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UNA STORIA DI ASSAI LUNGA DURATA
Praticata fin dall’antichità, in Africa la tratta degli schiavi ha dato luogo a tre rami specifici. L’ultimo, organizzato da potenze europee, si inseriva in un commercio triangolare con le Americhe. Ricerche storiche recenti definiscono il coinvolgimento umano ma soprattutto economico di questo traffico.

La tratta coloniale degli schiavi, organizzata dagli Stati più strutturati dell’Europa moderna, è stata oggetto di una minuziosa legislazione (fiscale, commerciale, amministrativa, sanitaria). Gli archivi pubblici e privati ne abbondano e hanno permesso agli storici, da più di tre decenni, di analizzare con rigore i meccanismi messi in opera da armatori, capitani di navi, fornitori di merci destinate a servire da moneta per l’acquisto degli schiavi sulle coste africane, piantatori delle colonie acquirenti di questa mano d’opera schiava, amministratori incaricati della gestione e della difesa delle colonie… E’ accettato che la tratta europea ha prelevato in Africa fra i 12 e i 13 milioni di esseri umani, comprese tutte le destinazioni, dei quali circa un terzo donne. La mortalità durante le traversate era molto variabile secondo le spedizioni, ma il numero dei morti nel corso delle traversate – accuratamente registrati sui libri di bordo – si è elevato a circa il 15% del totale degli schiavi imbarcati, facendo dell’Atlantico il «più grande cimitero della storia»

Negli ambienti sia scientifici che di associazioni e attivisti la storia della tratta dei neri è stata oggetto di numerose controversie. Comprovato fin dai tempi più antichi, il commercio di uomini e donne d’Africa ha avuto inizio molto prima che gli europei dell’epoca moderna esplorassero le coste del continente nero. Così è essenziale distinguere bene tra le grandi forme di tratta degli schiavi che avevano fatto della popolazione nera la fonte principale, se non l’unica, di approvvigionamento di schiavi: la tratta detta orientale, la tratta interna africana, la tratta coloniale e europea. Queste tre forme di tratta degli schiavi non sono comparse nei medesimi periodi e non hanno avuto la stessa durata, ma si sono sovrapposte all’epoca coloniale.

La tratta orientale si inserisce nella continuità delle pratiche schiaviste delle società dell’antichità classica: l’antico Egitto, la Mesopotamia, l’impero romano, hanno in particolare fatto abbondante ricorso agli schiavi africani per il lavoro agricolo, nella costruzione degli edifici pubblici e delle strade, ma anche per i lavori domestici. Erede del mondo romano, l’impero bizantino ha continuato in questa pratica fino nel cuore del medioevo. Sorti in gran parte sul territorio dell’impero bizantino, gli imperi arabi, a partire dal VII secolo, hanno continuato questo trasferimento di popolazioni africane asservite fino ai centri dei nuovi poteri, verso Mossul e Bagdad, per esempio.

Il lavoro agricolo era allora la principale attività garantita da questi schiavi, ma essi erano ugualmente destinati ai compiti dell’economia domestica e agli harem. I circuiti di approvvigionamento di questi grandi imperi sono rimasti pressochè immutati durante millenni: per via di terra attraverso il Sahara, il deserto arabico, l’alta valle del Nilo, poi attraverso il Sinai, l’Anatolia, la valle del Tigri e dell’Eufrate, e poi l’Asia centrale e i confini dell’impero russo a partire dalla fine del 17° secolo; per via marittima attraverso il mar Rosso e il Golfo Persico partendo dalle coste orientali dell’Africa, perfino dal Madagascar per quanto riguarda la tratta nella sua parte araba.

Cifre vivamente controverse

Questa pratica di assai lunga durata è sopravvissuta ai numerosi cambiamenti politici e agli sconvolgimenti religiosi: dal paganesimo antico all’Islam, passando per il cristianesimo tanto greco che latino, la riduzione in schiavitù degli africani si è mantenuta in queste società ed è stata alimentata da un commercio regolare di provenienza dall’Africa orientale, da Zanzibar all’Abissinia, passando per la regione dei Grandi Laghi. Mentre è impossibile misurare l’ampiezza della tratta antica e bizantina, in mancanza di fonti affidabili, sono stati effettuati tentativi di valutazione quantitativa della tratta chiamata musulmana (o araba) – terminologia questa sulla quale non vi è unanimità. Si stima che dal settimo al diciannovesimo secolo sono stati strappati al continente nero dai 7 ai 12 milioni di persone. Ma queste cifre restano oggetto di vivaci controversie.

