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Il diritto a salvaguardare il personale onore e quello del cognome che porto è la ragione imperativa per la quale consegno al lettore questo memoriale.

Per la LSD (Libera Stampa Democratica), invece, l’onore è un valore sconosciuto. Alcuni di loro hanno affermato, e continuano ad affermare: “Almeno passerà la vita a difendersi”.

In questo hanno ragione. Peccato però che in questa loro ambiziosa proposizione ignorino quella stessa Costituzione cui non smettono di appellarsi – sovente a sproposito – quando si tratta di rivendicare diritti propri che in quale modo ritengono essere stati violati. La nostra Carta, infatti, all’art.15 garantisce il diritto alla riservatezza, all’inviolabilità della corrispondenza e dei mezzi di comunicazione. Concetti, questi, che la Lsd ritiene invece essere proprio dovere violare, e strumentalizzare a proprio arbitrario discernimento. Costoro dovrebbero svolgere del giornalismo d’inchiesta. Sono loro per primi che affermano non essere, tale attività, più esercitata. Ma quando si tratta di investigare, cercare la verità messa in dubbio dall’azione della magistratura a loro più prossima, ecco che all’attività di inchiesta indipendente costoro preferiscono un più comodo “copia e incolla”.

“Calunnia, calunnia, qualcosa resterà” – diceva il tale. Ebbene, è partendo da questo assioma che entra in funzione lo spargi-letame rotativo di cui sono stato vittima – con la mia famiglia.

Quello che segue è il mio grido di dolore. Perché, a dispetto della conclusione della vicenda processuale che mi scagiona in via definitiva, ed al di là di ogni ragionevole dubbio, la delegittimazione mediatica ai miei danni non è stata ancora né arrestata né in alcun modo emendata.

Con questo ‘memoriale’ desidero solo partecipare al lettore quanto kafkiano, devastante – moralmente e materialmente – sia il killeraggio mediatico-giudiziario cui si può avere la sventura di essere sottoposti, e quanto inesorabili siano le sue conseguenze sulla vita di un uomo come me, una persona, banalmente, normale. Una persona, semplicemente, innocente.

Beppe Donia, 15 agosto 2010

Per scaricare l’e-book clicca sul link qui sotto

E-book – ‘Il Teorema’ di Beppe Donia

 

