Continua il capolavoro criminale dei globalisti. Ora e sempre divisioni etniche e terrorismo. Ora e sempre strategia della tensione. (ndr) Per capire come funziona l’informazione e come invece dovrebbe funzionare, ecco la notizia data dall’agenzia Asca dalla quale si deduce che sia una guerra fra poveri e sotto invece un articolo illuminante di Fulvio Beltrami del giugno scorso sulla situazione in Sudan
06 Gennaio 2012 -
(ASCA-AFP) – Juba, 6 gen – Oltre 3mila persone sono state uccise nel Sud Sudan nel giro di pochissimi giorni in seguito a brutali violenze etniche commesse la scorsa settimana nello stato di Jonglei. ”Ci sono stati omicidi di massa, un massacro”, ha detto Joshua Konyi, commissario per la contea Pibor in stato di Jonglei aggiungendo che ”abbiamo contato i corpi e abbiamo calcolato che 2.182 donne e bambini e 959 uomini sono stati uccisi”. Le Nazioni Unite e gli ufficiali dell’esercito del Sud Sudan devono ancora confermare il numero delle vittime ma se sara’ questo il bilancio, sarebbe la peggiore esplosione di violenza etnica mai vista nella nazione nascente, che si e’ divisa dal Sudan nel mese di luglio. La scorsa settimana circa 6mila giovani della tribu’ Lou Nuer hanno marciato sulla citta’ di Pibor, casa dei rivali della tribu’ Murle. Gli uomini armati hanno attaccato e incendiato capanne e saccheggiato un ospedale. Oltre un migliaio di bambini sono scomparsi. red-elt/cam/alf
Sud Sudan, il prossimo stato o conflitto africano?
giugno 29, 2010 in Dossier Glocal, Economia da Fulvio Beltrami
“Il giorno dell’indipendenza sta arrivando e la nostra bandiera finalmente sventolerà sopra una nazione libera. Questo non è un sogno è una realtà!’”. Così For Guatbel Tut, veterano della guerriglia SPLM[1], riassume a un giornalista della BCC il desiderio della maggioranza della popolazione sud sudanese.
Il Sud Sudan è insorto contro il governo di Khartoum fin dall’inizio dell’indipendenza del Paese dall’Inghilterra nel 1956. La prima ribellione fu quella dell’etnia sudista Anyanya (1956 – 1972). Nel 1983 la seconda fase della guerra civile, trasforma l’intero sud del paese in un teatro di guerra fino al 2005. Tutte e due le ribellioni furono basate sull’ideologia, sull’etnicità’ e sulla religione per la maggioranza del popolo sudanese,[2] sul controllo delle risorse naturali e del petrolio per i Governo di Khartoum e i leader dei movimenti ribelli sudisti.
Nell’ultimo conflitto durato ininterrottamente venti due anni, Khartoum ha ricevuto il sostegno prima della Francia e successivamente della Cina. Il SPLM è stato sostenuto principalmente dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra.
Un’immensa operazione umanitaria “Liveline Sudan”[3] finanziata da ECHO e USAID[4] che durò più di dieci anni, fu creata a Lokichokio, una cittadina keniota al confine con il Sud Sudan. L’obiettivo ufficiale era quello di portare soccorso umanitario alle popolazioni del Sud Sudan vittime del conflitto.
Dietro al paravento della cooperazione, Liveline Sudan era in realtà un sostegno logistico al braccio armato del SPLM, il SPLA[5] che riceveva armi, munizioni ed importanti quantità di derrate alimentari e medicinali attraverso l’operazione umanitaria con il coinvolgimento di Ong americane e della CIA. Molti osservatori e consiglieri militari inglesi ed americani operarono sotto copertura umanitaria nelle varie Ong internazionali ed Agenzie ONU a volte con il beneplacito delle stesse organizzazioni umanitarie a volte come infiltrati.
Due milioni di persone sono state uccise e quattro milioni sono state costrette a fuggire dalle loro case per diventare rifugiati, prima dell’accordo di pace firmato nel gennaio 2005 tra i due belligeranti: il SPLM e in National Congress Party, il partito al potere in Sudan.
Il “Comprehensive Peace Agreement” fortemente sostenuto dalle Nazioni Unite e dalle principali potenze occidentali, prevede una larga autonomia amministrativa del Sud Sudan all’interno di una federazione, dove il Governo e il SPLM s’impegnano a formare un Governo di Transizione, divedersi in modo equo le risorse naturali e il petrolio, individuare le frontiere tra il nord e il sud del paese.
I benefici della Pace.
I cinque anni che si sono susseguiti all’accordo sono stati caratterizzati da complicati compromessi per l’applicazione del trattato.
Superate le difficoltà e le diffidenze iniziali, il governo sudanese e il SPLM sono riusciti ad attuare una quasi soddisfacente divisione dei profitti petroliferi, il rispetto dei civili, la ricostruzione del sud del paese.
Omar el-Bechir ha accettato che il SPLM gestisca quasi autonomamente l’amministrazione e l’economia di più di un terzo del territorio nazionale. Il Presidente della regione semi autonoma del Sud Sudan, e leader del SPLM Salva Kiir sta entrando nel governo di coalizione a Khartoum.
Mentre la regione del Darfur ha conosciuto un’aggravarsi della guerra civile e delle innumerevoli violazioni dei diritti umani, il Sud del paese nello stesso periodo ha conosciuto un vero e proprio boom economico.
Dal 2006 ad oggi gli investimenti stranieri nella regione, per la maggior parte concentrati nel settore edile, sono arrivati a più di 160 milioni di dollari. Sia il SPLM sia il Governo hanno compiuto enormi sforzi per la ricostruzione del capo luogo Juba e di altre città.
