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Libertà e rispetto
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Dopo l’assalto al campo Rom di Torino del 10 dicembre, è uscita sul Gazzettino la notizia dell’arresto di un uomo che si era introdotto in un giardino scavalcando il recinto e cercando di rapire un cane di grossa taglia. Senza minimamente pensare al fattaccio torinese, avevo inviato un commento alla notizia in cui chiedevo se a tentare di rapire il cane fosse stato un Rom. Il commento mi è stato censurato perché, come dice la redazione del giornale veneto nel disclaimer, non si accettano commenti che contengano “espressioni volgari o scurrili, offese razziali o verso qualsiasi credo o sentimento religioso o abitudine sessuale, esaltazioni o istigazioni alla violenza o richiami a ideologie totalitarie”.

La mia semplice curiosità di sapere, siccome il ladro era stato arrestato, se fosse di etnia Rom, è stata considerata offensiva. Oppure pericolosa, perché vista come una provocazione. Di modo che, per eccesso di perbenismo, che oggi viene chiamato buonismo, si arriva a negare la verità che Rom e Sinti abbiano la tendenza a rubare. Non m’interessa qui e ora approfondire le ragioni storiche che hanno portato a questo risultato, e lungi da me voler emettere sentenze di condanna o giudizi moralistici in merito a tale loro tendenza, ma se dobbiamo partire, come dovrebbe fare ogni testata giornalistica, dai dati di fatto, cioè dai concreti episodi della realtà, si deve ammettere che in quasi tutti i rapimenti di animali domestici c’è la matrice zingara.

Vi voglio raccontare un aneddoto di quando ero maestro elementare e avevo tre bambini Rom nella scuola di Talmassons.

Erano due fratelli e un cugino che usufruivano del trattamento speciale di avere un insegnante tutto per loro (me). Un giorno dettai al più piccolo questo problemino: se lo zio Tony ha 16 pecore e durante la notte i suoi cugini gliene rubano 8, quante pecore si ritrova al mattino lo zio Tony? Manuel mi guarda perplesso e serio e poi, da bambino giudizioso ed esperto della vita qual era, mi risponde: “No, no, maestro, io non mi voglio impacciare in queste storie!”.

Il furto di bestiame, chiamato abigeato, ha avuto origine con la pastorizia e presso i popoli del Terzo Mondo è pratica diffusa. In Madagascar, paese che conosco bene, i ladri di zebù si chiamano malaso e sono odiatissimi dalla popolazione. A volte, quando catturati, vengono giustiziati sul posto, senza processo.

In Occidente, i Rom si rubano il bestiame tra loro, quando non fanno regolamenti di conti tra famiglie a colpi di pistolettate, e rapire cani ai Gagi, cioè noi, è solo logico e consequenziale. Non so quanto il fenomeno sia diffuso, ma alcuni ritagli di giornale in mio possesso mi dicono che a Udine due donne pagarono un milione di lire per ciascuno dei due cagnetti rapiti [1], se non che, i Rom del Villaggio del Sole, un quartiere periferico della città, dopo aver intascato la somma del riscatto, glieli  fecero trovare morti.

Antonella Federici, in un suo editoriale del Gazzettino cartaceo [2], racconta di come nell’area di parcheggio del supermercato Lando, dove a Mestre inizia la strada statale Romea, succede spesso che vengano lasciate auto o camper con il cagnolino di razza a bordo e, di ritorno con la spesa, di scoprire che il cane non c’è più. In questo caso, nessuno si fa avanti chiedendo il riscatto come a Udine, perché i ladri preferiscono rivendere il cane di razza ed evitare il reato di estorsione. La giornalista si lamenta del fatto che i carabinieri si scocciano quando gli  affranti padroni del cane vanno a presentare esposto contro ignoti, perché per loro è solo un’inutile perdita di tempo, dato che i responsabili non vengono mai individuati.

Essendo uomini come tutti gli altri, ovvero carichi di preconcetti specisti, anche i carabinieri in questi casi obiettano che ci sono cose più importanti dei rapimenti di cani. Anche loro sono, nei secoli, fedeli al principio del “benaltrismo”.

