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Secondo il medico tedesco Ryke Geerd Hamer, l’eziologia delle malattie va ricercata nella psiche. Dai suoi studi, egli giunse alla conclusione che l’inizio del processo di malattia fosse rappresentato da un evento shockante, che colpisce l’individuo in maniera inaspettata, da lui definito Sindrome di Dirk Hamer (DHS).

Il lavoro di Hamer s’inserisce all’interno dello storico filone di ricerca psicosomatico, ma le conclusioni a cui giunge completano così tanto il quadro da andare a ridefinire nella sostanza il concetto stesso di malattia. La reazione del mondo accademico non fu favorevole, ma le recenti acquisizioni della neurobiologia spiegano esattamente cosa succede a livello psichico, cerebrale ed organico durante la DHS e come mai la tutta ricerca sullo stress abbia fallito, mantenendo i ricercatori all’interno dell’antica convinzione della malattia come “errore della natura”.

Dott. Danilo Toneguzzi, psichiatra, psicoterapeuta; presidente Comitato Scientifico di ALBA (Associazione Leggi Biologiche Applicate)

…CONTINUA DALLA PRIMA PARTE (Che potete trovare nelle iconcine sulla colonna di  sinistra.)

È innegabile che la ricerca sullo stress, da Cannon a Mason, era partita bene, ma, successivamente, si è intrappolata all’interno dello stesso paradigma da cui ha tentato di staccarsi: Cartesio è, in effetti, più duro a morire di quel che non si pensi! Nel tentativo di decollare dal riduzionismo di fine Ottocento, in una direzione – quella olistica o sistemica – che già la fisica quantistica ed i modelli cibernetici della prima metà del Novecento lasciavo intravedere, la medicina psicosomatica è miseramente scivolata di nuovo nel meccanicismo riduzionistico dei secoli passati, condito solamente dai nuovi concetti quali: idiopatico, polietiologico, multifattoriale, multicausale, ecc. Invece che riunire, spezzetta ancora di più.

L’effetto più tragico del moderno riduzionismo lo si vede nel fiorire delle cosiddette équipe multidisciplinari, che sembrano tanto all’avanguardia ma che tanto più multiple sono, tanto più dividono il paziente: “i clinici si sentono molto tranquilli e progressisti quando includono uno psicologo nella loro equipe medica – meglio ancora se è uno “corporeo” – così si formano le équipe multidisciplinari, in cui multiplo è il numero di persone che vedono parti diverse dello stesso soggetto” (Shnake, 1995).

Sostiene ancora la Shnake: “La Medicina Psicosomatica è un grande schermo che copre uno dei fallimenti più drammatici della medicina. Si ampliano i servizi, si aggiunge personale “specializzato” nelle équipe oncologiche, si organizzano congressi ove si riconosce il fattore psicologico nel cancro o nell’asma, nelle gravidanze tubariche, nell’ulcera, negli incidenti automobilistici… La psichiatria e la psicologia hanno vinto la loro battaglia! Non c’è più un quadro clinico in cui non è riconosciuto il fattore psicologico. Finalmente la dimensione psichica forma parte dell’essere umano. (…) Eppure non sono riusciti a divincolarsi dall’attraente approccio medico, che insiste nel chiamarsi scientifico e che li ha obbligati a costruire un ibrido con cui sono consapevoli di non aumentare la saggezza del corpo né contribuire – come era il sogno di Freud – ad una maggiore libertà dell’uomo, a renderlo meno dipendente e schiavo dell’altro” (Shnake, 1995)