Il Terorema ovvero come Niki Vendola mi ha rovinato la vita

di Beppe Donia

Il principio di innocenza
(non quello sancito dall’art.15 della Carta costituzionale, ma quello elaborato dagli adoratori del “teorema”).
Dialogo liberamente ispirato ad una conversazione realmente occorsa tra un Procuratore ed un ufficiale di Polizia.
La scena si svolge in un ufficio della Procura della Repubblica di Patti (Me), nel 1994. C’è un tipo accusato di un reato grave – concorso esterno in associazione mafiosa. Il tipo, però, è incensurato. Quel tipo sono io.
*** Il PM scrupoloso chiede lumi alla PG:
“Ma come mai, se era nel giro noi non se ne sapeva nulla? Uno che vive qui da 20 anni, avrà frequentazioni poco raccomandabili, e non ha alcun precedente!”
“Si Dottore. Non ha precedenti. Ma, da fonti confidenziali, sappiamo che detiene armi…” “Clandestine?”
“No, però una perquisizione gli starebbe bene, sia per controllare che tutto sia veramente a posto…”
“Ma scusi, esiste un precedente di furto o smarrimento di arma? Esiste un qualche fatto concreto che possa creare dei sospetti…”
“No! Ma abbiamo saputo che almeno due armi registrate, ovvero con matricola, le ha cedute a terzi. Pregiudicati.”
“E le armi dove sono?”
“Bah!”
“Beh, Dottore, in effetti un pentito che afferma di averne ricevuta una e di essere stato testimone della cessione di una seconda, c’è! Ed è avvenuta, questa doppia cessione, nello stesso momento, in una casa di proprietà, lontano da qui, in località Torregrotta, fraz. Scala, ove questo tipo – tale Donia Giuseppe detto Beppe – possedeva un appartamento”.
Le prime dichiarazioni del pentito, Santi Timpani, vengono rese al Dott. Lembo, della DDA di Messina, nel 1994 – dunque nel 1989 non avrebbe potuto essere stato accertato alcunché. Non
ebbero seguito, quelle dichiarazioni, poiché in virtù di uno scrupoloso riscontro, il magistrato ne verificò l’assoluta infondatezza.
“Ma questo collaboratore di giustizia, Capitano, chi lo sta ascoltando, in quale struttura si trova?”
“Ecco, Dottore, si chiama Timpani Santi, è nato nel 1972, frequentava lo stesso plesso scolastico del figlio del Donia, quando ambedue avevano 7/8 anni. Ora è ristretto al Pagliarelli (carcere palermitano, nda), in quanto ritenuto non affidabile come collaborante. Ma ha assassinato in forma seriale ben 37 persone, quindi è un ottimo pentito. Pensi, ha accusato Carabinieri, Magistrati, Poliziotti di ogni reato. Non era vero nulla, anzi è vero che accusava quelli che in precedenza lo avevano messo in galera. Biagio Gatto finì anche in galera, per le false accuse di Timpani.”
(v. “Il gatto nel palazzo”, del Maresciallo dei CC Biagio Gatto, ed. Armando Siciliano, nda).
“Devo precisare, Dottore, con il Suo permesso, che il Sostituto Procuratore della Repubblica che raccolse le informazioni del Timpani sul Donia, è il Dott. Lembo. La SV è a conoscenza che questo magistrato è una persona che ora sta passando i suoi guai. Era in servizio presso questa Procura di Patti, prima di assumere l’incarico presso la DDA di Messina. Visto che quel Donia conosce un sacco di gente, tra cui molti Carabinieri tra i più alti in grado, dirigenti della Questura, magistrati, ecco ci chiedevamo se un controllino non fosse necessario… Sa, Dottore, si mormora che sia stato o sia ancora nei servizi… Anche perché non vi fu alcun seguito a tali verbalizzazioni.”
“Capitano, per il controllo di armi, munizioni, esplosivi e droga, non avete bisogno del mandato. Quindi, se lei ha tutti questi sospetti, proceda e mi faccia tempestivamente sapere”.
La perquisizione
In data 7 gennaio 1994 i Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), al comando del Tenente Balloriani (conoscenza personale dell’autore, ante facta), coadiuvati da Personale del Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Patti e da altro Personale della Stazione di Falcone si portavano nell’abitazione dell’autore, Donia Giuseppe detto Beppe, domiciliato al terzo piano di un modesto appartamento in affitto, sito in via S. Quasimodo n.12. di un piccolo paese marino alle falde di Tindari, Oliveri.
L’abitazione da perquisire era ben nota alla territoriale, presso cui le armi del Donia erano in corrispondenza. Tutte, da anni, unitamente alle munizioni e alle armi bianche.
Ad Oliveri, quella mattina ero a fare spese. Sentivo delle sirene ululare, brusche accelerate, improvvise frenate. Il Comandante dei Vigili ad un certo punto mi ferma e mi dice: “Vada subito a casa, i Carabinieri stanno mettendo a soqquadro il paese per cercarla”. Grazie. Sapevano dove abitavo. Le mie armi risultavano in corrispondenza presso la locale Stazione dei CC e detenute presso quell’indirizzo. Perché tutto quel trambusto?
Li incontro per strada, vicino al portoncino d’ingresso. L’uomo alto, con un elegante pulloverino rosa pallido, mi chiede, senza qualificarsi, ma con fare cortese, se io fossi Donia Giuseppe. Nel confermargli la mia identità, mi rendo conto della quantità di carabinieri presenti. Quattro della vettura civile color pisello del Tenente, due dell’autoradio militare di Patti, ed altri due della Stazione di Falcone, con la vecchia Fiat Uno militare d’ordinanza, per un totale di otto. Di questi, noto in particolare un militare bruno, molto giovane, che non staccava il vivo di volata del mitra Beretta M12, con calciolo aperto, quindi in condizioni di pronto impiego, dal mio stomaco. Quel militare altri non era se non Pietro Campagna, fratello di Graziella, la ragazzina uccisa nel 1985 a Villafranca con cinque colpi di fucile, a soli 17 anni.
“In base all’art.41 del c.p.p. dobbiamo perquisire la sua casa alla ricerca di armi o munizioni detenute illegalmente” – esordisce il Tenente Balloriani.
“Prego, accomodatevi.”
Nelle scale incontriamo mio suocero, appuntato di Polizia in congedo, il quale, osservando come ero braccato, domanda ai colleghi in Arme se finalmente mi avrebbero arrestato. L’ironia non viene colta. Non c’è risposta e continuiamo a salire.
Mia moglie, intenta a preparare il pranzo, viene rapidamente messa a conoscenza di quel che stava avvenendo. Dico al Tenente che le mie armi, le munizioni e quant’altro di interesse, per esempio la corrispondenza delle stesse, si trovavano tutte nel mio modesto studiolo, insieme ai libri, alla macchina da scrivere…