I Paesi confinanti, soprattutto Kenya e Uganda, sono penetrati economicamente nel Sud Sudan controllando il settore commerciale e finanziario. Voli giornalieri sono garantiti da Nairobi e da Entebbe.
Lussuriosi hotel sono stati costruiti a Juba e tour operators hanno riattivato il settore turistico conoscendo un vero e proprio boom soprattutto grazie ai turisti Kenioti e Ugandesi. Supermarket, ristoranti e dancing bar sono spuntati come funghi in ogni città.
La disoccupazione, nonostante il boom economico, rimane alta ma trova una valvola di sfogo nella possibilità per molti sudisti di accedere per la prima volta dopo decenni al mercato del lavoro al Nord, soprattutto nella capitale.[6]
All’interno del paese l’agricoltura è stata rilanciata grazie all’assenza di conflitto. Nonostante che miglia di km quadrati di terreno fertile siano ancora minati e compromettono il pieno sfruttamento dei terreni, la produzione agricola attuale ha temporaneamente risolto in alcune aeree il problema della fame endemica causata dal conflitto. Un’importante percentuale dei prodotti agricoli è destinata all’esportazione nei paesi vicini: Kenya, Uganda e Repubblica Democratica del Congo.
Anche gli allevamenti di bestiame hanno conosciuto una ripresa. La carne bovina sudanese, famosa per la sua ottima qualità, ha invaso i mercati della regione dell’East Africa.
Sono iniziate numerose opere di ricostruzione delle infrastrutture: strade, ponti, scuole, ospedali.
Ombre ed ipoteche.
Nonostante i progressi ottenuti durante questo periodo di pace il Governo di Khartoum e il SPLM non sono riusciti a creare un’atmosfera di fiducia reciproca come base per il superamento delle divergenze, odi e rancori che hanno caratterizzato la lunga guerra civile, per formare una solida unione federalistica.
I confini tra nord e sud non sono mai stati esattamente identificati e rimangono tuttora incerti. Mentre il SPLA ha insistito sull’identificazione dei confini, il Governo ha sempre boicottato questo punto del trattato per due ragioni principali:
- La definizione dei confini tra nord e sud del paese significherebbe per Khartoum riconoscere indirettamente la probabile secessione del sud, prima ancora del referendum programmato per il gennaio 2011. Che senso ha definire i confini all’interno di uno stato? Notare che i confini distrettuali e regionali sono stati già definiti subito dopo l’indipendenza, quindi si tratterebbe di definire i confini tra due identità geografiche distinte, il nord e il sud.
- I confini teorici individuati dalla Comunità Internazionale comprendono aree ad alta intensità di giacimenti petroliferi: l’area di Abyei, la regione del Sud Kordofan, Nuba e quella del Nilo Blu. Khartoum non vuole che queste aree siano soggette a delle chiare delimitazioni geografiche che potrebbero andare ad esclusivo vantaggio del SPLM, qualora questo movimento politico procedesse all’indipendenza.
Questo contenzioso sui confini ha rischiato più volte di compromettere la continuazione del trattato di pace.
Per esempio nel maggio 2008 violenti scontri tra le forze governative e il SPLA nella città di Abyeu, durati due settimane, hanno distrutto la città e costretto diecimila abitanti a rifugiarsi nelle vicine foreste.
Il Presidente Bechir e la sua controparte Salva Kiir si sono accusati reciprocamente di boicottare l’applicazione del processo di pace.
Bechir accusa il leader del SPLM di programmare la secessione del sud dal resto del paese, senza prendere in considerazione altre ipotesi.
Kiir accusa Khartoum di voler marginalizzare economicamente il sud e di continuare a fomentare le divisioni etniche tra le varie tribù sudiste.
Nonostante il boom economico, la popolazione del sud non ha visto un netto miglioramento delle sue condizioni di vita. Per esempio i numerosi dispensari sanitari ed ospedali ricostruiti non sono ancora equipaggiati e mancano medicinali e personale sanitario qualificato. Le scuole non hanno il numero sufficiente di professori.
L’insicurezza nella regione rimane ancora alta. Con la fine delle ostilità centinaia di guerriglieri si sono trovati improvvisamente senza “lavoro”. Molti di loro sono riusciti in un qualche modo ad integrarsi nel tessuto sociale ed economico attualmente favorevole ma, altri, hanno preferito prendere la strada del banditismo.
Juba e le principali città del sud, pur conoscendo una veloce ricostruzione e buone opportunità economiche, rimangono delle enclavi isolate, accerchiate da terreni minati. Le strade all’interno sono il luogo preferito dai ex guerriglieri – banditi per le imboscate.
Gli scambi commerciali non sono equilibrati. Le merci provenienti dal Nord sono diventate estremamente costose a causa delle infrastrutture stradali tra nord e sud non ancora riabilitate. La maggior parte delle merci proviene dai paesi anglofoni confinanti.
Gli indicatori sociali rivelano una fallimento nella distribuzione delle ricchezze provenienti dall’attuale boom economico.
A causa dell’inadeguata copertura sanitaria vi sono ancora cittadini che non sono mai stati curati negli ospedali. La situazione è ancora più grave nelle zone di frontiera che rimangono ancora off limit per molte agenzie umanitarie.
I bambini sud sudanesi hanno il più alto tasso di analfabetismo di tutta la regione. Secondo l’UNICEF solo il 50% dei bambini che frequentano la scuola continua dopo il primo anno. Attualmente solo 2000 bambini e 500 bambine frequentano la scuola elementare su una popolazione regionale stimata sui 7,5 milioni di persone.
