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 di Fulvio Grimaldi

La rosa purpurea di Damasco

Non credere a nulla solo perché ti è stato detto. Non credere a quanto il tuo maestro ti dice, solo per rispetto per il maestro. Ma qualunque cosa tu, dopo accurati esame e analisi, trovi essere gentile, vettore al bene, al giusto, al benessere di tutti gli esseri, fanne dottrina in cui credere e a cui attenersi. Fanne la tua guida. (Gautama Siddharta)

Rosa del desertoAccettiamo la qualifica della rosa come fiore più bello, fiore per antonomasia, metafora del bene, dell’amore, della gentilezza, dell’umanità che rimane se stessa Per esempio, finchè negli Stati Uniti non sanno decidersi se essere statunitensi o esseri umani (ma parecchi, negli ultimi tempi, si sono avvalsi della scelta), in quel paese non cresceranno rose e quelle che vi appaiono sono finte, come è finto cibo l’hamburger McDonalds e finta bevanda la Coca Cola, e finto presidente e finto democratico Barack Obama. Parto con questa storia di rose, perché quando l’altro giorno me sono venuto via da Damasco, avevo dietro tutta una scia di profumi di rose, che ancora mi circonfonde, e nel cuore una specie di Graal.
Ma non l’hollywoodiana menata criptomassonica per dementi esoterici che, trovando la mitica coppa, contano di acchiappare le redini del mondo. Il Graal, al contrario, come epitome del sangue versato per l’uomo, la giustizia, la verità, la felicità. Mica da un Cristo immaginario. Da chiunque, dagli iracheni, serbi, afghani, libici, tantissimi altri, in resistenza contro l’orrido mostro della regressione aFulvio Grimaldiun passato ferino e cannibale. Oggi dal popolo di Siria.Ho fatto un viaggio nel fiore della migliore umanità, quella della quale noialtri al Nord ci stiamo scrostando di dosso gli ultimi petali. E quel fiore, appunto la rosa di Damasco, purpurea di sangue e passione, era diventato il mio personale Graal, in sostanza una luce che rischiara la corretta via nella notte, per come me lo ha tradotto in parole un uomo, un siriano, un grande arabo.Si chiama Adam Mohammad, il responsabile di tutte le comunicazioni tv in Siria, con il quale, in un convivio sull’altura che ti permette di raccogliere negli occhi l’intera capitale, abbiamo unito la fantasmagoria di una cucina che non conosce manipolazioni chimiche, alla discussione su qualche punto cardinale della vita, da Gilgamesh a Ibsen, da Averroé a Tommaso d’Aquino, dai fenici che depositavano sulle spiagge sicule miele, olive e datteri e dettero così inizio agli scambi tra comunità unite dal lago mediterraneo, fino a Freud. Ha ripetuto, ha indirizzato a noi tutti, il voto che quasi ogni siriano incontrato mi ha espresso: impediamo che questo mare, intorno al quale sono sorte le migliori civiltà, diventi un oceano, come vorrebbe chi costruisce il suo dominio sulla frantumazione. E’ che, incredibilmente, da quelle parti, specularmente alla nostra razzista indifferenza, si guarda a noi con affetto, come a gente di una famiglia allargata e ne sono simbolo proletario sui ragazzetti le maglie di Milan o Roma, o della Nazionale, uniche tra quelle di paesi calcisticamente più blasonati, ma fuori dal Mediterraneo. Gridavano Paolo Rossi e Baggio, oggi ti offrono un rapporto, gioioso per quanto effimero, chiamando Totti o Ibrahimovic. La rosa che Adam, a esaltare tutte le rose raccolte nei percorsi umani su tutte le vie di Damasco del mondo, mi ha consegnato ha10 petali. A sua volta l’ha avuta in dono da suo padre. E’ una rosa che per noi, ingabbiati nel sospetto, nella diffidenza, nella paura, fin nell’odio per chi ti corre accanto, ha un sapore antico, di riscoperta archeologica: “Devi ritenere buono chiunque incontri. Fino alla prima esperienza negativa”. Elementare, direbbe Sherlock Holmes. Tanto semplice che noi, ingorgati nella civiltà dell’individualismo e della competizione, del vicendevole sbranamento, non riusciamo più a concepire, tanto meno a praticare. Da noi vale l’homo homini lupus. Nella cinica formula di chi se ne intendeva: “A pensare male si fa peccato, ma ci si prende”. Picciotto tra picciotti.

Sono in un paese, dove il detto del padre di Adam (un dio?) è principio di vita, si esprime in sorrisi a prescindere, in ospitalità che è gioia prima di tutto dell’ospitante, in delicati segni di amicizia. Eppure è un paese infestato da stranieri dalle cattive intenzioni, da visitatori col coltello dietro la schiena, da giornalisti ai quali il mandante planetario ha intimato il motto contrario: tutti cattivi, specie se di un altro ordine sociale, di un altro colore, di un’altra cultura, di un’altra religione, di un altro genere, di un’altra età, e neanche fino alla prima esperienza positiva. Che infatti non si vuole vedere mai, minerebbe la legge naturale della nostra superiorità, del nostro diritto di andar lì e uccidere chi rifiuta la logica del diverso da abbattere e consumare.

Per un ritardo e una coincidenza aerea bucata, sono giunto a Damasco da Amman via terra. Carico di tecnologie di ripresa e registrazione, al posto di frontiera siriano mi hanno guardato con severa attenzione. Loro, sì, hanno saputo dei giornalisti occidentali infilati in Libia, sia per capovolgere la realtà che vivevano, sia per passare ai fucilatori alle consolle del Nevada o di Sigonella le coordinate per sfoltire popolo in eccesso e polverizzare strutture da affidare a ricostruttori stranieri nel quadro della globalizzazione dei predatori. Qualche telefonata ha allentato la circospezione, ma decisiva è stata la scoperta, nel mio bagaglio, delle copertine di due miei docufilm: quello su Piombo Fuso contro Gaza e quello sul martirio della Libia. Più perspicaci di qualsiasi congegno elettronico usato per penetrare la tua intimità e agguinzagliarti alla paura, come quelli che abusano di noi agli aeroporti per farci convinti che il terrorismo lo fanno gli altri, i doganieri siriani mi hanno capito e accolto, subito, a suon di pacche sulle spalle, bibite, tè e pasticcini.