Come ci racconta Virginia Woolf nel romanzo Flush, il furto dei cani di razza era già praticato in Gran Bretagna nel XIX secolo e i cagnetti presi di mira appartenevano ai nobili e agli aristocratici. A rapirli per chiedere il riscatto erano proletari dei quartieri poveri e malfamati di Londra e delle altre città industriali. Poiché ad essere colpiti, negli affetti e negli averi, erano le classi agiate, quelle stesse che magari sfruttavano i lavoratori nelle miniere e nelle fabbriche, immagino che una certa mentalità di Sinistra approvi o giustifichi i rapimenti di cani, tanto è vero che nel paese comunista per eccellenza, la Russia, fino a poco tempo fa possedere un cane era considerato controrivoluzionario e quindi disapprovato dal partito.

In un altro paese comunista (ora non più), la Cina, il governo centrale impose una tassa di 6.000 Yuan, un milione e duecentomila lire, a tutti i possessori di cani, ma – ed è questa la vera notizia – il Comune di Pechino si oppose giudicandola troppo elevata, discriminatoria e impopolare [3].

Oggi, benché molti cinesi e vietnamiti rapiscano i cani di proprietà per venderli ai ristoranti, sembra che la mentalità della gente stia cambiando e che la figura per noi classica di fedele amico dell’uomo stia prendendo piede anche in Cina, come si può dedurre dalla storia del cagnetto che ha sviluppato la capacità di riconoscere il denaro e che è diventato la star del quartiere.

Infine, come prova del fatto che non ho nulla contro i Rom, almeno finché non rubano cani o beni di proprietà ai Gagi, concludo con un altro aneddoto personale. Quando abitavo in un monolocale di Milano, una sera misi il cucciolo di maltese, che avevo appena preso in un canile, a dormire nella FIAT 500 parcheggiata in strada, non potendo tenerlo a dormire nell’appartamento. Se non che, dopo averlo chiuso a chiave in macchina, lasciando aperta una fessura ai finestrini, notai che, appoggiata al muro della strada, proprio all’altezza dell’utilitaria, c’era la losca figura di un tarchiato sudamericano, in attesa di qualcuno. Aveva visto che mettevo il cagnetto in macchina, senza proferir parola. Fatti una decina di metri in direzione del miniappartamento, decisi di ritornare sui miei passi e di riprendermi il maltese.

Che rubasse pure la scassata 500 – pensai – ma non il cane!

A pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Il crimine è meglio prevenirlo che reprimerlo e quello fu il primo caso in Italia di Minority Report applicato a un cagnetto maltese, che poi visse con me per i successivi 17 anni.

 

 

 

 

Note:

[1] Messaggero Veneto del 1.06.93

[2] Gazzettino del 29.09.94

[3] Gazzettino del 15.09.94

68 Commenti a “Non dire Rom se non l’hai nel sacco”

  • Elisabetta, non siamo tutti uguali e, a parte questo, vorrei sentirmi libero di giudicare e condannare chi commette crimini e violenze verso i deboli. I quali hanno bisogno di godere della nostra protezione e assistenza prima ancora che delle elucubrazioni di matrice cristiana o laica inerenti la presunta fratellanza di tutti gli uomini.
    Io mi sento fratello delle vittime e non dei carnefici. Siccome quasi sempre la categoria “vittime” coincide con quella “animali”, ho finito per diventare animalista. Ma se le cose non stessero così, forse avrei finito per essere qualcosa d’altro.
    In attesa che i carnefici attuino la rivoluzione delle coscienze, io li addito come persone esecrabili. E’ il minimo che possa fare, anche se mi piacerebbe metterli tutti al muro.
    Ti faccio inoltre notare che anche tu, come Mariano o Archimede, nel momento in cui mi accusate di essere un razzista, mi state già giudicando e condannando. Spero almeno che non vogliate anche mettermi al muro.
    Ciao.

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