Il sistema scolastico nel sud non segue gli standard educativi del paese, preferendo adottare le metodologie didattiche anglofone del Kenya e dell’Uganda.
Il governo provvisorio del SPLM, nonostante che goda di un forte sostegno popolare, ha dimostrato in questi cinque anni di semi autonomia la sua incapacità a gestire gli interessi pubblici di un paese.
Molti dei suoi leader si sono trovati improvvisamente ricchi grazie alla corruzione. Dopo la morte del leader storico John Garang[7] il movimento è stato vittima di numerose tensioni etniche. L’attuale presidente Kiir è accusato di imporre il dominio della sua tribù: i Dinka.
Le promesse di aiuto internazionale per la ricostruzione del sud del Sudan non sono state mantenute. Su 2.6 miliardi di dollari promessi meno di 500 milioni sono stati realmente messi a disposizione dalla Comunità Internazionale.
La clausola avvelenata del trattato di pace.
Il testo dell’Accordo Comprensivo di Pace nasconde una grossa ipoteca sul futuro di milioni di persone e sull’integrità territoriale del paese. Tra le varie clausole vi è quella che sancisce il diritto per il Sud Sudan di organizzare un referendum per decidere se rimanere all’interno della federazione o se creare uno stato indipendente. La data della consultazione popolare è fissata per il 9 gennaio 2011.
Questa clausola si basa sulla stessa logica criminale applicata alla Serbia che ha portato all’indipendenza del Kosovo, con il risultato di trasformare questa regione serba in uno stato mafioso.[8]
Come fa notare il portavoce dell’Unione Africana, Jean Ping, è completamente ipocrita l’atteggiamento delle Nazioni Unite, degli USA e della Comunità Europea. Da una parte sono stati compiuti numerosi sforzi diplomatici per convincere le parti belligeranti a creare un clima di fiducia reciproca e un equilibrio politico ed economico tramite una semi autonomia del Sud. Dall’altra sono stati gettati i presupposti della ripresa del conflitto tramite il previsto referendum sulla futura indipendenza.
Lontano dal garantire il diritto dell’autodeterminazione dei popoli, il referendum del 09 gennaio 2011 è un evidente attentato all’integrità nazionale del Sudan e alla stabilità della regione.
Verso la secessione.
In teoria, secondo il testo dell’accordo di pace, la secessione non sarebbe un traguardo obbligatorio, ma una delle ipotesi sul futuro assetto politico del sud del paese. La seconda ipotesi prevede una ampia autonomia del sud inserito in un contesto federalistico del Sudan.
Nella realtà il SPLM fin dai primi mesi dopo la firma dell’accordo si è comportato come se fosse già uno stato indipendente.
Per esempio il governo della regione semi autonoma del sud emette un proprio Visa di entrata per gli stranieri e non riconosce i Visa ottenuti presso il governo centrale o le sue ambasciate all’estero.
Il movimento politico ha concentrato i suoi sforzi su una meticolosa propaganda tesa alla creazione di un nuovo stato e rivolta alle popolazioni sudiste. Una propaganda basata su simboli ideologici come la nuova bandiera del sud o l’inno nazionale, e su promesse di prosperità e grandi guadagni una volta liberati dal giogo del nord, facili argomenti da proporre ad una popolazione per la maggioranza analfabeta e poverissima.
Pur continuando ufficialmente a usare la moneta nazionale in pratica nel sud del Sudan si usa il Scellino Keniota o quello Ugandese. Ditte specializzate sono state già contattate in Europa per l’emissione di una nuova valuta legata al sistema monetario anglofono del scellino.
L’obiettivo della secessione è stato evidenziato durante le recenti elezioni nazionali che si sono svolte tra il 11 e il 15 aprile di quest’anno.
Il SPLM si è concentrato esclusivamente sull’elezione del Presidente del Sud Sudan, boicottando apertamente la elezione nazionale del Presidente del Sudan che secondo il SPLM non poteva che essere piena di frodi a favore del presidente Bechir.[9]
La decisione di boicottare le elezioni presidenziali a livello nazionale hanno favorito la rielezione di Omar el-Bechir. Il candidato arabo del SPLM, Yasir Arman, è stato costretto dal suo partito a ritirare la sua candidatura qualche giorno prima delle elezioni. Molti esperti politici sudanesi ammettono che questo ritiro è stato provvidenziale. Se Yasir Arman avesse partecipato alle elezioni sarebbe stato molto difficile che Omar el-Bechir avrebbe potuto vincere.
Occorre far notare che la vittoria delle presidenziali ha rafforzato la posizione internazionale di Bechir che ora può vantare un sostegno “democratico” e popolare che indirettamente diminuisce la legalità del mandato d’arresto internazionale che pende su di lui.
Nei corridoi del potere si mormora che il ritiro di Yasir è stato deciso sulla base di un accordo segreto tra Bechir e Kiir dove il NCP[10] avrebbe promesso di non ostacolare la secessione in cambio di un sostegno del SPLM per conservare il potere nel nord del paese.
Il supporto occidentale verso la scelta dell’indipendenza del sud del paese è stato palese durante queste elezioni. L’ONU, gli Stati Uniti e la Comunità Europea hanno fortemente appoggiato a livello organizzativo e finanziario le elezioni “regionali” nel sud per nominare un proprio Presidente. Queste elezioni sono un non-sense legislativo in un contesto di unità nazionale.
Se vuoi la pace prepara la guerra.
Al posto di approfittare di questi cinque lunghi anni di pace per eliminare le divergenze e rafforzare l’unita’ del paese attraverso la costruzione di un equo federalismo, nonostane gli sforzi compiuti in questa direzione, i due ex belligeranti si sono rafforzati militarmente, preparandosi per la ripresa del conflitto incoraggiati dalle potenze straniere e dall’ONU. Nella realtà gli accordi di pace si sono tramutati in una tregua.
