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di Claudio Veltri, 30/12/2005

Nicolae Ceauşescu

Tra il 1967 e il 1968, alcuni passi intrapresi dal governo romeno gettarono le basi per un cambiamento significativo nei rapporti di Bucarest con Washington. Infatti nel 1967 la Romania mostrò la propria autonomia nei riguardi di Mosca con un paio di iniziative che vennero positivamente apprezzate dagli Stati Uniti: all’inizio dell’anno Bucarest stabilì rapporti diplomatici con la Repubblica Federale Tedesca e, in seguito alla guerra dei sei giorni, rifiutò di rompere le relazioni diplomatiche con Israele, come invece avevano fatto le altre capitali del Patto di Varsavia. Sempre nel 1967, in marzo, Ceausescu organizzò una calorosa accoglienza per Nixon, che in quel momento vedeva declinare la propria popolarità negli Stati Uniti.

Nell’agosto del 1968, Ceausescu rifiutò di allinearsi con gli altri paesi del Patto di Varsavia nella questione cecoslovacca; anzi, condannò energicamente l’intervento sovietico, annunciò la mobilitazione immediata del popolo romeno per difendersi da un eventuale intervento di quel genere, si oppose alle manovre militari del Patto di Varsavia sul territorio romeno.In seguito a ciò, le relazioni tra gli Stati Uniti d’America e la Romania registrarono un cambiamento significativo. Eletto nel 1969 alla presidenza statunitense, Richard Nixon si recò in visita ufficiale a Bucarest e accolse Ceausescu negli Stati Uniti nell’ottobre 1970 e nel dicembre 1973. In occasione di questa seconda visita, i due presidenti firmarono una dichiarazione comune, nella quale si parlava di relazioni basate su uguaglianza di diritti, di rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale, di non ingerenza nelle faccende interne e di vantaggio reciproco, di rifiuto dell’uso della forza. Negli anni successivi, Ceausescu avrebbe citato spesso questi principi, allorché dovette respingere le richieste statunitensi relative ai “diritti umani”, appellandosi al fatto che esse rappresentavano un atto di ingerenza nelle faccende interne della Romania.
Il presidente Gerald Ford ricevette Ceausescu nel giugno 1975 e restituì la visita nell’agosto di quel medesimo anno. Nel periodo della presidenza di Ford, come già al tempo di Nixon, i ministri degli esteri romeni e i segretari di Stato statunitensi, ma anche altri membri dei due governi, effettuarono visite reciproche quasi ogni anno.
Le relazioni tra i due paesi, a parte le manifestazioni di amicizia, ebbero anche una certa sostanza. Per esempio, il governo romeno fu utile all’amministrazione Nixon nell’instaurazione di rapporti confidenziali tra Washington e Pechino, nel periodo che precedette la visita di Henry Kissinger in Cina del 1969.
I due paesi firmarono numerosi accordi economici e culturali. La Romania diventò membro di diverse istituzioni economiche e finanziarie internazionali, come l’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRD) e fu bene accolta dappertutto in Occidente, essendo considerata un paese indipendente nel quadro del Patto di Varsavia.
Il commercio tra gli Stati Uniti e la Romania crebbe fino a superare, nel 1974, i 400 milioni di dollari; ma questa crescita era ostacolata dalla mancanza del trattamento speciale che viene accordato dagli Stati Uniti con la clausola della nazione più favorita. Tale clausola, che come è noto comporta un vantaggio nelle tariffe doganali, venne accordata alla Romania per la prima volta nel 1975, quando il Congresso statunitense adottò la “Legge del Commercio del 1974″ e permise al presidente degli Stati Uniti di estendere al campo comunista la concessione della clausola della nazione più favorita. La clausola diventò così il simbolo delle relazioni speciali tra gli Stati Uniti e la Romania, essendo la più importante concessione fatta a Bucarest dalle amministrazioni Nixon e Ford. Il Congresso di Washington approvò l’accordo commerciale con la Romania alla fine del luglio 1975 e le nuove tariffe entrarono in vigore il 3 gennaio 1976, in applicazione della clausola della nazione più favorita. Grazie alle basse tariffe doganali, le esportazioni della Romania negli Stati Uniti passarono, tra il 1975 e il 1977, da 133 milioni di dollari a 233,3 milioni di dollari. Nel 1985 ammontavano a 949,7 milioni di dollari.
Inoltre, la clausola della nazione più favorita rese possibile che la Romania beneficiasse dei crediti della Banca di Export-Import.
In una misura considerevole, il rinnovo annuale della clausola diventò il principale strumento dell’amministrazione statunitense per influenzare il comportamento della Romania. La Sezione 402 della “Legge del Commercio del 1974″, nota come emendamento Jackson-Vanik, vietava l’estensione della clausola a un paese che non avesse un’economia di mercato, come era appunto il caso della Romania, e negava ai propri cittadini la possibilità di emigrare; tuttavia, l’emendamento prevedeva che il presidente statunitense potesse ricevere assicurazioni che “le procedure di emigrazione porteranno in futuro, in modo considerevole, a realizzare lo scopo proposto circa la libertà di emigrazione”. Gli Stati Uniti usarono la Sezione 402 per convincere il governo romeno a consentire l’emigrazione di oltre 180.000 persone nel periodo compreso tra il 1975 e il 1988 – anno, quest’ultimo, in cui la clausola della nazione più favorita cessò di essere applicata alla Romania. In questi quattordici anni l’emigrazione dalla Romania si diresse essenzialmente verso tre paesi: Repubblica Federale Tedesca, Stati Uniti, Israele. L’emigrazione ebraica dalla Romania (soprattutto verso la Palestina e gli Stati Uniti) era già cominciata negli anni cinquanta; Ceausescu lasciò che proseguisse, “in cambio di molto denaro, s’intende, e dell’aiuto della comunità ebraica americana per ottenere la famosa clausola di nazione più favorita negli scambi commerciali con gli Stati Uniti”1.
