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Paura e sfiducia continuano a caratterizzare l’idea di futuro degli italiani: secondo l’Osservatorio Confesercenti-Ispo, quattro su dieci (42%) sono molto preoccupati per il proprio lavoro. Il 96%, non pensa che la crisi sia alla fine e i più angosciati sono i giovani. Per il 2012 solo un italiano su cinque (il 19%) confida in una ripresa dell’economia, mentre uno su tre pensa che le cose andranno ancora peggio. E il 49% degli italiani ritiene che la condizione economica del proprio nucleo familiare si aggraverà nel corso del prossimo anno. I dati sono venuti fuori oggi a Roma durante un incontro organizzato dall’Ordine degli psicologi del Lazio sul tema della psicologia del lavoro.

Un indicatore diretto di quanto la direzione di marcia stia andando verso la zona di allarme arriva da Bankitalia che ha misurato le sofferenze degli istituti bancari. Ebbene, ha scoperto che dal settembre 2010 allo stesso mese del 2011 i prestiti non rientrati alla scadenza hanno visto un incremento del 39,9%, in cifra tonda circa 30 miliardi di euro.

Si tratta, in sostanza, di prestiti la cui riscossione non è certa da parte della banca erogatrice. Il peso più consistente (oltre la metà del totale) risulta a carico delle società non finanziarie, ossia le imprese, a cui risultano iscritti 66,6 miliardi a fine settembre 2011 (dai 47,6 miliardi a settembre 2010, +39,9%); in evidente difficoltà le famiglie consumatrici con 24 miliardi (dai 16,4 miliardi di un anno prima, +46,3%) e infine le famiglie produttrici con 9,9 miliardi (7,8 miliardi a fine settembre 2010, +16,2%). In totale, nello stesso periodo i prestiti risultano in leggero aumento (+3,6%), passando da 1.914 miliardi di fine settembre 2010 a 1.984 miliardi di fine settembre 2011, evidenziando così un netto scarto fra il boom registrato dalle sofferenze e la timida crescita del credito erogato.

Che le imprese stiano alla canna del gas, vera o presunta, lo conferma anche il sindacato. Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini teme che dalla fase fluida sul fronte dei licenziamenti si passi a mettere fuori interi blocchi di lavoratori.  “Siamo di fronte a imprese che stanno finendo gli ammortizzatori sociali e le casse e senza un’inversione di tendenza ci troveremo davanti ad una fase di licenziamenti collettivi delle grandi e piccole fabbriche che non ce la fanno più”, ha detto stamani a Cagliari intervenendo ad un incontro sui 110 anni del sindacato di categoria. Per il leader della Fiom servirebbe un “blocco dei licenziamenti, una riforma degli ammortizzatori sociali, una nuova politica industriale che indichi terreni di investimenti e, ad esempio, un piano straordinario sulla mobilità sostenibile”.

L’ultimo campanello d’allarme sul fronte del reddito da lavoro dipendente arriva dalla Cgia di Mestre. “L’importo reale della tredicesima – sottolinea il segretario Giuseppe Bortolussi – sarà più leggero rispetto a quello percepito nel 2010: di 10 euro per un operaio, di 12 euro per un impiegato e di 25 euro per un dirigente. Queste leggere riduzioni sono dovute al fatto che nel 2011 gli aumenti contrattuali sono cresciuti meno dell’inflazione”.

Secondo i calcoli della Cgia, un operaio specializzato (con una retribuzione lorda annua pari a poco più di 20.000 euro), quest’anno porterà a casa una tredicesima pari a 1.197 euro netti: 21 euro nominali in più rispetto alla tredicesima percepita nel 2010. Se, però, teniamo conto dell’andamento dell’inflazione (+2,6%) e degli aumenti contrattuali (+1,8%) registrati quest’anno, la tredicesima del 2011 si riduce di 10 euro. Anche per gli impiegati non sono previste novità positive. Nel caso di un dipendente con una retribuzione lorda annua pari a poco meno di 24.700 euro, la tredicesima di quest’anno sarà di 1.361 euro netti: 23 euro nominali in più rispetto al 2010. Se anche in questo caso teniamo conto dell’andamento dell’inflazione e degli aumenti contrattuali avvenuti nel 2011, rispetto l’anno scorso il nostro impiegato “perde” 12 euro. Nel caso di un quadro con un reddito di poco superiore ai 48.500 euro, la tredicesima mensilità di quest’anno toccherà i 2.496 euro netti, 38 euro nominali in più rispetto a quella percepita un anno fa. Tenuto conto dell’andamento dell’inflazione e degli aumenti retributivi verificatisi quest’anno, la perdita di potere d’acquisto registrato nel 2011 sarà pari a 25 euro. “Pur essendo cosciente della situazione molto critica dei nostri conti pubblici – conclude Bortolussi – sarebbe un segnale di fiducia molto importante se il Governo adottasse un provvedimento di detassazione completa, o anche parziale, delle tredicesime dei lavoratori dipendenti con redditi inferiori ai 30/35.000 euro. Credo che l’introduzione di questa misura riscuoterebbe il consenso di tutte le forze politiche e sociali e anche di coloro che dovrebbero farsi carico delle spese di copertura”.

