Prima di affrontare e di incamminarci direttamente verso il tema centrale dell’articolo, c’è bisogno di fare un “piccolo” excursus storico che affonderebbe le sue radici addirittura negli anni ’30 del ‘900, ma per semplificare il flusso di questa storia, con tante ombre e poche luci, partiamo dal dopoguerra. Dopo la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica, i maggiori partiti italiani dell’epoca, la DC e la sinistra facente capo al PCI, si trovarono a decidere insieme quale struttura economica dare al nascente Stato italiano. Vennero rifiutati entrambi i sistemi dominanti dell’epoca, cioè il liberismo statunitense e il collettivismo sovietico; la nuova forma economica che prese vita fu quella dello stato imprenditore. Con questo modello il potere economico statale si trovava a competere con le leggi del mercato, in concorrenza con i privati, con lo scopo di incoraggiare, anche con l’ausilio privato, l’economia del paese. Questo è il sistema della cosiddetta “terza via”, che aiuterà l’Italia a crescere dal dopoguerra in avanti
Alla base dello stato imprenditore vi era l’IRI, nato nel 1933 come ente di “salvataggio”, che dopo il 1948 divenne il vero e proprio regolatore dei rapporti statali nel mondo industriale ed economico. Dagli anni cinquanta in poi fu il vero strumento di ammodernamento del paese; il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario, settore alimentare, trasporti, ecc. Sostanzialmente l’IRI fu una delle strutture produttive nazionali complesse, capace di misurarsi e competere con i settori di alta tecnologia e alta produttività sorti nel resto d’Europa. Un altro ente importante per comprendere al meglio la presenza dello stato nell’economia era l’ENI, impegnato nel settore degli idrocarburi. Esso gestiva le partecipazioni statali nel settore dell’industria petrolifera e nei settori della petrolchimica, e fu all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi. Da menzionare per la loro relativa importanza nel campo dell’intervento statale, l’EFIM (ente finanziamento industria meccanica) e l’EGAM (ente gestione aziende minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo Stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.[2]
Fin qui la storia sembrerà sicuramente didascalica e scolastica, però tutto ciò è necessario conoscerlo, per affrontare la parte interessante e “sconvolgente” di questa narrazione avendo acquisito una buona dose di concetti base.
Entriamo finalmente nel vivo, e arriviamo alle avvisaglie di quello sarà poi il grande saccheggio della nostra Nazione.
Anni ’80, qui incontriamo i primi due personaggi chiave: Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo, invece, era ed è il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. Prodi, nei 7 anni che sarà alla guida dell’IRI, darà prova di grande ambiguità e scaltrezza, infatti, in qualità di presidente concederà alla società di consulenze finanziarie “Nomisma”, della quale è dirigente, incarichi miliardari (alla faccia del conflitto di interesse). Il primo grande colpo di Prodi alla presidenza dell’IRI fu la vendita dell’Alfa Romeo alla FIAT, dalla quale la sua Nomisma prese grosse somme in tangenti, per soli 1000 miliardi a rate, mentre la FORD offriva 2000 miliardi in contanti (il fiuto per gli “affari” è sicuramente innato!).[3] E’ nel 1986 che Carlo De Benedetti sale in cattedra. Infatti, un anno prima, il governo presieduto da Bettino Craxi decise di privatizzare il comparto agro‐alimentare dell’IRI, la SME, che presentava bilanci in deficit. Il consiglio di amministrazione dell’IRI fu incaricato dell’operazione, anche se la decisione finale spettava al governo.[4] Il buon Romano Prodi si mise subito all’opera. Con accordi privati con la Buitoni (presieduta da De Benedetti), svende il 64,36% della SME a soli 393 miliardi, quando il valore complessivo di mercato era di circa 3.100 miliardi.[5] Naturalmente, secondo chissà quale visione economica naif, Prodi non prende neanche in esame le offerte maggiori degli altri acquirenti interessati alla SME. Alla fine, comunque, a rompere le uova nel paniere al duo De Benedetti‐Prodi è Bettino Craxi, il quale non diede autorizzazione di vendita e ritenne di mantenere la SME nell’ambito pubblico.[6] Queste sono solo le prime avvisaglie di un “colpo grosso”, che porterà allo smantellamento completo dell’assetto economico italiano.
