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”Non è la terra che appartiene all’uomo, ma l’uomo alla terra.

Non è l’uomo a tessere la trama della vita, egli ne è soltanto un filo, e qualunque cosa egli faccia alla terra ed ai figli della terra, in realtà la fa a se stesso”.

Capo Indiano Seattle

La donna prese la bacinella, l’asciugamano ed uscì dalla stanza. La vecchia si voltò sul cuscino, le labbra aride ed asciutte, la lingua arida ed asciutta. Non un rantolo esalava da quella gola disseccata ed indurita. Le coperte l’opprimevano, il lenzuolo sgualcito creava nella sua mente un vacuo, bianco ondeggiare pauroso. La bocca sdentata era solo il ricordo del sorriso felice, la pelle grinzosa era il lenzuolo della sua carne, delle sue ossa, del suo sangue, lenzuolo ingiallito sciupato nella fatica di sempre,  il sangue stesso era gialliccio, perduto ormai nei campi e nella vita il suo vigoroso colore, gli occhi non si erano fermati alla contemplazione della materia circostante.

Gli occhi grigi sbiaditi superavano il limite del pulviscolo e del muro e dell’altro muro, per giungere lontano, sul pianoro assolato e felice in cui la casa giaceva solitaria, circondata da bimbi sguazzanti fra le galline, presso la fontana dove soleva far la maglia, attendendo il suo uomo ciondolante di stanchezza nei profondi solchi dei suoi scarponi, colui che poi avrebbe spezzato la legna per i giorni del freddo e del tepore. Ascoltava i gridi ed i piagnucolii che avevano saturato di gioia le pareti della casa, prima che queste divenissero polvere e l’uomo morisse ed i bimbi crescessero e morissero, tanti tanti erano, e pochi ne rimanevano.

 

La donna rientrò, scostò la tendina ed osservò il giorno che s’innalzava sui monti. I suoi occhi duri erano cerchiati di viola, le mani odorose di caffè per le bambine che più tardi si sarebbero destate. Quando suo marito fosse tornato, avrebbe di certo trovato morta la madre.

Bene, sono già pronti l’abito e le calze nere, forse una è da rattoppare. E Silvestro ha già tutto, anche la cravatta; già, ogni tanto gli muore qualcuno. E’ il destino delle famiglie numerose. Oggi preparerò lo zabaione alle bambine. Forse saranno dispiaciute per la nonna…

 

Guardò appena il volto terreo e polveroso della vecchia, poi scese i gradini di pietra, fece scorrere il catenaccio della porta mai aperta.

Nella stanza terrosa il letto di pesante ferro stendeva le sue nere zampe nel vuoto grigio delle pareti umide;una coperta di lana stracciata e corrosa dai topi giaceva a brandelli fra la ruggine della grande rete matrimoniale. In terra una cassapanca di legno bruno, con la serratura corrosa ed ossidata.  All’interno,  un giornale lacero e verdognolo, fetore umido di polvere stanca di giacere su stracci stanchi di vivere, un paio di calzoni di colore smorto, aperti in uno squarcio arrossato dalla vita di un ragazzo che aveva avuto un  cavallo ed un carretto, causa della sua morte, un foglio di carta ingiallita in cui con fredda precisione burocratica si attesta l’avvenuto matrimonio di due contadini, un bracciale d’ avorio di una fanciulla, dono d’amore che lei aveva custodito come una reliquia.

La donna prese tutto con una fretta ed un tremore consapevoli. Si passò una mano sulla crocchia di capelli neri che cominciavano ad essere intessuti di fili bianchi. Portò tutto di sopra, nella grande cucina, dentro all’enorme camino in cui scrocchiarono le legna ed arse il fuoco, il camino che vomitò nell’aria limpida del mattino i ricordi di un’esistenza intessuta di vita e di morte, e prima ancora che quest’esistenza fosse spenta si spensero i ricordi polverosi che l’avevano sostenuta. Nel bruciare lento che illuminava vivamente gli occhi della donna si estinse lo sguardo di quegli altri occhi che si tuffavano ora nel vuoto profondo.

6 Commenti a “L’odore della terra”

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