In questo periodo gli Stati Uniti cominciarono a legare il mantenimento della concessione della clausola non solo alla questione dell’emigrazione, ma anche ad altri aspetti della dottrina dei “diritti umani”: la libertà religiosa, la liberazione dei dissidenti in stato d’arresto, le privazioni economiche.
Inoltre, la “Legge del Commercio del 1974″ consentì all’amministrazione statunitense di estendere il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) non solo ai paesi in via di sviluppo, ma anche a quei paesi comunisti che erano membri del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), beneficiavano della clausola della nazione più favorita e non erano controllati dal “comunismo internazionale”. Il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) consentiva in maniera legale agli Stati Uniti di godere di tariffe bassissime per certe importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo.
La Romania si inquadrava nella definizione prevista per i paesi in via di sviluppo, perché il governo degli Stati Uniti aveva stabilito che l’indipendenza della Romania nei confronti di Mosca era sufficiente per non considerarla come un paese controllato dal comunismo internazionale. D’altra parte, la Romania era membro dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Una volta ricevuta la concessione della clausola della nazione più favorita, la Romania si candidò a beneficiare del Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) e a tale regime essa venne ammessa per un periodo di dieci anni a partire dal 1 gennaio 1976.
Un ostacolo nelle relazioni tra i due paesi insorse nell’ottobre 1982 (all’epoca della presidenza Reagan), quando il governo di Bucarest decretò che i cittadini romeni che desideravano emigrare dovevano pagare allo Stato una somma in valuta equivalente al costo della loro scolarizzazione media e superiore. Il decreto contrastava apertamente con quanto previsto dall’emendamento Jackson-Vanik, che escludeva dalla concessione della clausola della nazione più favorita quei paesi i quali imponevano ai loro emigranti una tassa che non fosse puramente simbolica. Dopo mesi di negoziati confidenziali che non diedero alcun risultato, nel marzo 1983 Reagan annunciò che non avrebbe rinnovato alla Romania la concessione della clausola, che sarebbe scaduta il 30 giugno di quell’anno, se la tassa per la scolarizzazione si fosse trovata ancora in vigore a quella data. Dopo oltre due mesi di intense discussioni, il governo romeno dovette cedere alle pressioni statunitensi e rinunciò all’applicazione della tassa. Così il 3 giugno 1983 Reagan annunciò che la clausola veniva prorogata alla Romania per un altro anno e il Congresso statunitense non si oppose alla decisione del presidente.
La Romania conservò la clausola fino al 1988. Quando si trattava di prorogarla “il gran rabbino di Bucarest Moses Rosen dava l’impressione di essere un ministro degli esteri aggiunto (…) Rosen descrisse il proprio atteggiamento con il proverbio yiddish ‘Den Ganef vor die Tir stelln’: mettere il ladro a guardia della porta”2.
La crescita del debito estero della Romania aggiunse un nuovo motivo di irritazione nei rapporti di Bucarest con Washington. Nel corso del 1982 il debito estero romeno oltrepassava gli undici miliardi di dollari, sicché il Fondo Monetario Internazionale (FMI) intervenne ripetutamente presso Ceausescu, per spiegargli che per far fronte a tale debito e risollevare le sorti dell’economia romena era indispensabile accettare un credito a interessi crescenti. Si riproduceva così, nel caso della Romania, quello che John Kleeves ha descritto come il copione di prammatica nei rapporti tra FMI e dittatori quali Marcos, Mobutu, Batista, Duvalier, Somoza ecc.:
“… la figura del dittatore filoamericano pazzo è importante: con i suoi progetti megalomani di ‘sviluppo economico’ egli giustifica l’accensione del megaprestito da parte del suo paese, in genere finanziariamente poverissimo. Ma la sua parte non è finita. Egli sa che il prestito non deve mai essere restituito: il FMI, nonostante le raccomandazioni sulla carta, non lo vuole; vuole solo – e su ciò è intransigente – il pagamento in dollari degli interessi annui. E’ chiaro il perché: solo finché c’è il debito ci sono le condizioni capestro sull’economia interna. Egli sa anche che il prestito non deve assolutamente servire per scopi utili, per far decollare l’economia del paese: sarebbe di nuovo la fine del gioco. Quindi il dittatore cosa fa? Ciò che veniamo a sapere dai giornali: usa una quota del prestito per le sue opere inutili (i cui appaltatori sono in genere ancora le multinazionali); un’altra per soddisfare l’entourage locale di militari e politici che lo sostengono al potere, e il resto viene versato sui suoi conti all’estero, in genere negli Stati Uniti”3.
A un certo punto, Ceausescu non volle più stare al gioco. E ciò determinò la sua fine.