Ma al Tenente, a quanto pare, le armi non interessavano più. Mi chiede se per caso fossi un suo collega, un ufficiale dei Carabinieri. Rispondo di no, anche se la domanda, posta da chi controllava i movimenti delle mie armi, l’acquisto delle munizioni, i rinnovi del porto di
pistola, del porto di fucile, del Decreto Prefettizio di nomina a istruttore e direttore di tiro, la licenza di collezione di armi comuni da sparo e quella per raccogliere armi antiche, rare e artistiche, era di evidente inconcludenza. Infatti, l’evidenza di non avere servito in divisa risultava accertata almeno dal 1973. Cioé da quando la Questura di Roma mi aveva rilasciato il porto d’armi per la prima volta.
Orbene, il lettore mi perdonerà la pedanteria. Ma qui un inciso è d’obbligo.
Con quale documentazione si possono richiedere delle Licenze di Pubblica Sicurezza attinenti le armi, se militare non sei mai stato? Tra i numerosi altri documenti da produrre, oltre a quelli che vengono richiesti d’ufficio, occorre il congedo militare o un documento equipollente che attesti l’abilità al maneggio delle armi, rilasciato da un poligono di tiro – o dal Sindaco della località di residenza – oltre ad una determinata prossimità ad un poligono.
Esattamente le procedure seguite, puntualmente, sin dal lontano 1973 quando, in servizio presso la General Motors in quel di Roma, mi venne offerta una possibilità di avanzamento di carriera, purché però potessi ottenere – ovvero non ci fossero impedimenti a – il rilascio da parte della Prefettura o della Questura di Roma, la concessione del suddetto documento. Infatti, in data 24 maggio 1973 mi venne rilasciata la licenza di porto di pistola e il relativo libretto (n. 010542-C).
Dopo avere terminato il mio lavoro alla GM di Roma, venni trasferito a Bologna, dove mi venne rilasciato il nuovo porto di pistola il 9 giugno 1975, tramite i Carabinieri (n. 026000- D).
Quando poi, sempre per conto della GM, venni trasferito a Modena, il nuovo porto d’armi mi fu rinnovato direttamente dalla locale Questura (n. 047115–D) in data 8 maggio 1979. Poi, nel 1980, mi trasferii a Scala Torregrotta, in provincia di Messina. Preventivamente come prescrive la legge mi ero recato presso la Questura di Messina a formalizzare il trasferimento delle armi in collezione. Autorizzato dalla Questura, posi le armi, la documentazione di detenzione e le relative licenze in corrispondenza del mio nuovo domicilio, a Scala Torregrotta appunto. Sì che il rinnovo delle stesse, avvenuto poi a Messina nel 1984, alla scadenza temporale dei documenti, comportò la consegna di quelli scaduti alla Questura di Messina, tramite il Presidio di P.G. CC, di Fondachello Valdina che era il comando di riferimento della località presso la quale risiedevo.
Ora, nei vari casi in cui la legge obbliga a segnalare un soggetto al Presidio posto alle dipendenze di un’altra Compagnia, spedisce in copia tutta la documentazione sensibile che attiene a chi è in trasferimento. Ecco, questa documentazione costituisce quelli che in gergo si chiamano i “fascicoli” – faldoni grossi quanto 10 guide telefoniche di Tokio – che contengono informazioni di ogni genere sul detentore della licenza: abitudini personali, frequentazioni abituali, tenore di vita, se provvede all’istruzione dei figli minori (art. 12) quali inclinazioni politiche dimostra, se beve, se fuma, se la condotta coniugale è disdicevole, chi frequenta, ecc. Ampi accenni, poi, riguardano la “provenienza del soggetto”: insomma, una schedatura preventiva in piena regola. Se poi si sono verificati episodi penali, ovviamente di piccola caratura, anche se conclusi con assoluzioni o amnistiati, vengono puntualmente riportati così come gli eventuali precedenti. Una procedura ‘tortuosa’ che si richiama ad una disposizione del 1814 e che, sostanzialmente, rende la fedina penale un certificato inutile.
Nel 1989, mi trasferisco da Messina ad Oliveri. Vado dapprima in una pensione e, pur non correndone l’obbligo, essendo in possesso di porto pistola, per il sempre sentito rispetto verso l’Arma, e nella piena conoscenza dei motivi dell’obbligo di denunzia di possesso di armi e munizioni, il 14 agosto 1989 pongo in corrispondenza presso il comando dei carabinieri di Falcone il possesso della mia pistola Beretta 9×21 mod. 98SB e del relativo munizionamento (art.38 TULPS). Il Porto Pistola (n. 497459) viene rinnovato quello stesso anno dalla Questura di Messina. Questo libretto aveva anche la cedola in corso di validità, rinnovata di anno in anno sino al 1991. È bene ricordare infatti che la cedola si deve rinnovare ogni anno, con la farraginosa procedura prima indicata. Successivamente, trovata un’abitazione privata nel limitrofo comune di Falcone, stessa Stazione CC, mi faccio restituire i miei fucili da un amico al quale li avevo (in pieno accordo con lui, e nell’assoluto rispetto della normativa) intestati. Ovviamente, questo signore era in possesso delle necessarie autorizzazioni. Anche queste vengono registrate nel libro delle armi in dotazione alla Stazione di Falcone, con integrale conoscenza della superiore Compagnia, in data 20 giugno 1989. Tenere a mente la data poiché è la prova della balla raccontata dal “pentito” Santi Timpani, secondo il quale nel 1989 avrei ceduto a lui ed ad un amico di costui, tale Lisa Salvatore, due armi, in località Torregrotta, frazione Scala. Piccolo particolare: nel 1989 il Salvatore era già deceduto, e le mie armi risultano regolarmente poste in corrispondenza presso il comando dei carabinieri di Fondachello Valdina.
Altra doverosa precisazione. Armi “in collezione” è la definizione tecnica relativa a tutte le armi detenute che eccedono il numero di quelle consentite, oltre il quale, prima di possederle, bisogna richiedere la prescritta licenza di “collezione di armi comuni da sparo”. Il riferimento è comunque sempre ad armi con punzone di Stato, quindi commercializzate comunemente.
