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Un emerito sconosciuto, l’attuale ministro per lo Sviluppo economico, ha firmato un memorandum con il ministro degli Esteri afgano, il 12 aprile scorso, un memorandum che getta le basi per l’aggiudicazione – senza gara pubblica di alcun tipo – di enormi appalti a vantaggio di non meglio specificate “aziende italiane”, ivi compresa l’assegnazione di interi distretti geografici a dette entità nella zona militarmente occupata dai nostri servizi (cfr. http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/internazionale/afghanistan/accordo.afghanistan.pdf).
L’attuale ministro per lo Sviluppo economico, Paolo Romani, dalla faccia di “tecnico” ante governo tecnico, è stato calato al posto del dimissionato Scajola in seguito allo scandalo ad hoc ‘appartamento pagato non si sa da chi’ messo appositamente alla ribalta dai media prezzolati (uno scherzetto simile intimidatorio è stato fatto anche a Tremonti recentemente).
Il memorandum è siglato con la controparte afghana, sì ma degli Esteri, come a significare che per noi è una prospettiva di “sviluppo”, per loro una semplice formalità diplomatica, nella misura in cui tale concetto possa avere il benché minimo senso in un contesto di guerra d’invasione, e riguarda la possibilità di ‘investire’ in tutta una serie di settori economici afghani. Attori del contratto: il Ministero dello Sviluppo italiano e “l’investimento privato”.
Ora, vien da chiedersi: il paese sta collassando assaltato dalla finanza speculativa che ci martella con il mantra ‘crescita crescita crescita’ e il Ministero dello Sviluppo, che fa? ‘investe’ nella ‘crescita’ di un paese militarmente invaso, da noi stessi, volenti o nolenti?
Il primo settore di cooperazione sancito dal ‘Memorandum’ che poi è un contratto internazionale entrato direttamente in attuazione dal giorno della firma, è quello degli idrocarburi e dei minerali con la missione del ministero di promuovere gli investimenti del settore privato per lo sviluppo della ricerca, l’esplorazione e la produzione di idrocarburi e in particolare del marmo, la costruzione di gasdotti, la promozione della formazione di personale in loco. Si legge che il “governo afghano fornirà il clima necessario adatto per gli investimenti e di sicurezza”: la guerra sta dando i suoi frutti e l’Italia si siede al banchetto del bottino per dare in pasto i suoi tozzi e la sua porzione a non meglio definite “imprese italiane”.
Segue poi l’elettrificazione dei villaggi e il pompaggio dell’acqua per aziende italiane “di rilievo”; la costruzione dell’aeroporto di Herat con la formula misto pubblico privato, leitmotiv inculcato ovunque dall’embrione di governo mondiale onusiano, oltre al ‘tutto privato’; c’è poi la (ri)costruzione di una strada, a vantaggio di aziende private – arriveranno anche lì i benetton? metteranno un pedaggio per rimborsare ‘l’investimento’?
L’Italia, si legge, si dice particolarmente interessata al settore del marmo, dove il ministero investirà, con la creazione di un distretto ‘italico’ a Herat e centri di formazione, idem nel tessile. Assume quindi tutta la sua pertinenza la frase che il nostro tessile va a ‘quel paese’ e che il nostro governo preferisce investire in quel paese…
Si legge ancora che nel settore dell’agroalimentare i nostri soldi andranno a sviluppare la grande distribuzione – faranno i famigerati supermercati? e per quali marchi?- le tecniche agricole – introdurranno diserbanti, pesticidi e semi ibridi brevettati? – e il packaging – tanta plastica per i petrolieri?
Poi i gioielli e il cemento, il settore sanitario.
L’ultimo settore è quello della tecnologia del ‘trenchless’, parola poco chiara che letteralmente significa “senza trincea” e che manca dal vocabolario: peccato che non si possa neanche controllare il testo ufficiale italiano poiché non esiste, si legge infatti in una clausola che le due lingue ufficiali del contratto sono l’Inglese e il Dari, e che in caso di divergenza di interpretazione, prevale la lingua inglese, come a dire, la nostra lingua non esiste, noi non esistiamo, prevale la legge del commonwealth e del predominio dei contratti sulla legge, la nostra costituzione è calpestata come volgare carta da cesso in nome di Sua Maestà e della sua antiquata pacchiana quantomai crudele ipocrita moralista concezione colonialista del mondo e della vita.
Io chiedo: è costituzionale un accordo internazionale con altro paese – invaso militarmente – redatto unicamente in lingua straniera senza alcuna versione in lingua italiana? Se fossimo veramente un paese con personalità giuridica che dir si voglia, non credo proprio.
Tre anni fa spiegai in un articolo molto circostanziato (cfr. http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2009/09/tutti-casa.html), come la guerra in Afghanistan fosse principalmente motivata dalla volontà della Chevron Unocal Texaco di accaparrarsi i diritti di passaggio delle pipelines dalla regione delle repubbliche caucasiche, ricche di risorse petrolifere e idriche, verso il mercato cinese in crescita esponenziale, donde la decisione di paracadutare l’ex dipendente dell’Unocal Karzai a capo del paese.
L’altra faccia ancora più indicibile era rappresentata dai proventi della produzione di droga, gestita dal fratello di Karzai, per conto di….
Adesso si scopre che l’Afghanistan è invece ricchissima anche di minerali a giudicare dal progetto italiano Afghanistan dell’UNMIG: cfr. http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/internazionale/afghanistan/documenti.asp ).
E che quantomai vaghe aziende italiane avranno il loro contentino, mentre i nostri ministeri, allo Sviluppo e alla Cooperazione fanno, nella forma di ‘doni’ (cfr. http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/iniziative/Paese.asp?id=1), bonifici per centinaia di milioni di euro che sotto copertura di progetti di ‘ricostruzione’ vanno a rimpinguare le casse di principalmente una lista di ONG riconosciute (cfr.http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Partner/ONG/ONG.asp ) e delle varie agenzie ONU, le quali a loro volta agendo come banche li rigirano come prestiti – che chiamano ‘finanziamenti’ o ‘aiuti’ – con tanto di interesse in un paese dove vigeva la shariah, cioé l’assenza di interessi..
E’ chiaro che l’Italia in un contratto del genere, si rivela per quello che è: una parola schermo, una facciata menzognera, vuotata di senso, un automa che agisce per conto delle multinazonali aggiudicatarie di quegli appalti ottenuti con la violenza e delle agenzie ONU che agiranno a loro volta come banche. Uno zombie istituzionale manovrato da altri interessi che non i nostri.
Quanti fondi ha erogato il ministero dello Sivluppo dal 2001 per l’Afghanistan, altra parola schermo di altri interessi? Da questa pagina si può solo desumere che (estratto):
(…)