Vorrei rovesciare il sangue di Gilles Jacquier, reporter di France 2, i frantumi del suo corpo scaraventati dalla granata di mortaio sulle pareti del Centro Comunitario di Homs, in faccia ai cialtroni di Al Jazira e di tutte le emittenti embedded in Nato, quando inveiscono contro “l’autocratico e sanguinario Bashar El Assad che non consente alla stampa straniera di entrare in Siria e documentare quelle che si dicono le atrocità genocide del regime”. Gilles e altri colleghi esteri erano andati a Homs, appena poche ore dopo che c’ero stato io con un gruppo che comprendeva inviati britannici, tedeschi, austriaci, spagnoli, cubani, cinesi, turchi, giapponesi, cinesi, norvegesi, russi. La stessa sera, dagli schermi delle emittenti di cui sopra, facce di tolla deploravano con indignato sussiego che, appunto, in Siria non erano accetti giornalisti stranieri. Professionisti, magari con qualcuno onesto tra loro, che trasmettano da qui storie con anche solo briciole di verità, devono essere sepolti dall’uragano delle “testimonianze dirette” e dalle veline Cia dettate ai vari organismi umanitaristi di fuorusciti siriani incistati all’ombra di Westminster, o della Casa Bianca.

Già c’era stata la deplorevole esperienza degli osservatori della Lega Araba, arrivati pochi giorni dopo Natale e che, pur selezionati e spediti dalla cosca reazionaria del Golfo che controlla l’organismo, erano stati costretti dall’evidenza a demolire il castello di menzogne costruito dalle “testimonianze degli attivisti” e dal quale ci hanno bombardato conoscenza e coscienza. Li ho incrociati varie volte, perplessi, perché quanto vedevano e sentivano non corrispondesse all’agenda dettatagli dai satrapi del Golfo. Hanno battuto palmo per palmo la Siria, per settimane e settimane, sono penetrati in ogni angolo delle presunte città-martiri, Homs, Hama, Daraa, Idlib, e il peggio che gli è capitato era di essere circondati da gruppetti di facinorosi che denunciavano invisibili e in documentate atrocità di regime. Nonostante fossero l’emanazione tossica di una Lega che non rappresenta ormai che petrodollari, dittature monarchiche e interessi occidentali, non sono proprio riusciti a scovare segni della brutale repressione attribuita ad Assad, dei 5000 morti sanciti dall’ONU su imbeccata non di suoi ispettori, o di parti terze, ma esclusivamente dei mai verificati “attivisti”. E a proposito di questi 5000, cresciuti a dicembre in quattro giorni da 4000 e che ricordano le cifre a pene di segugio e a fini di consenso alle guerre diffuse su Srebrenica, sui curdi “sterminati da Saddam”, sulle fosse comuni di Gheddafi, non fosse per la dabbenaggine comatosa dell’opinione pubblica qualcuno avrebbe pur potuto pretendere, per un minimo di serietà, dati disaggregati: di questi 5000 manifestanti uccisi (di cui oltre 300 bambini: fa il massimo effetto), quanti civili, quanti miliziani armati, quanti dove, quanti da chi. Per il governo siriano le vittime complessive, di tutte le parti, erano dopo 11 mesi circa 3.500, di cui oltre 2000 delle forze dell’ordine, con tanto di identificazione e immagini. E, alla luce dei documentati oppositori armati (i ratti Al Qaida venuti dalla Libia, i miliziani infiltrati da Libano, Turchia, Giordania, definiti tutti “disertori” dell’esercito, le ingenti quantità di armi, anche israeliane, sequestrate ai confini), alla luce della presenza, in basi di addestramento in Turchia, Giordania e Libano, di forze speciali Nato e del Qatar, uno è portato dall’alluvione di probabilità a credere al governo. Anche l’ordine di Assad di non usare armi da fuoco contro manifestanti civili e lì da vedere presso ogni reparto della Sicurezza. Qualcuno avrà disobbedito, magari ne andava della vita, ma l’ordine questo era. Mentre qui abbondano le immagini di cecchini che da ripari sparano su cortei, poliziotti e soldati, mai mostrate in Occidente, nel Gran Guignol di cadaveri allestito dagli “attivisti” e diffuso dai media (che hanno meticolosamente occultato i corpi dei militari uccisi e il loro numero), non si è potuta trovare un’immagine dei terribili “miliziani” di Assad e dei suoi carri armati mentre sparano sulla folla. Eppure avrebbe dovuto essere facile.

A proposito di folle, quelle dell’opposizione le ho viste sugli schermi di internet e dei media e non c’era in mezzo neanche l’ombra di una donna, neppure di quelle incarcerate nel niqab nero caro ai “democratici rivoluzionari”. Invece a Homs, dappertutto e, quotidianamente, nella piazza delle Sette Fontane a Damasco, sono stato sommerso da moltitudini anche di donne che inneggiavano a Bashar e alla resistenza contro i cospiratori di Nato, tirannie integraliste del Golfo e la loro fanteria islamista. Anche al Cairo, anche a Tunisi, nella Libia di Gheddafi, perfino in Arabia Saudita, erano le donne a infoltire le prime file. Sarà questa, la partecipazione o meno di donne, la discriminante tra primavere vere e regime change agli ordini dell’imperialismo? Capiterà, come in Libia, che quelle adunate milionarie, che nessun partito sarebbe capace di “comandare” ininterrottamente per mesi, compaiano nei servizi di Al Jazira e codazzo mediatico occidentale travestite col fotoshop da manifestazioni “dell’opposizione”. In Libia a questi “informatori” scappò una bandiera indiana e qualche turbante sikh in quella che era stata fatta passare per la sollevazione di Bengasi. Pensate di cosa è capace l’emittente dell’emiro del Qatar: incollerita per come gli osservatori della Lega Araba, nonostante i rinforzi mandati dalle petrodittature, insistano a trovare accettabile la situazione e arrivino addirittura a esigere la fine delle violenze – inaudito! – a entrambe le parti, sbraita la notizia che, dopo otto giorni dall’arrivo degli osservatori, nonostante questi non abbiano visto alcunché del genere, ben 400 persone erano state ammazzate dalle “milizie” di Assad. E come illustra tale bufala? Con le immagini dell’attentato a Damasco del 23 dicembre, quello contro i servizi di Sicurezza, destinate a far credere che si tratta di vittime del regime.