Con le armi “in collezione” il trasferimento, anche in sede regionale, segue procedure diverse da quelle relative alle armi detenute in forza dell’articolo 38 del Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS). Con apposita istanza si deve chiedere alla Questura di residenza il nulla osta preventivo al loro spostamento. Infatti, è fatto divieto per le armi in “collezione”, anche per colui che è munito di licenza di porto d’arme, portarle fuori dal luogo ove sono dichiarate in custodia. Quando viene concesso il nulla osta allo spostamento, viene informata d’ufficio la Questura di arrivo. Oltre al nulla osta atto al trasporto delle armi in collezione, l’Autorità di PS ordina altresì delle procedure di sicurezza per l’imballo e il trasporto. Il Dirigente della Terza Divisione di Polizia Amministrativa della Questura “ricevente” ove questa corrispondenza deve essere immediatamente avviata, è quindi già a conoscenza della “movimentazione”.
Che voleva da me il Tenente in pullover rosa? Perché quello spiegamento di forze? Perché mi chiedeva se ero un Ufficiale dei Carabinieri, invece di procedere all’annunziata perquisizione? Perché il giovane militare mi teneva sotto tiro con il mitra? Lo avrei saputo presto. Procediamo, intanto, con la fanta-perquisizione.
“Tenente, le armi sono tutte in quella stanza. In un cassetto della scrivania, esiste una carpetta contenente tutta la corrispondenza.”
“Bene, prenda i documenti, noi controlliamo le armi”.
Mi siedo dietro la scrivania, ponendo bene in vista la carpetta con i documenti delle armi e delle munizioni. Ma devo alzarmi immediatamente, poiché uno dei militari del Nucleo Operativo era in grave ambasce con il mio fucile a ripetizione ordinaria Mauser K98. Quanto fosse semplice, ma anche micidiale alla propria incolumità, per una persona non pratica, smontare il manubrio otturatore scorrevole della vecchia ordinanza di Cecco Peppe, mi era noto. Così mi avvicino, senza che il tipo armato di mitra aprisse il fuoco; provvedo a smontare la parte già descritta dell’arma, e indico all’operatore i luoghi ove sono incisi i numeri di matricola. Uno per ogni singola parte, per le armi, di varia nazionalità, passate durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto l’amministrazione militare tedesca. Analogo intervento devo eseguire per separare le canne dal calcio di una preziosa e intonsa doppietta Beretta cal.12. Un graffio sarebbe stato male accolto, nonostante l’inquietante presenza del mitra M12 e del servente. Una volta ristabilita la calma, tutti erano seduti, eccetto il ‘mitragliere’ ed il Tenente. Questi era intento al controllo dei miei documenti e delle matricole delle armi, che venivano scandite, male, con molte inutili interlocuzioni, mentre il collega seguiva ogni mia mossa con il vivo di volata del mitra. Mancava nella stanza un’arma corta. Era presente la Smith Wesson mod. 586 cal.357 M, canna da 6 inch e relativo munizionamento, ma mancava la Smith Wesson mod 36 Chief cal 38 sp, canna da due inch. (acquistate in armeria, in esito all’art.38 TULPS in data 01/02/1992).
Alla domanda su dove si trovasse la 38 Sp., rispondo che era nel cassetto del comodino, in camera da letto.
“Vado a prenderla” – esclamo. Il mitra freme, e il Tenente bofonchia: “Dobbiamo venire anche noi “.
Così ci avviamo verso il lato notte della casa, in mesta processione. Io davanti, dietro il mitragliere e infine il Tenente.
“Tenente, l’arma è carica. La prende Lei?”
“No, la prenda pure Lei, la scarichi e poi me la consegni unitamente alle munizioni”.
Indico con il mento l’ufficiale minacciosamente armato, il quale mi fa un cenno di assenso. Per nulla tranquillizzato, apro il cassetto del comodino, mi giro verso di loro, scarico l’arma con molta velocità, e la allungo bene in vista verso il Tenente Balloriani. Ero ancora vivo.
Controllano tutte le armi, la corrispondenza, le matricole, se fossero registrate presso quell’indirizzo – ma già lo sapevano: avevano in mano la denunzia di tutte quelle armi, e non poteva essere altrimenti. Perché allora tutto quel circo messo in piedi per ‘cercarmi’ al mio notissimo domicilio e per cercare le mie armi, tutte rigorosamente e pedissequamente registrate presso le autorità di competenza?
Passano quindi al controllo delle munizioni. Nulla da eccepire per quelle ad arma corta. Nel controllare il munizionamento da caccia, due Marescialli che, per come erano addobbati e per come gridavano e gesticolavano, sembravano appena rientrati da zone di guerra, stabilirono che no, con quelle non c’eravamo. Loro se ne intendevano. Quindi una parte di queste munizioni da caccia era in sottonumero mentre altre in soprannumero. Anche se ciò fosse stato vero – mi chiedo – quale sarebbe stato il reato?
Comunque, ai due la cosa non torna quindi riempiono due buste di plastica di cartucce, e mi invitano a seguirli in caserma.
Attendo in sala d’aspetto, mentre tra di loro le urla continuano ancora a lungo.
Infine mi comunicano che ero stato denunziato per detenzione abusiva di munizioni. Chiedo allora copia del verbale.
“Lo venga a prendere in caserma a Barcellona dopodomani” – mi dicono.
Ha inizio la farsa, preludio del Teorema
È l’8 gennaio 1994 (il giorno dopo la perquisizione).
“Noi sottoscritti ufficiali di p.g. M/llo Zingales Sebastiano ed App. U.P.G. Schepis Angelo redigiamo il seguente verbale di sequestro di n. 2 fucili ad avancarica di cui uno costruito anteriormente al 1890, senza matricola, ed un altro ad avancarica marca Bernarde matr. 60381.
Alle h 10,15, ci siamo portati in Oliveri, presso l’abitazione del Sig. Donia Giuseppe, in altri atti generalizzati al quale abbiamo sequestrato i fucili ad avancarica. Il Donia, infatti, scrive in corrispondenza che queste armi non sono funzionanti. Per noi lo sono, e quindi procediamo”.
Avevo o no il porto d’armi?
Il Dott. Olindo Canali, che mi indaga, chiede ed ottiene il rinvio a giudizio per porto abusivo d’armi tra il 1989 e il 1991. Ma – mi domando – ha ordinato qualche accertamento, ha letto qualche documento?
Olindo Canali – monzese, Pm a Barcellona Pozzo di Gotto mi inquisisce, chiede ed ottiene il rinvio a giudizio, per porto abusivo d’armi, nel periodo 1991/1992. Avendo ceduto in permuta ad un armiere di Milazzo la mia pistola Beretta mod 98/SB cal. 9×21, matr. E00229 con buffetteria e munizionamento, ed avendo acquistato i due revolver che ancora detengo, in data 1 aprile 1992, ed avendo assolto ogni mio obbligo con il Presidio di P.G. (CC di Falcone) ero in possesso di porto d’arme, contrariamente alle sue ipotesi.
