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“Ma la verità è quella cosa che, per dirla, l’uomo adopera una voce di tristezza e di noia, qualche volta una voce di rabbia”

Francesco Chiesa, “Tempo di marzo”

Le discussioni nei forum di internet sono una specie di ipertesto: si aprono infiniti spiragli di dialogo. La frase incriminata, detta da un utente di Come Don Chisciotte che si firma Faulken, è questa: “Anche questo articolo è figlio della “cultura del piagnisteo” come se il vero problema sia la violenza contro gli animali e non le motivazioni di questa violenza oggi”.

La frase si può trovare qui:

http://www.comedonchisciotte.org

Cultura del piagnisteo, messa tra virgolette. Non sapevo che esistesse. Non ci avevo mai fatto caso. A me fa venire in mente Olodogma, quel sito xenofobo che denuncia come un mantra la truffa della Shoa, in base alla quale da settant’anni gli ebrei, con i campi di sterminio, ci marciano, cioè fanno rendere quella che in effetti è stata un’orribile pagina della storia umana. E’ grazie all’Olocausto che, anche se non sappiamo in che misura si sia manifestato, si è potuto creare dal nulla lo Stato d’Israele e sottoporre l’intero Occidente a quei sensi di colpa verso gli ebrei che tanto comodi si sono rivelati, per loro, dal dopoguerra in qua.

A mio giudizio, tuttavia, gli ebrei non sono l’unica etnia che ha utilizzato il piagnisteo per ottenere vantaggi. Mi pare che anche il cristianesimo non scherzi, in questo. I musulmani, infatti, ci accusano di essere delle mammolette che hanno scelto un uomo morente su un palo come simbolo della nostra religione, mentre loro, maschilisti congeniti, brandendo la scimitarra se ne vanno in giro per il mondo a fare proseliti e a mozzare il capo ai renitenti. Noi, il massimo che siamo riusciti a produrre, sono stati gli striscianti e untuosi gesuiti, che però il Potere lo hanno raggiunto come o anche meglio dei seguaci di Maometto. Se oggi paesi musulmani come Iraq e Afghanistan vengono rasi al suolo dalle bombe è forse anche opera dei gesuiti cristiani che con i cul-in-aria maomettani hanno vecchie ruggini. Antiche antipatie.

Ma cosa intendeva di preciso l’utente Faulken con cultura del piagnisteo riferita all’animalismo? Denunciare i crimini che l’umanità commette nei confronti degli altri animali significa piangere, piatire, piagnucolare? Se lo fanno le minoranze umane oppresse non è più un piagnisteo, ma se lo fanno, per interposta persona, gli animali diventa un piagnisteo?

I palestinesi non hanno diritto di denunciare i crimini commessi da Israele? Gli indios amazzonici dovrebbero stare zitti e buoni e lasciarsi sterminare dai latifondisti brasiliani e dalle multinazionali occidentali? I nativi del nord America, quando si festeggia Colombo, dovrebbero stare nelle loro riserve a ubriacarsi e non venire a Genova a rompere le uova nel paniere delle celebrazioni?

Ho sviluppato una certa sensibilità verso il trucco dei due pesi e due misure e so che per molti benpensanti, sia laici che soprattutto cattolici, è una buccia di banana grande come una casa, quella su cui cascano immancabilmente quando usano un metro di giudizio verso animali e animalisti e un altro metro del tutto differente verso categorie umane minoritarie oppresse. Per tali criticoni gli umani che soffrono sono degni di considerazione, i non umani no.

Se proprio vogliamo dirla tutta, vi sono, anche fra chi commette il grave peccato di piangere e lamentarsi, due possibilità: o farlo in grande stile, come i sionisti e la Chiesa Cattolica, o farlo dilettantisticamente come gli animalisti o altri gruppi scarsamente organizzati.

Nel primo caso io parlerei di “piagnistereo”, ovvero di un torto subito e amplificato con potenti altoparlanti e un’organizzazione capillare; nel secondo io penso più a emulazione verso i professionisti dell’obolo, da parte di gruppi scoordinati che cercano di trarre qualche vantaggio economico da situazioni oggettivamente ingiuste.