1. Richard Wagner, Il caso romeno, Manifestolibri, Roma 1991, p. 98.
2. Ibidem.
3. John Kleeves, Finanziatori Militar Imperialisti, “Lo Stato”, 3o giugno 1998.

Chi volle la caduta di Ceausescu?

Il 22 novembre 1989 si apriva a Bucarest il XIV congresso del Partito Comunista Romeno. Il messaggio di felicitazioni inviato da Gorbaciov al “partito fratello” assomigliava, più che a una dichiarazione di solidarietà, a una sprezzante ingiunzione di cambiamento. Ma il 23 novembre, nel discorso di chiusura che precedette la sua trionfale rielezione alla segreteria del Partito Comunista Romeno, Nicolae Ceausescu rispose per le rime, ricordando che il patto tedesco-sovietico, denunciato qualche settimana prima a Mosca per quanto riguardava la Polonia e i paesi baltici, sanciva anche un’ingiustizia commessa ai danni della Romania interbellica, alla quale erano state strappate e inglobate nell’URSS la Bucovina del Nord e la Bessarabia (che l’URSS trasformò “Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia”).
Ma, oltre a questo, il Conducator metteva l’accento sull’indipendenza nazionale romena, ottenuta a prezzo di pesanti sacrifici che avevano portato finalmente al saldo del debito contratto con la Banca Mondiale.
E’ qui che deve essere cercata la causa della caduta di Ceausescu?
Nel corso di un’intervista giornalistica, venne rivolta a Marian Munteanu (capo del Movimento per la Romania e animatore delle lotte studentesche di Piazza dell’Università) la seguente domanda: “In che misura si deve credere alla versione che ha presentato la caduta di Ceausescu come l’effetto di un moto insurrezionale partito dal popolo? E in che misura si può invece legittimamente parlare di un colpo di Stato? In altre parole: non sarà che la fine di Ceausescu debba essere ricondotta, principalmente, alla sua volontà di liberare la Romania da ogni dipendenza nei confronti della Banca Mondiale?” Risposta di Marian Munteanu: “E’ per me una gradita sorpresa constatare che Lei ha avuto un’intuizione rara”1.
La rara intuizione dell’intervistatore di Munteanu si fondava semplicemente sull’osservazione dei fatti. I personaggi che si erano insediati al potere dopo l’eliminazione di Ceausescu rappresentavano, in maniera evidente, la convergenza di due linee. La prima era quella degli interessi statunitensi (Petre Roman, Silviu Brucan, Dumitru Mazilu, l’ex diplomatico Bogdan ecc.), la seconda era quella più propriamente “gorbacioviana” (Ion Iliescu, Nicolae Militaru ecc.). Gorbaciov voleva la fine di Ceausescu perché questi era contrario ad accettare il programma di liquidazione dei regimi socialisti, sicché le esigenze del Cremlino in relazione alla Romania coincidevano con quelle degli ambienti usurocratici e mondialisti, danneggiati dalla politica autarchica di Bucarest. Veniva quindi spontaneo pensare che l’eliminazione di Ceausescu fosse stata decisa da Bush e Gorbaciov nell’incontro di Malta, sui contenuti del quale è stato d’altronde osservato il massimo segreto. Fatto sta che la campagna per la demonizzazione di Ceausescu, effettuata dalla stampa e dalle televisioni di tutto l’Occidente, ebbe inizio circa un anno prima della “rivoluzione” romena. Anche dall’osservatorio italiano era possibile, considerando i fatti con una certa attenzione, comprendere quali fossero le forze che ispiravano l’attacco contro “il Dracula di Bucarest”. Non è un caso, ad esempio, che in Italia l’avvio alla campagna di stampa sia stato dato dal noto sionista Wlodek Goldkorn sulle pagine dell’ “Espresso”.
Marian Munteanu non poté negare che “effettivamente esisteva da tempo una congiura, ispirata da centrali politiche estere per rovesciare il regime”, anche se, ovviamente, ci tenne ad aggiungere che “è esistita un’azione parallela, spontanea e indipendente, svolta da giovani che non disponevano di nessun supporto organizzativo”. Insomma: “l’insurrezione scoppiò in maniera, per così dire, naturale: solo in un secondo tempo venne utilizzata e strumentalizzata da gruppi già preparati che agivano secondo intendimenti propri. E questi gruppi avevano legami col capitalismo internazionale e con gli Stati Uniti: è un fatto che non è possibile negare”2.
Tali legami, infatti, emergono evidenti dalle biografie di alcuni protagonisti della “rivoluzione” del dicembre 1989. Vediamone un paio.
Silviu Brucan, (alias Samuil Bruekker o Bruckenthal), era l’ideologo del Fronte di Salvezza Nazionale. Nato nel 1916 da famiglia ebraica, si iscrisse al partito comunista nel corso degli anni trenta. Nel settembre 1944, quando apparve il primo numero ufficiale di “Scanteia”, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, Silviu Brucan fu segretario generale di redazione. Dopo la guerra, prese parte all’allestimento dei processi per la liquidazione degli uomini politici rivali del PCR. Secondo fonti dell’emigrazione romena, ebbe il compito di architettare artificiosamente una campagna antisemita pretestuosa3. Dal 1956 al 1958 fu ministro plenipotenziario della legazione della Repubblica Popolare di Romania negli Stati Uniti d’America (fino al 1964 la Romania non ebbe un ambasciatore a Washington). Quindi, fino al 1962, fu a New York, dove rappresentò la Romania presso le Nazioni Unite. In seguito a uno scontro con il ministro degli esteri Corneliu Manescu, dovette andarsene dal ministero e accettare l’incarico di vicepresidente del Comitato di Stato per la Radio e la Televisione, incarico che tenne dal 1962 al 1967. Con l’arrivo al potere di Ceausescu, l’uomo che aveva sostenuto Ana Rabinsohn Pauker e Gheorghe Gheorghiu-Dej venne allontanato dalle funzioni politiche; benché privo di diploma universitario, ricevette un posto di docente di Scienze Sociali e di Sociologia all’Università di Bucarest. Pubblicò diversi libri di taglio politologico, che a partire dal 1971 sono stati sistematicamente editi negli Stati Uniti: The Dissolution of Power (Alfred Knopf, New York 1971), The Dialectic of World Politics (Macmillan, New York and London 1978), The Post-Brezhnev Era (Praeger, New York 1983), World Socialism at the Crossroads (Praeger, New York 1987), Pluralism and Social Conflict (Praeger, New York 1990, prefazione di Immanuel Wallerstein), The Wasted Generation. Memoirs (West View Press, Boulder 1993). All’inizio del 1988 fu messo agli arresti domiciliari per una dichiarazione che aveva rilasciata a Radio Europa Libera. Nel 1989 però era di nuovo in circolazione: era spesso ospite dell’ambasciatore statunitense Roger Kirk e di Michael Parmly, consigliere politico dell’ambasciata degli USA. Al momento degli eventi che portarono alla caduta di Ceausescu, Brucan rientrava dagli Stati Uniti, dopo aver fatto scalo a Mosca e incontrato Anatoli Dobrynin, vecchia spia del KGB.
Petre Roman, anch’egli di famiglia ebraica, si era tenuto nell’ombra fino ai giorni della “rivoluzione”. Suo padre Walter Roman (vero nome: Neuländer), “era stato uno dei veterani delle Brigate Internazionali in Spagna, per poi rifugiarsi, nel periodo della guerra, in Unione Sovietica. Ritornato in Romania, diventerà l’uomo di fiducia di Gheorghe Gheorghiu-Dej, predecessore di Ceausescu. E’ uno dei fondatori della Securitate, dove aveva il grado di generale, al quale aggiungeva quello di colonnello del KGB. (…) Dopo il fallimento della rivolta ungherese del 1956, per ordine di Gheorghiu Dej incontrò Imre Nagy e lo persuase a rifugiarsi in Romania… da dove sarà consegnato all’Unione Sovietica. Walter Roman muore nel 1983, lasciando a suo figlio Petre un’eredità sociale e politica. Quest’ultimo conosce tutti i vertici della nomenclatura, tra i quali anche i figli di Ceausescu. Ma è soprattutto un intimo di Brucan e di Iliescu”4.