La tratta in terra africana, fondata principalmente sul rendere schiavi i prigionieri di guerra, è esistita per un periodo ancora più lungo, del quale in mancanza di informazioni è estremamente difficile fissare la durata. Sotto forme diverse, la schiavitù e il commercio delle persone sono stati praticati diffusamente nella maggior parte delle società africane molto prima dell’arrivo dei navigatori europei e indipendentemente dai circuiti delle tratte orientali. Hanno potuto essere avanzate valutazioni che fanno della tratta dei neri interna all’Africa – la cui esistenza è ancor oggi contestata da certi intellettuali africani – l’equivalente della tratta orientale, ma ripartita su un periodo ancora più lungo. Tuttavia – essenziale questa diversità – mentre la tratta orientale privava l’Africa di una parte della sua popolazione, la tratta africana interna manteneva intatto il potenziale umano del Continente.

Infine, nocciolo delle attuali controversie, la tratta negriera coloniale europea presenta caratteristiche radicalmente nuove, sia qualitative che quantitative. A differenza delle precedenti, essa ebbe preponderante carattere “razziale”: ne furono vittime soltanto i Neri dell’Africa,al punto di rendere il termine “negro” sinonimo di schiavo nella lingua francese del XVIII secolo. Questa “deriva razziale” dello schiavismo ha portato al trasferimento di una ingente popolazione africana sul continente americano e alle Antille i cui discendenti formano oggi un’importante componente, perfino come maggioranza alle Antille.
La tratta coloniale degli schiavi, organizzata dagli Stati più strutturati dell’Europa moderna, è stata oggetto di una minuziosa legislazione (fiscale, commerciale, amministrativa, sanitaria). Gli archivi pubblici e privati ne abbondano e hanno permesso agli storici, da più di tre decenni, di analizzare con rigore i meccanismi messi in opera da armatori, capitani di navi, fornitori di merci destinate a servire da moneta per l’acquisto degli schiavi sulle coste africane, piantatori delle colonie acquirenti di questa mano d’opera schiava, amministratori incaricati della gestione e della difesa delle colonie… E’ accettato che la tratta europea ha prelevato in Africa fra i 12 e i 13 milioni di esseri umani, comprese tutte le destinazioni, dei quali circa un terzo donne. La mortalità durante le traversate era molto variabile secondo le spedizioni, ma il numero dei morti nel corso delle traversate – accuratamente registrati sui libri di bordo – si è elevato a circa il 15% del totale degli schiavi imbarcati, facendo dell’Atlantico il «più grande cimitero della storia»; ai quali devono essere aggiunte le vittime – quasi altrettanto numerose in termini assoluti – fra i membri degli equipaggi. Dal livello di circa il 30% nel XVII secolo, la mortalità degli schiavi è scesa al 12% alla fine del XVIII grazie alla minore durata delle traversate e all’incontestabile miglioramento dell’igiene e dell’alimentazione degli schiavi, per risalire a più del 15% nel XIX secolo durante il periodo della tratta illegale.

Altra particolarità della tratta coloniale: la sua durata fu molto più breve di quella della tratta orientale e interafricana, perchè si svolse dalla fine del XV secolo fino agli anni 1860. Il XVIII secolo concentra da solo il 60% delle spedizioni, il XIX – periodo nel quale la tratta era diventata illegale – quasi il 33%, mentre i secoli XVI e XVII raggiungono a malapena il 7% del totale. Eppure la massima intensità della tratta europea degli schiavi, che le attribuì tutta la sua specificità storica, si è in realtà concentrata su un periodo molto più breve, poichè il 90% degli schiavi africani deportati verso le colonie europee delle Americhe e dell’Oceano Indiano lo sono stati fra il 1740 e il 1850, ovvero in poco più di un secolo. Proprio questo carattere di brutalità, circoscritto a un lasso di tempo molto corto, ha profondamente segnato gli spiriti e urtato le coscienze di molti contemporanei: fra il 1780 e gli anni ’20 del 1800, circa 100.000 africani furono comperati ogni anno, cifra che nessun’altra tratta negriera ha mai raggiunto e cui neppure si è mai avvicinata. La graduatoria delle potenze negriere si stabilisce sulla base delle statistiche della tratta stessa: il Portogallo ha effettuato il trasferimento alle Americhe di più di 4,6 milioni di schiavi. Dopo aver inaugurato questo tristo commercio a partire dalla metà del XV secolo, ha svolto la parte essenziale della tratta illegale nel XIX secolo. La Gran Bretagna viene in seconda posizione, con più di 2,6 milioni di deportati, una parte dei quali fu venduta nelle colonie spagnole e anche francesi, malgrado il divieto legale. La Spagna, malgrado l’immensità del suo impero americano, arriva soltanto al terzo posto, soprattutto nel XIX secolo a causa dell’attività di Cuba, punto di partenza di un buon numero di navi della tratta clandestina. Gran parte dell’approvvigionamento in schiavi delle colonie spagnole fu eseguito dai britannici. La Francia occupava il quarto posto, con circa 1,2 milioni di deportati sulle proprie navi, dei quali circa l’80% furono destinati a Santo Domingo (Haiti), primo produttore mondiale di zucchero alla fine del XVIII secolo.