Mi ricordo che molti anni fa, quand’ero studente, nella via centrale di Udine un paio di iraniani chiedeva soldi mostrando foto di gente impiccata sui ganci delle gru, penzolante a dieci metri dal suolo. Sono passati trent’anni e in Iran le gru vengono ancora usate per le esecuzioni capitali, ma quei due iraniani che incontrai, molto probabilmente veri profughi in fuga dal loro paese, devono nel frattempo aver piagnucolato in giro per l’Italia, con le loro macabre foto, e racimolato un bel gruzzoletto. Auguro loro che ora siano a goderselo nella loro terra.

Quando aiutavo la delegata della Lega Anti Vivisezione di Udine, qualche anno dopo, le dicevo che non ero d’accordo di tenere sul banchetto, vicino ai fogli delle petizioni, la scatola di scarpe con la fessura per le offerte, perché la gente avrebbe potuto pensare che quest’ultima operazione fosse la cosa principale, il vero motivo per cui eravamo lì. E le citavo l’arguta frase di Gogol, in “Anime morte”, che dice così: “ Ideata qualche società benefica per i poveri ed elargite somme notevoli, subito per celebrare un così lodevole gesto offriamo un pranzo a tutti i dignitari della città, s’intende con la metà dei soldi raccolti; con i rimanenti si affitta subito un sontuoso appartamento per il comitato, con riscaldamento e guardiani, dopo di che, di tutta la somma, per i poveri non rimangono che cinque rubli e mezzo; ma anche qui non tutti i soci sono d’accordo fra loro sulla destinazione di questa somma e ciascuno cerca di raccomandare qualche sua comare”.

La delegata mi rispondeva immancabilmente che la raccolta di offerte è la prassi e la L.A.V. lo fa sempre con i suoi tavoli nelle piazze.

Qualche anno più tardi partecipavo alle manifestazioni degli anarchici contro Giovanna Soprani, allevatrice di cavie per la vivisezione, in quel di San Polo d’Enza (Reggio Emilia) e a momenti sembrava che la rabbia di quei ragazzi vestiti di nero s’indirizzasse maggiormente verso Walter Caporale, presidente degli Animalisti Italiani, che non verso l’allevamento di cavie e la sua titolare. Il motivo di tanto odio, per rimarcare il proverbio secondo cui il denaro è lo sterco del diavolo, era la presunta gestione un po’ troppo commerciale che l’associazione animalista implementava, rinunciando in questo modo alla genuinità degli intenti che secondo gli anarchici dovevano essere puri ed esenti da contaminazioni monetarie.

Un po’ la critica di San Francesco, Savonarola e Fra Dolcino verso le gerarchie ecclesiastiche. Se è vero che il Vangelo propugna la povertà, non sta scritto da nessuna parte che gli animalisti debbano essere cristiani francescani o dolciniani. Forse, anche senza testi sacri, basta la coscienza di ognuno per capire che se dell’animalismo si fa un business, per proprio uso e consumo, si è persone disoneste e gli anarchici hanno ragione. Ma se dalle istanze animaliste si ricava la giusta mercede per coprire le spese vive, non si è disonesti e gli anarchici esagerano. Insomma, è d’uopo trovare il giusto mezzo e bisognerebbe che la gente fosse intrinsecamente retta e proba. Ciò vale per chiunque piatisca e manipoli denaro altrui, a cominciare dai politici.

Un’altra categoria di operatori del piagnisteo è quella dei ragazzi ex tossicodipendenti. Nel loro caso, la cosa principale – e lo dicono – è l’offerta, ma si può anche firmare se si desidera, benché firmare contro il vizio della droga è un ossimoro. E’ difficile capire come una petizione (rivolta a chi?) possa impedire a un giovane di drogarsi. Anche se quei ragazzi li si incontra nelle piazze con tavolini e materiale cartaceo, e hanno quindi un’organizzazione che li coordina, rientrano secondo me nella categoria dei dilettanti.

