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All’articolo manca una precisazione: i mangimi Cargill, che sono in vendita in ogni angolo del pianeta e sono mangiati da tutti gli animali da carne, contengono la soia transgenica che finisce nel sangue delle bestie per poi arrivare all’uomo. Particolare: il glifosato, principale ingrediente nei diserbanti della soia transgenica rimane sempre attivo nei liquidi. Secondo studi da noi riportati in precedenti articoli il glifosato è il principale imputato della riduzione della fertilità di animali da laboratorio e della loro morte prematura. E per l’uomo che di questi animali si ciba?

LB

Autore Carlos Manuel Sanchez

fonte http://xlsemanal.finanzas.com

link articolo http://xlsemanal.finanzas.com/web/articulo.php?id=66619&id_edicion=6127&salto_pagina=0

traduzione Antonio Urso

La Cargill è la più grande multinazionale di materie prime agricole, insieme alla Bunge ed ADM controlla il 70% del mercato; nonostante ciò le notizie su questa impresa sono scarse e difficili da trovare. Cereali, cotone, caffè e trasporto di granaglie sono le principali attività in cui opera. Questa impresa, al pari delle moire greche, ha tra le mani il destino di milioni di persone, ma come tutte le grandi imprese insegue solo un fine: il profitto. Carlos Manuel Sánchez, autore dell’articolo, cerca di far luce sulla Cargill e sulla nuova caccia all’oro dei speculatori della Borsa di Chicago, districandosi tra cambiamenti climatici, siccità e rivolte nel mondo arabo. (Antonio Urso)

Ha 59 anni e non concede mai interviste. Sicuramente, il suo nome e quello della sua impresa non vi dicono nulla. Però per le sue mani passa la maggior parte degli alimenti che voi possiate immaginare. Cargill è una delle quattro compagnie che controllano il 70% del commercio mondiale del cibo. Mentre il mondo si raffronta con la maggior crisi alimentare da decenni a questa parte, essi fanno cassa «leggendo i mercati»…Così funziona.

Voi non lo sapete, però la fetta biscottata della vostra colazione è una merce più preziosa del petrolio. La farina con la quale è fatta ha un nome: Cargill. Vi suona familiare?

Si chiama anche Cargill il burro che spalmate sulla vostra fetta biscottata ed il glucosio della marmellata che l’addolcisce.

Cargill è il mangime che ingrassò la vacca da latte e la gallina che depose le uova che si friggono nella padella. Cargill è il grano del caffè e il seme del cacao, la fibra dei biscotti e la bevanda di soia, il dolcificante della bibita analcolica, la carne dell’hamburger…la semola della pasta? Cargill. E il mais dei nachos, il girasole dell’olio, il fosfato dei fertilizzanti… e che mi dite del biocombustibile della vostra automobile, l’amido che le compagnie petrolifere hanno raffinato per convertirlo in etanolo e mischiarlo alla benzina? Indovinate.

No, non cercate marche o etichette: non le troverete. Cargill è passata in punta di piedi per la Storia. Come può essere che un’impresa fondata nel 1865, con 131 mila lavoratori divisi in 67 paesi, con un fatturato annuale di 120 miliardi di dollari, che è quattro volte il fatturato della Coca Cola e cinque quello di McDonald’s, sia così sconosciuta?

Come si spiega che una compagnia cosi gigantesca, il cui fatturato supera l’economia del Kuwait, del Perù e d’altri 80 Paesi sia passata così inosservata fino ad ora?

In parte, perchè è un’impresa familiare. Si, i suoi numeri sbalordiscono, però Cargill non è quotata in borsa e non deve dare spiegazioni. I suoi soci sono uno sciame di pronipoti dei fondatori, i fratelli William e Samuel Cargill, contadini dello Iowa che misero su un impero nel XIX secolo, grazie a un elevatore di cereali addossato ai binari della ferrovia in un paesino della prateria che non compariva nelle mappe.

Più tardi, un cognato – John Macmillan – prese le redini. Nel volgere dei decenni, i Cargill ed i Macmillan continuarono aggiungendo silos di grano, mulini, cave di sale, mattatoi e una flotta di navi mercantili. Oggi, un’ottantina di discendenti si distribuiscono i dividendi e giocano a golf.

Poco si sa di loro, tranne che tutti maschi indossano il kilt nelle feste per onorare i loro antenati: sette di loro si siedono nel consiglio d’amministrazione, e sono nella lista Forbes dei più ricchi del pianeta, con fortune che s’aggirano intorno ai 7 miliardi ciascuno.