Gli anni ’90 si aprirono subito con grandi sconvolgimenti e grandi temi da affrontare: iniziò la stagione di “mani pulite”, furono assassinati i giudici antimafia Falcone e Borsellino, il debito pubblico arrivò ai massimi storici e vi fu un attacco speculativo alla lira e alle altre valute europee, da parte del finanziere George Soros, che portò alla distruzione del “sistema monetario europeo”.[7]
Andiamo con ordine, è il 2 giugno 1992, sul panfilo “BRITANNIA” di sua Maestà la Regina Elisabetta, ci fu un incontro più o meno riservato tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, oltre all’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario DRAGHI”. La discussione fu incentrata sul tema delle “privatizzazioni” del comparto pubblico italiano, e la discussione si basò soprattutto su una critica al sistema italiano, reo di essere “lontano da un vero processo di privatizzazioni per ragioni culturali, di sistema politico e di specificità delle aziende da cedere“, come ebbe a dire sullo “yacht reale” il presidente dell’INA Lorenzo Pallesi.[8] Ad inasprire il dibattito ci pensò il consigliere di Confindustria Mario Baldassarri, che incalzò:” Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”.[9] Quindi, se in quell’Italia la volontà politica non era propensa alle privatizzazioni, i vari manager pubblici e persone del calibro di Draghi, uomo della finanza internazionale, erano già catapultati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta nel spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire.
Torniamo indietro di 5 mesi, andiamo al 17 febbraio 1992, data dell’arresto di Mario Chiesa, che darà avvio alla stagione di “mani pulite”. Da lì a pochi mesi un’intera classe politica sarà spazzata via dalle inchieste di Di Pietro & co. I partiti letteralmente distrutti da questa stagione giudiziaria furono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, i quali avevano una caratteristica comune: erano fortemente intrisi di “statalismo”, cioè erano fortemente inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, e non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Sicuramente, questo era un sistema lontano anni luce da quello degli affaristi della “city” di Londra e dei nuovi liberal/liberisti italiani. Da qui inizia la fase dei cosiddetti “governi tecnici” e nel 1993 il Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e il suo governo istituiscono il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, con presidente Mario Draghi (vedi “Britannia”), e il ministro degli Esteri Beniamino Andreatta (vedi “Britannia”) istituirà accordi con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert, affinché le aziende di Stato possano diventare appetibili per il capitale privato.[10]
Avete notato cosa è successo? Ricordate le 4 condizioni per le privatizzazioni del “Britannia”?
Numero 1 (una forte volontà politica): dopo la scomparsa, causa Tangentopoli, dei partiti storici DC/PSI, si avvicendarono al governo vari “tecnici”, tutti fortemente propensi al nuovo corso economico; i nomi e cognomi di questi tecnici sono: Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Lamberto Dini, i già citati Andreatta e Draghi ed in seguito anche altri protagonisti.[11]
Numero 2 (un contesto sociale favorevole): beh, in quegli anni di grande caos, dove l’indignazione contro una classe politica “corrotta”(e statalista) che veniva spazzata via dalle inchieste(?) era alta, e dove il debito pubblico schizzava alle stelle, anche se non era un reale problema, il contesto era sicuramente favorevole per lasciare spazio alle privatizzazioni.
Numero 3 (un quadro legislativo chiaro): il quadro normativo cominciò ad essere chiaro dal 1993, con il già citato accordo Andreatta/Van Miert, che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse e l’azzeramento del debito delle imprese statali. [12]Inoltre, con il cosiddetto “decreto Amato” si trasformarono in società per azioni l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA, e con successivi decreti verrà regolamentata la pratica delle privatizzazioni.[13]
Numero 4 (un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni): ed ecco anche l’ufficio, cioè il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi.