Discorso diverso per l’AIRC e tutte le altre organizzazioni che raccolgono fondi per la ricerca biomedica. E’ risaputo che il 90 % delle entrate serve per il mantenimento dell’organizzazione stessa, mentre il restante finisce nelle mani di vivisettori che con quei soldi comprano animaletti da torturare, facendo un pessimo servizio alla scienza, ma un grande servigio alle industrie farmaceutiche, di cui quelle organizzazioni sono figlie e strumento. Io, queste associazioni, che riescono a scovare i malanni più fantasiosi, dando la colpa alla ricerca che non finanzierebbe gli studi sulle malattie rare, le classificherei tra gli operatori del piagnistereo, poiché anch’esse hanno valide strutture che le sorreggono, se non fosse che c’è un livello ancora più alto: l’ONU.

Sì, perché se la cancerogena AIRC e le sue sorelle si tengono il 90 % delle offerte, è perché lo hanno imparato dall’UNICEF, dall’UNESCO e dalla FAO, oltre che dal WFP (programma mondiale del cibo). Anche queste ultime si tengono la quasi totalità dei fondi messi a disposizione dall’ONU e, con tali cattivi maestri, cosa ci si poteva aspettare dalle nostrane piagnucolanti associazioni?

E vogliamo parlare dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica?

In definitiva, a prenderlo in quel posto, è sempre l’onesto cittadino che paga le tasse. E’ la sindrome dell’olio d’oliva: c’è una prima spremitura, e poi una seconda spremitura e, siccome è davvero peccato sprecare, a volte ce n’è anche una terza. Il cittadino pollo (o limone, o oliva), ben bene spennato e spremuto.

Faulken, sempre lui, parlava di piagnisteo in riferimento al mio articolo sulla Biennale di Venezia. Secondo quell’utente gli animalisti non sanno far altro che mostrare la crudeltà dell’uomo, lamentarsi e magari chiedere un obolo per il canile. Ma gli animalisti sanno fare anche dell’altro. Sanno bruciare camion per il trasporto del bestiame, per esempio. O tagliare reti di recinzione e far scappare animali prigionieri, con danno economico per l’allevatore. In tal caso, Faulken, e tutti quelli che la pensano come lui, non può più usare né il termine piagnisteo, né tanto meno piagnistereo, e deve ammettere che, per una volta tanto, gli animalisti sanno anche farsi valere. Sbattono metaforicamente il pugno sul tavolo e non se ne stanno timidamente e rancorosamente zitti in disparte, a masticare veleno e piagnucolare. Incidono la realtà, benché ciò implichi violazioni di legge. Legge umana, ovviamente.

M’immagino già le obiezioni, scontate: terroristi, talebani e fanatici irresponsabili. Faulken non sarebbe il solo a pronunciarle. Sarebbe in compagnia di Walter Caporale e degli altri animalisti legalisti, che non possono – ufficialmente – mettersi contro il sistema. Se no, con che faccia si presenterebbero a una stazione di carabinieri per inoltrare un esposto contro qualche maltrattamento di animali? Con le istituzioni ci lavorano e come possono sputare nel piatto dove mangiano? Su questo punto, forse, gli anarchici fanno bene ad arrabbiarsi.

Resta il fatto che se scrivo un articolo per denunciare un’ingiustizia contro gli animali (e ho solo l’imbarazzo della scelta), mi chiamano piagnucoloso, ma se vado a liberare animali prigionieri e a spaccare porte, finestre e recinti, mi chiamano terrorista. Non c’è scampo. Come diceva Cesare Pavese: “Avere coraggio o avere ragione. I due poli della Storia. E della vita”. Anche Francesco Chiesa, benché autore quasi sconosciuto, l’aveva vista giusta.

Medita Faulken! E meditate anche tutti voi, criticoni dell’animalismo!

 

 

Un Commento a “La cultura del piagnistereo”

  • max cady:

    E’ grazie all’Olocausto che, anche se non sappiamo in che misura si sia manifestato

    ecco, allora apriti un libro di storia, invece di fare speculazioni idiote.

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