Il presidente della compagnia è Greg Page, un tipo flemmatico a cui gli piace affermare, con certa lentezza, che Cargill si dedica “alla commercializzazione della fotosintesi.

Però, non è proprio un posto dove si scherza. I prezzi degli alimenti di base sono rincarati nell’ultimo anno: il grano dell’84%, il mais del 63% e il riso quasi del 10%. Sono i tre cereali che danno da mangiare all’umanità e sono ai loro massimi storici, avverte l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO).

Valori superiori a quelli del 2008, che causarono rivolte in 40 Paesi e condannarono alla fame 130 milioni di persone, ed i prezzi continueranno ad aumentare – pronostica il Financial Times. «Il costo dei cereali è critico per la sicurezza alimentare, perchè è la materia prima di riferimento nei paesi poveri. Se i prezzi continuano a lievitare, ci saranno più sommosse.

Le ragioni (degli aumenti di prezzo) sono multiple. Un cocktail di siccità, scarsi raccolti e speculazione. I “vincitori”, in questa situazione, sono molto pochi.

Tra di loro, ci sono le mastodontiche imprese che controllano il commercio mondiale di cereali: Cargill ha triplicato i suoi profitti nell’ultimo semestre e i suoi guadagni superano i 4 miliardi di dollari, record raggiunto nel 2008 nelle torbide acque della crisi alimentare.

La compagnia scommise che la siccità in Russia, uno dei grandi produttori mondiali, avrebbe obbligato Vladimir Putin a proibire le esportazioni per assicurare il consumo interno. E c’azzeccò. «Facemmo un buon lavoro, “interpretando i mercati”, e reagimmo con rapidità» spiegò un portavoce di Cargill. In cosa consiste questa reazione?

In pratica, si tratta di giocare al Monopoli comprando raccolti nel mercato dei futures, prima del momento in cui si pianti un solo seme. E muovendole da un posto all’altro del pianeta, là dove risulta più redditizio.

Le grandi imprese cerealicole basano il proprio potere nel controllo della rete di distribuzione: silos, magazzini, elevatori di cereali strategicamente situati vicino agli snodi ferroviari, flotte mercantili transoceaniche…ma non possiedono la terra. Preferiscono che gli agricoltori corrano il rischio di perdere il raccolto. Se c’è abbondanza, le compagnie ammassano e sperano. Se un disastro climatico rovina la produzione in un posto qualsiasi del Pianeta, hanno la capacità di trasportare i surplus da un posto all’altro, per quanto lontani essi siano.

E’ un gioco rischioso.

La Russia, ad esempio, riforniva l’Egitto ed altri paesi arabi: Cargill s’accorse per prima della carenza, poiché ha un servizio d’intelligence che può essere paragonato a quello della CIA. Usa satelliti di comunicazione, sensori climatici ed un esercito d’informatori e talpe nei governi: così facendo, sorpassò i suoi competitori, anche le statunitensi Archer Daniels Midland (ADM), Bunge e la francese Louis Dreyfus. Questi quattro marchi – tutti, centenari, familiari e molto riservati – controllano circa il 70% del commercio mondiale.

In quel frangente, Cargill fece incetta di grano di altri produttori per collocarlo nei porti del Nord Africa ed avere così il monopolio dei prezzi. Affare perfetto. Solo che il pane aumentò in tutto il Maghreb e lo spettro della fame s’aggiunse all’ansia della libertà: la miccia della rivoluzione era pronta, affinché Facebook l’accendesse.

Per spegnerla, alcuni paesi arabi hanno incrementato le proprie importazioni di grano, come l’Algeria e l’Arabia Saudita. Esempio che hanno seguito altri governi, come quello messicano, scottato per la recente crisi delle tortillas e dove gruppi disperati armati con pietre e machetes assaltavano i treni carichi di cereali e li saccheggiavano, al ritmo di 35 tonnellate ogni mese.

Accumulare riserve provoca, però, che i prezzi continuino ad aumentare: pura legge dell’offerta e della domanda. E la domanda non smette di crescere, perchè la popolazione mondiale aumenta e perchè l’emergente classe media cinese e indiana mangia sempre di più e meglio. Le inondazioni in Australia e Pakistan, inoltre, hanno contribuito allo scarseggiare delle materie prime (alimentari). Le attuali riserve mondiali totalizzano 432 milioni di tonnellate, le quali equivalgono a solo 70 giorni di consumo, che scenderanno a 64 in Primavera.