Quello degli osservatori, spediti per inchiodare la Siria a responsabilità tali da giustificare un’aggressione, è stato il più formidabile autogol dall’inizio della cospirazione. Inevitabilmente, dati i mandanti, il rapporto finale farà le acrobazie necessarie a criminalizzare Assad e il popolo che lo sostiene. Ma sarà difficile eliminare lo stupore, o almeno i dubbi, con cui le dichiarazioni sul campo degli osservatori hanno lacerato la blindatura di bugie sotto la quale colonialisti e monarchi tentano di celare la realtà della Siria.

Sono riuscito a riprendere un fatto, emblematico al confronto delle chiassate anti-regime androcratiche e deserte di donne. Siriane di ogni età, religione, etnia, ogni giorno si radunano in piazza e si esibiscono nel taglio collettivo dei capelli. Significato? Antonia, cristiana, sottobraccio ad Amina, musulmana, me l’hanno spiegato, esibendo ciuffi di chioma raccolti in fazzoletti con i colori della bandiera: “E’ il segno che siamo uguali agli uomini e, come loro, combattenti per il nostro paese; che nessuno s’illuda che, nascoste sotto il niqab, ci rassegneremo a tornare a guardare al mondo per una fessura di due centimetri e a valere nel matrimonio e nei diritti un terzo degli uomini”.

Ho intervistato tanta gente, di strada, in famiglia, nelle riunioni dei congiunti, negli uffici, anche il vescovo cristiano orientale di Damasco, Toni Dora, capo di un movimento pacifico di opposizione. Una valutazione era comune a tutti, sostenitori del governo e oppositori onesti: Bashar el Assad non viene discusso. Nessuno che non lo consideri onesto, corretto, di buona volontà e assolutamente credibile nelle sue proposte di riforma, di modifica della Costituzione, di elezioni affidabili, di multipartitismo, di riassetto dello Stato in senso trasparente e partecipativo, di riconciliazione nazionale contro ogni cedimento a mire colonialiste e di vassallaggio. Proposte lanciate e rilanciate, in corso di elaborazione, con elezioni fissate per i primi mesi del 2012.

Nessuno che non sia consapevole delle mire di divisione e depredazione occidentali con l’utilizzo dei Fratelli Musulmani e dei salafiti di Al Qaida. E che non veda nel fondamentalismo ultrà, ma detto “moderato” da noi, già vincente in Egitto, Tunisia, Marocco e in travolgente avanzata in Libia, la fine di una Siria libera, laica, progressista, sovrana. Le critiche vanno piuttosto in direzione di settori dell’establishment a cui si attribuiscono un’ossificazione e una distanza che, come ovunque e peggio da noi, inesorabilmente si accompagnano a corruzione capillare e di alto bordo. C’è chi lamenta una presenza ossessiva dei servizi di sicurezza, vagheggia un Occidente democratico che non sa defunto, seppure mai esistito, del tutto televisivo e cinematografico, e però dimentica che da oltre 45 anni la Siria è sotto schiaffo israelo-occidentale, assediata, spesso colpita nei suoi uomini e nei suoi apparati, rapinata di territorio, infestata da provocatori e spie come fossero cavallette d’Egitto. Lasciare in queste condizioni finestre e porte aperte fa rischiare l’ingresso di correnti letali. Lasciamola in pace, la Siria, tagliamo le unghie alla rapacità genocida di Usa, Ue e Israele e vediamo che paese ne viene fuori.

Nella chiesetta cattolica di Bab Tuma, il giovane parrocco, con i banchi pieni di cristiani iracheni, fuggiti dal terrore del fanatismo scita (la Siria generosamente ne ospita e alimenta un milione e mezzo e, sicuramente, anche questa è una colpa agli occhi di wahabiti, salafiti e fratelli cristiani occidentali ), mi chiede timoroso di non registrarne le parole. Parole di pena e paura che gli suggerisce la prospettiva che per i cristiani di Siria vada a finire come per quelli dell’Iraq. Una comunità ridotta di due terzi dopo la scomparsa di Saddam. Un’apprensione che albergherà anche nelle frotte di giovani donne in abiti e atteggiamenti liberi e laici che scintillano nel traffico umano delle città siriane.

Da sotto la giacca del vescovo Dora, tre lauree, traluce una pistola. E’ l’effetto delle tante minacce di morte ricevute e del rischio per i propri figli, nell’andare a scuola, di finire in uno degli innumerevoli sequestri di persone non allineate alla sedizione golpista e alqaidista. “Il cuore della mia teologia è il secolarismo”, dice il prelato. “I regimi religiosi alla fine cadranno perché non sanno offrire soluzioni ai problemi sociali, alle ingiustizie, al bisogno di libertà. La carità che praticano non è una soluzione di giustizia e dignità. Per il nostro paese l’unica soluzione è il dialogo tra benintenzionati. Quello che viene rifiutato solo da chi intende mettere a ferro e fuoco il paese. Succederà quando ogni parte si convincerà che non raggiungerà una vittoria totale, quella che eliminerebbe l’altro del tutto. Per avviare questo dialogo è necessario tagliar fuori gli elementi che non si battono per la Siria e per il suo popolo, ma obbediscono a un ordine del giorno straniero.Tutti quelli che vanno in corteo appresso a Bernard Henry Levi, uno che si dice filosofo e che non è altro che un piromane arrampicato su montagne di corpi inceneriti, al servizio degli incendiari del mondo”. Così parlò il vescovo di Damasco, presidente del Movimento di Opposizione Indipendente Patriottico (IPOM), ma c’è da dubitare che Usraele e la cupola bellico-finanziaria occidentale si convincano a far dialogare e a rinunciare alla vittoria. Per quella, del resto, basta ridurre la Siria in Stato fallito, frazionato, dilaniato da conflitti tribali, confessionali, politici, come tutti i paesi brutalizzati e desertificati dalla Superiore Civiltà, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, Somalia, Libia, Haiti… Basta che non esistano sovranità, protagonismo nazionale e, nello specifico, sostenitori di Iran, palestinesi, Hezbollah, Hamas, amici della Russia, della Cina, dell’America Latina.