Khartoum può contare su un potente alleato internazionale, la Cina che controlla la maggioranza della produzione di greggio proprio nelle zone frontaliere contestate: Abyei, Sud Kordofan, Nuba e Nilo Blu.
Negli ultimi due anni la Cina ha triplicato la vendita di armi al Sudan. In parte l’acquisto di armi è stato necessario per far fronte alle ribellioni nel Darfur ma principalmente è servito per aumentare l’arsenale che l’esercito governativo necessiterà per affrontare il SPLM.
Durante il biennio 2008/2010 centinaia di miglia di soldati governativi sono inseriti in un programma di addestramento speciale condotto dai consiglieri militari cinesi. L’addestramento prevede il rafforzamento delle capacita’ dell’esercito governativo in un teatro di guerra complesso che prevede il repentino passaggio dalla guerra convenzionale alla guerriglia e viceversa.
Per aumentare la capacità logistica per sostenere l’eventuale conflitto, la Cina ha finanziato la costruzione di una fabbrica di armi leggere e munizioni nel nord del paese.[11]
Agli inizi del 2010 il Presidente Bechir ha accelerato i colloqui di pace sia nel Darfur sia con il vicino Ciad. Importanti progressi sono stati ottenuti tramite i recenti accordi tra Khartoum e N’Djamena, ponendo serie basi sulla fine delle ostilità tra i due paesi.
Ciad e Sudan si sono impegnati a interrompere il sostegno dei rispettivi gruppi ribelli operanti nei due paesi. Il Presidente ciadiano Idriss Deby Itno non solo ha sospeso gli aiuti al principale gruppo ribelle del Darfur contro Khartoum ma ha rifiutato l’ingresso nel suo paese dei leader di questo movimento armato.
Da parte sudanese, Bechir ha reso tecnicamente impossibile per i guerriglieri ciadiani, l’utilizzo del territorio frontaliero del Sudan, costringendoli a spostare le loro basi nel Sud del paese ai confini con la Repubblica Centro Africana.
Non potendo più utilizzare i territori sudanesi adiacenti all’Est del Ciad, i ribelli che si oppongono al regime di Idriss Deby sono ora costretti ad affrontare delle serie difficoltà logistiche che hanno diminuito la loro capacità di affrontare una nuova offensiva sulla capitale ciadiana di N’Djamena.
Numerosi colloqui di pace tra il governo e i ribelli del Darfur sono in atto e vari osservatori regionali sono ottimisti sui risultati delle trattative in corso.
Questi progressi verso la pace e la stabilità nel Darfur e tra Ciad e Sudan erano impensabili fino a un anno fa. Sono stati resi possibili grazie ad una convergenza d’interessi strategici tra il Ciad e il Sudan.
Dopo lo scampato pericolo nel febbraio 2008[12], il Presidente Idriss Deby ha compreso i limiti della sua politica per risolvere il conflitto interno al paese, puntando solo sulla soluzione militare.
Nei due anni trascorsi dopo la terribile battaglia di N’Djamena il Presidente ha puntato sul consolidamento delle alleanze politiche ed economiche con la popolazione africana del sud del paese e sull’aumento del tenore di vita della popolazione in generale al fine di ottenere il necessario consenso per restare al potere.
Numerose opere di riabilitazione delle infrastrutture sono state intraprese utilizzando per la prima volta i profitti provenienti dal bacino petrolifero di Doba, sfruttati da multinazionali Franco – Americane.
La firma del trattato di pace con il Sudan significa per il regime di Idriss Deby assestare un duro colpo alla possibilità militare del movimento ribelle di rovesciare il suo regime. Decimato nel febbraio 2008, diviso al suo interno, privato del sostegno logistico e finanziario di Khartoum e con una forte diminuzione del consenso popolare, l’opposizione armata ciadiana si trova ora in grosse difficoltà.
Il prezzo pagato da Idriss per ottenere questo risultato evidenzia quanto era necessario e vitale raggiungere un accordo di pace con il Sudan.[13]
Per Khartoum gli accordi di pace con il Ciad e le trattative nel Darfur sono stati considerati come priorità al fine di non trovarsi a fronteggiare contemporaneamente due fronti: quello del Darfur e quello prossimo nel sud del Sudan.
Da parte sua il SPLM, grazie alla storica alleanza con l’Uganda e il Kenya e al supporto degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ha utilizzato una considerevole percentuale dei profitti provenienti dal petrolio per comprare il necessario arsenale militare per trasformare il movimento guerrigliero SPLA in un vero e proprio esercito moderno.
L’acquisto di armi, vietato nel trattato firmato con Khartoum, è sempre stata negato dal governo provvisorio di Juba fino al settembre 2008.
Il misterioso caso della nave ucraina Faina.
Il 22 settembre 2009 pirati somali catturano una nave commerciale battente bandiera Ucraina: il Faina. La nave, partita dall’Ucraina era diretta al porto di Mombasa, in Kenya.
Increduli ai loro occhi i pirati somali scoprano che il carico della nave era composto da 33 carri armati russi T-72[14], e da uno spaventoso stock di missili, armi pesanti a guida laser e munizioni.
Mentre l’Ucraina si chiude in un sospetto silenzio sulla sorte della sua nave e del suo equipaggio, il Pentagono entra in fibrillazione e scatena le migliori unità della flotta militare stanziata nel Golfo di Aden.