«Siamo entrati in un terreno pericoloso. Il prezzo mondiale composto da cereali, grassi vegetali, prodotti lattieri, carne e zucchero è da sei mesi consecutivi che aumenta ed ha superato i livelli dell’ultimo shock alimentare. E ancora c’è margine affinché rincarino molto di più se l’onda di calore in Argentina si trasforma in siccità, o se Ucraina e Russia torneranno ad avere raccolti scarsi», spiega Abdolreza Abassian, economista della FAO. La Banca Mondiale prevede che i prezzi elevati si manterranno almeno fino al 2015. C’è chi va oltre e considera il cambiamento climatico un altro fattore inflazionario. Alcuni esperti stimano che, per ogni grado d’aumento della temperatura, si perderà il 10% della produzione agricola.

«L’era degli alimenti a basso costo è finita», sentenzia Gonzalo Fanjul, della Intermon Oxfam. Il paniere dei prodotti in America Latina già è rincarato del 45% dall’Estate. E il relatore speciale dell’ONU in diritto alimentare, Jean Ziegler, considera un «genocidio silenzioso» che centinaia di milioni di tonnellate di cereali siano bruciate come biocarburanti.

 

Con queste prospettive, ci mancava che gli speculatori entrassero a gamba tesa nel mercato delle materie prime e che avessero convertito la Borsa di Chicago – il parquet di riferimento nelle materie prime – in un casinò dove le fiches sono fave, cereali e fagioli: è ciò che sta avvenendo da quando scoppiò la crisi finanziaria nel 2007. La bolla immobiliare e creditizia è ora una bolla alimentare. Secondo la scomparsa società di consulenza Lehman Brothers, circa 270 miliardi di dollari sono “migrati” da Wall Street, a caccia d’offerte nei contratti futures di Chicago, i cui profitti sono lievitati di un 65% nell’ultimo anno.

Banche d’affari, fondi pensione ed a alto rischio (hedge funds) stanno dando un banchetto, al costo della fame di milioni di persone. Approfittano dei sofisticati meccanismi che permettono loro di concertare compravendite enormi, sborsando un’esigua percentuale del valore di mercato. «Com’è possibile che, uno speculatore, possa acquisire il 15% della produzione di cacao senza pagare un centesimo per rivenderla dopo?» si domandava, scandalizzato, il presidente francese Nicolas Sarkozy.

Questi ultimi “arrivi”, però, sono soltanto degli arrampicatori sociali in un business controllato da più di un secolo dagli stessi di sempre: le imprese cerealicole sorte all’alba della Rivoluzione Industriale, quando milioni di contadini emigrarono nelle città e smisero di mangiare quello che coltivavano, per non dipendere solo dal pane. In Europa, la dinastia del grano sorse lungo il Reno: i Fribourg (Continental), i Louis-Dreyfus ed i Bunge.

Di umili origini, si guadagnarono l’amicizia dei re ed ebbero momenti di gloria: nel 1870 salvarono dalla carestia i parigini i quali, accerchiati dall’esercito prussiano, si mangiavano oramai gli propri animali domestici e nel 1917 beffarono il blocco dei sottomarini tedeschi, che strangolavano le rotte d’approvvigionamento ai paesi alleati.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Piano Marshall servì per collocare gli eccessi di produzione alimentari nordamericani a mezzo mondo, Spagna inclusa. Furono sforzi enormi, sebbene molto ben remunerati.

Oggi, il mondo chiede loro che siano all’altezza delle circostanze. Ma, gli affari sono affari. C’è un detto in Argentina: «Bunge dà al contadino il credito, gli vende i semi e gli compra i cereali. E quando il raccolto è pronto, gli vende la fune per strozzarsi.»

Per questo, alcuni organismi chiedono che si crei una riserva mondiale di cereali da cui possano prelevare i governi nei periodi di scarsità e che serva, inoltre, a stabilizzare i prezzi. Perchè questa volta – avverte l’ONU – oltre a condannare milioni di persone a non poter riempire lo stomaco nei paesi svantaggiati, tutti avvertiremo, in maggiore o minor proporzione, le conseguenze della bolla alimentare.

Autore Carlos Manuel Sanchez

fonte http://xlsemanal.finanzas.com

link articolo http://xlsemanal.finanzas.com/web/articulo.php?id=66619&id_edicion=6127&salto_pagina=0

traduzione Antonio Urso

Un Commento a “Greg Peg, l’uomo che controlla l’alimentazione del pianeta”

  • antioppressione88:

    possibile ke l’ antitrust nn intervenga?
    nn si deve permettere d far diventare troppo influente un’impresa..
    maledetta globalizzazione

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