Link: http://www.controlacrisi.org/notizia/Economia/2011/11/19/17518-crisi-le-feste-in-magro-dellitalia-crediti-non-rimborsati

Tassare i consumi per alleggerire l’Irpef partendo dai redditi dei ceti più deboli

Probabile nuovo aumento di uno o due punti dell’aliquota del 21%. Ma anche quella del 10% potrebbe essere toccata

Articolo di VALENTINA CONTE

C’è il rischio di un ulteriore impatto sull’inflazione. Ma anche un altro problema: un’evasione già altissima
ROMA – Più tasse sulle cose. Meno tasse sulle persone. Un primo, “equo”, scambio potrebbe essere proprio questo. Ovvero, aumentare l’Iva, ma diminuire l’Irpef. Alzando di uno o due punti l’aliquota ordinaria dell’imposta sui consumi, oggi al 21 per cento (e forse di uno anche l’aliquota ridotta del 10 per cento). In contropartita, ridurre i primi due scaglioni di Irpef al 22 e 26 per cento: un punto in meno dei livelli attuali.

Non proprio uno scambio alla pari, almeno per le famiglie italiane: 6,3 miliardi in più dagli scontrini, 4,2 miliardi in meno nelle dichiarazioni dei redditi, almeno secondo le proiezioni della Cgia di Mestre. Ma di certo un segnale del percorso che il governo Monti intende seguire in ambito fiscale: graduale riduzione delle tasse sulle persone e sul lavoro (Irpef e Irap) “finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà”, ha detto il professore nel suo discorso alle Camere per la fiducia. In pratica, Iva e Ici.

Il paracadute Iva di certo porta rapidamente denari in cassa. Ma deprime i consumi, accelera l’inflazione, erode il potere d’acquisto. Senza contare l’incentivo all’evasione, già fortissima in questo campo (nell’area Ocse l’Italia fa meglio solo di Turchia e Messico nel rapporto tra gettito Iva effettivo e teorico). E con una pressione fiscale che il Documento di economia e finanza (nella Nota aggiornata lo scorso settembre) stima pari al 43,9% nel 2013 – record in Europa – si tratta di una leva da azionare con cautela.

Un punto
di Iva in più vale 4,2 miliardi annui (lo riporta la Relazione tecnica alla manovra d’agosto). Se dunque l’aliquota ordinaria, che colpisce la quasi totalità dei beni di consumo, passasse dal 21 (livello appena rivisto all’insù di un punto proprio dalla manovra estiva) al 23 per cento, lo Stato incasserebbe ben 8,4 miliardi. Di questi 6,3 verrebbero dalle tasche di 25 milioni di famiglie italiane.

Su cui graverebbe di nuovo l’Ici sulla prima casa (si chiamerà Imu, Imposta municipale unica) e la Res (nuova tassa comunale su Rifiuti e servizi). Alla fine, ipotizza la Cgia, un esborso annuo medio di 483 euro a famiglia (ipotesi Imu al 6,6 per mille e Res al 2 per mille). E 16 miliardi totali per le casse pubbliche.

Alzare anche l’aliquota Iva ridotta del 10 per cento è ancora più insidioso. Intanto l’aumento di un punto vale “solo” 854 milioni all’anno. Ma si abbatte su alcuni beni alimentari di base (carne, pesce, uova, acqua, frutta e verdura, pasticceria), alberghi, bar, ristoranti, farmaci, trasporti, spettacoli, elettricità, gas, telefono. Carne viva. La Banca d’Italia, rielaborando i dati Istat sui consumi e la spesa delle famiglie italiane, avverte che gli effetti redistributivi di eventuali inasprimenti dell’Iva non sono omogenei: “L’aumento dell’aliquota ordinaria incide maggiormente sulle famiglie con redditi più elevati. Quello delle aliquote ridotte incide significativamente sulle famiglie in condizioni economiche meno favorevoli”.

Nel primo caso, il rialzo di un punto (ad esempio dal 21 al 22 per cento) pesa sul 21 per cento della spesa delle famiglie del primo decile (le più povere) e sul 36 per cento per il decile più alto (le più ricche). Al contrario, nel secondo caso (Iva dal 10 all’11 per cento) la quota di spesa interessata è il 26 per cento dei meno abbienti e il 21 per cento dei benestanti.