Ecco, ora i tasselli del puzzle sembrano incastrarsi meglio, nel giro di pochi anni gli interessi della grande finanza sono riusciti a mettere tutte le cose in ordine, grazie a: tangentopoli (giustizia a orologeria?) e ad una classe politica completamente asservita (vedi sopra). Vediamo ora il secondo step di questo processo e cioè le privatizzazioni vere e proprie.
Nel corso del 1993 ritorna in auge un personaggio che abbiamo già incontrato nella nostra storia: Romano Prodi. Ritornato alla presidenza dell’IRI, dopo esser stato consulente per la Goldman Sachs, Prodi procedette alla svendita del gruppo Cirio-Bertolli-De Rica (comparto SME), alla società Fisvi, la quale non aveva i requisiti necessari per l’acquisto. Ed ecco perché questo giochetto: la Fisvi acquista a due soldi il gruppo, e a sua volta cederà il controllo della Bertolli all’UNILEVER (multinazionale alimentare anglo-olandese). Chi era “l’advisory director” (direttore per le consulenze) dell’UNILEVER?? La risposta è semplice: l’impareggiabile Romano Prodi.[14] Risale al 1993 anche la prima privatizzazione di una delle grandi banche pubbliche, il “Credito Italiano”. La “Merril Lynch” (banca d’affari americana), incaricata come consulente dall’IRI, valuterà il prezzo di vendita del Credito Italiano in 8/9.000 miliardi, ma alla fine verrà svenduta per 2.700 miliardi, e cioè il prezzo stabilito dalla “Goldman Sachs”(altra banca d’affari americana).[15] Sempre quell’anno verranno cedute anche le quote della COMIT, che assieme al Credito Italiano e alla BNL detenevano il 95% delle azioni della Banca d’Italia. Come consulenti per la cessione delle banche furono chiamati uomini come Mario Monti, Letta, Tononi e Draghi, tutti gravitanti nell’orbita “Goldman Sachs”.[16] Nel 1994, dopo le prime elezioni post Tangentopoli, al governo andrà il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sul quale peserà il sospetto di eccessiva accondiscendenza ad Alleanza Nazionale, che aveva in Antonio Parlato, sottosegretario al Bilancio, e nel vicepremier Giuseppe Tatarella due posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni.[16] Comunque, il governo Berlusconi durò pochi mesi, e alla presidenza del consiglio fu sostituito dal “tecnico” Dini. Con Dini, nel 1995, cominciò la prima fase di privatizzazione dell’ENI, dove fu dismesso circa il 15% dell’intero pacchetto azionario.[18] Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato dal “santo spirito” Romano Prodi, che cede un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. E’ nel 1997 che Prodi dà il meglio di sé, infatti, ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti. Sugli “affari” fatti dai due, l’ex segretario del Partito Liberale ed ex ministro dell’Industria Renato Altissimo sentenziò: “Infostrada — cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato – fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila – ripeto – 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”.[19] Un vero e proprio regalo si direbbe! Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo irrisorio, infatti, appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più (+ 514%).[20]
Dopo la caduta del governo Prodi nell’Ottobre 1998, a prendere il suo posto è Massimo D’Alema, uno dei tanti post-comunisti convertitisi alla causa liberista, che nel Novembre dello stesso anno privatizzerà la BNL, con la consulenza della JP Morgan (altra banca d’affari americana).[21] Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton (quella delle magliette). L’ultima fase di privatizzazione riguarda quel poco che era rimasto all’ENI, infatti, l’onnipresente Goldman Sachs acquisterà l’appetibile patrimonio immobiliare dell’ente per il valore di 3000 miliardi di lire. La cara Goldman farà incetta anche di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo, mentre la Morgan Stanley (ennesima banca d’affari americana) si catapulterà all’acquisto dei patrimoni di Unim, Ras e Toro. Secondo studi eseguiti dal “Sole 24 ore”, i gruppi esteri oramai posseggono più patrimoni ex-pubblici di quanti ne posseggano gruppi italiani.[22] La fase delle privatizzazioni si può ritenere chiusa nel 2002, con la dismissione e la liquidazione dell’IRI.
