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“Carneade, chi era costui?”, si domandava, meditabondo, Don Abbondio. Bertiolo, dove si trova Bertiolo? Perché è di un paese che stiamo parlando, vero? Bertiolo è un paese della pianura padana, tra il Tagliamento e l’Isonzo, dunque nel poco conosciuto nord est italiano. E che cos’ha di tanto speciale da dover essere qui menzionato? Niente, è solo che domenica 10 luglio vi si tiene l’annuale sagra venatoria chiamata “Pel e plume”, pelo e piuma, termini estremamente dettagliati usati dai cacciatori per distinguere il tipo di selvaggina, avente cioè il corpo ricoperto di pelo, come le lepri o di piume, come i fagiani. Grandi zoologi, i cacciatori!

Se penso all’articolo di Francesco Lamendola pubblicato qui:

http://www.stampalibera.com/?p=27889

in cui si afferma che tutti gli animali, uomo compreso, possono attingere alla mente universale, conosciuta anche come Libro dell’Akasha, essendo tutti noi dotati della medesima anima, mi prende una tristezza cosmica nel vedere come ancora una parte di umanità tratta i nostri fratellini. Non sto parlando di cinesi che mangiano cani o di spagnoli che torturano tori nelle arene o di danesi che accoltellano globicefali nell’acqua bassa, ma di friulani, veneti e lombardi che catturano, vendono, comprano e rinchiudono uccelli in gabbie e voliere.

Perché voi terrestri mettete in gabbia gli uccelli? – chiederebbe un eventuale visitatore alieno venuto da altre galassie. Perché tenere un merlo in una voliera, quando di merli ce ne sono in gran quantità, allo stato libero, in ogni giardino?

Analizziamo le possibili risposte.

1)   Invidia per il volo: siccome noi non possiamo volare, non devono volare neanche loro. Spiegazione psicanalitica.

2)   Per sentirli cantare: viviamo in una società così silenziosa o, per converso, rumorosa, che il canto naturale di un uccello ci rallegra. Vedi Leopardi: “Sono gli uccelli le più liete creature della Terra”. Spiegazione bucolico-nostalgica.

3)   Perché un intelligente pappagallo o anche un semplice canarino può dare molto amore a una persona sola, se non altro per l’impegno di doverlo accudire. Cosa che aiuta a sconfiggere la solitudine e rappresenta un motivo per non suicidarsi. Spiegazione terapeutica antidepressiva.

4)   Come sopra, affidare un uccellino a un ragazzino, lo responsabilizza facendolo diventare un adulto dotato di senso del dovere. Vanno bene anche i criceti. Spiegazione didattico-educativa.

5)   Tradizione: l’uomo è da sempre padrone del creato come ha sanzionato il Genesi e si tiene un cardellino in gabbia come si tiene il maiale nel porcile e il cane alla catena. Spiegazione arcaico-contadinesca.

6)    Si tengono gli uccelli da richiamo in piccole gabbie facili da trasportare, per usarli durante le battute di caccia dal capanno, cioè affinché il loro canto attiri altri uccelli migratori a portata di tiro, oppure li attiri nelle reti delle bressane e dei roccoli. Spiegazione del serpente che si morde la coda.

Da quel che mi sembra, chi tiene un uccello in gabbia (se non ha spazio) o in voliera (se ha un giardino) appartiene più al mondo rurale che non a quello metropolitano, dal momento che le antiche abitudini portano l’uomo di provincia a tenere uccelli presso di sé, mentre l’uomo di città si è lasciato catturare da nuove forme di schiavismo, più chic e più snob, in cui al posto della cocorita si tiene una bella tartaruga azzannatrice, da esibire, quasi una specie di status simbol, agli increduli visitatori.

In tutti i casi, anche quelli più soft come può esserlo la “pet therapy”, c’è la convinzione di base che possiamo disporre degli animali a nostro piacere. Confortati in questo dalle leggi che ce lo lasciano fare, dal contesto sociale che non ci vede niente di sbagliato e dai mass-media che incoraggiano tali pratiche per favorire l’indotto economico. Le sagre venatorie sono la periodica vetrina degli strumenti atti alla cattura, alla detenzione e all’allevamento degli uccelli, divisi, questi ultimi, tra domestici, nostrani selvatici ed esotici.