La modernissima corazzata classe Howard , la Arleigh Burke, inizia le ricerche della nave ucraina appena due ore dopo la sua cattura. Alle ricerche della Faina si aggiunge il cacciatorpediniere americano Ticonderoga noto per la sua spaventosa capacità missilistica terra aria.
Se ciò non bastasse la U.S. Navy chiede ed ottiene dal Cremlino l’aiuto della fregata russa Neustrashimy che in quel momento stava pattugliando le coste somale.
Elicotteri da combattimento e caccia americani arrivano come supporto aereo alle operazioni di ricerca.
La motivazione ufficiale di tale spiegamento di forze per una nave commerciale è quella che le sofisticate armi potrebbero essere utilizzate dai terroristi somali.[15]
I pirati somali riescono a sfuggire e la nave scompare nel nulla.
Capendo che questo cargo poteva costargli la vita, i pirati somali non vedono l’ora di sbarazzarsene. Per la prima volta nella storia della pirateria somala l’iniziale riscatto chiesto alle autorità Ucraine pari a 35 milioni di dollari, scende rapidamente a 20, poi a 8, poi a 5 ed infine a 3,2 milioni, pagati il 5 febbraio 2009 data del rilascio della nave che finalmente arriva al porto di Mombasa il 12 febbraio.
Ufficialmente il micidiale cargo era destinato al Ministro della Difesa del Kenya. Contrariati dal mancato guadagno, i pirati somali decidono di rendere pubblici i documenti trovati a bordo, che contengono prove inconfutabili che il cargo era destinato al Sud Sudan. L’acquirente era il SPLM.
La Casa Bianca e il Kenya negano l’evidenza ed archiviano in caso. Le tracie del carico d’armi scompaiono all’arrivo della nave a Mombasa.[16]
Ultimo particolare. Il riscatto è stato pagato non dall’Ucraina ne’dal Kenya, ma dagli Stati Uniti…
Il giallo della nave Faina è solo la punta dell’iceberg dell’ingente flusso di armi pesanti che arriva nel sud del Sudan attraverso la mediazione del Kenya e dell’Uganda.
Verso una guerra annunciata.
“Il referendum del 9 gennaio 2011 è una pietra miliare nella costruzione di un forte, democratico, unito, prosperoso ed indipendente nuovo stato del Sud Sudan.”, afferma trionfale il leader del SPLM Salva Kiir, neo eletto presidente del Sud Sudan nelle recenti elezioni tenutesi nel paese.[17]
Nonostante che il Presidente Omar el-Baschir abbia recentemente dichiarato che accetterà un eventuale risultato favorevole all’indipendenza[18], la sua dichiarazione è poco credibile poiché le riserve petrolifere scoperte e sfruttate nel sud equivalgono a 6,3 miliardi di barili e sono la quinta area petrolifera del Continente. I benefici della produzione petrolifera rapportano il 60% delle entrate di valuta pregiata del Nord.
La creazione di un nuovo stato al Sud spezzerebbe ogni legame sociale ed economico con il Nord, e si integrerebbe con la East African Community, privando Khartoum del prezioso petrolio che negli ultimi anni ha contribuito allo sviluppo del Sudan.
Un’altro fattore, quello politico, rende difficile un’accettazione passiva della secessione. Un Sud Sudan indipendente avrebbe un grosso impatto per altri movimenti indipendentistici come quelli nel Darfur. [19]
E’ dunque evidente che vi sono grosse probabilità della ripresa del conflitto tra nord e sud del Sudan.
A differenza dei precedenti conflitti questo potrebbe tramutarsi in una guerra Pan Africana.
L’eventuale nuovo stato indipendente del Sud Sudan, non avrebbe solo Khartoum come nemico.
L’Egitto non vede di buon occhio la creazione di una nuova nazione nella regione poiché questo significherebbe l’aumento degli stati sovrani che rivendicano lo sfruttamento delle acque del Nilo, aggravando il già pericolosa contesa del fiume tra Egitto – Sudan e i paesi dell’Est Africa.[20]
Per questo motivo l’Egitto potrebbe appoggiare direttamente o indirettamente Khartoum per impedire la secessione del sud.
Per il suo storico appoggio al SPLM l’Uganda è nell’occhio del mirino e rischia di essere coinvolta nell’eventuale conflitto.
Altri paesi potrebbero essere coinvolti da una parte o dall’altra della barricata: la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda, il Kenya, la Tanzania, l’Etiopia, l’Eritrea e quello che resta della Somalia.
Gruppi armati ormai sconfitti come l’Ugandese Lord Resistent Army (LRA) o le milizie interwame ruandesi responsabili del genocidio del ’94 presenti sul territorio dell’est del Congo, potrebbero essere riattivati, finanziati ed equipaggiati dal Sudan, dall’Egitto e da altri attori internazionali per utilizzarle contro l’Uganda e il Rwanda.[21]
Quali sono i scenari possibili?
Data per certa la secessione del sud del Sudan agli inizi del 2011 tre sono i scenari possibili per la regione.
Primo scenario. Khartoum non riconosce il risultato del referendum e si oppone alla secessione di più di un terzo del suo territorio nazionale, scatenando un’offensiva militare con il supporto della Cina e dell’Egitto.
Il conflitto avrebbe caratteristiche non di guerra civile ma di guerra convenzionale tra due stati visto l’attuale trasformazione della guerriglia SPLA in un moderno esercito nazionale.
Coinvolgerebbe gli stati vicini direttamene (nel caso dell’Uganda) e indirettamente (nei casi del Kenya, del Congo, Etiopia e Rwanda).
Un’accozzaglia di gruppi ribelli assetati di sangue potrebbe imperversare nella regione seminando distruzione e morte.