La geografia dell’Europa negriera è ben nota: i grandi porti negrieri si concentrarono in un triangolo che andava da Bordeaux a Liverpool e all’Olanda. Questa facciata nord-occidentale d’Europa organizzò più del 95% delle spedizioni negriere europee. In ordine d’importanza i grandi porti della tratta sono stati Liverpool, con 4.894 spedizioni identificate, seguito da Londra (2.704), Bristol (2.064), Nantes (1.714), Le Havre-Rouen (451), La Rochelle (448), Bordeaux (419), Saint-Malτ (218), … Si deve segnalare il caso del Portogallo. Primo Paese negriero, di gran lunga davanti a Inghilterra e Francia, questo Paese seguì una pratica diversa: i circuiti non partivano sistematicamente da Lisbona, ma il commercio degli schiavi si svolgeva fra il Brasile – di gran lunga la principale destinazione – e le coste dell’Angola, della Guinea o del Mozambico, attraverso l’Atlantico meridionale.
Un aspetto particolare del commercio negriero: il pagamento degli schiavi sulle coste dell’Africa, nei regni costieri che si erano strutturati intorno a questo lucrativo commercio, si faceva soltanto eccezionalmente in metalli preziosi, e abitualmente invece con manufatti: tessuti, ferramenta, stoviglie, armi bianche e da fuoco, alcol, bigiotteria, ecc. queste merci dette da tratta non erano affatto – come sovente si è detto – di cattiva qualità o di valore irrisorio: corrispondevano invece alla domanda dei venditori, che non avrebbero accettato a lungo di essere ingannati dagli europei. In cambio di prigionieri (il più sovente in seguito a guerre o razzie), i re africani che controllavano la tratta a monte ottenevano strumenti di prestigio che garantivano loro un potere spesso molto esteso.

Le esigenze di una clientela numerosa

Nondimeno, e per l’Europa qui stava l’essenziale, questo scambio di una forza lavoro destinata alle sue colonie contro prodotti usciti dall’attività manifatturiera delle sue città e campagne era altamente remunerativo. Non soltanto l’acquisto di schiavi contribuiva alle attivitΰ manifatturiere più diverse e sovente distanti dai porti negrieri, ma quegli schiavi venduti alle colonie costituivano la mano d’opera indispensabile per la produzione delle derrate coloniali – zucchero, caffè, cacao, … – molto ricercate in un’Europa in pieno sviluppo. Queste merci coloniali, trasformate sul continente europeo, venivano esportate lontano dai porti d’arrivo e procuravano notevoli guadagni: la Francia, allora grande esportatrice di zucchero, equilibrava la sua bilancia commerciale grazie alle sue colonie piene di schiavi.

Inoltre, e a quel tempo si trattava di un elemento di capitale importanza, il «baratto» di schiavi contro merci evitava l’uscita dall’Europa di metalli preziosi, a differenza del famoso commercio con le sedi commerciali in India, che esportavano in Europa tessuti pagandoli con monete dell’argento proveniente dal Perù.
Senza entrare nelle controversie circa la redditività della tratta negriera – che avrebbe generato profitti dell’8% fino al 10% soltanto – si può tuttavia affermare che deve essere presa in considerazione la totalità del circuito commerciale negriero: a monte, le attività sviluppate da un flusso continuo di armamento di navi per questo commercio, pesantemente caricate di manufatti, la costruzione navale, l’attrezzatura e la manutenzione delle navi; a valle, l’esistenza delle colonie della zona tropicale e le loro produzioni agricole di elevato valore agli occhi di una clientela sempre più numerosa ed esigente.