Così, in meno di 10 anni, un intero sistema economico viene distrutto e tutto quello che ha reso l’Italia uno dei più grandi paesi a livello internazionale viene ridotto a poco più che uno spezzatino. Grazie allo scempio di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL, e cioè della sua ricchezza. I maggiori artefici di questo processo predatorio dello Stato italiano sono gli stessi uomini che ci hanno consegnato nelle mani dell’Europa e nella morsa della moneta unica. Sono gli stessi che oggi vengono pontificati come profeti della buona politica,“grandi statisti”; ma prima o poi arriverà anche per loro, il giorno in cui dovranno rispondere al tribunale della storia e a tutti gli italiani per il loro alto tradimento alla patria. Per gli affaristi, che hanno svenduto l’Italia e gli italiani al peggiore offerente, quel giorno arriverà.
Sperando che giustizia ci sia.
A.D.G. La Voce del Corsaro






























Bene, fai bene a rispolverare questa storia recente perchè i protagonisti sono ancora in giro e pontificano soprattutto nel giornale di De Benedetti; e i boccaloni ancora ci cascano…
Posso solo fare un amaro commento: provo tristezza e rabbia sapendo che ancora ci sono milioni di coglioni che eleggerebbero come Presidente del Consiglio uno di questi delinquenti.
Quando un popolo ignora ciò, cosa possiamo aspettarci di più?
Purtroppo, la storia ci insegna che le masse non hanno mai contato nulla. Almeno una volta un tentativo di rivoluzione e/o ribellione c’era, adesso nulla, c’è il vuoto.
Lo ripeto: preferivo le masse ignoranti e intelligenti di una volta a quelle attuali, acculturate ma plagiate, becere e stupide.
Avete mai provato a parlare in giro di tutto questo?Io ho provato e la gente o non ci crede o gli da poca importanza o se lo dimentica il giorno dopo. Finisci il discorso e immancabilmente ti cominciano a parlare delle escort di Berlusconi della corruzione di questo o di quel politico ecc…l’industria dell’indignazione ha lavorato bene ed ha affondato le menti delle persone comuni…siamo ormai imprigionati nella trappola euro e solo una grande presa di coscienza da parte del popolo potra farcene uscire, cosa che in Italia non accadrà mai, soprattutto se ci continueranno a dare quel minimo di illusione di benessere(cellulari, computers, aperitivi la sera, cene al ristorante & C.)parlo soprattutto dei giovani che dovrebbero essere la forza trainante di un possibile movimento…non nutro speranze ma vi auguro buona fortuna.
Aimè hai centrato il problema.
Purtroppo è così.
è incredibile come ancora la gente non abbia chiaro questo fenomeno di depredazione di massa!
i governanti sono al soldo della lobby finanziaria. sia a destra che a sinistra. quella lobby che continua a trafugare a manbassa. ma a forza di rubare la mucca crolla e che mungeranno? saranno caxxi nostri. e pensare che siamo tra i primi paesi industriali al mondo, tra i piu’ ingeniosi e tecnologicamente produttivi.un comitato
ma che possiamo fare? andiamo in strada a sparare…e poi chi va al potere. un comitato nazionale temporaneo sponsorizzato dai giornali nazionali al soldo della lobby finanziaria?
Si intanto cominciamo pure ad andare in piazza a sparare a quei luridi componenti facenti parte la “casta”…e poi una volta cominciato, si presume che chi si prende la briga di andare al comando sia persona di sani principi, altrimenti si continua con la mattanza.
Non vedo quale sia il problema. Le cose sono 2 : o continuare a farsi macellare impunemente come han sempre fatto, o cominciare e difendersi purtroppo macellando (non vedo altri modi).