Secondo scenario. Khartoum accetta il risultato del referendum secessionista ma rivendica la sovranità delle zone frontaliere contestate: Abyei, Sud Kordofan, Nuba e Nilo Blu dove si concentra la maggioranza della produzione petrolifera del Sud.
A breve termine la disputa territoriale gestita a scala internazionale si trasformerebbe in un conflitto aperto tra Khartoum e il neo nato stato del Sud Sudan creando le stesse dinamiche previste nel primo scenario.
Entrambi i primi due scenari hanno forte probabilità di trasformare il conflitto sudanese in una seconda guerra Pan Africana associata al controllo delle risorse idriche del Nilo.
Terzo scenario. Khartoum non solo accetta il risultato del referendum ma anche la perdita delle zone frontaliere contestate, concentrandosi piuttosto su la creazione di accordi di cooperazione economica e politica tra i due stati.
Le multinazionali Cinesi presenti nella zona di frontiera mantengono il controllo della produzione petrolifera senza che il SPLM invalidi i loro accordi precedentemente fatti con il Governo del Sudan. Confermando questi accordi il SPLM dovrebbe rinunciare a concedere lo sfruttamento dei pozzi alle multinazionali anglofone che lo hanno sostenuto in tutti questi anni di guerra civile rendendo possibile la creazione del nuovo stato.
L’Egitto riesce a trovare accordi convenienti sullo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo con il SPLM che a sua volta accetta di continuare l’appoggio politico al Cairo per difendere il suo privilegio sul Nilo sancito negli accordi dell’epoca coloniale.
Un esito scontato?
La possibilità di un nuovo conflitto è presa in seria considerazione a livello regionale e internazionale. Questa eventualità sembra trovare conferme indirette da una serie di episodi attualmente in sviluppo nel Sudan e da episodi apparentemente estranei che si stanno verificando nella regione, soprattutto qui in Uganda.
Il quotidiano Al Intibaha (L’Allerta)[22] ha recentemente pubblicato un editoriale dal titolo: un appello alla vigilanza. “Non siamo interessati all’unita’ tra il nord e il sud del Sudan. Noi vogliamo solo l’unita’ con il petrolio del sud. Se questa necessità economica ci sarà negata sarà nostro dovere indire una Jihad[23] contro il sud per difendere l’onore dell’Islam”.
Il quotidiano si fa portavoce della strategia della parte più radicale del potere che vuole liberarsi del Sud per rafforzare il dominio islamico nel resto del paese conservando però tutto il potenziale economico proveniente dai pozzi petroliferi delle zone frontaliere contestate.
Per eliminare la dipendenza logistica da Khartoum per il trasporto del petrolio il SPLM sta concludendo un accordo con il padrone delle Toyota-Tsusho Africa, Takashi Hattori per la costruzione di un oleodotto che dovrebbe collegare i giacimenti petroliferi del Sud del Sudan con il porto keniota di Lamu, sostituendo l’attuale oleodotto controllato da Khartoum che trasporta il petrolio verso il nord fino a Port-Soudan. Stime economiche fissano il costo del progetto attorno a 1,5 miliardi di dollari e la potente banca giapponese Japan Bank è pronta a finanziare l’intero costo. L’operazione mira ad aumentare l’influenza del Giappone sulle riserve petrolifere del sud del Sudan[24].
Negli ultimi mesi nel sud si stanno moltiplicando i conflitti tribali che hanno già causato 350.000 profughi interni e 2.500 vittime.[25] Il porta parola dell’esercito sud sudanese, il Generale Kuol Diem Kuol afferma che questi conflitti tribali non sono legati alle razzie di bestiame ma fanno parte di una precisa strategia di Khartoum per minare l’unita’ del sud del paese. Accusa il governo sudanese di finanziare i gruppi armati autori di questi conflitti tribali.[26]
In Uganda, si stanno concludendo le trattative del Ministero della Difesa ugandese con la Russia per l’acquisto di modernissimi caccia supersonici ed uno spaventoso stock di missili terra – aria e aria – aria; Una settimana fa è stata firmata dal Presidente Obama una legge sul disarmo del LRA[27].
Per quale motivo Museveni si impegna ad un acquisto di armamenti sofisticati per un costo astronomico e gli Stati Uniti improvvisamente cambiano la loro strategia sul LRA arrivando a firmare una legge che autorizza un intervento militare diretto del Pentagono contro il gruppo ribelle ugandese?
Non è forse da una parte per prepararsi alla possibilità di essere coinvolti in un conflitto Pan Africano e dall’altra di eliminare una futura minaccia militare che potrebbe essere rivitalizzata da Khartoum e dal Cairo?
Secondo molti esperti regionali l’ipotesi più probabile è che Khartoum accetti la secessione, riconoscendo il nuovo stato cercando però di mantenere il controllo delle zone petrolifere frontaliere.
Ad un momentaneo periodo di euforia del Sud e di organizzazione del nuovo stato, subentrerebbe una feroce disputa internazionale tra il SPLM e Khartoum sui confini tra nord e sud, in particolare delle aree petrolifere. L’esito della disputa ha forte probabilità di far riprendere il conflitto.
Per scongiurare questa ipotesi sarebbe necessario fin da ora uno sforzo diplomatico regionale ed internazionale per convincere Khartoum e Juba ad un’equa spartizione delle risorse petrolifere ed ad una pacifica integrazione tra nord e sud basata sul rafforzamento degli scambi economici e del progetto federale dello stato del Sudan, convincendo il SPLM ad abbandonare l’idea della secessione.