Vado in Caserma, mi consegnano copia del verbale del sequestro delle munizioni. Ma è illeggibile. Faccio presente. “Sa – mi dicono – funziona male la copiatrice”.
Non sono quindi posto nelle condizioni di difendermi. Presento istanza al PM e, finalmente, dopo circa un mese posso leggere quanto avevano scritto e sottoscritto. Assurdità di cui onestamente non riuscivo a comprendere il perché.
La Procura, intanto, aveva affidato la perizia balistica, al fine di accertare la funzionalità delle armi al Ctu Dr Claudio Gentile, del Dipartimento di Fisica dell’ Università di Messina. Tempo concesso per rispondere ai quesiti, 7 giorni. Risposta: quei due fucili ad avancarica, databili nella prima metà del 1800, non possono sparare.
Le armi mi vengono restituite dalla Procura entro pochi mesi. Così posso leggere finalmente il fascicolo del PM, che recita: “Si dà atto che la perquisizione non è avvenuta, poiché il Donia aveva consegnato spontaneamente tutte le armi e le munizioni in suo possesso”.
Ma non cercavano forse le presunte armi clandestine? Vabbé, vorrà dire che quel pericoloso criminale mafioso – quale evidentemente sono – continuerà a tenersi sotto il letto il mortaio
da 81, un lanciafiamme, una MG42/59 con 6000 colpi, oltre al solito plotone di cosacchi a cavallo! Dal momento che – come descritto su – la perquisizione che era stato ordinato loro di compiere non viene affatto compiuta. Nel senso che non di perquisizione si era trattato, bensì di una pretestuosa quanto farsesca selezione di munizioni fonte di presunta quanto infondata ‘illegalità’. Una perquisizione, oltretutto, non si esegue limitandosi a chiedere al perquisito’ di fornire lui stesso indicazioni e precisazioni sulle armi da egli medesimo regolarmente possedute e registrate, su quelle armi, cioè, di cui i perquisenti hanno già piena e completa disponibilità informativa. Ma tant’è!
Rimangono intanto le munizioni in sequestro, il cui numero non è quantificato. Si conosce quante ne hanno prelevate. Ma non da dove, né se sono state sottratte alle altre nella mia disponibilità, né se la sottrazione di quelle originariamente in possesso, e regolarmente in corrispondenza, sia stata eseguita. Infatti, non è stata eseguita. La semplice addizione avrebbe dato il totale del munizionamento da caccia detenuto, e in regolare corrispondenza. Mi reco in Procura, quotidianamente, a depositare memorie. Scovo ricevute d’acquisto di munizioni, e tutta la documentazione che reputo possa rilevarsi utile alle indagini. Alla fine, accumulo documenti pari a due grosse valigie. Il GIP, dopo un anno, mi restituisce tutte le munizioni asportate. Eccettuate 5.
E così Nichi Vendola elabora il Teorema
Siamo nel 1998. Nichi Vendola – allora deputato di Rifondazione comunista, nonché Vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia – si reca a Patti per incontrare il Capo della locale Procura, dott. Giuseppe Gambino. Ormai il processo penale per detenzione dei 5 colpi da caccia residuali rimasti in sequestro è imminente.
Gambino aveva chiesto l’assoluzione per Gerlando Alberti Jr (il latitante di cui Graziella Campagna aveva scoperto la vera identità) e per il suo guardaspalle, Giovanni Sutera (poi riconosciuti colpevoli e condannati all’ergastolo, nel nuovo processo istruito a loro carico). Era quindi il Dr. Gambino, sotto osservazione. Ma non è questo il punto: secondo Vendola, condannando me, sia pure per fatti di poco rilievo, alla fine avrei confessato tutto quello che sicuramente sapevo su quell’efferato omicidio, essendo amico del Tenente Colonnello dei Carabinieri, Antonio Fortunato, Comandante del Reparto Operativo del Gruppo, ed anche del Capitano Fernando Acampora, Comandante della Compagnia Messina Centro (1981/1986), oltre che di molti funzionari della Polizia di Stato, e di magistrati che – evidentemente – secondo l’allora deputato di Rifondazione Comunista erano tutti complici – o meglio: ‘vermi’ di quel “verminaio messinese” di cui proprio a quel tempo Niki Vendola aveva appena annunciato l’esistenza e sentenziato la pericolosità.
Non si era fatta però ancora luce sull’omicidio Campagna, e la ragione di questa colpevole assenza di giustizia – per Nichi Vendola – doveva essere ricercata proprio in quel tessuto di collusione e connivenza – il “verminaio”, appunto – composto da magistrati, Forze dell’Ordine, Servizi segreti, “falsi colonnelli” e mafiosi. Ecco, era questo il Teorema. A proposito: il “falso colonnello” ero io.
In effetti, il Pretore Onorario, in Sentenza, confisca i 5 colpi in sequestro e mi condanna a una multa di 60.000 lire! Poca roba, certo. Quanto basta però per sporcarmi la fedina penale e dare consistenza al piano di questi novelli Viscinsky. I legali che mi assistono all’epoca – pavidamente – mi invitano ad accettare il verdetto “per non irritare…”. Io invece, propongo ricorso. Assistito dal Prof. Avv. Luigi Favino, del Foro di Roma, la Corte di Cassazione, letti gli atti, annulla la condanna, con rinvio. Si instaura così un nuovo processo, innanzi al Giudice Togato. Cosa succede ora. Sarà fatta giustizia? Sarà ristabilita la mia onorabilità? Macché!
Contro di me si attivano ben 197 siti c.d. antimafia – che fanno capo a personaggi autorevolissimi, da Don Ciotti ad esponenti della Commissione Regionale Antimafia, a deputati del Parlamento italiano, a prestigiose associazioni delle vittime di mafia curate da quei parenti nel frattempo divenuti parlamentari ed europarlamentari.
Tutti costoro – quelli che militano nella parte politica “corretta” – si scagliano contro il Procuratore Gambino – oltre che naturalmente contro di me.
Il Diritto siamo noi – sembrano voler affermare. Noi chi? Nichi Vendola, Fabio Repici – l’avvocato della famiglia Campagna – e i loro compagni anti-mafiologi, militanti tutti in una
parte politica che non è mai stata la mia. Ebbene, e cosa fanno costoro? Costruiscono la trama del Teorema perfetto, cucendomi addosso il ruolo del “finto colonnello”. Tesi tanto suggestiva quanto assurda, secondo la quale io mi sarei spacciato da rappresentante dell’Arma, senza esserlo. Un losco figuro, insomma, che avrebbe tramato nel “verminaio” per depistare le indagini, aggiustare le sentenze, aiutare gli amici mafiosi…infiltrati nelle istituzioni, nelle Forze dell’Ordine, nella magistratura.
