“La depressione è la perdita della speranza; un’atmosfera dal sapore necrofilo che come una cupola di ghiaccio, avvolge il nostro spirito, costringendolo a un isolamento totale e a una penosa prigionia”
Testimonianza
Alina, figlia di un arcinoto editore letterario milanese, mi confidò un giorno, di essersi innamorata di un affascinante ingegnere informatico di Lucerna (città della svizzera tedesca) che, spesso, faceva visita al padre per motivi di lavoro. “E’ la sola cosa che desidero al mondo”, mi ripeteva con aria trasognata, mentre io, conoscendola profondamente, dubitavo di quella scelta avventata, non ritenendo, il soggetto in questione, adatto a una personalità così complessa, come lo era quella di Alina; emotivamente fragile e, per molti versi, anticonformista e introversa insieme. Lei non era semplicemente bella ed attraente! La naturalezza del suo stile, la classe e il regale portamento, si traduceva in una tale femminilità da incutere un reverenziale timore. Ne ero assolutamente ammaliato e avrei giurato che la sua anima, condivideva con la mia, lo stesso identico sentimento. E la sua mente? La sua mente lo sapeva? Io non feci nulla per dissuaderla da quel suo convincimento anche se, in cuor mio, ahimè, non presagivo niente di buono.
Quel giorno si sposò, e tutto appariva perfetto, quasi predestinato, ma in quella sua ilare e, quasi ostentata allegria, io scorsi una pungente vena di dolore. A quella festa di matrimonio, c’era tutta la creme della residua borghesia bene di quei tempi e, in quell’apparente sfarzo, si respiravano sobrietà e leggerezza mescolate ad un’eleganza esente da ogni orpello. Tempo dopo, Alina con il suo principe, si trasferì in una sontuosa villa di Lucerna – una grande complesso rinascimentale con parco all’inglese e porticciolo, sulle rive dell’omonimo lago. Ci sentimmo al telefono in un paio di occasioni durante le quali, Alina, mi rassicurava della sua condizione fisica e mi esprimeva tutta la sua felicità. Poi, più nulla!! Venni a sapere dal padre, qualche anno più tardi, che era diventato nonno di due splendidi bambini, biondi come il grano e, in quell’occasione, mi espresse tutta la sua gioia e commozione.
Alina era dunque felice, e le mie infauste previsioni (solitamente confermate dai fatti), dovettero capitolare di fronte alla schiacciante realtà delle cose. Mi domandavo se fosse reale, il fatto che io potessi volere il male di Alina, e che l’attrazione nei suoi confronti, sconfinando nella gelosia, avesse potuto alterare la mia capacità di analisi e il mio giudizio critico.
Sette anni più tardi, in quell’opprimente, pomeriggio d’inverno milanese, Alina mi chiamò. “Sto male Gianni!!” – mi disse – “Molto male.. e non ce la faccio più!!!”. Mi raccontò della sua depressione, dei ricoveri, in prestigiose cliniche psichiatriche – degli infiniti farmaci e terapie; di quel tormento insostenibile che si era impadronito di ogni parte del suo essere. Il suo continuo piagnucolio, che faceva da sottofondo al suo sbiascicato rendiconto, quasi mi irritava e, al tempo stesso, mi riempiva di angoscia. “Voglio morire” mi disse alla fine, e non le seppi rispondere. “Ciao, ti voglio un mondo di bene!!”, concluse – e chiuse il telefono.
Alina aveva tutto ciò che si poteva desiderare, ma non era ciò che voleva veramente – ma Alina non lo sapeva! Il fascino dell’ingegnere, ricco e di buona famiglia, non aveva però rimosso le sue paure, ne tantomeno l’incantevole e sognante dimora sulle rive del lago con il suo parco principesco, dentro il quale, splendidi cani di razza si rincorrevano tutto intorno, abbaiando a immaginari e improbabili intrusi. Quei due splendidi marmocchi biondi e bene educati, diversamente dalla normale logica, avevano aggravato ulteriormente la sua già precaria condizione sentendosi, Alina, irresponsabilmente incapace di amare. Ne la corte di domestici, le nursery, i giardinieri, i ricevimenti mondani a bordi della piscina incastonata fra svettanti palme tropicali, avrebbero mai potuto placare la morsa delle sue angosce e paure.