Ahmadinejad e Fidel

E se non ce la fanno le fanterie islamiste, sono pronti sia la No Fly Zone da bombardamento, sia il Corridoio Umanitario ove innestare un “governo provvisorio”, invocati entrambi, con sempre maggiore forza, dal sedicente Consiglio Nazionale Siriano, coccolato da Erdogan a Istambul, o dai Coordinamenti dei Comitati Locali, o dalla “Free Syrian Army” messa su da Qatar, sauditi e turchi con la supervisione di tagliagola francesi e britannici, o, ancora, da quella vetrina del MI6 che è, a Londra, l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani.

Il reporter Jacquier era all’incontro con le famiglie di Akrama e Al Nuzha, quartieri di Homs, città laureata da “attivisti” e media capitale dell’insurrezione. Gli sono arrivati addosso due granate di mortaio e un proiettile di RPG. Con lui sono morte altre 7 persone, più di 50 i feriti. L’ennesima.strage dei “rivoluzionari”. Aveva sicuramente lo stesso scopo di quella cannonata stragista del tank Usa contro l’Hotel Palestine, quartier generale di noi giornalisti cui Bush aveva ordinato di non restare a Baghdad. Nessuno che non sia embedded nelle “forze del bene” deve poter scrivere, riprendere, trasmettere. Noi giornalisti stranieri in quel luogo c’eravamo stati il giorno avanti, i primi di questo nuovo ciclo di visite, e forse, visto che il nostro percorso è stato identico, siamo serviti ai terroristi a prendere le misure per il massacro.

Abbiamo percorso la città di 900mila abitanti in lungo e in largo. Come già al mio arrivo via terra dalla Giordania, lungo la serie di città che, a partire da Daraa, erano definiti focolai di una rivolta irriducibile, con una sequenza di morti da 30-40 al giorno, anche qui la vita scorreva normale, qualche negozio chiuso (qui i “rivoltosi” chiedono il pizzo, sennò…), molti aperti, moltissime bancarelle, piazze e vie centrali immerse nel via vai della spesa, dei capannelli, dello struscio, del lavoro. Neanche l’ombra di un tank, di un blindato, di soldati, nemmeno lungo strade d’accesso dall’ampia visibilità desertica. Ci siamo mescolati alla gente, senza guardie, senza alcuna misura di sicurezza, e non abbiamo ricavato che rifiuti al terrorismo degli islamisti e desiderio di pace. Non che a Homs e in posti analoghi non ci siano oppositori e non vi si rintanino gli elementi armati al soldo della destabilizzazione. Un nucleo tradizionale e consolidato di Fratelli Musulmani gli ha fatto da brodo di coltura. Ne ha saputo qualcosa il giovane film-maker francese. Ma anche noi, poche ore prima, seppure senza esiti tragici sul momento.

Ci hanno fatto visitare l’ospedale civile (sanità e istruzione gratis in Siria, grave provocazione ai globalizzatori). Qualche sanitario, nessun degente se non al pronto soccorso, nosocomio vuoto. Una collega tedesca della RTL, isterica e provocatrice a 360 gradi, quanto può essere un soggetto decerebrato da ignoranza, pregiudizio e supponenza, dà in escandescenze: “Siete degli idioti, ci fate visitare un ospedale vuoto, ci nascondete la vostre vittime…” Chi ci accompagnava nel giro, siriani, spesso studenti, residenti all’estero, ma accorsi volontari nel loro paese per dare, dotati di conoscenze linguistiche, una mano nella gestione dei media stranieri, ci porta allora a vedere finestre e corsie perforate da pallottole. L’ottusa collega non aveva inteso la spiegazione dataci all’inizio: vi portiamo a vedere un ospedale vuoto di pazienti perché ripetutamente attaccato da elementi armati. I rivoltosi non vogliano far funzionare la città, la vogliono paralizzare a partire da strutture fondamentali come questa e poi darne la colpa ad Assad. Se feriscono, voglio far morire.

Aveva ragione il governatore della provincia di Homs, Ghassan Abudl Al, quando ci aveva detto che visitare quell’ospedale vuoto era istruttivo. Un altro, questo governatore, che, come tutti i siriani incontrati, esprime la sua, più attonita che irata, constatazione della “discrasia tra realtà effettiva e realtà riferita dai media”, delle riforme offerte e respinte sistematicamente, che ci giura come non ci siano zone controllate dai ribelli, che riflette come 11 mesi di repressione armata avrebbero dovuto allora provocare un numero ben maggiore di vittime, che ha visto manifestazioni di 200, 300 persone, con tra loro non più di 10 ribelli armati che sparano sui poliziotti, tramutate dai media in adunate oceaniche pacifiche e quelle da un milione e mezzo per Assad taciute. Il giorno prima a Homs erano stati uccisi sette civili cristiani e 10 delle forze dell’ordine, tutti registrati negli obitori, ma Al Jazira riportava 17 manifestanti sparati dai militari.

Il fiato di Al Jazira

Come quando giravo per Tripoli vispa e pacifica e Al Jazira farneticava di combattimenti in tutte le strade e della solita proliferazione di “disertori dall’esercito del dittatore”. Qui qualche disertore c’è stato, ma porta i gradi e gli hanno riempito il conto in banca a Londra. Continuano ad essere arrestati uomini armati provenienti dalla Turchia e dal Libano, da dove li spedisce Saad Hariri, ex-primo ministro, amico della Nato e di Israele. Questi i dati del governatore per l’intero territorio nazionale dal marzo 2011: 3.707 uccisi, di cui 2.100 poliziotti e soldati, 324 rapiti e scomparsi; nella provincia: 415 soldati, 503 civili, 186 corpi non identificati. Contatti con l’opposizione? Non ce ne sono. Quella politica non ha né un programma, né rappresentanza e con quella armata non negoziamo.