Nel primo caso si parla di canarini e pappagallini; nel secondo di tordi, fringuelli, merli, eccetera; nel terzo principalmente pappagalli, ma anche bengalini e usignoli del Giappone.

Di queste grossolane categorie, solo nel caso dei canarini e dei pappagallini ondulati si può dire che non vi sia violenza, dal momento che sono nati in cattività e non hanno conosciuto altra realtà che quella della gabbia. In tutti gli altri casi, si deve obiettivamente parlare di violenza e sopraffazione, poiché si tratta di uccelli nati in natura, catturati con reti e avviati a una vita di prigionia. Mentre nel caso dei nostrani la violenza si è consumata in zone collinari e montane durante i loro periodi migratori, in quegli impianti già menzionati conosciuti come roccoli, per gli Ara amazzonici, i cacatoa australiani e gli altri psittacidi si deve considerare anche il volo in aereo, che va ad aggiungere ulteriore sofferenza alle altre forme di maltrattamento dovute alla manipolazione e detenzione. Va considerata anche l’alta mortalità delle specie esotiche durante il viaggio in contenitori ristretti. Solo un pappagallo su dieci arriva vivo in Europa e solo i più resistenti verranno, poi, esposti nelle mostre. Comprando un pappagallo, magari spinti dalla buona intenzione di sottrarlo alla condizione in cui si trova, pensando di dargli tutto il nostro affetto, in realtà, con i nostri soldi, si consolida la catena che parte dall’indio amazzonico mezzo nudo ma in armonia con l’ambiente della foresta, che lo cattura, vendendolo per pochi spiccioli agli intermediari, e arriva fino al venditore europeo, vestito completamente, ma privo del tutto di coscienza.

La domanda crea l’offerta e con i nostri soldi facciamo aumentare quest’ultima; il che si traduce in altri uccelli che moriranno e che comunque faranno una brutta fine in un ambiente lontanissimo da dove sono nati. La filosofia ecologista dei chilometri zero, a ben ragionare, va applicata anche in questi casi.

Di sagre venatorie in giro per l’Italia se ne tengono tantissime. La più famosa è quella di Sacile (PN), seguita, per importanza, da quella di Seveso (MI). Tutto l’arco alpino, ad eccezione del Piemonte, vi è rappresentato. In Friuli, poi, vi è l’apoteosi di tali manifestazioni, soprattutto in primavera ed estate, giacché in autunno i cacciatori sono impegnati a far stragi. Nate come sagre gastronomiche, in cui giganteschi spiedi di uccelletti arrosto venivano serviti ai buongustai, sono diventate occasioni per spettacolo con le gare di canto delle varie specie, vetrine di esposizione di animali impagliati e soprattutto vendita di attrezzature e singoli esemplari. Per non parlare degli immancabili pesci rossi.

Tuttavia, data l’opposizione sempre crescente, in questi ultimi trent’anni, le sagre venatorie si sono trasformate cambiando fisionomia e per catturare altri settori di visitatori hanno introdotto gli animali da cortile, le mostre canine e le piante. A farle cessare d’essere sagre gastronomiche devono essere state le proteste internazionali, soprattutto tedesche, dato che quegli stessi uccelli che a nord delle Alpi vengono attirati nei giardini, con mangiatoie messe d’inverno e nidi artificiali in primavera, diventavano cibo a sud delle Alpi e, se c’è qualcosa di buono che l’unione europea ha fatto è stato di costringere i paesi mediterranei e barbari come l’Italia a cambiare le proprie abitudini alimentari. Peccato che la stessa pressione non sia ancora riuscita a fare la stessa cosa con la corrida spagnola. Non si può dimenticare come i tedeschi siano grandi consumatori di carne suina e che non c’è differenza tra mangiare tordi e quaglie e mangiare carne di maiale. Tuttavia, io continuo a credere che le direttive comunitarie siano servite a ingentilire i costumi rustici delle nostre genti, in un arco di qualche decennio.