Ma se la Medicina Psicosomatica, che si pone come la disciplina che, per eccellenza, tenta di superare il dualismo mente-corpo, al di là delle presunte apparenze, è scivolata nuovamente nel riduzionismo meccanicistico dei secoli antichi, un’altra recente disciplina, la psico-oncologia, che presume anch’essa un’attitudine olistica nei confronti del paziente, è scivolata ancora più in basso. In uno dei testi più accreditati nella letteratura italiana, il “Manuale pratico di psico-oncologia”, si afferma nelle prime righe di presentazione che: “La Psico-oncologia costituisce in ambito sanitario un riferimento per tutti coloro – oncologi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti – che nel trattamento della malattia neoplastica hanno una visione olistica del malato, tesa a tutelare e favorire una migliore qualità di vita del paziente considerandolo nella sua complessità, vista la inscindibilità negli esseri umani della componente biologica da quella emozionale” (Grassi, Biondi, Costantini, 2003, pag. IX). Peccato che nelle trecentoventi fitte pagine del testo non c’è una riga in cui si accenni alla possibilità, anche remota, che le emozioni abbiano una qualche determinante nella genesi del cancro! In tutto il manuale pratico di psico-oncologia, le emozioni sono considerate solo in quanto “vissuto di malattia”, cioè la reazione emotiva del paziente alla malattia tumorale! Viene proprio da chiedersi cosa si intenda con il termine “olistico” o con “l’inscindibilità negli esseri umani della componente biologica da quella emozionale”…

Certamente la cura dell’aspetto emotivo dell’ammalato, delle sue reazioni e delle strategie di coping attuale è nobile nonché fondamentale; ma cosa c’è di così nuovo e scientificamente all’avanguardia in questa che, da sempre, è l’attitudine dei sacerdoti e dei religiosi con gli ammalati? Già Gesù Cristo, ben duemila anni fa invitava a prendersi cura amorevolmente delle persone che soffrono!

Se per la Medicina Psicosomatica l’emozione altera i fattori che predispongono e favoriscono l’impianto della malattia, con la Psico-oncologia arriviamo addirittura a considerare l’emozione solamente in termini di reazione e adattamento alla malattia: non soltanto si ritorna nel riduzionismo meccanicistico, ma non si considera neanche lontanamente l’idea che le emozioni possano avere una qualche valenza in termini etiologici. Implicitamente siamo tornati alla completa negazione che il vissuto e le emozioni, relegate alla “predisposizione” o alla “conseguenza”, abbiamo un ruolo significativo nella genesi delle malattie.

Il cambio di paradigma.

Nel 1981, il dott. Hamer sostiene, invece: “Ogni Programma SBS è causato da una DHS”. Questa affermazione trova, quindi, degli antecedenti nella ricerca scientifica del tempo ma, al tempo stesso, rappresenta, questa volta, un reale cambio di paradigma.

Con la sua intuizione avrebbe potuto infilarsi nella corrente di ricerca alquanto fertile e popolata del suo tempo (siamo, infatti, agli inizi degli anni Ottanta) ma, per fortuna, la sua intuizione si appoggiava chiaramente al di fuori del paradigma meccanicistico fin da subito.

Nella Legge ferrea del cancro, Hamer evidenzia tre criteri fondamentali:

  1. Ogni programma speciale, biologico e sensato (SBS) inizia con una DHS (Sindrome di Dirk Hamer), cioè con uno shock conflittuale gravissimo, inaspettato, altamente drammatico vissuto con un senso d’isolamento, contemporaneamente su tre livelli: nella psiche, nel cervello e nell’organo.

  2. Nell’istante della DHS, il contenuto del conflitto biologico, ovvero la maniera in cui la persona percepisce un determinato evento, determina sia la localizzazione del SBS nel cervello con il cosiddetto Focolaio di Hamer, sia la localizzazione nell’organo come cancro o malattia oncoequivalente.

  3. Il decorso del programma SBS è sincrono su tutti i livelli (psiche – cervello – organo) dalla DHS fino alla soluzione del conflitto, compresa la crisi epilettoide nel punto culminante della fase di riparazione e il ritorno alla normalità.

I tre criteri della Legge ferrea portano in sé la risposta ai “buchi neri” su cui la ricerca sullo stress la Medicina Psicomatica si sono insabbiati, soprattutto al dibattito tra gli elementi aspecifici e specifici della risposta organismica e alla scelta dell’organo.

Gli elementi di svolta che si differenziano dalla ricerca sullo stress sono:

  • La reazione dell’organismo, scatenata dalla DHS, avviene per un interessamento diretto del cervello in aree diverse e specifiche.

  • La reazione dell’organismo, scatenata dalla DHS, avviene da parte di organi specifici, in relazione al tipo emozioni.

La scoperta eccezionale alla Tac.