Dalla fine del 2001 al 31 dicembre 2010 sono stati deliberati circa 516 milioni di Euro per iniziative bilaterali e multilaterali sui canali ordinario ed emergenza. Sono 48 le iniziative risultate attive alla fine del 2010, per un importo totale complessivo di circa 208,4 milioni di euro (importo deliberato).

Ricordo che sono soldi nostri, del nostro bilancio dissestato e sull’orlo del fallimento. Perché siamo noi i pagatori di ultima istanza, il nostro sangue, il nostro sudore, il nostro patrimonio.
N. Forcheri (7 agosto 2011)

2 Commenti a “L’Italia al banchetto: contratto di appalti in Afghanistan. N. Forcheri”

  • Sergio Lippolis:

    Personalmente apprezzo ogni analisi circostanziata e puntuale in materia, indipendente da qualsivoglia pastoia politica di bottega. Esiste, come è noto, una stretta correlazione tra economia nazionale, domanda interna, debito, bilancio e servitù militari sancite nei trattati di Londra, del Nord Atlantico e successive disposizioni. Tale correlazione tuttavia appare connotarsi sempre nella ambiguità di fondo di tali accordi rispetto al territorio italiano, poichè essi non prescindono da convenzioni stipulate in sede di segretezza per operazioni internazionali in un contesto generale di guerra, che attualmente non ha fondamento. E’ evidente che una simile impostazione abbia favorito enormi speculazioni indebitamente onerose per il bilancio dello Stato. La latitanza di una politica parlamentare seria e responsabile nella revisione anche unilaterale di questi accordi ne è stata la copertura. Ma sappiamo anche che dallo “scudo spaziale” in poi la “guerra al terrorismo”, evocata sempre in questa assai opinabile disciplina giuridica per la sicurezza preventiva, si avvale di metodiche avveniristiche inquietanti e ingiustificate sul controllo massivo della popolazione al punto da rendere gli ordigni B61 desueti e forse funzionali allo spauracchio. Si conosce anche molto poco delle concessioni in ambito di diritto spaziale. Questo è il senso di una doppia economia a doppio bilancio, il contribuente arranca e si paga una amministrazione di sopravvivenza, permettendo la legalità dell’economia di secondo livello, quella che produce e progetta i sistemi necessari ad uno stato di cose del genere. I media, salvo dovute eccezioni, sono l’interfaccia di una rappresentazione illusoria della realtà che non deve, per i manovratori, essere scalfita, in quella architettura multiscalare del profitto a “distribuzione controllata”. Ritengo pertanto che si debba lavorare su questa linea con competenze specifiche e con la volontà della verità.

    07/08/2011 11:55

    Sergio Lippolis

    e-mail : slpzoltar@libero.it

  • Diego:

    come al solito l’italietta di sempre la prende in quel posto…

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