Se era svuotato dalla paura degli attacchi terroristici il grande ospedale civile di Homs, quello militare, al quale i feriti colpiti dai cecchini non possono rifiutarsi, è colmo. Sono agenti e militari in condizioni a volte disperate, come quelli che avevo visto negli ospedali di Sliten e Tripoli in Libia, ma che almeno sono sfuggiti agli orrori che vediamo inflitti a civili e soldati nelle immagini dei cellulari mostrateci nel Centro Comunitario dei quartieri poi visitati, con esito tragico, dal gruppo di Gilles Jacquier. E’ un’esperienza straziante. Centinaia di donne e di anziani che si presentano alle telecamere con le foto incorniciate dei loro congiunti uccisi, con nei telefonini orrende sequenze di atrocità e torture inflitte dai “ribelli” alle vittime, gole tagliate, corpi smembrati, le stesse identiche procedure praticate a Bengasi, Misurata, Tripoli occupata, contro neri e “gheddafiani”. Se ne fanno garanti i mille lanzichenecchi trasferiti qui dalla Libia dal comandante militare dei ratti a Tripoli, il fondatore di Al Qaida in Libia, Abdel Hakim Belhadj. Questi padri, queste madri, queste figlie e sorelle, cacciati dagli scherani del colonialismo di ritorno in una galleria del terrore quotidiano, hanno i bei volti arabi segnati da un dolore che né pianti, né grida d’angoscia sanno rendere. Vi si accende una luce di affannata speranza quando ci chiedono, tutti, insistentemente, come l’invocazione a un santo, di dire là fuori, almeno noi, la verità. E’ su questa sanguinante umanità che la barbarie dei mercenari Nato ha fatto piovere, poco dopo, i suoi ordigni, portandosi via, oltre a chi quella verità rischiava di portarla via con sé, sette membri di questa comunità e lasciandone dozzine di feriti, mutilati, accecati.

Ne Homs, né Daraa, né Aleppo, né Damasco, né altre città appaiono militarizzate, come ci si aspetterebbe da un “regime che massacra la sua popolazione”. Circolano meno agenti armati che in qualsiasi nostra grande città e rispetto a un paese della sfera atlantica, come per esempio il Messico della presunta guerra al narcotraffico e della vera guerra di classe, la Siria è un parco giochi per bambini. Forse anche troppo, se l’antevigilia del Natale 2011 è stata celebrata dal terrorismo Nato, via terzi, con le autobombe contro gli edifici della Sicurezza nazionale, 25 morti, 50 feriti, in centro città, affollato nel venerdì di festa. Può darsi che le misure di protezione non siano adeguate, può darsi che le autorità siriane non si aspettassero una tale mostruosa escalation terroristica, ma può anche darsi che i maestri del terrorismo mondiale, quelli che sanno far venire giù torri gemelle, far saltare in aria metropolitane e treni e ammazzare uno dopo l’altro scienziati nucleari iraniani, abbiano voluto dar dimostrazione di una guerra contro la quale, alla fin fine, non ci sono difese. La guerra della paura, prima ancora che della morte. Da noi, la minaccia del baratro, della rovina meritata, per portare a termine la mattanza sociale. Da loro, la minaccia che la vita tua e dei tuoi figli è appesa al filo di una Parca le cui forbici non conoscono tregua, per farti desistere dalla resistenza e ricondurti alla schiavitù coloniale. Di fronte a questo sequitur, più che osceni, appaiono grotteschi i tentativi delle “opposizioni”, dei sicari della più forsennatamente feroce coalizione di Stati terroristi della storia, di scaricare sulla spalle del “regime” la responsabilità degli attentati. C’è una specie di transfert, qui: pensano che si possa far credere che anche altri compiano i crimini contro la propria gente di cui sono pratici loro. A partire dall’11 settembre 2001.

E’ stato in un altro venerdì, 6 gennaio, che ho avuto esperienza diretta di tale terrorismo dalle chiare impronte di specialisti USraeliani. Scelta degli obiettivi, manipolazione e utilizzo di operativi finali, organizzazione e mezzi, non sono sistemi padroneggiati dalla marmaglia raccogliticcia di mercenari di Libia, Qatar, Afghanistan. Questa volta l’esplosione (autobomba, uomo bomba?), non lontano dagli uffici governativi, è avvenuta davanti alla stazione di polizia del quartiere centrale di Al Maidan, sotto un cavalcavia dove era sistemato il parcheggio di auto della polizia e autobus urbani e dove scorreva il fiume della folla da e per la moschea. 26 morti, un centinaio di feriti, 11 poliziotti, altri civili a piedi o su bus. Un sottopasso scelto come camera di scoppio, per il massimo della strage. Carneficine del genere hanno sempre un marchio, un mandante. Quest’ultimo è sempre lo stesso, quelle dei missili sulle case degli uomini, quello degli assassinii mirati, quello della “guerra a bassa intensità”. Quello del terrorismo di Stato.

Con una corsa all’impazzata, tra vetture saettanti da e per il luogo dell’eccidio, sirene di polizia, vigili del fuoco, ambulanze, giungiamo sul posto mentre stanno portando via gli ultimi corpi. Quelli che si possono ancora definire tali, ché da muri, selciato, macchine sventrate, soffitti, si stanno raccogliendo, tra vaste pozze di sangue ancora rosso vivo che serpeggiano sul suolo formando arabeschi splatter, come quelle create dai rivi di sangue di mattatoio su terreno diseguale, frammenti di esseri umani: crani a metà, mani, viscere, grumi indistinguibili lungo tutta una serie di sedili sul pullman. Chiazze di sangue sulla pancia del viadotto che scorre su di noi alto 15 metri. Intorno tutto un compresso silenzio di chi va operando, raccogliendo, analizzando, lavando, enumerando, circoscrivendo. Silenziosi e pallidi negli uffici, con passi in giro senza senso, i poliziotti dell’edificio le cui finestre sono andate in frantumi, le cui pareti sono crepate, i cui arredi e cose si sono disperse e mischiate come in un gioco di Shanghai.

Un silenzio che dura attimi eterni e che, alla fine, viene screziato da grida lontane, sempre più vicine, sempre più forti e folte: Allah, Bashar, Siria u bas. Alla fine saranno migliaia, donne in testa, urlanti come menadi della tragedia greca: tra gli slogan per Bashar e la Siria si fanno largo, acute, le grida di queste donne. Sembra qualcosa di istintivo e immediato. Ma se ti avvicini senti un discorso articolato, in inglese quando ti riconoscono straniero, sul terrorismo dei veri Stati canaglia, sulla strategia del colonialismo, sull’obbrobrio delle tirannie islamiste, su Israele dietro a ogni guaio subito in mezzo secolo da questo paese, sull’irriducibilità delle scelte di un popolo antico, consapevole, coraggioso, civilissimo, buono. Sono sempre loro, le donne, che si fanno sotto per dare parole al dolore, alla rabbia, alla chiarezza delle cose. Come in America Latina, in Egitto, in Libia, in Iraq, sono le donne a dare corpo alle contraddizioni vere, ad assumersi l’avanguardia. Meglio degli altri, sanno sulla pelle cosa è in gioco.