A riprova, di questa mia verminosa, criminale attività, Vendola & Co producono prove ‘concrete’. Tra queste, una in particolare, è degna di nota. Nel 1983 – sostengono – il Donia regalava una pistola al Sost. Proc. dott. Rocco Sisci, lo stesso che tre anni dopo si sarebbe interessato del caso Campagna. Così recita l’interrogazione parlamentare presentata dall’on. Vendola il 13 dicembre 2000.
Capito, lettore? Ho regalato, tre anni prima del fatto delittuoso, una pistola del valore di 20 mila lire al magistrato che sarebbe stato, tre anni dopo, applicato, tra altri, anche all’omicidio Campagna. Corruzione e depistaggio preventivi!
Ma chi è questo dott. Sisci? Ebbene nel 1982, in occasione della tragica morte in un incidente d’auto di mio fratello, allora 28enne, questo magistrato cercò di aiutarmi presentandomi il PM di turno, che era incaricato delle indagini. Avevo presentato delle denunzie contro il sindaco di Taormina. Venivano archiviate, si perdeva tempo. Nel frattempo erano morti di dolore mio padre (1982) e mia madre (1983). Dopo gli ultimi funerali, pensai di rendere un piccolo presente all’unico magistrato che aveva dimostrato umana sensibilità per la nostra tragedia. Acquistai così, da un privato, una piccola arma da difesa – usata, anche se come nuova – del valore di 20 mila lire. La registrai a mio nome e, non appena si presentò l’occasione, la portai al magistrato, nel suo ufficio. Era un regalo, ma il dott. Sisci volle giustamente avere tutte le informazioni necessarie. Sottoscrissi la cessione, salutai e andai via. E questo per Vendola & co. era la prova della mia natura verminosa!
Sempre nella medesima interrogazione, l’on Vendola afferma che avrei ricevuto in regalo dal Capitano Fernando Acampora, Comandante dei Carabinieri al comando di Messina Centro, “tante armi da sembrare un arsenale”. In effetti il capitano mi aveva omaggiato di 4 o 5 piccole pistole del XVII e XVIII secolo, assolutamente inoffensive e non soggette a registrazione. L’ufficiale, che in fatto di armi non era certo un esperto, le aveva registrate a proprio nome, sebbene appunto la legge non ne prevedesse l’obbligo. Non potei quindi fare a meno di registrarle a mia volta, ovviamente a mio nome, una volta entratone in possesso, ed a porle in regolare corrispondenza.
Le interrogazioni parlamentari sono coperte da immunità. È facoltà di un parlamentare esprimere liberamente le proprie opinioni, anche quando si tratta di opinioni diffamatorie. Il cittadino diffamato, quindi, non ha alternative se non rassegnarsi, se non inorgoglirsi anzi per il fatto di essere stato fatto oggetto di così intensa, accanita, partecipe attenzione. Il fatto è che poi la stampa, quelle opinioni calunniose, le riprende e riporta testualmente: ebbene neanche contro i megafoni giornalistici si può procedere legalmente. Morale: Vendola mi ha diffamato, la stampa ha fatto eco alle sue infamie ed io non ho potuto fare altro che assistere impotente all’insozzamento del mio nome.
Vendola – gli va dato atto – si è dato parecchio da fare, quando sedeva in Parlamento per Rifondazione Comunista. Si è dato parecchio da fare, soprattutto per aiutare gli amici, come
il giovane avvocato messinese, Fabio Repici – già legale di parte civile nel processo Campagna. Repici, infatti, ancora agli esordi della sua fortunata carriera di sputtanatore, viene condannato al pagamento di 350 milioni di lire quale risarcimento per aver diffamato il Sindaco pro tempore di un paese tirrenico, e la moglie di questi. A Vendola la pena pecuniaria comminata al compagno avvocato parve talmente spropositata – in particolare vista la limitata tiratura del periodico siciliano l’Isola, dove le frasi diffamatorie erano state stampate – da meritare, appunto, un’interrogazione parlamentare.
Comunque, per Repici, Vendola e via infamando sarei stato io il potere occulto dietro il caso Campagna. Io che, in combutta con il Pm Gambino che proscioglie gli assassini Alberti e Cannata in quel primo procedimento imbastito (male) dall’accusa, avrei depistato, agevolato i mafiosi.
Mi battezzarono il “finto colonnello” – manco fossi il protagonista di un film di Tarantino. Il finto colonnello, d’altronde, era un ruolo perfetto per la trama ordita dagli estensori del filosofico Teorema, tant’è che persino il novellista di fama, Carlo Lucarelli, ci è cascato, costruendoci su due puntate del suo apprezzatissimo programma – “Blu Notte” – dedicate una (Messina, un enigma da decifrare, 5 ottobre 2008) al “verminaio Messina” ed un’altra, appunto, al caso Campagna (andata in onda il 24 0ttobre 2001). Ed è in quest’ultima, soprattutto, che con assoluta fantasia mi definisce come aderente alla Banda della Magliana, mi attribuisce un’amicizia con il boss mafioso Pippo Calò, un comparaggio con il mafioso Alberti, ed ovviamente un’aderenza intima con la mafia tutta, sposando insomma la trama – priva di riscontri fattuali, oltre che processuali – del Teorema.
E del Teorema faranno anche una fiction per la Rai – “La Vita Rubata ” – con il bravo Beppe Fiorello nel ruolo di Pietro Campagna – il giovane in cerca di giustizia per la sorella. Una fiction, anch’essa fortunatissima ed ottimamente confezionata, nella quale però si dà corpo, con evidenti riferimenti alla mia persona alle elucubrazioni del Rag Avv. Repici che della fiction – guarda caso – ha curato il soggetto.
Si imbastisce insomma il processo mediatico contro di me, con il risultato (se non con l’obiettivo) di esercitare pressione sui magistrati e sull’opinione pubblica. Processo mediatico che si rafforza, poi, del supporto di una pluralità di organi dell’informazione ‘libera’ di cui il nostro paese non può che andar fiero.
Costoro scrivono, diffamano, meritoriamente guadagnano, ma non rispondono di quanto scrivono. Anche perché querelarli è tempo (e danaro) perso. Io divento il “finto colonnello“ per l’Italia televisiva intera e non ho modo di rettificare, né chiedere che il mio nome venga mondato da quelle tanto improbabili quanto infamanti allusioni. Il tutto – ripeto – mentre è in corso il processo nel quale sono imputato.