Queste colonie furono non soltanto fonti di immensi profitti, tanto per i piantatori che per i negozianti dei porti, ma erano considerate come i segni più visibili della potenza delle metropoli. Nel XVIII secolo le guerre franco-inglesi avevano tutte sullo sfondo la rivalità per la supremazia coloniale. Ora, senza la mano d’opera fornita dalla tratta negriera, queste colonie non sarebbero state altro che terre vuote…

Così soprattutto nei secoli XVII e XVIII la tratta degli schiavi costituì il cuore della ricchezza e della potenza coloniale delle grandi nazioni d’Europa. La sua violenza ne fece il principale bersaglio della nascente contestazione del sistema coloniale. Il movimento antischiavista e abolizionista, all’inizio sorto e formatosi negli Stati Uniti al momento della Dichiarazione d’Indipendenza, poi in Inghilterra e in Francia alla fine degli anni 1780, mise l’eliminazione della tratta al primo posto nei suoi obiettivi politici. La prima tappa sarebbe dovuta essere la sua proibizione mediante un accordo fra i Grandi Paesi; ne sarebbe derivata una trasformazione delle condizioni stesse della schiavitù, che avrebbe aperto la strada alla sua soppressione progressiva, senza scontri nè crolli economici.

Entità del prelievo umano

Per il movimento abolizionista internazionale, la schiavitù era una conseguenza del crimine iniziale rappresentato dalla tratta – il crimine assoluto. La sua scomparsa avrebbe avuto un doppio effetto benefico: da una parte, l’estinzione programmata della schiavitù, sostituita dal salariato, e dall’altra la fine dello spopolamento dell’Africa….

Questo schema, idealizzato all’estremo dai più ferventi antischiavisti – l’Abbe Gregoire e Mirabeau in Francia, Thomas Clarkson e William Wilberforce in Inghilterra – nei fatti non si è mai realizzato in questa forma. In Francia, la prima abolizione della schiavitù, il 4 febbraio 1794, venne imposta dall’insurrezione dei Neri di Haiti a una Convenzione che non si prospettava certo di procedere tanto in fretta. Ora, la soppressione della tratta non aveva preceduto questa abolizione rivoluzionaria. In Inghilterra, dove il movimento abolizionista era molto potente, come pure negli Stati Uniti, la tratta fu abolita con una legge nel 1807.

Nel 1815, al Congresso di Vienna, le Potenze si accordarono per mettere fuori legge la tratta negriera. Tuttavia in nessun luogo si vide come conseguenza il deperimento della schiavitù.

E’ pur vero che una tratta illegale mantenne a lungo in funzione i circuiti di approvvigionamento delle grandi piantagioni del Brasile, di Cuba e perfino degli Stati Uniti. Dappertutto l’abolizione di questo sfruttamento fu il solo modo di mettere fine a una pratica che la sola interruzione dell’arrivo di schiavi africani non minacciava.

Così le tratte negriere sono state una delle più violente fonti di approvvigionamento di schiavi. Tuttavia non si deve attenuare ciò che caratterizzò profondamente la tratta coloniale: innanzitutto la sua iniziale connotazione “razziale”, poi la sua organizzazione amministrativa da parte di Stati, Inghilterra e Francia, che sul proprio territorio avevano proclamato la proibizione della schiavitù, e infine l’ampiezza stessa del prelievo umano operato a detrimento dell’Africa, letteralmente svuotata delle sue forze vive.


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3 Commenti a “LA CIVILTA’ DELLA TRATTA DEGLI SCHIAVI”

  • Gerog:

    Ci-viltà romana.

  • antonio:

    La civiltà Bianca-Germanica..

  • leo:

    Esiste una stirpe di personaggi che si é distinta in modo particolare nel detestabile commercio degli schiavi negri. Che pena che l´autore, cosí prercisino nel darci numeri e statistiche, non l´abbia nemmeno menzionata.
    Antonio, civiltá bianco-germanica???? Questa non l´ho capita. I tedeschi sono stati di gran lunga i meno schiavisti tra le nazioni europee di un certo rilievo.

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