Nello stesso Friuli, situazione che conosco meglio, negli anni Ottanta si potevano catturare quattro milioni di uccelli migratori, durante tre mesi autunnali, per una ventina di specie e su legittimazione di un apposito decreto della giunta regionale. Con le nostre battaglie di civiltà, se mi si consente l’uso di questa espressione roboante e sperando di non impersonare la classica mosca cocchiera, è diminuito sia il numero degli impianti atti alla cattura, sia quello della quantità di uccelli catturabili, sia le specie che si potevano prendere. Se, nel primo caso, c’entra la fisiologica scomparsa dei diretti interessati, in genere vecchi uccellatori ormai passati a miglior vita, nel secondo e terzo caso si evince la non scientificità dei limiti fissati per decreto. Ovvero, le specie catturabili erano solo quelle commercialmente più appetibili e i numeri oltre i quali non si doveva sforare erano puramente fittizi. Messi lì tanto per dare una parvenza di credibilità scientifica.

Tuttavia, il fenomeno non è ancora scomparso, come si vede dal fatto che le sagre venatorie continuano a essere organizzate. Quella di Bertiolo è una mia vecchia conoscenza. Sarà stato il 1978 quando, un paio di notti prima, andai a fare delle scritte sui muri. La frase “Compagni alati sarete vendicati” era farina del mio sacco, ma oggi mi chiedo perché pensassi che gli uccelli potessero essere definiti compagni e non fratelli. Come gli altri animali. Forse perché fratelli mi sembrava eccessiva, come idea, o forse perché a quell’epoca frequentavo ambienti di Sinistra e dividevo il mondo in fascisti e comunisti.

La frase “Né gabbie né gabbiotti, nuclei armati passerotti” l’avevo letta su un muro a Bologna nel settembre del ’77, durante la famosa manifestazione contro la Repressione, e mi era piaciuta. Venni in seguito a sapere che entrambe le frasi avevano suscitato l’ilarità generale e quindi quello che voleva essere da parte mia un gesto di protesta, ingenuo quanto si vuole ma fuori dagli schemi, si tradusse in pratica in un’aggiunta di buon umore per i partecipanti, che invece avrebbero dovuto vergognarsi per come si comportavano. Oggi penso che tutti gli attacchi che i non cacciatori, che in Italia sono la maggioranza, portano ai seguaci di Diana, non fanno altro che consolidare il loro spirito di corpo e aumentare la difesa immunitaria dell’Homo venatorius.

Oggi, a distanza di trentatrè anni, abbandonate, da parte mia, le bombolette spray, cambiati necessariamente gli organizzatori per un naturale avvicendamento generazionale, la sagra “Pel e plume” di Bertiolo si tiene ancora, il prossimo 10 luglio. Non ho con me un drappello di miei sodali animalisti disposti a venire a protestare davanti all’ingresso, alzarmi di notte per scrivere insulsaggini sui muri non mi attira, ma una piccola soddisfazione me la sono presa, in questi giorni, alla luce del sole: ho strappato una decina dei loro manifesti affissi nel mio Comune, distante cinque chilometri da Bertiolo.

Anche strappare manifesti da un muro, dotati di regolare timbro AGIAP è reato, ma credo, oggi come allora, che il reato più grosso lo facciano loro: cacciatori, uccellatori e schiavisti in genere. Gli uccelli sono simbolo di libertà, ma certa gente ha paura della libertà e per questo si comporta arrogantemente e con violenza. Molti esseri umani vivono in gabbie mentali e vorrebbero ridurre anche gli uccelli, intrinsecamente liberi, a uno stato di cattività. Non sopportano che gli animali siano liberi e li vorrebbero tutti sotto il controllo umano. Solo così mi spiego le ordinanze provinciali o comunali per sterminare topi, piccioni, cinghiali, volpi, nutrie, caprioli e cervi.

Solo così mi spiego l’odiosa e inutile pratica di tenere uccelli in prigione.

Insensatamente.