Il verbale5 della riunione tenuta la sera del 17 dicembre 1989 dall’ufficio esecutivo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, alla vigilia della partenza del Conduc[tor Nicolae Ceausescu per Teheran, è fondamentale per interpretare la “rivoluzione” romena del 1989 come un vero e proprio colpo di Stato. Da questo verbale risulta che Ceausescu rimproverò il ministro dell’interno Postelnicu, il ministro della difesa generale Milea, nonché il comandante in capo della Securitate generale Vlad, perché non avevano riportato l’ordine a Timisoara, dove si trovavano solo poche unità, equipaggiate semplicemente con manganelli o con armi da fuoco sprovviste di munizioni.
Il prof. Claude Karnoouh, specialista di problemi ungheresi e romeni, ha dedotto che “i ‘massacri’ del 17 dicembre non furono niente altro che una montatura architettata dai mezzi di comunicazione: le agenzie di stampa e le stazioni radiofoniche jugoslave, ungheresi e sovietiche se ne fecero immediatamente strumenti, moltiplicando i dispacci sulla violenza degli scontri tra l’esercito e le truppe della Securitate. Ora, se veramente vi fossero stati a Timisoara i 4.800 morti di cui si parlò, si sarebbero dovuti pure contare, come minimo, dai 25.000 ai 30.000 feriti! In condizioni del genere, non si sarebbe più trattato di una rivolta popolare, ma di una vera e propria guerra tra fazioni contrapposte che usavano armi pesanti e forze aeree – cosa che evidentemente non è stata. Inoltre, mentre il 22 e il 23 dicembre i dispacci dell’agenzia sovietica Tass segnalavano combattimenti con armi pesanti a Brasov, il bilancio tracciato poco dopo da un giornalista di ‘Le Monde’ si limitava a contare 61 morti e 120 feriti. A Cluj si sono avuti 20 morti; nessun morto a Iasi, capoluogo della Moldavia romena, né a Targu Mures, capoluogo della regione ungherese, né a Ploiesti e a Pitesti, le due grandi città industriali vicine a Bucarest. Nella stessa Bucarest, nessuno ha mai potuto vedere, né in televisione né altrove, i famosi pretoriani del regime. Tutt’al più si indovinava la presenza di qualche franco tiratore isolato, mai identificato, al quale soldati, miliziani e civili rispondevano con un autentico diluvio di fuoco”6.
Quanto ai “mercenari” (libici, palestinesi, siriani, iraniani e addirittura nordcoreani) di cui si favoleggiò inizialmente, in capo a qualche giorno non se ne parlò più. Erano stati inventati per confermare il concetto che il tiranno era estraneo al popolo romeno (gli vennero attribuite origini turche o zingare) e quindi poteva essere difeso soltanto da pretoriani stranieri. Inoltre, la leggenda dei “mercenari arabi” serviva perfettamente a collegare tra loro due equazioni: “securista=terrorista” e “terrorista=arabo”. D’altronde la demonizzazione di Ceausescu, che nel corso di più d’un anno di propaganda mondiale era stato paragonato a Bokassa, a Idi Amin Dada e al vampiro Dracula, aveva predisposto gli animi, in Romania e altrove, ad accettare anche le menzogne più grossolane.
Ma vi sono anche altri elementi, secondo il prof. Karnoouh, che rafforzano l’ipotesi del colpo di Stato. “Bisogna insistere a questo riguardo sulla cronologia della giornata del 22 dicembre, che suggella la caduta di Ceausescu. Alle dieci e mezzo del mattino il capo dello Stato fugge. Un quarto d’ora più tardi Petre Roman, accompagnato da un gruppo di studenti, penetra nell’edificio del Comitato Centrale, considerato una delle fortezze della Securitate a Bucarest. Si può constatare, oggi, che l’immobile non reca alcuna traccia di proiettili. Chi era dunque a sparare? E su chi sparava? Nello stesso momento, con un sincronismo perfetto, Ion Iliescu, capo del consiglio del Fronte di Sicurezza Nazionale, arriva alla sede della radiotelevisione; qui il poeta Mihai Dinescu annuncia ai microfoni la caduta del tiranno. Strano sincronismo, per una guerra civile! In realtà, se davvero ci fosse stata una guerra civile, avremmo assistito a scene simili a quelle dell’invasione di Panama City da parte degli Americani, o ai bombardamenti di Beirut, cosa che invece non è avvenuta. Inoltre, se davvero una frazione dell’esercito e schiere di civili insorti si fossero trovati a combattere contro la Securitate, Ceausescu e sua moglie non sarebbero fuggiti immediatamente su un elicottero dell’aviazione militare (e non su un aereo della Securitate) per atterrare poi a 40 chilometri da Bucarest e farsi immediatamente arrestare. Infine, qualora una tale ipotesi fosse reale, non si spiegherebbe come mai gli uomini del consiglio del Fronte di Salvezza Nazionale, che erano costretti alla residenza coatta o comunque sottoposti a una sorveglianza speciale, non siano stati giustiziati, o per vendetta o per privare il potere futuro delle sue élites potenziali, politiche o intellettuali. Al contrario, fin dal momento in cui fu dato l’annuncio della caduta di Ceausescu, i poliziotti incaricati di vigilare su di loro sparirono come per incanto”7.
L’interpretazione del prof. Karnoouh ha trovato una sostanziale conferma, con l’aggiunta di dati ulteriori, nelle dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista giornalistica da Gelu Voican Voiculescu, l’uomo del Fronte di Salvezza Nazionale che organizzò il processo sommario contro Nicolae ed Elena Ceausescu e che successivamente diventò vice primo ministro.
“La Securitate – ha detto Voican Voiculescu – era una forza molto compatta e capace di reprimere ogni insurrezione. Il suo ruolo fu provvidenziale, perché essa non sparò, ma si tirò da una parte e lasciò Ceausescu privo di protezione. Anzi, il 18 dicembre il generale Vlad, capo del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, con un atto di sua propria iniziativa aveva liberato tutti i detenuti politici che si trovavano agli arresti presso la Securitate – e si trattava di un certo numero di persone. Dunque esistono prove evidenti che la Securitate aveva ricevuto l’ordine di non immischiarsi nei moti di piazza. Di più: il piano che mirava a contrapporre la Securitate all’Esercito venne sventato per iniziativa degli stessi generali che dirigevano la Securitate, i quali intorno al 22 dicembre disposero che la Securitate si subordinasse all’Esercito. Non fu un atto impensabile, perché era previsto che in una situazione di guerra la Securitate si integrasse nell’Esercito. Ma negli eventi in questione, tale decisione fu presa il 22 dicembre; e a Timisoara non fu la Securitate a sparare contro i dimostranti, ma, purtroppo, l’Esercito. Questo è anche il motivo per cui, in una crisi di coscienza e di colpa, il capo dell’Esercito generale Milea si suicidò – se non fu assassinato. E’ un enigma irrisolto della nostra rivoluzione”8.
Insomma, la “rivoluzione” romena non sarebbe riuscita senza l’apporto decisivo della Securitate.

