosegue sul cammino del terrore e del rifiuto. E i Palestinesi non raggiungeranno mai l’Indipendenza negando il diritto di Israele ad esistere.

Quanto ad Israele, la nostra amicizia è profondamente radicata in una storia condivisa e in valori condivisi. Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è incrollabile. E ci opporremo a tentativi di prendere di mira Israele nelle sedi internazionali. Ma proprio in virtù della nostra amicizia, è importante che diciamo la verità: lo status quo è insostenibile, e anche Israele deve agire con coraggio per promuovere una pace duratura.

Il fatto è, che il numero di Palestinesi in Cisgiordania sta aumentando. La tecnologia renderà più difficile a Israele potersi difendere. I profondi cambiamenti che la regione sta attraversando condurranno al populismo, in cui milioni di persone – e non solo pochi leader – crederanno che la pace sia possibile. La comunità internazionale è stanca di un processo di pace che non produce risultati. Il sogno di uno stato ebraico e democratico non può avverarsi mediante occupazione permanente.

In ultima analisi, spetta agli israeliani e ai Palestinesi prendere iniziative. La pace non può essere imposta, né possono interminabili deroghe far sparire il problema. Ma quello che l’America e la comunità internazionale possono fare, è parlare francamente e dire quello che tutti sanno: una pace duratura richiede due stati per due popoli. Israele come stato ebraico e patria del popolo ebraico, e lo Stato della Palestina come patria per il Popolo Palestinese; con il diritto di ogni stato all’autodeterminazione, al riconoscimento e alla pace.

Mentre è vero che le questioni centrali del conflitto dovranno essere negoziate, le basi di tali negoziati sono chiare: una Palestina attuabile, e un Israele al sicuro. Gli Stati Uniti ritengono che i negoziati dovrebbero risultare in due stati, con confini permanenti tra Palestina e: Israele, Giordania, Egitto, e con confini permanenti tra Israele e Palestina. I confini tra Israele e Palestina dovrebbero basarsi sui confini del 1967, con scambi (territoriali) concordati, in modo da stabilire confini sicuri per entrambi e rispettati da entrambe le parti. Il popolo Palestinese deve avere il diritto di auto-governarsi e raggiungere il proprio potenziale in uno stato sovrano e contiguo.

E in quanto alla sicurezza, ogni stato ha il diritto a difendersi, e Israele deve essere in grado di difendersi – autonomamente – contro ogni minaccia. Bisogna predisporre il necessario per prevenire la recrudescenza del terrorismo; per mettere fine all’infiltrazione di armi (!); e per implementare una sicurezza efficace alle frontiere. Il pieno e graduale ritiro delle forze armate israeliane deve coincidere con il presupposto che i Palestinesi agiscano con responsabilità in merito alla sicurezza, in uno stato sovrano non militarizzato (!!! – un mini-stato sovrano senza esercito né armi, accanto ad una superpotenza militare ostile – fantastico). La durata di questo periodo di transizione deve essere concordata, e l’efficacia delle disposizioni di sicurezza deve essere dimostrata.

Sulla base di questi presupposti si possono avviare i negoziati. I Palestinesi dovranno sapere quali siano i contorni territoriali del loro Stato; gli israeliani dovranno essere rassicurati in merito alle loro necessità di sicurezza. So bene che queste misure da sole non saranno sufficienti a risolvere il conflitto. Rimangono da affrontare due questioni delicate: il futuro di Gerusalemme, e la sorte dei rifugiati Palestinesi. Ma nel procedere subito per stabilire i territori e la sicurezza, si forniscono le basi per risolvere questi due aspetti in un modo equo e giusto, che rispetti i diritti e le aspirazioni degli israeliani e dei Palestinesi.