Avevo visto gente sminuzzata dalle bombe, incendiate dal fosforo, fucilata, segnati a vita dalla tortura, bambini serbi morenti in incubatrici spente dalle bombe di D’Alema, devastazioni senza fine, corpi sbiancati, svuotati di sangue, estratti dalle macerie, un reporter amico iracheno, Ayub, frantumato da un missile a Baghdad. Ma quanto mi schiaffeggiava la vista nella carneficina di Al Maidan non aveva confronti. Il cervello va in corto circuito per eccesso di input al di là del concepibile, del sopportabile. Una consapevolezza prevale: ci sono, ci sono gli Untermenschen, i sottoumani, e non sono solo quelli che inventarono il termine, oggi sono coloro che allora erano dall’altra parte. Ci si attacca alla telecamera come a un salvagente e si gira, si gira. Si gira fino ai funerali, immediati nel giorno dopo per norma islamica, dove appaiono imam, preti cristiani, ministri, notabili e la solita folla immensa, composta davanti alla fila estenuante delle bare col vessillo nazionale, ma che divampa in frenetiche invocazioni e anatemi alla chiusura della cerimonia. All’interno della moschea uomini in ginocchio e a mani profferte piangono su bare, bandiere e immagini dei derubati della vita. Sembrano il trailer di un film: “Siria”.

Obama, Hillary, e il logo della loro fanteria Fratelli Musulmani

Viaggiando per città e borghi, vedendo dalla macchina scorrere bancarelle zeppe di commestibili, meravigliosa e variegata verdura, lucenti montagne di frutta, pane, dolci, carni e turbe che vi si avvicendano, passeggiando per Hamidiyeh, il più bel suq del Medioriente, scintillante di stoffe e gioielli, non pare che abbia causato gravi effetti la grandinata di sanzioni che, impedite all’ONU da Russia e Cina, vengono illegalmente imposte dai vari governi e organismi dell’Alleanza dei Necrofori, Usa, Ue, Regno Unito, Francia. E dalla Lega Araba, quell’Idra dalle teste coronate, scudiscio di serpenti agitato in prima persona dall’obeso despota qatariota, Hamad bin Khyalifa Al Thani, espressione morfologica di ottusa scaltrezza, tracotanza e corruzione.

L’Emiro del Qatar Al Thani

Fattosi capobastone dell’offensiva vandeana, accanto ai più accorti sauditi, questo protagonista dell’involuzione araba, dopo aver contribuito con denari, mezzi, media e lanzichenecchi al disfacimento della Libia, ora è il più vociferante sostenitore di un intervento militare arabo in Siria. L’emiro, finto per un po’ di essere antisraeliano, se ne è rivelato alleato cruciale diventando ufficiale pagatore del mercenariato islamista e di quei Fratelli Musulmani, cavallo di Troia da sempre degli interessi occidentali, che da oltre mezzo secolo sognano la rivincita contro il nazionalismo antimperialista e antisraeliano arabo, socialisteggiante e laico, dei Nasser, Saddam, Assad, Gheddafi, Buteflika, Boumedienne, El Hamdi (Yemen), Nimeiry. Ma se bancarelle e negozi sono affollati e Damasco soffoca nello smog di un traffico di livello romano, caotico, ma civile, rari clackson e mai i vituperi e le risse tra conducenti che rendono bruti noialtri, nel mio albergo moresco, evocazione fedele delle Mille e una notte, tra fontane, ceramiche, lucidi ottoni da caffè, piante lussureggianti, sono l’unico ospite per una cinquantina di stanze. Ma nessuno del personale è stato licenziato causa crisi e tutti mi circondano di quell’esuberanza di attenzioni e sorrisi che normalmente verrebbe distribuita tra tanti clienti. Il personale è arabo, curdo, druso, cristiano, musulmano. Fanno come se l’albergo fosse pieno: lucidano ottoni, curano fiori, spazzano e lavano, ti portano ogni due per tre il ciai, il tè alla menta che rende acquetta ogni Twining’s. Nulla deve essere fuori posto quando torneranno gli ospiti. Perchè torneranno nella Siria vittoriosa. Intanto curano l’amicizia con me: dopo le domande e il racconto relativi a figli, scuola, ricordi, immancabile la deflagrazione della rabbia, più contro i media mendaci e traditori, di cui, evoluti, hanno conoscenza diretta, che non contro il nemico sul terreno e alle porte. Primo della lista, senza fallo, l’emiro del Qatar, minaccia di annichilimento di tutto ciò che è stato conquistato, negli anni, nei secoli. Hanno naso fino, i siriani. Memori del colonialismo, feroce ma vinto, ne sanno riconoscere all’istante la ricomparsa, e i quisling che lo agevolano. Tra di loro, a ogni attenta osservazione, questi ragazzi appaiono una famiglia solidale e affettuosa. Romperla. ottenebrarli gli uni contro gli altri, è l’arma dell’Impero, prima che intervenga il complesso militar-industriale, motore dell’inciviltà neoliberista e della soluzione finale.

