Ungheria, la scommessa del capitalismo gulash
Magyar Narancs * dicembre 2011da Budapest * link
Il governo di Viktor Orbán vuole rompere con la subordinazione dei suoi predecessori ai mercati internazionali e ristabilire la sovranità economica. Ma il rischio di un doloroso fallimento è elevato.
Il secondo regno di Viktor Orbán è contrassegnato dalla volontà di rompere l’ideologia che ha caratterizzato l’Ungheria dopo la caduta del regime comunista. Tutto quello che dice e che fa va in questa direzione. L’idea guida degli ultimi venti anni era la “modernizzazione”. “La sovranità” era invece solo un elemento di fondo, un miraggio. Lo scopo della seconda era Orbán – la prima è durata dal 1988 al 2002 – è quindi ricostruire il potere sovrano, che si sarebbe disintegrato negli ultimi otto anni [con i governo socialisti-liberali].
L’obiettivo del suo progetto è di conseguenza la creazione di un capitalismo all’ungherese. La politica in apparenza sconclusionata del suo ministero dell’economia serve in realtà a fornirgli le munizioni per distruggere la rete che continua a tenere le redini del paese. Per il resto il progetto di Orbán è molto semplice: il capitalismo ungherese non può esistere senza capitali ungheresi, in particolare i capitali finanziari.
Ma come sapere se il denaro, che per definizione non ha odore, è “ungherese”? In che misura una banca che ha una vasta clientela nel paese e che dà lavoro a diverse migliaia di ungheresi può essere considerata “straniera”? È semplice, secondo il “sistema Orbán” possono essere considerati ungheresi i capitali disposti a collaborare alla creazione di un capitalismo ungherese, anche se i limiti di quest’ultimo rimangono vaghi.
Per creare questo capitalismo ci vogliono quindi delle istituzioni finanziarie – banche e assicurazioni – in grado di “invadere” i mercati. Queste istituzioni si possono creare grazie a degli investimenti diretti dello stato nelle nuove banche o attraverso l’acquisto della sua quota da parte di quelle esistenti. Una volta che saranno schierate in ordine di battaglia, si potrà cominciare a fare pressioni sugli altri attori del mercato.
Le istituzioni finanziarie create di recente dallo stato sono tutte dirette da uomini di fiducia del primo ministro e anche se le banche austriache o tedesche possono ricomprare delle banche ungheresi, nulla vieta il contrario. Allo stesso modo “le poche istituzioni finanziarie che rimangono nelle mani dello stato” possono sempre essere ricapitalizzate. Inoltre quando sarà il momento sarà sempre possibile di procedere a un riacquisto da parte dello stato delle istituzioni che si sono sviluppate in questi ultimi anni in modo autonomo. Quando si possiedono i due terzi dei seggi al parlamento si può fare quasi tutto.
Ammettendo quindi che queste istituzioni esistano, bisognerà trovare i capitali per procedere all’invasione programmata. Niente di più facile: lo stato dispone di molti mezzi per avvantaggiare gli attori “locali” nelle gare di appalto o facendo leva sulla regolamentazione fiscale e per spingere nelle braccia delle banche ungheresi la massa di chi cerca dei capitali. In effetti dall’autunno scorso la Pszáf [l'Autorità di sorveglianza del settore finanziario] infligge sempre più volentieri multe agli attori multinazionali. La tassa eccezionale applicata alle istituzioni finanziarie obbliga le banche straniere a trasferimenti netti di capitale nelle loro filiali ungheresi.
Dal disfattismo all’autarchia
Ma per ora rimangono numerosi ostacoli alla realizzazione di questo progetto. Prima di tutto le banche ungheresi non hanno abbastanza liquidità per proporre crediti in forint a un prezzo accessibile. E non saranno mai in grado di sostituire i loro concorrenti internazionali nel settore dei crediti alle imprese. I nuovi attori del capitalismo ungherese potranno entrare sul mercato solo attraverso il risparmio o l’aumento di capitale. Ma la popolazione non ha i mezzi per risparmiare; anche lo stato è pieno di debiti e le imprese sono indebitate fino al collo. In questa situazione si ha bisogno di investitori stranieri – o ungheresi – che possano essere convinti della validità del progetto di Orbán. Ma è poco probabile che questi argomenti siano stati all’ordine del giorno in occasione dei suoi recenti viaggi in Arabia Saudita e in Cina.