Purtroppo l’Occidente e gli Stati Africani della regione non sembrano intenzionati a questo sforzo diplomatico. Utilizzando la propaganda dei mass media applicata per il precedente europeo del Kosovo, stanno puntando sulla realizzazione del nuovo stato incoraggiato e voluto dagli Stati Uniti dalla Comunità dell’Africa dell’Est e dalla maggioranza dei paesi fondatori della Comunità Europea.
Il titolo di copertina dell’autorevole network internazionale dell’informazione: BBC sul suo trimestrale dedicato all’Africa: “BBC Focus on Africa” dell’aprile – giugno 2010 è estremamente chiaro sulla scelta fatta: “South Sudan. Africa’s Next Country?”
Fulvio Beltrami
Kampala Uganda 26 giungo 2010
[1]SPLM Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese. Principale gruppo guerrigliero durante la guerra civile tra il Sud e il Nord Sudan, attualmente al potere nel Sud Sudan.
[2] Le popolazioni del sud identificano i loro connazionali del nord come “arabi” e causa diretta della schiavitù e del sottosviluppo della regione. Le popolazioni del nord a loro volta identificano i loro connazionali del sud come bantu e ribelli. Le guerre civili nel sud sono sempre state etichettate come guerre tra le popolazioni cristiane del sud contro i mussulmani del nord.
La realtà è ben diversa. Storicamente vero che gli arabi si dedicarono al commercio di schiavi trovando la principale risorsa di “rifornimento” nel sud del Sudan è però etnicamente falso identificare i nordisti come arabi. Molti di loro sono africani convertiti alla religione mussulmana e incrociati tramite matrimonio a popolazioni arabe.
La responsabilità del sottosviluppo del sud del paese è imputabile agli inglesi che trascurarono la regione a causa delle difficoltà dell’epoca di penetrare un territorio prevalentemente coperto da grandi foreste.
La maggioranza delle etnie sudiste non è cristiana bensì animista.
Purtroppo è vero che questa serie di miti hanno provocato un rapporto di razzismo del nord verso il sud e di diffidenza ed odio del sud verso il nord.
[3] Liveline Sudan La linea della vita Sudan cui partecipai come logista per una Ong Italiana nel 1996.
[4] ECHO = European Community Humanitarian Office il dipartimento dell’emergenza umanitaria della Comunità Europea. USAID = il dipartimento americano per la cooperazione, altamente politizzato e storicamente controllato dalla destra americana.
[5] SPLA = Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese
[6] Durante la guerra civile Khartoum e il Nord erano zone interdette alle popolazioni del Sud. Solo i profughi interni venivano accolti al Nord, soprattutto nelle vicinanze di Khartoum, a condizione che non uscissero dai campi e che non cercassero di inserirsi nel tessuto economico del Nord, sopravvivendo grazie agli aiuti umanitari internazionali.
[7] John Garang muori’ nel 2005 in Uganda in un misterioso incidente dove elicottero che lo stava trasportando precipito’ per cause ancora oggi sconosciute. Sua moglie ha sempre sostenuto che il leader è stato assassinato e che la sua morte è da inserirsi nella lotta di potere all’interno del SPLM scatenatasi subito dopo la firma del trattato di pace.
[8] Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano, “Lupi nella nebbia – Kosovo, l’ O.N.U. ostaggio di mafie e Stati Uniti” edito da Jaca Book
[9] Le elezioni dell’aprile 2010 hanno sancito le rispettive vittorie di Bechir come presidente del Sudan (96% dei voti) e di Salva Kiir come presidente del Sud Sudan (93% dei voti).
[10] NCP National Congres Party, il partito al potere guidato da Omar el-Bechir.
[11]La Strategia della potenza Cinese in Africa Christian Harbulot edizioni Base de Connaissance giugno 2008 (http://bdc.aege.fr) , Ombre Cinesi sull’Africa II parte pubblicato il 18 maggio 2010 su fabionews (http://www.fabionews.info/View.php?id=9074)
[12] Riferimento alla battaglia di N’Djamena avvenuta nei primi giorni del febbraio 2008. La più grande offensiva delle truppe ribelli contro il regime di Idriss. Vedi “Musique Chadienne” pubblicato su Fabionews il 26/02/2008 (http://www.fabionews.info/View.php?id=2279)
[13] Il principale gruppo ribelle sudanese JEM (Movimento di Giustizia e Equità) fino ad ora appoggiato dal Ciad è prevalentemente composto da Zagawa, l’etnia del presidente Idriss Deby. L’interruzione del sostegno al JEM sta causando al presidente ciadiano dei forti dissidi all’interno della sua etnia.
[14] Il T-72 è una delle più moderne versioni di carri da combattimento russi con capacità di tiro ad alta precisione in movimento
[15] La spiegazione ufficiale risulta immediatamente priva di senso. Nella guerra civile somala nessuna fazione utilizza carri armati e armi pesanti altamente sofisticate che risultano logisticamente difficili da gestire. Inoltre le milizie somale non dispongono di uomini formati all’utilizzo di tali armi.
[16] L’inchiesta del parlamento del Kenya durata un anno, non è riuscita a determinare la destinazione del cargo. Il capogruppo dei parlamentari coinvolti nell’inchiesta Adan Keynan ha denunciato il Ministero della Difesa di non cooperazione.
[17] Le elezioni svoltasi in Sudan in aprile sanciscono di fatto la tendenza alla separazione del paese. All’interno della elezione del Presidente del Sudan, il sud aveva la possibilità di eleggere un suo presidente…
[18] Il discorso è stato pronunciato durante una manifestazione elettorale nella città del sud di Yambio il 19 febbraio 2010. Per la precisione il Presidente Bechir ha affermato: “Noi nutriamo la speranza e stiamo lavorando duro affinché il Sudan resti unito. Ma se il risultato del referendum sarà la secessione noi del NCP accetteremo l’esito della consultazione popolare e Khartoum sarà la prima capitale a riconoscere il nuovo stato”.