*

La tesi del colpo di Stato guidato da potenze straniere venne enunciata dallo stesso Ceausescu nel corso del processo sommario cui venne sottoposto da parte degli uomini del Fronte di Salvezza Nazionale. “La mia sorte è stata decisa a Malta”, ebbe a dire Ceausescu in quella circostanza, alludendo all’incontro tra Bush e Gorbaciov; e aggiunse che quelli che a Timisoara avevano sparato sulla folla erano agenti segreti stranieri.
Gelu Voican Voiculescu ha dichiarato nel corso della medesima intervista:
“Noi non possiamo sapere che cosa sia stato deciso a Malta. Però è un dato di fatto che la rivoluzione romena fu innescata dai servizi di diverse potenze straniere. Nella misura in cui il terreno operativo era di pertinenza dell’URSS, la presenza effettiva e la manodopera furono fornite dal KGB. Nello stesso tempo, la CIA aveva installato una sua centrale operativa a Budapest. Tra i due organismi spionistici vi fu una stretta collaborazione. L’operazione prese il nome di ‘Valacchia 89′ e richiese l’impiego di mezzi cospicui. La Cia partecipò più che altro con piani e fondi, il KGB con la logistica. Le posso dire, sulla base di informazioni provenienti da fonti autorevoli, che dopo il 6 dicembre il numero dei turisti sovietici crebbe bruscamente di dieci volte e a partire dal 16 dicembre vi furono in Romania 67.000 turisti sovietici. Sono cifre esatte, che provengono dai punti di frontiera. In genere, entravano in Romania automobili Lada, ciascuna con quattro uomini a bordo, di età giovane o media. Sono significative, poi, le registrazioni effettuate nelle camere d’albergo, anche se non tutti questi strani turisti alloggiavano in albergo. La maggior parte entrò dalla Jugoslavia e dall’Ungheria. A Timisoara forse operarono agenti jugoslavi di nazionalità croata, sicuramente vi furono agenti ungheresi. La TV ungherese praticamente diresse le operazioni.
“Adesso, disponendo delle informazioni cui ho avuto accesso, posso formulare un’ipotesi: il 16-17 dicembre a Timisoara e il 21-22 a Bucarest, questi servizi che preparavano il rovesciamento di Ceausescu vollero fare una prova generale per valutare la situazione. Siccome ritenevano che il popolo romeno fosse inerte e che gli organi repressivi fossero fedeli a Ceausescu, gli ispiratori dell’operazione volevano sapere quale sarebbe stata l’adesione della popolazione, come sarebbero entrati in azione la Milizia, l’Esercito, la Securitate, il Partito, i mezzi di comunicazione. Pensarono quindi di fare una prova a Timisoara e nella capitale. Orbene, questo tentativo diede il via a un processo che sfuggì loro di mano e li colse di sorpresa. Essi avrebbero voluto fare scoppiare la rivolta il 30 dicembre o anche in gennaio, e invece furono colti all’improvviso da un incendio generale che oltrepassava le loro aspettative. Fu questo a paralizzarli, oltre al nostro comportamento atipico. Noi infatti, nel nostro dilettantismo e confusionismo, demmo a questi superprofessionisti l’impressione di agire secondo un piano prestabilito che a loro sfuggiva. In realtà, procedevamo alla cieca. Allora si bloccò qualcosa nel meccanismo degli agenti stranieri. Essi fecero qualche provocazione, ma poi tutto acquisì una sua dimensione e prese una sua via. Così Ceausescu cadde in maniera assai rapida, praticamente in un giorno solo”.
Secondo l’ex vice primo ministro, “i servizi segreti stranieri avevano lo scopo di smembrare la Romania come entità statale: il caos avrebbe dovuto creare le premesse per l’ingresso di truppe straniere che smembrassero il paese. Una proposta del genere, d’altronde, era stata fatta da James Baker al Patto di Varsavia. L’URSS si sarebbe presa il Delta del Danubio e la Moldavia fino ai Carpazi, la Bulgaria avrebbe preso il Sud della Dobrugia, la Jugoslavia il Banato, l’Ungheria la Transilvania. E’ normale che non sia stato previsto un successore a Ceausescu, proprio perché si voleva produrre il massimo disordine. Nel caos, inoltre, era prevedibile lo scoppio di una guerra civile tra la Securitate e l’Esercito: si sapeva che sotto Ceausescu tra queste due istituzioni c’era una certa rivalità.
“Inoltre gli eventi romeni di dicembre, monopolizzando gli schermi televisivi di tutto il mondo, costituirono la cortina fumogena dietro cui gli USA poterono tranquillamente commettere quell’abuso che fu il rapimento di Noriega, il quale era comunque un capo di Stato, fosse o non fosse un narcotrafficante; gli americani violarono la sovranità di Panama con un vero e proprio atto di pirateria, approfittando dell’intensa mediatizzazione dei fatti romeni”9.
Da parte sua, l’ultimo ministro degli Esteri del governo comunista, Ion Totu, nel periodo si trovava detenuto nel carcere di Jilava dichiarò testualmente: Gli eventi del dicembre 1989 facevano parte di un vasto programma di azione degli Stati Uniti e dell’Occidente (in primo luogo l’Inghilterra) per destabilizzare l’URSS e gli altri paesi socialisti e per attrarli nella sfera d’influenza del capitalismo; lo scopo principale era che gli Stati Uniti dovevano restare l’unica superpotenza mondiale, che decidesse a proprio piacimento. In questo programma, le prospettive della Romania avevano come obiettivi principali: a) la trasformazione del nostro paese in un avamposto militare, in una base militare nell’Est europeo, ai confini con l’URSS; b) la trasformazione del nostro paese in una semicolonia economica sottoposta agli stimoli e alle richieste del capitale finanziario internazionale”10.