Hamer ha potuto evidenziare tali assunti grazie al tipo di ricerca da lui condotta, partita sostanzialmente dal dramma familiare “shockante” che lo ha colpito in prima persona e non secondo un modello prestabilito dalla letteratura del tempo, nonché dall’osservazione diretta, attraverso lo studio della TAC cerebrale, di “qualcosa” – che chiamò focolai di Hamer – che succedeva nel cervello, sempre nello stesso punto, a seconda della medesima malattia.

La sua ricerca empirica lo portò a mettere l’attenzione sullo shock della DHS, anche se la letteratura del tempo, nonostante avesse da decenni gli occhi sui meccanismi di reazione allo stress, fosse alquanto confusa proprio in merito a ciò. C’è da dire, in ogni caso, che negli anni successivi determinate prospettive di ricerca nell’ambito delle neuroscienze hanno fatto molta luce sui meccanismi delle reazioni emotive ed, in effetti, ora ne sappiamo molto di più su cosa avviene in quel momento in cui Hamer ha posto l’inizio di quella catena di eventi che normalmente è chiamata “malattia”: oltre alle verifiche empiriche condotte da Hamer, abbiamo, ora, la conferma anche dalle più recenti acquisizioni delle neuroscienze.

La chiave di volta sta esattamente nella comprensione dei meccanismi neurobiologici delle emozioni.

Dalla storia dell’orso alla scoperta del Cervello Emotivo.

Mason, con l’idea che il “mediatore unico” ipotizzato da Selye fosse rappresentato dalle emozioni, è stato il ricercatore che più si è avvicinato alla scoperta delle leggi biologiche di Hamer. Purtroppo, alla fine degli anni Settanta, la ricerca sulle emozioni era ancora troppo confusa e contraddittoria per poter sostenere una tesi di tale portata e, in ogni caso, condizionata dal vecchio paradigma riduzionistico e dualista.

La emozioni hanno rappresentato un oggetto di interesse per scienziati e pensatori di tutti i tempi. Dai tempi antichi in cui si disquisiva su temperamenti, passioni e umori, filosofi, lettereati e uomini di scienza hanno tentato di spigare e collocare all’interno dell’esistenza umana il senso e la funzione della dimensione emozionale.

Gli scienziati hanno cercato di scoprire, oltre al capirne il funzionamento, dove fosse la sede delle emozioni, ma i problemi erano rappresentati dal fatto che il contenuto cosciente dell’emozione – il sentimento, come è definito in neurobiologia – mal si presta all’indagine scientifica. Per questo, l’emozione è rimasta campo d’indagine da parte delle discipline fondate sull’introspezione, come la psicoanalisi, ma che non permette una comprensione biologica del funzionamento, oppure si è limitata allo studio delle reazioni comportamentali fisiologiche, come, ad esempio hanno fatti i comportamentisti, giudicando la coscienza un tema inadatto all’indagine scientifica, oppure è stata deliberatamente esclusa dall’indagine, come ha fatto la corrente di pensiero denominata congitivismo, centrata maggiormente sui processi inconsci di elaborazione dell’informazione, piuttosto che sui contenuti di tale elaborazione. La comprensione dei meccanismi emotivi, quindi, è stato sicuramente il campo più difficoltoso per le scienze della mente nell’ultimo secolo.

William James, considerato il padre della psicologia americana, scrisse nel 1884 un articolo apparso sulla rivista “Mind” dal tipolo “What is an emotion?” (Cos’è l’emozione?) che fece storia e diede inizio, di fatto, all’indagine sulla natura delle funzioni emotive. La riflessione di James partiva dalla seguente domanda: “Perché di fronte ad un orso proviamo paura?” A quel tempo, così come, per certi versi attualmente, il senso comune sosteneva che, di fronte un orso proviamo l’emozione della paura perché è pericoloso e, in conseguenza a ciò, scappiamo. Ebbene, W. James propose una prospettiva diversa: egli sosteneva che, di fronte all’orso, l’organismo reagisce con una risposta essenzialmente fisica che, nel momento in cui viene percepita a livello cosciente, genera successivamente l’emozione della paura. L’emozione, secondo James, sarebbe, pertanto, l’effetto sulla coscienza della retroazione da parte dell’organismo: in altri termini, non scappiamo perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché siamo spinti alla fuga (James, 1884).