Assisteremo invece all’erosione e al crollo delle difese che attualmente proteggono i proprietari del settore finanziario ungherese? È troppo presto per dirlo. Ma il recente abbassamento del rating del paese non lasciare presagire nulla di buono in questo senso. Se il rating continuerà a scendere, le vendite di titoli di stato saranno bloccate e l’euro sopra la soglia dei 300 forint e il franco svizzero a 250 saranno difficilmente alla portata degli ungheresi, per lo più indebitati in valute estere. Se invece il progetto riesce, si creerà una squadra economica favorevole a Orbán, che renderà di fatto il paese ingovernabile per chiunque altro. I politici non avranno altra scelta che scendere a compromessi con questo leviatano economico.
Da 20 anni le élite post-comuniste e neoliberali – che sono ormai un unico fronte – si sono limitate a servire gli interessi dei capitali internazionali in cambio del sostegno morale e finanziario dell’occidente. Di fronte a questa strategia di sopravvivenza basata sul disfattismo, il progetto di Orbán corrisponde molto meglio allo stato d’animo attuale degli ungheresi, stanchi di subire passivamente. Il problema di questo progetto non è quello che gli rimproverano gli ambienti d’affari (che sono apolitici) o gli analisti liberali o di sinistra tendenti a dare un carattere eccessivamente politico alla questione. Il vero problema è che indipendentemente dalla riuscita o meno del progetto di Orbán, il risultato sarà tragico.
Traduzione di Andrea De Ritis
Economia
Budapest sotto pressione
Il 21 dicembre Standard & Poor’s ha abbassato il rating del debito ungherese da BBB- a BB+, giustificando la decisione con “l’imprevedibilità della politica economica” del paese, spiega Népszabadság. S&P ha chiamato in causa in particolar modo la nuova Costituzione, che entrerà in vigore il primo gennaio, e il funzionamento della Banca centrale ungherese.
Le modifiche alla struttura della Banca centrale hanno provocato anche la rottura dei negoziati con Fmi e Ue del 16 dicembre. Ora il governo ungherese, che ha chiesto aiuto internazionale alla fine di novembre dopo avere a lungo assicurato di non averne bisogno e di voler mantenere l’indipendenza del paese, spera che il dialogo possa riprendere a gennaio, soprattutto perché il fiorino continua a perdere terreno nei confronti dell’euro.
































In tutti i Paesi dell’Est la grande maggioranza dei cittadini votarono contro l’ingresso in Europa, ma le schede elettorali furono manipolate.
Questo evento pose le basi del Grande Imbroglio, che era stato studiato a tavolino dai neocons con l’aiuto dei politici corrotti e incompetenti di tutto il continente.
La verità, tuttavia, viene sempre alla luce. Il Grande Imbroglio è stato scoperto. i neocons finiranno di ciurlare nel manico e ogni Paese tornerà a vivere secondo natura, come si era fatto fino a una decina di anni fa.
I Paesi che stanno per uscire dall’euro o che vogliono a farlo sono ormai un terzo del totale. Non manca molto dunque al verificarsi dell’evento epocale.
Sarebbe bene, pertanto, cominciare a raccogliere le firme per tenere un referendum come quello che si è svolto in Islanda.
Non c’è motivo di restarsene con le mani in mano mentre questo governo ci umilia e ci porta alla disperazione.
Non credo che i popoli dei Paesi dell’Est siano mai stati chiamati a votare per aderire alla UE. Perfino la secessione fra Cechia e Slovacchia fu decisa da un ristretto gruppo ubbidiente agli Illuminati e più del 90 % dei cecoslovacchi sarebbe ancor oggi contrario allo smembramento dello Stato dove si parla ‘praticamente’ la stessa lingua.
L’uscita dall’Euro comporterebbe un trauma peggiore dell’adesione ad esso e sarebbe un occasione per approfittare e farci perdere ulteriore potere d’acquisto. Solo Slovenia e Slovacchia hanno adottato l’Euro all’est.