Al Thani tra dirigenti Nato

Dell’accanimento sanzionatorio contro la Siria, mirato come in Iraq, Iran, Libia, a piegare le ginocchia della resistenza popolare attraverso guerre tra poveri e frustrazioni da imputare al governo, l’effetto più drastico e visibile è la scomparsa del turismo, seconda voce dell’economia siriana. Poi ci sono, innumerevoli, enormi edifici popolari non finiti. Scheletri scarnificati, dalle occhiaie nere, a significare il solito furto dei fondi sovrani all’estero, il crollo delle importazioni, la paralisi dell’edilizia, industria portante. Se il paese è, grazie a una florida agroindustria, largamente autosufficiente sul piano alimentare, se le tradizionali produzioni siriane di tessili non abbisognano di interventi esteri per soddisfare i bisogni interni, il turismo verso le ineguagliabili ricchezze storiche e bellezze naturali, ottimamente preservate, è stato la prima vittima della sobillazione, dell’irruzione di gangster armati e, più che altro, dalla fanfara mediatica impegnata a trasformare una biscia in cobra. Ne soffrono pesantemente tutti i servizi attinenti all’ospitalità, ai trasporti, alla ristorazione, ai prodotti dell’elegante artigianato arabo. Si farà più grave, in mancanza di una sconfitta della cospirazione colonial-reazionaria, la carenza dei carburanti e dei combustibili nafta. La Siria, modesta produttrice di petrolio, ne ha quanto basta per il consumo interno, ma ha perso i pur redditizi sbocchi esterni e ha una limitata capacità di raffinazione. Il venire meno di questi idrocarburi avrà l’effetto desiderato e a suo tempo conseguito in Iraq (ricordate il milione e mezzo di vittime dell’embargo occidentale?) e in Libia: la paralisi della vita sociale ed economica: difficoltà a raggiungere il posto di lavoro, le strutture sanitarie e dell’istruzione, i mercati, i famigliari. L’alleanza con l’Iran, quella con mezzo Libano, i traffici con la Giordania, ostile, ma attenta ai suoi interessi, il sostegno di Russia e Cina hanno finora impedito conseguenze gravi. Ma sarebbe ora che negli ambienti antiguerra mondiali ci si muovesse per denunciare e bloccare il terrorismo genocida delle sanzioni e degli embarghi finalizzati non, come sarebbe in Palestina, a punire gli oppressori di un popolo, ma a sfiancare chi agli oppressori e assalitori resiste, minandolo nella salute, nel morale e nella lealtà al proprio paese.

Ancora un ospedale, quello militare della capitale. Ne è direttore il generale Maurice Mawad, un cristiano che esordisce chiedendosi perché sia tanto flebile la voce del papa sulle tragedie che vanno sconvolgendo i popoli arabi. Denuncia, con veemenza dettata dalla partecipazione diretta al compianto per commilitoni al servizio del paese, il vergognoso occultamento da parte dei media occidentali, dei militari caduti sotto il fuoco dei rinnegati, figli del popolo siriano sacrificatisi in sua difesa. Si chiede cosa avrebbe fatto Obama se la comunità musulmana fosse insorta contro lo Stato e avesse chiamato a rinforzo, oltre ai narcotrafficanti messicani e colombiani, sanzioni e “operazioni speciali” russe e cinesi. Quando gli chiedo se non sentisse la Siria isolata nel contesto geopolitico e geografico, con nemici a quasi tutti i confini e nella sedicente “comunità internazionale”, citati gli scontati amici russi, cinesi, iraniani, perfino iracheni del regime scita, ribadisce un principio – ci sono ostili i governi, non i popoli – che è tanto vero nel mondo del 99% contro l’1%, quanto è deformato dai tiranni oligarchici dei media.

Riprende il concetto anche Elias al Mourad, presidente dell’Unione dei Giornalisti ed ex-direttore del quotidiano del Baath, quando afferma che un governo può resistere se isolato nel contesto internazionale, vedi Cuba, ma non resiste un giorno se isolato dal proprio popolo e se non ne sostiene in primis la componente più bisognosa. Con Elias mi si offre anche l’occasione per entrare nel merito della situazione istituzionale e delle riforme in corso. “Ci sono nove partiti nel paese e nel parlamento, due sono comunisti, tutti sovvenzionati per l’organizzazione, la promozione, le pubblicazioni. Solo il Baath si autofinanzia. Noi chiediamo a chiunque voglia creare un partito di presentare 7000 firme raccolte, in proporzione alla popolazione, in tutte le provincie. E’ vero che il Baath aveva un ruolo preponderante, ma questo era una necessità per la nascita e crescita del paese, per garantire unità e resistenza alle costanti aggressioni esterne. La maggioranza dei consensi non ci è mai venuta meno e posso assicurare che gli strumenti della comunicazione in mano allo Stato non sono mai stati unilaterali e mendaci come quelli che, da voi, pretendono di raccontarvi la realtà”.

Ora, mi spiega ancora il giornalista, “è al lavoro per la nuova costituzione un comitato di 27 persone. Vi sono rappresentati il Baath e tutte le opposizioni politiche, le varie religioni, i curdi, più il meglio dei nostri giuristi. Il progetto verrà sottoposto al parlamento espresso dal libero e controllato voto. Il parlamento proporrà modifiche, vi sarà la presa d’atto del presidente e poi la legittimazione col voto popolare. Rimangono tre punti irrinunciabili: il ruolo del presidente, il laicismo e pluralismo religioso, il rapporto conflittuale con Israele. E conclude con un riferimento evangelico: “Gesù aveva appena 12 apostoli e ne bastò uno che prese i soldi e cambiò la storia. Noi in Siria siamo 23 milioni, e di Giuda ce ne sono pochi”.

La larga strada tra villaggi e nulla nerastro di un deserto che ha reso forti questi abitanti, a volte duri, sempre in viaggio e alla ricerca tra loro per millenni, in cui si ergono robuste e indomabili testimonianze di intelligenze lontane nel tempo, confuse nell’aria vibrante con monti pietrosi, è in buona parte la stessa che da Amman porta a Baghdad. E’ la via di Damasco, delle rivelazioni che determinano scatti storici. L’ho fatta tante volte in tanti decenni, quando Damasco e Baghdad rilucevano di forza, giustizia, dignità. Qualità intollerabili per i licantropi che, dalla loro notte della ragione e del terrore, si sono avventati su queste strade dell’ umanità in cammino. Nel 1991 della “Tempesta nel deserto”, quando in tre mesi gli Usa lanciarono sull’Iraq più bombe che sulla Germania nell’intero secondo conflitto mondiale; negli anni ’90 quando il cappio dell’embargo giustiziava 1,5 milioni di innocenti, di cui 500mila bambini; nel 2003 quando con “Colpisci e terrorizza” il paese fu cannibalizzato, ma poi mai ricondotto alla sottomissione, se non a quella di una cricca di vendipatria. E sempre ritrovo nel respiro il profumo di datteri, tè, olive, montone abbrustolito, carbonella, mattoni di fango, calda umanità, un cordone ombelicale fatto di sorrisi, ricordi, comunanza, che mi lega a queste genti come l’assetato è vincolato all’oasi nel deserto. Che la Siria, che i di gran lunga migliori arabi vivano. Disse Maxim Gorky, il grande scrittore rivoluzionario russo: “Ognuno, mio amico, ognuno vive per qualcosa di meglio a venire. Ecco perché dobbiamo rispettare e essere premurosi verso ogni uomo. Chissà cosa ha dentro, perché nacque e cosa potrà fare”. Adam Mohammed me l’ha ripetuto all’araba: “Devi ritenere buono chiunque incontri. Fino alla prima esperienza negativa”.