La prospettiva di W. James gettò le basi per una indagine sulle emozioni che tenesse conto della dimensione fisico-corporea, quale elemento sostanziale di mediazione in quel fenomeno che chiamiamo emozione. In effetti, i contenuti coscienti dell’emozione sono sostanzialmente delle percezioni di stati fisici: il cuore che accelera, la pelle che suda, una pressione al petto, una contrazione delle viscere, ecc. Appare sensato, quindi, considerare il coinvolgimento del corpo nel processo emozionale. Ma in che termini?

Gli studi successivi portarono a considerare che le risposte fisiche fanno sì parte integrante delle emozioni ma, visto il tempo in cui esse avvengono, sostanzialmente più lungo rispetto alla percezione cosciente, condussero W. Cannon, che abbiamo già incontrato a proposito delle ricerche sulla reazione d’allarme e P. Bard formulare nel 1929 una teoria secondo la quale le emozioni coscienti, ovvero i sentimenti, e le reazioni del corpo avvengono attraverso meccanismi indipendenti e separati: lo stimolo emotivo (che arriva all’organismo attraverso i canali sensoriali che confluiscono nel talamo) produce i sentimenti per azione diretta sulla corteccia cerebrale, mentre, attraverso circuiti paralleli, a mediazione ipotalamica, viene generata una risposta fisica (Cannon, 1929; Bard, 1929).

Il dibattito proseguì tra queste due posizioni fino agli anni Cinquanta, quando venne formulata una delle teorie che ebbero più seguito nella ricerca sulle emozioni. Nel 1949, infatti, il ricercatore Paul McLean ipotizzò la teoria del “cervello viscerale”, come lo chiamò inizialmente, o “sistema libico”, come lo ribattezzò nel 1952, come la sede del “cervello emotivo”, ovvero la sede delle strutture responsabili delle emozioni (McLean, 1949, 1952).

McLean riprese la teoria formulata poco prima della seconda guerra mondiale da James Papez, un anatomista che descrisse un circuito particolare quale responsabile dell’esperienza emotiva. Da considerazioni analoghe a quelle di Cannon e Bard, Papez pensava che gli stimoli sensoriali, afferenti attraverso le vie talamiche andassero direttamente alla corteccia cerebrale e all’ipotalamo. Le esperienze emotive, però, sarebbero state generate anche dal coinvolgimento del talamo anteriore, dall’ippocampo e dalla corteccia cingolata, una parte della corteccia mediale degli emisferi – chiamata anche rinencefalo – filogeneticamente più antica. Proprio alla corteccia cingolata Papez assegnava la funzione d’integrazione tra gli stimoli provenienti dalla corteccia cerebrale laterale – filogeneticamente più recente – e dall’ipotalamo (Papez J.W., 1937).

Ebbene, Paul McLean riprese il circuito di Papez e tentò una teoria generale del cervello emotivo, influenzato non solo dalla neuroanatomia, ma che dalla psicologia dell’inconscio freudiana. Il punto di partenza, a quell’epoca, era che nella genesi delle emozioni erano determinati l’ipotalamo, da un lato e la corteccia cerebrale laterale, o neocorteccia, dall’altro; si sapeva, però che tali strutture avevano poche vie di connessione tra loro.

Condiderando, quindi, che l’esperienza cosciente delle emozioni fosse probabilmente dettata dall’attività della neocorteccia – universalmente considerata sede dell’attività sensomotoria – ma che questa non fosse in grado di influenzare l’ipotalamo e, quindi, le attività viscerali, e considerando, invece, che fossero le regioni filogeneticamente più antiche del rinencefalo a poterle influenzare, McLean identificò il “cervello viscerale” proprio nelle zone rinencefaliche. Mentre la neocorteccia “è signora della muscolatura e favorisce le funzioni dell’intelletto”, il cervello viscerale “ordina il comportamento affettivo dell’animale in certi impulsi elementari come procurarsi e assimilare il cibo, fuggire davanti al nemico o liberarsene oralmente, riprodursi e così via” (McLean, 1949).