E già, perché nel frattempo, io vengo indagato in base alle dichiarazioni rilasciate nel 1996 da un pentito, tale Orazio Munafò, per acquisire le “confidenze” del quale, il Dott. Emanuele Crescenti della Dda di Messina si era recato addirittura a Roma, nel carcere di Rebibbia ove il Munafò era ristretto, accompagnato da un Tenente dei Carabinieri della Compagnia di Milazzo e da un altro ufficiale di pari grado, con il precipuo compito di porgergli la cruciale domanda: “Munafò, conosci tu tale Donia Giuseppe?”
“Si dottore, lo conosco benissimo. Possiede un negozio di articoli da regalo a Torregrotta. A seguito del possesso di questa attività, ho sentito dire che pagava il pizzo a Timpani (Santi Timpani, l’autorevole pentito di cui si è già testimoniata la matematica affidabilità, nda). Sì dottore, solo sentito dire, poiché in quel periodo io e Timpani non andavamo più molto d’accordo” (testuale come da verbale, nda). Peccato che l’attività commerciale alla quale il Munafò faceva riferimento fosse intestata non al sottoscritto – Donia Giuseppe – ma a tale Donia Carmelo, di cui ignoravo l’esistenza, e che oltretutto risultava deceduto nel 1991.
Si trattava di un mio quasi omonimo. Uno scambio di persona. Roba troppo difficile da accertare, per un procuratore.
Ben quattro PM decidono comunque di aprire il caso, senza svolgere indagini – come risulta dai loro stessi fascicoli. A me comunicano la chiusura delle indagini (mai svolte), in seguito alle quali chiedono ed ottengono dal Gip di Barcellona Pozzo di Gotto, dott.ssa Pino, il mio rinvio a giudizio. Siamo nel 2000, quando ricevo un avviso di garanzia per il reato più grave ed infamante che potesse mai essermi addebitato: 416bis, in concorso con il Tenente Colonnello dei Carabinieri, Antonio Fortunato, il Tenente Colonnello dei Carabinieri, Fernando Acampora, il Maresciallo dei Carabinieri, Carmelo Giardina, e un tizio, a me sconosciuto, di professione mafioso. Il capo d’imputazione per me? Depistaggio. Per un fatto accaduto il 12 dicembre 1985. Quale fatto? L’omicidio di Graziella Campagna.
In definitiva, nel 2000, su richiesta del PM della DDA Rosa Raffa il procedimento nel quale sono imputato per depistaggio in concorso con i Carabinieri, il Gip Daria Orlando procede all’archiviazione.
Nel 2009, il PM d’udienza, dott. D’Anna, non essendo emerso elemento alcuno in dibattimento, stralciata da tempo la mia posizione, depositata l’istanza in cui rifiutavo sia l’indulto sia la prescrizione, chiede ed ottiene dalla Corte l’assoluzione perché il fatto non sussiste per il reato del quale sono stato accusato dal collaboratore di giustizia Santi Timpani, ovvero la cessione d’armi allo stesso Timpani ed al di lui compare, Salvatore Lisa, che essendo deceduto, viene sostituito, in corso di processo, dal figlio Oscar, assolto pure lui. La sentenza viene pronunciata però solo nel novembre del 2009, ovvero 9 anni dopo la mia iscrizione nel registro degli indagati, e la plurima, capillare, pervasiva attività di ‘sputtanamento’ mediatico nel frattempo prodotta.
Altro fatto del quale viene riconosciuta la non sussistenza è l’avere pagato il pizzo a Timpani, reato del quale ero stato invece accusato nel 96 dall’altro pentito, Orazio Munafò. Vengo assolto anche, nel 1998, dall’accusa di aver vagato armato per i comuni di Milazzo, Barcellona e paesi limitrofi privo di licenza. Accusa, questa, che il Sostituto Procuratore dott. Olindo Canali, della Procura di Barcellona, aveva ritenuto di dovermi imputare in base a non si sa bene quali notizie, indizi, prove di reato. Canali, per completezza di informazione, è il PM che in una lettera anonima – poi riconosciuta come scritta da egli medesimo – viene indicato come responsabile della condanna all’ergastolo un imputato di omicidio, ed a quella a trent’anni di un pentito che accusava quest’ultimo, pur sapendoli ambedue non colpevoli. La lettera anonima – dapprima apocrifa, ma successivamente riconosciuta come redatta dallo stesso Olindo Canali, come figura agli atti di un processo in Corte d’Assise di Messina – era stata recapitata all’Avv. Franco Bartolone, difensore in udienza nel maxiprocesso Mare Nostrum, di cui all’epoca si celebrava l’appello a Messina.
Ai tempi del processo per possesso abusivo d’armi al quale mi aveva rinviato nel 1992, il Pm Canali cercava di inserirsi alla DDA, come scrive Nuccio Anselmo su la Gazzetta del Sud del 24 marzo 2009. Accusarmi di una specie di illegale vagabondaggio armato, anni dopo i fatti per i quali ero stato imputato, deve essergli sembrata un buona opportunità per sostenere le proprie ambizioni. Peccato però che la licenza ad andare armato, io l’avessi.
La mia terrificante esperienza processuale e giudiziaria si conclude definitivamente solo nel 2009. Ma le sentenze di assoluzione, passate in giudicato, sono acqua fresca per questi Torquemada d’accatto. La gogna mediatica, infatti, è andata avanti. Imperterrita.
Il mio caro amico e avvocato, Salvatore Stroscio, quotato cassazionista, mi consiglia di lasciar perdere. Perché corro dei rischi seri. Anche perché le cause costano. Ho dovuto vendere la sola casa di cui ero proprietario e prendere in affitto un modesto appartamento in un altro paese. Le cause, poi, costano anche in salute. E la mia è stata spesa ormai quasi tutta.
Se non fosse così, in fondo, il Teorema a che servirebbe?
Invece il Teorema, una volta emesso, deve essere difeso ad oltranza. Costi quel che costi. Agli altri, naturalmente.
Considerazioni finali
Chiunque deve accettare di essere “avvisato” o “ indagato” ed anche processato. Non è però tollerabile che prima ancora che inizi un’indagine, stampa e tv, ascoltino la parte civile e la parte offesa, senza dare la possibilità alla persona indagata, di dire la sua. Quando l’assoluzione o l’archiviazione sono passate in giudicato, chiunque abbia partecipato al linciaggio morale del soggetto, deve rettificare e risponderne, anche in sede civile.
Nel mio caso, in esito a una campagna di denigrazione assolutamente sproporzionata, anche per la modestia della mia persona, nulla è stato messo in opera per una doverosa rettifica, sebbene più volte richiesta.
Due assoluzioni perché il fatto non sussiste e un’archiviazione. In un mondo civile, chi mi ha gettato tonnellate di fango addosso, sarebbe stato chiamato a risponderne. Nel nostro paese, invece, ne è stato fatto un eroe.