Coniugare rigore, crescita ed equità – il leit motiv del governo Monti – è anche considerare questi rapporti. E incidere su evasione, elusioni, frodi carosello. Che rendono l’Iva (95 miliardi di entrate nel 2010, il 6 per cento del Pil) un’imposta soggetta a “degrado” del gettito. Nel 2006, secondo uno studio della Commissione europea, il gettito effettivo dell’Iva italiana era del 22 per cento inferiore a quello teorico, contro il 12 del complesso dell’Ue. Un triste primato.

(21 novembre 2011) Link

9 Commenti a “Crisi, le feste in magro dell’Italia: crediti non rimborsati, licenziamenti di massa e tredicesime più leggere”

  • Fabrizio:

    Ciao Lino ti sei mai accorto che da un po’ di tempo ogni giorno la parola crisi viene propagandata centinaia di volte con lo scopo di entrarci in testa fino a che ce ne convinciamo ? Non sarebbe ora di smascherare questo malignoso progetto ? Perchè dargli corda ? Lo stesso Bortolussi della cgia di mestre quando era in odore di elezioni per la sinistra e per farli contenti diceva a tutti che la crisi del 2008 non era dovuta alle banche, anzi tributava alle banche di aver salvato il sistema e non pago diceva che addirittura le buste paga sal 2000 ad oggi erano aumentate salvaguardando il potere di acquisto che l’euro non aveva minimamente eroso, e oggi dice il contrario del contrario. Un mio referente dai monti mi ha avvisato che alle prossime feste di natale e primi dell’anno nonstante le tariffe viaggino a 250 euro al giorno per persona in mezza pensione hanno già registrato il tutto esaurito, risparmio poi la prosopopea delle file ai supermercati, nelle autostrade, dal barbiere e nei ristoranti con l’obbligo di prenotare. BASTA FARCI PRENDERE PER IL CULO, quando la vera crisi ci sarà le code saranno quelle verso le banche per prendersi gli ultimi euri e quelle per prendersi le borse di alimenti: SVEGLIAMOCI e smettiamola di dare voce e corda ai menzogneri.

  • Georg:

    Ùstia! Ma c’è ancora il nano a palazzo chigi?
    Parbleu!
    Dicono di no…

  • Gino:

    Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti gli obiettivi di questo nuovo paladino al potere.
    Abbattere i redditi-lo hanno chiesto i tedeschi-rubare i risparmi-lo hanno gli speculatori-
    far deprimere la gente-lo ha chiesto la chiesa cattolica per vendetta-.
    Il Corriere della notte,ogni giorno pubblica le nuove rifrome sulle pensione,in modo da far abituare all’idea la gente,idem il Sole 24 Ore.
    Qualche sinistrato mentale si lamentana delle leggi ad personam,oggi abbiamo leggi
    ad regime.
    Siamo invasi da deliquenti di tutti i tipi,nessuna difesa per il popoplo italiano,intanto la parte migliore del nostro esercito è infognata in missioni di guerra all’estero.
    La gente ha ragione di avere paura,perchè ci sono tutti i motivi per averne.

    • Georg:

      Più che “i tedeschi” lo hanno chiesto quelli della Deutsche Bank, la banca della confindustria tedesca, la medesima che ha dato man forte a Prodi nel 1998 per fare entrare la lira nell’euro con l’italia una e indivisibie, mentre la Bundesbank era d’accordo con la divisione dell’italia e l’ngresso della sola Padania nell’euro.

  • GIANNI:

    be comunque un po di crisi ce , credo che rispetto a 5 anni fa in tutta italia ci sia il 30-35 per cento di lavoro in meno , quindi il 30-35 per cento di stipendi in meno

  • Giancarlo:

    Inoltre, da qualche settimana noto un calo progressivo degli ordinativi industriali. Non vorrei mani che oltre alla crisi finanziaria si innestasse anche la recessione.

  • La recessione è già qui, e nella sua forma più inquietante: la stagflazione.
    Cioè, stagnazione+inflazione.
    Avete notato che calano i consumi, ma i prezzi salgono?
    L’inflazione dell’ultimo mese di ottobre è al 3,5%.
    Dove sono finite le belle leggi dell’economia, che affermavano che quando
    calano i consumi, i prezzi scendono?
    Sono andate a farsi friggere insieme al socialismo, allo Statuto dei Lavoratori
    ed al welfare?
    Alcuni analisti affermano che fra ottobre e dicembre vi sarà il default
    dell’economia statunitense, al più tardi a gennaio-febbraio.

    Confesso che vedere l’Impero in difficoltà mi fa un certo effetto…

    Ed il fatto stesso che Goldman-Sachs sia venuta allo scoperto, piazzando
    Draghi a Francoforte, Monti al governo italiano e Papademos in Grecia, è
    indice di una sua estrema debolezza, non di potenza.
    Debbono agire direttamente perché i politici non se li filano, a parte quelli
    che fanno direttamente parte degli Illuminati, come la Merkel, Sarkò, il
    Pastore Tedesco e Cameron in Gran Bretagna.

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