1. Una conversazione con Marian Munteanu, intervista a cura di Claudio Mutti, “Orion”, dicembre 1992.
2. Ibidem.
3. Traian Golea, How the Condamnation of a Nation is staged, Romanian Historical Studies, Hallandale 1996, p. 12.
4. Radu Portocala, Rom`nia. Autopsia unei lovituri de stat. In tara în care a triumfat minciuna, Agora Timisoreana, Bucuresti 1991, p. 97.
5. Pubblicato il 10 gennaio 1990 dal quotidiano “Romania libera” (Bucarest) e parzialmente ripreso il 17 gennaio 1990 da “Le Nouvel Observateur” (Parigi).
6. A l’Est, du nouveau. L’exemple roumain, Entretien avec Claude Karnoouh, “Krisis”, n. 5, aprile 1990.
7. Ibidem.
8. Claudio Mutti, Quale fine per Ceausescu?, “Storia del XX secolo”, n. 9, gennaio 1996.
9. Ibidem.
10. Intervista di Angela Bacescu, “Europa”, 22 aprile 1991


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8 Commenti a “Come e perché cadde Ceausescu. Claudio Veltri.”

  • Alvise:

    Nicolae Ceaucescu era nato nel paesino rurale di Scorcinesti ed aveva imparato a leggere e scrivere all’età di quindici anni. Era un vero comunista e la dittatura personale si instaurò più che altro a causa della piaggeria innata dei romeni che fecero a gara nell’adulazione e asservimento al leader.
    Il Parlamento arrivò al punto nel 1984 da offrirgli uno scettro d’oro. Io vidi in TV gli occhi scintillanti e increduli di Ceaucescu che non riusciva a nascondere l’imbarazzo per l’iniziativa demenziale dei suoi lacchè.

    Se la Romania gongolava a porsi, sulle orme della Jugoslavia di Tito, in una comoda posizione di equidistanza tra Est e Ovest, ciò significò che l’oppressione imperiale dell’URSS era pura propaganda antisovietica. Quando però Ceaucescu sia pur troppo tardi si accorse del complotto internazionale per sfaldare il Patto di Varsavia e la solidarietà socialista invocò un’azione congiunta del Blocco Orientale in stile Cecoslovacchia 1968, ben lungi dal pensare che Gorbachev era un traditore un ingenuo e incapace affiancato da una moglie ebrea di nome Raissa. Assieme nella loro stupidità riuscirono (in cambio di una carta di credito Golden di Helmut Kohl) a far naufragare il più vasto e militarmente più potente impero del globo e della storia. Dopo tale catastrofe Raissa si ammalò di leucemia mieloide e morì nell’ospedale di Münster in Germania dove l’aveva indirizzata e ospitata Kohl.

  • Alvise:

    Arrivai a Bucharest il 2 maggio 1989 avendo un appuntamento con l’ing. Postelnicu Grigore dell’ente ministeriale Metalexport per il giorno successivo. Non pensavo che quel giorno fosse ancora festa in quanto prolungamento della grande giornata del 1. maggio.
    La Romania era in quei tempi terribilmente isolata e in regime di auterità tanto che nei negozi gli articoli da vendere apparivano in vetrina in fotografia.
    Alloggiato nel lussuoso Intercontinental e volendo fare due passi, venni immediatamente affiancato da due giovani che parlavano perfettamente italiano che mi tempestarono di domande molto ‘pertinenti’. Di certo erano due Securisti che ad un tratto sorprendentemente si eclissarono fra la folla.
    Feci in tempo ad apprendere, da questi due, dai funzionari dell’ente statale e dalla segretaria dell’Ufficio italiano di Commercio Estero (una lealista che aveva un marito avvocato integrato nella nomenclatura) che la Romania il 31 dicembre 1989 avrebbe dopo anni terribili saldato completamente il suo debito estero.