[19] L’analisi del portavoce dell’Unione Africana, Jean Ping è riportata sul trimestrale della BBC dedicato all’Africa “BBC FOCUS ON AFRICA” aprile giugno 2010
[20] E’ stato recentemente firmato un accordo per lo sfruttamento delle acque del Nilo tra l’Uganda, il Kenya, il Rwanda, Tanzania ed Etiopia, che dovrebbe sostituire gli accordi originali firmati nel 1929 e nel 1959, che stabilivano il diritto all’Egitto e al Sudan di sfruttare il 90% delle acque del fiume e dotavano i due paesi di potere di veto su ogni iniziativa economica attuata dagli altri stati associati all’accordo. Il recente accordo tenta di sostituire questa posizione di privilegio.
L’Egitto ha pubblicamente dichiarato che non riconosce l’accordo fatto e ha intrapreso una intensa attività diplomatica al fine che anche la Comunità Internazionale non lo riconosca. Alcuni settori del governo egiziano parlano apertamente della possibilità di un conflitto africano sulle acque del Nilo.
[21] Vedi articolo pubblicato su fabionews il 03 giugno 2010 “Uganda e Russia. Trattative per la firma del più grande contratto di forniture militari in Africa” http://www.fabionews.info/View.php?id=9124
[22] Il quotidiano è il più autorevole portavoce del radicalismo islamico nel Sudan. Il suo proprietario, Mustapha el-Tayyib è un parente di Bechir e un’autorevole leader dell’ala dura del Partito del Congresso Nazionale.
[23] Jihad, la guerra santa.
[24] Attualmente il Giappone ha solo il 2% del mercato del petrolio proveniente dal sud del Sudan. La notizia è stata riportata in esclusiva dal mensile arabo AM (Afrique magazine) dedicato all’attualità’ dell’Africa del Nord nel marzo 2010.
[25] Dati provenienti da un rapporto recentemente redatto da dodici Ong internazionali sulla situazione nel sud del Sudan. Il rapporto evidenzia che l’attuale situazione nel sud è più catastrofica di quella attualmente registrata nel Darfur.
[26] Il presidente Bechir è noto per questa tecnica militare delle milizie ampliamente utilizzata nel precedente conflitto con il sud e nel Darfur con l’utilizzo delle atroci e genocidarie milizie Jenjaweed.
[27] La legge denominata « The Lord’s Resistance Army Disarmament and Northern Uganda Recovery Act” firmata il 24 maggio 2010 dal Presidente Obama istituzionalizza il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti per l’eliminazione fisica del LRA.
Nigeria: islamisti Boko Haram rivendicano attacchi ai cristiani
Quando s’è visto mai che degli stragisti si siano accollati la responsabilità di stragi?
Quanta disinformazione. Nessuna mente critica che si chieda : a chi giova la divisione
e la guerra fra poveri e connazionali. Chi alimenta la strategia della tensione?
06 Gennaio 2012 – 19:35
(ASCA-AFP) – Maiduguri (Nigeria), 6 gen – Un sedicente portavoce del gruppo islamista nigeriano Boko Haram ha rivendicato gli attacchi ad una chiesa e ad una veglia funebre avvenuti oggi nel nord del paese e in cui sono morte 20 persone. ”Siamo i responsabili degli attacchi a Mubi e a Gombe”, ha detto al telefono con i cronisti il presunto portavoce, che si fa chiamare Abul Qaqa.

































Ad evangelizzare il Sudan furono i comboniani che hanno sede a Verona. Mons. Mason primo vescovo di Khartoun mi spiegava già negli anni ’50 che il Sud Sudan col suo fertile territorio era di razza nera africana e di fede animistica quindi più propenso a convertirsi al cristianesimo mentre il resto del Sudan desertico era popolato da arabi abituati a farla da padroni.
E’ stato quindi un gioco da ragazzi sfruttare la contrapposizione etnica per smembrare l’immenso Paese sahariano e sperare di fare del Sud Sudan un protettorato al servizio degli USA.
A indebolire la leadership di Khartoun ci pensò preventivamente il giudice pro-impero Ocampo dell’Aia che spiccò mandato di arresto internazionale per il presidente Al Bashir accusato di genocidio e crimini contro l’umanità per la ‘presunta e mediaticamente falsa’ repressione in Darfur, regione orientale del Sudan di etnìa araba e di religione islamica.
Il Sud Sudan che pur possiede pozzi petroliferi non ha modo di trasferire il suo greggio sulla costa del Mar Rosso se non affidandosi agli esistenti oleodotti di Khartoun. Un Paese non potrà mai essere sovrano se non ha sbocco sul mare.
A mestare nel torbido fa la sua parte il confinante Kenya, patria di Obama, dove il vincitore delle ultime elezioni Kibaki si vede contestare il risultato dal rivale Odinga uomo di Obama l’africano. Un compromesso negoziato da Kofi Annan fece di Kibaki il presidente del Kenya e di Odinga il primo ministro. Purtroppo Odinga è il geniale ‘son of bitch’ creato da Obama per spianare la strada a ogni mena neo-coloniale nel disgraziato continente africano.
Odinga si prodigò addirittura perchè Gbagbo presidente della Costa d’Avorio sloggiasse la poltrona e cedesse il posto all’uomo di Sarkozy di nome Ouattara, ciò che si realizzò con una sanguinosa ed incredibile guerra civile nell’aprile scorso.