La teoria del cervello viscerale nasceva anche dalle considerazioni evoluzionistiche del sistema nervoso: McLean pensava che negli animali primitivi fosse proprio il cervello viscerale a garantire la sopravvivenza e l’adattamento funzionale alle circostanze di vita; nei mammiferi, lo sviluppo successivo della neocorteccia avrebbe permesso quelle funzioni superiori che vedono nell’uomo il loro massimo raggiungimento. Da questo punto di vista, quindi, McLean identificava nei sentimenti una funzione d’integrazione tra gli stimoli provenienti dall’esterno e quelli provenienti dall’interno. Tale integrazione era funzione, appunto, del cervello viscerale; in esso, l’ippocampo svolgeva una funzione fondamentale; secondo McLean era una sorta di “tastiera emotiva” in grado di generare le vaire tonalità dei sentimenti che proviamo.

In una formulazione successiva, McLean denominò “sistema limbico” le parti del cervello che avrebbero costituito il sistema responsabile delle emozioni: rispetto al circuito di Papez, vi aggiunse l’amigdala, il setto e la corteccia prefrontale. Il sistema limbico di McLean era un vero e proprio sistema evoluto per mediare le funzioni viscerali ed i comportamenti emotivi ed istintivi come procurarsi il cibo, procreare, difendere il territorio, ecc (McLean, 1952). Infine, l’aspetto evolutivo fu specificato ancora meglio nella “tripartizione” del cervello: secondo McLean, nell’evoluzione delle specie animali, il cervello si sarebbe evoluto dalle funzioni arcaiche del tronco encefalico, tipico dei rettili, a quelle dei paleo-mammiferi e, solo alla fine, nelle funzioni superiori dei neo-mammiferi. Nella teoria del cervello trino, il sistema libico corrisponde sostanzialmente al cervello dei paleo-mammiferi (McLean, 1970).

La teoria del sistema limbico, come sede delle emozioni, sembrò così convincente che tutt’ora è considerato il modello tra i più utilizzati per spiegare il funzionamento emotivo. Per decenni, infatti, sembrava potesse dare tutte le risposte in merito al funzionamento delle emozioni, se non altro, nella loro topografia neuroanatomica; inoltre, la concezione evolutiva rendeva plausibile il senso delle emozioni al processo di adattamento e sopravvivenza. Si pensava, grazie, quindi, alla teoria del sistema libico, che “il cervello emotivo” avesse una localizzazione unica.

Ora sappiamo, però, che non è così.

In ogni caso, sull’onda della tripartizione del cervello (cervello “rettile”, del “paleo-mammifero” e “neo-mammifero”) sembrava plausibile che le emozioni fossero generate dal cervello del paleo-mammifero e che le funzioni della corteccia avessero una funzione di regolazione su di esso; su questa linea proseguì la ricerca e la speculazione sulle emozioni che condussero Stanley Schachter e Jerome Singer a formulare l’ipotesi, di stampo congitivista, nel 1962, secondo la quale sarebbero le attribuzioni e le spiegazioni cognitive che vengono operate dalla corteccia sugli stati fisici che vengono percepiti a determinare quelli che diventano stati emotivi. In altri termini, gli individui percepiscono sensazioni corporee che, a seconda di come vengono etichettate, generano un’emozione piuttosto che un’altra (Schachter, Singer, 1962).

Altri ricercatori cognitivisti, come Magda Arnold e Richard Lazarus, che abbiamo già nominato a proposito delle ricerche sullo stress, insistevano sulla valutazione come elemento determinante ai fini dell’esperienza emotiva: emozioni diverse si distinguerebbero l’una dall’altra perché valutazioni diverse susciterebbero tendenze diverse all’azione che darebbero, quindi, luogo a sentimenti diversi (Lazarus, 1966). La teoria della valutazione, di stampo cognitivista, dominò la scena della ricerca sulle emozioni per decenni, per lo meno fino agli anni Ottanta, anche se si sono fondate su due elementi che, alla lunga, come vedremo, hanno portato fuori pista. Il primo errore è stato quello di analizzare le valutazioni dalla verbalizzazione dei soggetti, quando l’introspezione non dà una visone affidabile dei funzionamenti mentali; in secondo luogo, la teoria cognitivista della valutazione ha dato troppo peso ai processi della cognizione, negando la differenza tra emozione e cognizione.