    Quando i Ceaucescu vennero giustiziati nel Natale 1989 da killer golpisti manovrati dall’estero mi rammentai di quanto la Romania agognasse ad arrivare, indipendente e sovrana, a quel fatidico 31 dicembre.

    La pazzia aveva portato Ceaucescu a costruirsi una reggia circondata da un intero nuovo quartiere per dirigenti statali. Qui però apprendiamo che il FMI è uso indurre i Paesi sottosviluppati a spendere o sprecare i denari del prestito. E di questo evidentemente si trattò.

  • Alvise:

    Il comunismo internazionalista doveva essere una transitoria fase di passaggio verso il Nuovo Ordine Mondiale dei banchieri di Wall Street, un arnese per rimuovere con la complicità del popolo i vari imperatori che esprimevano l’identità dei popoli.
    I bolscevichi (quasi tutti ebrei) riuscirono ad abbattere lo zar (1917-1918), il kaiser Wilhelm di Germania nel 1919 (colpo di Stato degli spartachisti ebrei Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht) e gli Asburgo (Bela Kun o Cohen a Budapest 1919, Ana Pauker ebrea in Romania quando la vasta Transilvania era asburgica, Leon Blum ebreo nel Fronte popolare in Francia 1930).
    Trotzky arrivava a Pietroburgo ne3l 1917 da New York finanziato dai banchieri ma quando il patriota russo-osseto-georgiano Stalin prevalse sull’emissario Trotzky, l’URSS divenne l’Impero del Male da abbattere e fu fatto emergere Hitler (1933) affinchè i due regimi si dissanguassero come poi avvenne. Lo stesso trucco al fine di reciproco dissanguamento fu applicato per Iraq-Iran 1980-1988.

    Con l’accordo Jackson-Vanik milioni di ebrei russi (e romeni) si diressero in Palestina ma ancor più in America negli anni ’70 e ’80. Si trattava di soggetti culturalmente e professionalmente educati ai massimi livelli che conoscevano nell’intimo l’intelaiatura dei regimi comunisti (URSS, Romania) da cui provenivano e che poi avrebbero contribuito ad abbattere (con Rothschild e gli oligarchi mafiosi ebrei) infiltrandovi la corruzione e il tradimento.

    Tutti noi oggi siamo posseduti, i nostri politici sono posseduti comprati e pagati da loro e il Nuovo Ordine Mondiale sta trionfando. Forse a Tripoli troveranno presto la loro Stalingrado.

  • Oana:

    Ricordo che Ceausescu parlava un romeno assai sgrammaticato. Mi è sempre stato difficile credere che un uomo come lui avesse cosi tanto potere nelle decisioni di un paese. Mi è più facile credere invece che lui sia stato un burattino nelle mani degli servizi segreti romeni… chi lo sa… Si sa che tanti documenti degli servizi segreti romeni sono brucciati a Bucuresti con la “rivoluzione”. Alcuni dicono intenzionalmente.
    Mi ricordo la gente diceva che era scoppiata la rivoluzione ma nessuno sapeva nulla altro. Questo perché nella mia città vicino il Danubio non è successo nulla. Non ho visto sparare ne sentito di morti di persone conoscenti. La “rivoluzione” e l’uccisione di Ceausescu le ho vissute in televisione. Un mano di persone degli servizi segreti romeni. Subito e senza processo.
    Confermo che anche i miei genitori dicevano che eravamo l’unico paese a debito 0.

    per Alvise: “iaggeria innata dei romeni che fecero a gara nell’adulazione e asservimento al leader”
    Ho vissuto tempi in cui nessuno e mai nessuno poteva avere il libero arbitrio di adulare il sistema e Ceausescu. L’iscrizione al partito comunista era quasi obbligatoria. Potevi passare guai se non avevi la tessera del partito.
    A scuola eravamo obbligati ad elogiare il partito comunista e Ceausescu. Ci insegnavano poesie in questo senso ma ciò non era una scelta degli insegnanti quali erano obbligati allo stesso modo di avere una certa condotta.
    Lasciamo la parola alle persone che hanno vissuto sulla propria pelle il regime Ceausescu e cerchiamo (Alvise) di non essere faziosi.

    • Alberto:

      Significativo l’intervento di Oana,sicuramente il regime rumeno sarà stato terribile,
      ma abbattere interi stati e lasciare la popolazione allo stato brado in tutta Europa,
      è sicuramente un piano per destabilizzare l’Europa di oggi e la sua popolazione.
      Credo che l’ Italia ormai sia in balia degli eventi,il prossimo venturo ne pagheremo le conseguenze.

  • Alvise:

    Brava Oana ! Quando io visitavo la Romania nei primi anni di Ceaucescu (1968-1972) la Romania e i romeni erano qualcosa di incantevole. Tutti lavoravano, alle ore 10.- del mattino le donne delle cooperative agricole col foulard consumavano lo spuntino sotto gli alberi, c’era musica folkloristica balcanica dappertutto, i giovani si dedicavano allo sport, musica, canto, teatro come si addiceva a un Paese di alta civiltà e lo stile di vita era frugale per tutti. Non c’erano nè schiavi nè padroni e i romeni erano fieri della propria nazione e del futuro socialista che si stava (effettivamente) schiudendo. Poi Ceaucescu e la sua cricca si è intristita e incattivita rompendo col resto dei popoli fratelli est-europei e cercando gratificazione nell’America e in Israele. Luttwak ebreo è nato a Arad, Eli Wiesel sia pur di etnìa ebreo-ungherese è nato ad Arad. Erano forse quelli i cattivi consiglieri ma la popolazione aveva la dignità e l’esistenza ultra-garantita.
    Adesso le romene sono qui a milioni a fare le badanti e le escort dopo più di vent’anni di economia libera di mercato. L’industria di base è stata smantellata, la chimica di base di Hunedoara è stata smantellata dai francesi e l’acciaio inox di rottamazione portato in Francia, la terra è stata consegnata agli eredi inetti dei vecchi latifondisti, essa sta desertificando e le erbacce crescono alte. Se si vuole vendere la terra dell’ex Eden agreste della Romania di Ceaucescu il prezzo è irrisorio perchè non c’è mercato.
    I salari e le pensioni sono state tagliate del 25 % due anni fa e nessuno ha fiatato nella Romania impoverita e terrorizzata dai fantocci imperiali del nuovo regime.