Riconoscere che i negoziati devono iniziare con gli aspetti del territorio e della sicurezza non significa che poi sarà facile tornare al tavolo dei negoziati. In particolare, il recente annuncio di un accordo tra Fatah e Hamas, solleva interrogativi legittimi per Israele – come fare a entrare in trattative con chi non si mostra disponibile a riconoscere il tuo diritto ad esistere. Nei mesi a seguire, i leader Palestinesi dovranno fornire una risposta credibile a questo interrogativo. Nel frattempo, gli Stati Uniti, i nostri partner del Quartet, e gli stati Arabi dovranno perseguire ogni sforzo per superare l’attuale impasse.

Mi rendo conto di quanto sia difficile. Il sospetto e l’ostilità sono stati trasmessi di generazione in generazione, e a periodi si sono intensificati. Ma sono convinto che gli israeliani e i Palestinesi, in maggioranza, preferiscano guardare verso il futuro, piuttosto che rimanere intrappolati nel passato. Vediamo questo spirito nel padre Israeliano il cui figlio è stato ucciso da Hamas, che ha fondato un’organizzazione per fare incontrare Israeliani e Palestinesi che avevano subito la perdita dei loro cari. Aveva detto: “Alla fine mi sono reso conto che l’unico modo per fare progressi era riconoscere la natura del conflitto.” E lo vediamo nelle azioni di un Palestinese che ha perso tre figlie, uccise dall’artiglieria israeliana in Gaza. “Ho il diritto a essere arrabbiato,” diceva. “Tante persone si aspettavano di vedermi reagire con odio. Ma la mia risposta è: mi rifiuto di odiare … preferisco sperare nel domani.”

E’ questa la scelta giusta da fare – non solo in questo conflitto, ma nell’intera regione – una scelta tra l’odio e la speranza; tra le catene del passato e la promessa del futuro. E’ una scelta che devono fare sia i leader che i popoli, ed è una scelta che definirà il futuro di una regione che è stata la culla della civiltà ma anche teatro di infiniti conflitti.

Per tutte le sfide che ci attendono, vedo molte ragioni per essere fiducioso. In Egitto vedo gli sforzi dei giovani che hanno guidato le proteste. In Siria vedo il coraggio dei manifestanti che resistono nonostante le violenze che subiscono durante le proteste pacifiche. In Banghazi, una città minacciata di distruzione, vediamo la gente radunarsi nella piazza di fronte al tribunale per celebrare la libertà finora negata. In tutta la regione, quei diritti che per noi sono scontati, vengono ora accolti con gioia da coloro che vogliono liberarsi dalla morsa della tirannia.

Per i cittadini americani le scene di insurrezione nella regione possono sembrare sconvolgenti, ma le forze che la sospingono non sono a noi sconosciute. La nostra nazione è nata in seguito alla ribellione ad un impero. Il nostro popolo ha combattuto una guerra sofferta che ha esteso i diritti alla libertà e alla dignità a coloro che erano in stato di schiavitù. E non sarei qui, oggi, se le generazioni passate non avessero usato la forza morale non-violenta per migliorare il nostro paese – organizzandosi, marciando e protestando pacificamente, insieme, per tradurre in realtà quelle verità secondo cui “tutti gli uomini sono nati eguali”.

Quelle parole devono guidare la nostra risposta alla trasformazione che sta avvenendo nel Medio Oriente e in Nord Africa – parole che ci ricordano che la repressione fallirà, che i tiranni cadranno, e che ogni essere umano ha diritti inalienabili. Non sarà facile. La linea verso il progresso non è una linea retta, e le avversità si alterneranno a tempi di speranze. Ma gli Stati Uniti d’America sono stati fondati sulla convinzione che i popoli abbiano il diritto di auto-governarsi. E quindi non possiamo esimerci dal prendere la parte di coloro che lottano per i propri diritti, sapendo che la loro vittoria porterà a un mondo più pacifico, più stabile, più giusto.

Un Commento a “Discorso di Obama al Mondo Arabo – Parte Seconda: – Egitto, Tunisia, Palestina, Israele”

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Gianni Lannes
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