Non ci è concesso, in base alla Costituzione, di indire referendum su materie come il fisco e la politica estera con relative adesioni a strutture sovrannazionali. Qui in SL è lecito parlare di quel che si sa …
L’Ungheria è un Paese occupato militarmente dalla NATO dove la popolazione vive ancora in miseria nonostante molte multinazionali vi abbiano delocalizzato la produzione.
Alcuni anni fa la Electrolux in un’impresa logisticamente epica spostò nell’arco di una settimana con 180 autotreni dalla Danimarca a Jaszbéreny (30 km a est di Budapest) un’intera fabbrica di elettrodomestici. Ovvio che là sia finita anche molta produzione della Electrolux di Susegana Porcìa ecc.
L’Ungheria è un Paese di dieci milioni di abitanti che fino alla 2. guerra mondiale comprendeva 700 mila ebrei khazari gran parte dei quali si trasferirono in Palestina, alcuni in URSS e Nordamerica. La rivoluzione dell’ottobre 1956 propugnata anche dal cardinale primate Mindzenty oltre che dagli USA/NATO dopo le aperture di Krushchev e il XX Congresso de-stalinizzatore del PCUS (una rivoluzione colorata ante litteram sia pur sanguinosa con 3000 militanti comunisti appesi ai lampioni) fu causata dalla massiccia presenza di ebrei ‘espropriatori’ alla guida del Paese e del partito comunista. Già nel 1919 il bolscevico Bela Kun (Cohen) tentò di imporre un regime comunista in Ungheria dopo la scomparsa della dinastia asburgica.
Gli ebrei ungheresi di Palestina dopo il crollo dei regimi comunisti sono ritornati a riprendersi i loro averi e lo Stato. Il giovanissimo ex-post-comunista Gurczany ebreo (oggi ricchissimo oligarca che contestava Orban in piazza nei giorni scorsi) fu Primo ministro nell’ultimo governo che permise l’assoggettamento dell’Ungheria ai poteri mondialisti sionisti e una rinnovata infiltrazione di ebrei in tutti i gangli amministrativi e militari.
L’oriundo finanziere ungherese ebreo George Soros lasciò l’Ungheria a diciotto anni nel 1948. Suo padre (longa manus dei Rothschild) durante la guerra si accaparrò in combutta con la Gestapo e SS le proprietà fondiarie dei suoi correligionari ebrei d’Ungheria ponendoli di fronte al dilemma : o essere internati per lavori forzati in Germania o cedere in fretta e furia la proprietà immobiliare e fondiaria a Soros in cambio di un salvifico trasferimento in Palestina con ciò realizzando il sogno sionista della creazione di Israele avvenuta nel 1947. Ancor oggi Soros è il braccio destro finanziario dei Rothschild ed Israele è la creatura dei Rothschild.
Orban sembrava aver ottenuto un sostegno finanziario dalla Russia (Putin) ma è già rientrato nei ranghi. Pure Berlusconi osò dichiarare che la Russia poteva acquistare quote del debito italiano ma dovette lasciare precipitosamente palazzo Chigi nel giro di quattro o cinque giorni anticipando la sua uscita di scena.
La disoccupazione prevista in Ungheria nel 2012 è del 12 % mentre già ora il 20 % della popolazione non riesce a pagare le bollette di gas acqua e corrente.
Lo strappo del governo Orban sostenuto dai 2/3 del Parlamento è di aver posto la Banca Centrale sotto tutela del governo violandone l’indipendenza e di aver imposto la conversione in forint nazionali di tutti i crediti in valuta praticando un tasso fissato dal governo.
Sfidando poi la commissione europea di Barroso è stata introdotta con LEGGE COSTITUZIONALE l’aliquota fiscale unica (FLAT TAX) del 16 % che difficilmente in futuro un Parlamento avrà la forza di modificare.
La Flat Tax (13 % in Russia, 19 % in Slovacchia e 20 % in Romania) ha dato buona prova di sè essendo facile da calcolare, certa da incassare e poco onerosa sia pur favorente i ricchi che comunque qui in Occidente evadono alla grande.