    I minatori che erano scesi a Bucarest con le catene dalla Valea de Jus con Miron Cizma (ancora in carcere) sono stati licenziati e le miniere chiuse affinchè non si formasse un nerbo di rivolta contro la conquista coloniale del NWO e dei nostri imprenditorelli veneti analfabeti, bancarottieri e putt…eri.

    Una volta fottuto il comunismo a est siamo stati fottuti anche noi qui dove milioni di giovani sono disperati senza futuro e le guerre e la prevaricazione imperversano nel mondo.

    • Oana:

      Caro Alvise (concedimi il termine non in senso ironico ma con affetto dovuto tra esseri umani), non mi risulta che Ceuseascu volesse lasciare il paese in mano agli americani. Onestamente aver vissuto dentro il regime non potevo cogliere certe sfumature dall’esterno della realtà in cui vivevo. Ti posso dire (se ricordo bene) che Ceausescu affermò durante il pseudo processo “vi siete venduti per una mano di dollari”, più o meno (sempre se ricordo bene) fossero queste le sue parole. Quelli che hanno svenduto il paese sono stati coloro che hanno preso il potere dopo Ceausescu, gli stessi che gli sono stati accanto e che penso abbiano avuto il ruolo di “collo” che girava la “testa”. Ripeto… dubito che Ceausescu avesse realmente cosi tanto potere. Era quasi un’analfabeta. Con soggetto a plurale spesso utilizzava verbo al singolare. Era un calzolaio. Ceausescu non c’entra nulla con il flusso migratorio. Mio padre mi raccontò che prima del regime comunista quando c’è stato il re, la mia città non era nemmeno asfaltata, come tante altre. In mezzo alle strade passavano i cavalli. C’era povertà e miseria. Quando arrivò il regime comunista hanno costruito città intere, urbanizzato zone rurali, hanno dato scolarizzazione obbligatoria gratuita e lavoro alle persone. Se non lavoravi ti trovavano subito un lavoro nella zona di residenza. Avevi un lavoro, una casa per famiglia che potevi pagare in circa 30 anni a costi bassissimi ed una sola macchina per famiglia. Una volta all’anno oppure due andavamo in vacanza in albergo prenotato con tanto di ristorante. Era un pachetto vacanza per famiglia a quale tutti avevano accesso. I frigoriferi erano pieni e tutti vivevano sereni anche se non vi era la piena libertà ed informazione vera. Soltanto gli ultimi anni ho sentito la crisi. Non saprei il perché. Dicevano che bisognava ridurre i debiti. Sta di fatto che da allora ci sono tanti che rimpiangono Ceausescu oppure ciò che lui rappresentava.
      Una persona emigra per migliore la sua condizione sociale o materiale cosi come molti giovani italiani laureati e non, emigrano altrove. Dire che gli imigrati sono fatti di badanti ed escort è come etichettare un popolo tale. Ci sono italiani che vivono in Romania e mi astengo dal assegnare dei termini a ciò che fanno…
      A me non risulta che la maggioranza delle escort sia romena, anzi, come è evidente per chi approfondisce l’argomento sono proprio le italiane in numero maggiore tra le escort sul territorio, basta fare un giro sui siti on-line tra i vari annunci. Inoltre basti osservare le migliaia di ragazzine arriviste che per soldi o per andare in televisione si sono donate al presidente del consiglio od ai suoi amici politici. Per non parlare delle poche donne politiche nel parlamento…

  • Stefania:

    Cara Oana.
    Rimango basita nel sentirti raccontare che nel periodo”Ceauseascu’ stavate bene sia moralmente che economicamente perche’ quello che le tue compaesane riportano invece e’esattamente l’opposto:miseria,violenze e sevizie di tutti i generi!! Ho sempre pensato che queste persone volevano impietosire e creare una certa pena a chi le raccontavano! Cmq ritengo che ciò’ che ha riportato Alvise sia giusto in quanto ciò’ che ci hanno fatto vedere in tutti questi anni e’ che nn sono emerse in nessun ruolo lavorativo se nn perche’hanno fatto del loro corpo merce di scambio,nn c’e dignita’ ne orgoglio personale nell’arrivare ad emergere investendo su se stesse ,ma solo adescando e circuendo uomini che hanno qualcosa da poter prendere……Secondo me dovrebbe esserci un educazione diversa e profonda nella vs cultura…..ricordo che dall’Italia partivano uomini in cerca di donne facili che con 1paio di collant soddisfacevano i loro sollazzi sessuali purtroppo era proprio la Romania cara Oana ,dove gli italiani andavano gia’dagli anni 70! Ti ricordo che forse a noi donne italiane siete state proprio voi ad insegnarci come aggirare i ns uomini visto che di coppie e famiglie distrutte ne hanno tante sulla coscienza! A nome delle donne italiane ringrazie le rumene per averci fatto vedere quanto sono piccoli e superficiali i ns maschi italiani ! Grazie per averci fatto capire come si fa ad avere e tenersi un uomo! Se ricco meglio! Ti ricordo che la fama di ‘ciucciaportafogli’nn e’ stato attribuito a noi ma purtroppo alle tue concittadine!

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