 

15 Commenti a “Gabbie”

  • Ezio:

    Non sono un vegetariano al 100% in quanto la moglie, addetta alla cucina , purtroppo qualche pezzo di carne ogni tanto me lo prepara ma, se dovessi mangiare la carne degli animali che mi sento di uccidere dovrei cibarmi di mosche e zanzare. Abito in una casa indipendente con un vasto giardino e con me convivono : due cani, una tartaruga e un cavallo (per il quale sono finito in tribunale ma ho vinto la causa). A parte il cavallo (24 anni ben portati che, almeno secondo la mia volontà se il destino non combina scherzi imprevisti, finirà i suoi giorni per vecchiaia e non per macellazione), tutti i cani che avuto nella mia vita sono morti per cause naturali, vecchiaia o malattia incurabile. Ricordo che uno di loro morto per una cura sbagliata di un veterinario, prima di morire mi ha cercato per salutarmi ma le forze lo hanno fermato durante il percorso, quando l’ho trovato, prossimo alla fine, l’ho preso un braccio, ha alzato la testa e mi ha guardato dandomi con gli occhi l’ultimo saluto poi ha reclinato la testa ed è spirato, avevo le lacrime agli occhi e quella sera non ho neanche fatto cena. Potrei ricordare altri episodi simili che mi sono successi con i miei animali domestici ma mi fermo qui, il concetto è chiaro.

  • Sì, Ezio, tutti noi abbiamo storie di animali da raccontare, in genere commoventi per la dedizione mostrata da loro nei nostri confronti e l’ingratitudine mostrata da noi nei loro. Che genera sensi di colpa, poi per fortuna rimossi.
    Dalla tua descrizione si capisce che ami la libertà, per te e per gli animali che hanno la fortuna di vivere nella tua casa con vasto terreno. Immagino anche che vi si trovino molti uccelli. Peccato – unico neo – che tu e mogliera non abbiate fatto ancora quel salto di qualità che vi renderebbe perfetti. Allora anche la tua…magione potrebbe fregiarsi del titolo “cruelty free”.
    Un saluto.

  • anna:

    Non hai con te un drappello di fedeli pronti a seguirti, ma ce ne sono diversi intenzionati a manifestare a quanto mi risulta. spero che leggeranno questo articolo e so che lo apprezzeranno quanto me.

  • aimé:

    riappropriarsi del tempo, scioglierlo nel ritmo celeste interno / esterno….

    «Fai poco» dice «se vuoi esser sempre sereno». Non sarà meglio fare il necessario e quanto prescrive la ragione di un essere sociale per natura, e nel modo in cui lo prescrive? Questo, infatti, porta non solo la serenità che viene dall’agire secondo virtù, ma anche quella che deriva dall’agire poco. Perché se uno elimina la maggior parte delle nostre parole e azioni, in quanto non necessarie, avrà più tempo libero e una quiete più sicura. Per cui, in ogni singola circostanza, bisogna ricordare a se stessi: «Ma questo non sarà qualcosa di non necessario?». E non si devono eliminare soltanto le azioni non necessarie, ma anche le rappresentazioni non necessarie: perché così non ne seguiranno neppure azioni superflue.

  • roberto:

    MENO MALE, SIAMO SEMPRE DI PIU’, AVANTI TUTTA…………….

  • 1:

    frequentare queste feste può esere l’occasione per aprire qualche gabbia…. ;-)

  • Rita:

    E’ capitato che quando mie figlie erano piccole, si intenerissero vedendo i cardellini in gabbia al mercatino settimanale. Allora io, mio marito e loro ne abbiamo comprato alcuni e tornati a casa li abbiamo fatti volare dalla finestra. La finestra del mio salotto è aperta verso il panorama del porto: riesci a immaginare l’emozione nel seguire il loro volo aperto verso la libertà? Da allora facciamo propaganda contro l’odiosa usanza di tenere gli uccellini in gabbia.

  • Chicca:

    Anche vicino a noi una volta l’anno c’e’ una sagra dove si vendono uccelli, criceti tartarughine ecc.
    Vorrei fare come Rita, ho anche io un nipotino, ma ho bisogno di un consiglio: e’ vero che questi uccelli non sono poi in grado di sopravvivere liberi?