Venivano dall’antica Ugurit, a fianco dell’odierna Lattakia, i fenici che depositavano sulle spiagge della Trinacria offerte di beni preziosi, alimenti rari e porpora, benessere del dentro e del fuori. Prendevano in cambio, zinco, ferro, zolfo. E ne scaturivano scambi a livelli altri, di poesia, industria, scienza. E altre comunità, più vaste e colorite. Da quelle coste, poi, qualcuno del nostro giro ritenne opportuno lanciare un Cartago delenda est. Incorreggibili e ingrati, da quelle coste noi oggi rispondiamo ancora con il ferro, ma col ferro dell’offesa, che non costruisce ma porta morte. Cosa c’importa se quello Stato, in cui sono interrati i semi della nostra conoscenza, non corrisponde millimetricamente alle configurazioni sociali che vagheggiamo. E’ un problema nostro. Importa che una nazione, portatrice di valori umani superiori ai nostri e quindi garante del progresso umano, laddove da questa parte ce ne sono gli affossatori, sia sotto attacco dalle forze della fine del mondo. E se anche la fine del mondo sta scritta, inesorabile, nel firmamento, non vale la pena battersi contro i mostri, i draghi che, già prima dell’uomo, impedivano l’evoluzione verso l’armonia? Non vale la pena abbellire un eventuale epilogo lanciando sulle fauci del mostro missili di dignità? Qualcuno nel cosmo lo deve sapere e portare avanti.
Sennò, cosa ci stiamo a fare?

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FIRMATE E FATE CIRCOLARE IL SEGUENTE APPELLO CONTRO LE SANZIONI, LE AGGRESSIONI E LE MINACCE DI GUERRA A SIRIA E IRAN. Si costruiscano gruppi in merito su Facebook.
Bernd@freundschaft-mit-valjevo.de
All’indirizzo qui sopra si possono inviare le adesioni all’appello in calce che, originato in Germania, ha già raccolto migliaia di firme e che va esteso internazionalmente.
Fermare i preparativi di guerra! Eliminare l’embargo!
Solidarietà ai popoli dell’Iran e della Siria!

Diecimila morti, una popolazione traumatizzata, un’infrastruttura grandemente distrutta, uno Stato disintegrato: ecco il risultato della guerra condotta da Usa e Nato per saccheggiare le ricchezze della Libia e ricondurla al dominio coloniale. Ora viene apertamente preparata la guerra contro Siria e Iran, paesi strategicamente importanti e ricchi di risorse minerali che conducono una politica indipendente e non si sottopongono agli ordini delle potenze occidentali. Un’aggressione Nato alla Siria o all’Iran può portare al confronto diretto con Russia e Cina, con conseguenze inimmaginabili.
Con costanti minacce di guerra, la collocazione di forze militari ai confini di Siria e Iran, come con azioni terroristiche e di sabotaggio eseguite da reparti speciali infiltrati, gli Usa e i paesi Nato impongono a questi Stati una condizione di emergenza che vorrebbe sfiancarli. Cinicamente e con disprezzo dei diritti umani gli Usa e l’Unione Europea tentano con le sanzioni di paralizzare gli scambi commerciali e finanziari di questi due paesi. L’economia di Siria e Iran viene fatta precipitare in una crisi acuta che faccia aumentare la disoccupazione e peggiori drasticamente i rifornimenti di beni essenziali. Eventuali conflitti sociali ed etnici interni ne devono risultare accentuati, se ne deve sviluppare una guerra civile, allo scopo di creare pretesti per un intervento militare da lungo tempo programmato. A questa strategia delle sanzioni e della pressione bellica partecipano l’Unione Europea e il nostro governo.
Facciamo appello ai cittadini, ai partiti, ai sindacati, ai movimenti pacifisti, alle Chiese perché si oppongano coerentemente a questa politica di guerra.
Chiediamo al nostro governo
- Di sospendere immediatamente e senza condizioni le misure sanzionatorie contro Siria e Iran;
- Di affermare che non parteciperà in alcun modo a una guerra contro questi Stati e che non consentirà l’utilizzo di installazioni nazionali per un’aggressione Usa e Nato;
- Di impegnarsi a livello internazionale per porre termine alla politica dei ricatti e delle minacce di guerra contro Siria e Iran.
I popoli di Siria e Iran hanno il diritto di decidere da soli e sovranamente l’ordine politico ed economico della propria società. Il mantenimento della pace esige che si rispetti in modo assoluto il principio della non interferenza.

contrai post…

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:14

2 Commenti a “La rosa purpurea di Damasco”

  • Ryuzakero:

    Se v’interessa ho fatto un video che riassuma tutte i tipi di bugie che la propaganda NATO ha usato contro la Siria:
    http://www.youtube.com/watch?v=xBs7n3-04fY

  • Tao Crocus:

    L’articolo è fantastico, ammetto di non averlo letto tutto ma di aver SENTITO quanto valore umano viene trasmesso da queste parole. E se ci fosse la lode, questo articolo meriterebbe 5 stelle e lode.

    Solo che…
    A parte nei film in cui il carnefice chiede alla vittima di esprimere un ultimo desiderio, nella realtà non credo proprio che questo possa funzionare. Il governo in Italia non esiste più e probabilmente non è mai esistito. I partiti = VENDUTI, i sindacati = VENDUTI, i movimenti pacifisti = VENDUTI, le Chiese = VENDUTE.
    Partiamo da ogni umile individuo perchè se vogliamo cambiare davvero qualcosa, dobbiamo iniziare da noi e da chi ci sta intorno, e creando questa “catena umanitaria” riusciremo a risolvere qualsiasi tipo di problema.

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