In effetti, alcune ricerche effettuate negli anni Settanta, hanno dimostrato l’infondatezza dell’intero impianto del sistema limbico come sede del cervello emotivo, nonché l’assoluta necessità di ridefinire il concetto di valutazione. Il neuroanatomista Antony Brodal, ad esempio, ha dimostrato l’impossibilità di accomunare, sulla base dell’evoluzione, strutture quali il lobo limbico, il rinencefalo ed il cervello viscerale (Brodal, 1982); inoltre, tutto il concetto di sistema limbico era fondato sulla connessione delle strutture che lo compongono con l’ipotalamo: L.W. Swanson, però, ha dimostrato, attraverso metodiche più sofisticate, che l’ipotalamo è collegato con tutti i livelli del sistema nervoso e, da questo punto di vista, quindi, tutto il cervello sarebbe da definirsi “sistema limbico” (Swanson, 1983). Oltre a ciò, si è visto che l’ippocampo, una struttura fondamentale, secondo McLean, per le “tonalità emotive” è implicato non tanto nelle funzioni autonome ed emotive, quanto in quelle cognitive. Infatti, le lesioni dell’ippocampo, e di alcune zone del circuito di Papez, come i corpi mammillari e il talamo anteriore, hanno pochi effetti coerenti sulle funzioni emotive, mentre producono disordini gravi della memoria cosciente o dichiarativa, cioè sulla capacità di sapere cosa si è fatto pochi attimi prima, di immagazzinare l’informazione, di richiamarla e di descrivere verbalmente quanto ricordato. Vale a dire su quei processi che, secondo McLean, non spettavano né al cervello viscerale né al sistema limbico. L’assenza relativa di implicazione nell’emozione e la chiara implicazione nella cognizione contraddicono quindi l’idea che il sistema limbico, comunque lo si definisca, sia il cervello emotivo (LeDoux, 1991)

Un contributo fondamentale nella comprensione dei meccanismi emotivi arrivò nel 1980 grazie a Robert Zajonc, il quale affermò, nel suo storico lavoro del 1980 “Feeling and Thinking: Preferences Need No inferences” che l’emozione precede la cognizione (Zajonc, 1980). Il suo concetto di “affezione inconscia”, inteso come elaborazione emotiva prodotta al di fuori della consapevolezza, dimostrò che le reazioni emotive possono aver luogo in assenza di consapevolezza degli stimoli, gettando le basi per l’idea che l’emozione non è solo cognizione. Le ricerche di Zajonc si basavano sulle stimolazioni subliminali: altri ricercatori seguirono tale filone confermando le acquisizioni dell’elaborazione inconscia. Divenne sempre più chiaro, quindi, che l’emozione avviene per processi inconsci e non c’entra con la cognizione (Bornstein, 1992; Bargh, 1992).

Da tutte le ricerche successive si può affermare, quindi che McLean abbia sbagliato a includere in un unico sistema l’intero cervello emotivo e la sua storia evolutiva. “Credo che la sua logica dell’evoluzione emotiva fosse perfetta ma troppo estesa. Le emozioni sono sicuramente delle funzioni coinvolte nella sopravvivenza, ma siccome emozioni diverse riguardano funzioni di sopravvivenza diverse – difesa contro il pericolo, trovare del cibo, accoppiarsi, occuparsi della progenie, e così via – ognuna potrebbe appartenere a sistemi cerebrali diversi, evolutisi per ragioni diverse. E dunque i sistemi emotivi potrebbero essere non uno ma tanti” (LeDoux, 1996)

Sempre secondo LeDoux, “l’ipotesi di lavoro più praticabile è che diverse classi di comportamento emotivo rappresentino funzioni diverse che si occupano di diversi problemi dell’animale, e ai quali sono dedicati sistemi cerebrali diversi. Se è così, emozioni distinte vanno studiate in quanto unità funzionali distinte” (LeDoux, 1996)

…CONTINUA

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Un Commento a “LE 5 LEGGI BIOLOGICHE SCOPERTE DAL DOTT. HAMER: EVOLUZIONE VERSO IL NUOVO PARADIGMA (Seconda parte)”

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