Quello che veramente desiderava il cuore di Alina, non era nulla di tutto questo – ma Alina non lo sapeva.
Il suo cuore voleva ballare, cantare e lei, correre su una spiaggia di notte a piedi nudi. Avrebbe forse desiderato una modesta casa di campagna o quel sognante abbaino, alla periferia della città e, per amico, un piccolo cane bastardo e pulcioso che sonnecchiava a piedi del suo letto. Il cuore di Alina desiderava un uomo normale – ne aveva assolutamente bisogno – uno con un lavoro qualsiasi ma con un’anima, colma di autentica passione e di quella capacità di comprensione e di attenzione che il facoltoso ingegnere mai avrebbe potuto darle.
Così avrebbe voluto vivere una vita normale, in un mondo normale, per essere felice il più normale possibile, e stringere fra le sue braccia di mamma i suoi meravigliosi marmocchi biondi – ma, Alina, tutto questo non lo sapeva.
Qualche mese dopo quella telefonata, mise fine alla sua esistenza con una potente dose di psicofarmaci.
Come possono dei farmaci guarire il nostro disagio quando gli stessi, ti possono uccidere?
P.S. In “La mia medicina contro il mal di vivere” – Parte Seconda – tratterò dei rimedi che, sulla base della mia personale esperienza, hanno concorso in maniera determinante a combattere e sconfiggere una delle patologie più subdole e invalidanti del nostro tempo.





























In un mondo che si regge sulle apparenze e sulle falsita’, l’unica cosa che rimane vera e’ il dolore.
Ci vuole molto lavoro e molto coraggio per capire da dove arriva, perche’ nonostante la sua verita’, spesso nasconde abilmente la sua causa anche alla stessa vittima.
Erano bei tempi quando i giovani erano ribelli autentici, andavano via da case comode e calde per trovare la propria strada, affrontavano la vita con rabbia ed indignazione autentica e sapevano riconoscere cio’ che desideravano veramente.
Per farlo usavano poco la testa, molto piu’ il cuore e la pelle.
Oggi la pubblicita’ e’ anche la presentazione della felicita’ politicamente corretta e purtroppo molti ci credono, scelgono in base a delle credenze che non sono le loro e dopo non resta che fuggire dalla propria realta ed ognuno lo fa a modo proprio.
Io ho 50 anni e da quando ne avevo 6 ho sempre avuto la depressione. Chi non l’ha mai avuta non può nemmeno lontanamente immaginare di cosa si tratta. E’ come essere morti pur essendo ancora in vita.
Gianni
secondo te l’amore cura la depressione?
Secondo me sì.
Non l’amore che riceviamo, perché quando si è depressi neppure
ci sfiora, ma l’amore per se stessi, per altri, per la vita.
Naturalmente posso sbagliare, non sono un medico ed osservo
la depressione solo dall’esterno, in persone a me vicine.
Per questo m’interessa la tua opinione.
Ma molti anni fa, quando l’ho provata personalmente, mi sono
curata riempiendomi d’amore.
Grazie. e.g.
Si, penso che l’amore è l’unica cosa che potrebbe far guarire dalla depressione, ma quando si è depressi non si riesce ne a dare ne a ricevere amore, si vive in un limbo emotivo……..
Ciao
scusate l’intrusione, ma credetemi non c’é niente di psicologico, dietro il male, l’anoressia, l’autismo ecc, so Che può senbrare ridicolo, ma si può guarire da questi avvelenamenti quotidiani con l’alimentazione, Attenti al glutine ed al latte!
Mia moglie è guarita dall’ansia e dal panico, certo la medicine non lo dice, chissà perchè?
Loro lo sanno ma lo tengono nascosto.
Vediamo se questa stampa è veramente libera.
Dico queste cose senza interesse alcuno.
Buona fortuna
Klaus