    Sono contenta di poter rispondere a questo articolo per sciogliere questo dubbio e sapere se farei una buona cosa per il mio nipotino.
    Odio sbagliare in buona fede, nella mia vita purtroppo l’ho gia fatto!
    Ciao a tutti e grazie.

  • Rita:

    @ Chicca:
    Può darsi che quelli nati in gabbia, che di solito sono i più pregiati (pappagallini, canarini, ecc.) abbiano il problema che hai accennato. Ti consiglio di cercare in rete un consiglio di un esperto. Ma per quanto riguarda cardellini, canarini di monte, verdoni, cincie, di solito sono catturati con delle trappole già da adulti. La loro liberazione non presenta loro nessuna difficoltà. Se poi hai la fortuna di avere un giardino, anche piccolo, o di abitare vicino a un giardino, se l’uccellino dovesse trovarsi inadatto alla libertà improvvisa, per un pò di tempo gironzolerà lì attorno, dandoti la possibilità di mettergli cibo e acqua. Occhio ai gatti, però!
    Cordiali saluti

  • Chicca, dipende da due cose: dalle specie e da come è messo il singolo volatile.
    Se è nato in cattività, potrebbe avere qualche difficoltà ad adattarsi in natura (canarini e cocoriti è meglio se stanno in gabbia perché liberi andrebbero incontro a morte sicura), ma tutti gli altri – esotici esclusi – possono essere reintrodotti, anche dopo anni dacché sono stati fatti prigionieri.
    L’altro aspetto da considerare sono le condizioni in cui si trovano gli uccelli. Se sono mancanti di penne remiganti (delle ali) o timoniere (della coda), non possono volare e finirebbero subito in bocca a qualche gatto. Se hanno le penne remiganti e timoniere a posto puoi liberarli, meglio se in zone verdi. Siccome saranno traumatizzati, non aspettarti che restino vicino casa, giacché la loro reazione sarà quella di scappare il più lontano possibile dagli esseri umani.
    Tuttavia, liberare un animale selvatico prigioniero a scopi educativi è sempre positivo per un bambino e io penso che al tuo nipotino stai già impartendo un’adeguata e rispettosa educazione, anche senza esempi pratici, considerato che dando i nostri soldi ai commercianti di animali si tiene in piedi la catena che arriva fino alla cattura degli animali. Sarebbe meglio non incrementare tale commercio con il nostro denaro. E pertanto a volte è preferibile resistere alla tentazione di comprarli.

    Rita, cosa sono i…..canarini di monte?

  • Rita:

    @ Roberto:
    Ehm, bella domanda. Posso solo descriverlo poichè il nome “canarino di monte” dev’essere di origine dialettale (sono cagliaritana) e non conosco il termine italiano, come succede per altre specie di uccelli, pesci o piante tipicamente sardi. Comunque è un uccellino piccolo come un passero e tutto verde; di un verde non brillante, ma leggermente tendente al giallo. Non ricordo il colore del becco. Lo si trova appunto in alta collina e non disdegna la compagnia di altri uccelli di altre specie. Deve il suo nome al canto particolarmente limpido e vivace.
    Poi, riguardo alla domanda di Chicca e alla tua risposta, mi sono ricordata che vedo sempre più spesso pappagallini liberi in città. Penso perciò che siano animaletti che si adattano facilmente a essere liberi e se è così è un bene per la nostra causa animalista.
    Cordiali saluti.

  • Rita, credo sia il verdone:

    http://digilander.libero.it/verdecammina/verdone.htm

    Riguardo ai pappagalli nelle città italiane, sapevo che alcune piccole popolazioni si erano ambientate nei giardini pubblici di Genova, città dal clima mite anche d’inverno, ma non mi sarei aspettato che il fenomeno prendesse piede anche a Cagliari o in qualche altra città italiana.
    Non sono sicuro, poi, che si tratti di pappagallini ondulati (cocoriti), ma potrebbero essere anche gli inseparabili, che sono un po’ più grossi. Sarebbe una questione da approfondire.
    Ciao.

  • Rita:

    A Roberto:
    Thank you….

  • [...] Continua qui: Gabbie [...]

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