7 Commenti a ““Il Teorema” di Beppe Donia, ovvero come Niki Vendola mi ha rovinato la vita”

  • Georg:

    Olindo Romano e Rosa Bazzi, innocenti, stanno scontando la condanna all’ergastolo con sentenza definitiva.

    Le prove raccolte dai RIS di Parma li scagionano.

    In italia la giustizia non esiste. Dal 17 marzo 1861.

    • Beppe:

      Grazie per la lunga pubblicazione del mio caso.Per Olindo e la moglie,la pressione mediatica è stata ossessiva.Trasuente i fatti,di per se orribili. Ma la crudeltà dell’accaduto, non si deve fare scontare a persone ncenti.Torneremmo ai processi staliniani,d’infausta memoria.Ma in Italia,chi è ben pagato, pavoneggiato,temuto,tende ad “apparire ” oltre i limiti del suo incarico. E come scrisse Francesco Misiani, ritiene che il ” sistema ” debba essere riformato con l’ideologìa più infame della storia,pur prodiga di infamie.Quella comunista,il comnismo bolscevico.Non funziona così.Non ha mai funzionato. Perchè portare a galla,riesumare cadaveri putrefatti,uccisi dalla storia?

  • Beppe:

    Il PM Olindo Canali, in un alettera anonima, poi riconosciuta come propria,reperibile si processomediatico.it – e pubblicata anche dalla Gazzetta del Sud,tra le atre amenità, scagina Gullotti ed il pentito Bonaceto,ammentendo di averli fatti condannare per sapendoli nnicenti dei gravi reati ascritti.Un ergastolo e trant’anni.Ma, aggiinge, essendo io leninista, non uardo in faccia nessuno per la lota alla mafia.Poi paventa di essere arrestato. Chi da queste condanne, in esito al brutale omicidio del giornalista Beppe Alfano, cioè i parenti e l’onnipresente rag.avv. Fabio Repici, anche lui tirato in ballo dalla confessione di Canali, pensava di avere giustizia con quel che segue, vede dubbi e perplessità ai qualki non sono abituati.Solo certezze televisive.Ma sempre certezze.Quindi è scoppiata la guerra tra i componenti di questi clan,pennivendoli,PM,e tutti i corifei,ed i loro dirimpettai.Terribili accuse vengono rivolte ai Magistrati della Procura di Messina poichè, affermano i fleentes,quando sin’ora dichiarato da un pentito, è più che sufficiente per arrestare tutta Barcellona e frazioni,oltre a 100 km verso nord e 100 verso sud. Con tuti quelli che ci abitano.Le prove ?Non sono necessarie.Bastano i processi mediatici.Già.

  • Beppe:

    Pubblicare tutta la storia,è stato anche un atto di coraggio.Alciuni principi del foro, mi ha preconizato gravi sciagure per quella esposizione. Ma un riassunto di quanto è accaduto. E’ solo un biggino di 21 anni buttati via. Nel frattempo su Google,le iniziative di sporco mendacio,di dileggio, ma molto pericoloso per la mia icolumità,si moltiplicano . Ho presentato querela alla Polizia Postale.Un osco figuro mi segue da giorni,quando vado a comprare l pane, o porto il canuzzo a fare la pipì. O mi reco in farmacia. Tappe e luoghi obbligati. Lasci questo scritto a futura memoria.

  • Beppe:

    Non riesco a farlo girare come vorrei.Siete meravigliosi.Il Giornale tramite Zurlo,è al corrente della faccenda.Aveva promesso di interessarsi.Due anni or sono.Solo il pen’ultimo Riformista pubblicò tutto il report della Bonfante.Con grande biasimo di Travaglio . Lui e gli altri hanno la licenza NATO per il supercannone dello spargiletame rotativo.Il Blog enrico di giacomo, in realtà è sempre illume.Soia Alafano scrive di ttti su casa della legalita e della cultura. In atto c’è grande guera tra la prefata, assistita dal Rag.Avv.Fabio Repici , e l’antico sodale Olindo Canali.Quello che tra l’altro, si occupò di me , come da lettera pubblicata da Tato,ed anche del Procuatore Capo di Patt, Giuseppe Gambiuno, reo di non avermi condannar per la questione armi.Avedo io querelato tutti i verbalizzati,allegando all’atto anche la sentenza moivazione con la qualesono assolto perchè i fatto non sssiste,ancoa, aendo iviato tale documentazione presso i Comandi Superiori,si sono scatenati. Sonia lafao scrive come Gisella Peana,sulla pagina di Vittime dell’Antimafia.Buona Giornata.

  • dl31:

    Beppe…
    quello che ti segue che dice ?????
    informaci sempre soprattutto su questo…
    …non ci far preocupare !!!!!
    e se riconosci fai un fischio che vediamo il da farsi !!!!!

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