Condivido l’articolo in pieno nonchè i diversi commenti, purtroppo, purtroppo nel senso che la maggioranza degli italioti è quella che viene citata nei commenti. Personalmente il demaledetti l’ho conosciuto quando ha distrutto la Olivetti e C. spa di Ivrea per compiacere gli americani, come impiegato tecnico interno la realtà l’ho vista di persona mentre i soliti giornali locali venduti al padrone sparavano cazzate a tutto spiano, aggiungo anche che i soliti sindacati della triplice, tutti insime, hanno collaborato con demaledetti alla faccia degli operai illusi che pagavano la tessera e credevano a tutte le balle raccontate dai medesimi; umanamente non so cosa si possa fare per cambiare le cose visto che nelle rivoluzioni sono sempre i bastardi assassini che la spuntano sui cittadini inermi e corretti.
Non riesco ad aprire i link [3] [5] [6] [8] [9] [10] [12] [13] [16] [20].
Aggiungerei anche altre cosucce all’elenco, tipo FIAT, Alfa Romeo, Alitalia, SIP, Montedison, Alitalia, ecc. ecc.
Comunque per quante nefandezze accadano all’italiota medio non importa niente che si tratti di Francia o Spagna, l’importante è che se magna.
E in quanto a mangiare, non siamo secondi a nessuno, sia chi “governa” o ha “governato” almeno a partire dalla metà degli “splendidi anni ’80″.
Una cosa mi rattrista più di altre, per quanto ce lo continuino a mettere in quel posto non succede nulla a livello di pubblica opinione; almeno in Grecia la gente con le pallle piene scende in piazza: per il momento non ha ottenuto molto, ma almeno ha dimostrato di avere un briciolo di dignità cosa che all’italiota manca totalmente.
A proposito, in tutto il balletto relativo alle province (le aboliamo si, no, forse, qualcuna, una, nessuna o centomila….) qualcuno si è mai chiesto perchè, anche se passasse la linea “abolizionista” non si toccherebbero comunque Trento e Bolzano ? Semplice, perchè il giorno dopo partirebbero le bombe ed è dimostrato dalla storia che sanno dove metterle… con questo non giustifico la violenza, ma resta il fatto che i cambiamenti a favore di qualcosa o qualcuno avvengono solo al verificarsi di certe condizioni a meno che non ci sia un nuovo Mahatma Gandhi, cosa che allo stato attuale non vedo possibile…sarebbe già molto trovare dei politici onesti e non degli zerbini al servizio di “economisti”, agenzie di rating varie & eventuali, multinazionali, banchieri, ecc. ecc.
Come al solito c’e’ qualcuno che usa il dispreggiativo “italioti”, mi chiedo ma siete tutti nati in fasce sulle barricate? le vostri madri erano tutte pasionarie? i vostri padri tanti comandanti marcos? prima di offendere pensate che comunque offendete anche i vostri cari, se loro non vedono quello che vedete voi e’ perche’ il sistema funziona, non piangiamoci addosso, siamo i migliori, leggete l’articolo di questo signore che non e’ certo di destra: http://www.fisicamente.net/SCI_SOC/index-1762.htm
poi anche questo: http://www.cartesio-episteme.net/istruzioni.htm che non e’ certo di sinistra. Siate fieri di essere ITALIANI .
De Benedetti, tessera numero 1 del PD.
Ma quelli oggi sventolano il tricolore.
Sono fiero di non essere italiano.
Ottimo articolo.La BNL interessava molto alla sinistra perchè gestiva il fondo di finaziamento alle COOP,fondi quasi tutti a fondo perduto attraverso il quale le cooperative
finanziavano i loro investimenti sulle spalle del debito pubblico.
Cosa dire poi del fallimento della Federconsorzio,scandalo tra gli scandali,dove nessuno mai ha messo il nasino,oppure della distruzione della chimica italiana,dove i nemici
erano all’interno,dirigenti che portavano in perdita fior di società con appogi politici,per poi ricomprali sul”libero”mercato a costo zero.
Questa è la storia dell’economia italiana,storia di vigliacchi tradimenti sulla pelle dei lavoratori sfruttati e beffeggiati.