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by Fida Dakroub   Global Research,  March 6, 2012

Analisi, ottobre 2011 - All’inizio dell’insurrezione armata in Siria, il figlio di Yehya, un soldato dell’esercito siriano, fu rapito e ucciso da gruppi armati a Daraa. La testimonianza di Yehya contraddice le “lacrime di coccodrillo” di Ban Ki-moon, che lamenta in ogni occasione “l’atrocità” del regime siriano. Yehya dice: “Tutti i corrispondenti esteri sanno che un enorme quantità di elementi dell’esercito e della guardia nazionale è stata uccisa. Allora come si fa a dire che non ci sono gruppi armati?” E aggiunge: ”Chi sono quelli che rapiscono e uccidono i civili e i soldati? Quelli che pretendono che non c’è insurrezione armata in Siria sono dei bugiardi”… (nella foto, un bambino tra le macerie di Misurata)

Non deve meravigliare che Ban Ki-moon, l’angelo protettore dell’umanità che fa la parte del pollo, laddove invece bisognerebbe denunciare la sistematica distruzione delle infrastrutture della Libia da parte della Nato, col pretesto di proteggere i civili, non deve meravigliare che questo angelo abbia, fin dall’inizio dell’insurrezione armata in Siria, additato il regime siriano come colpevole e responsabile dell’aumento delle violenze

Un paesaggio siriano

Nel recente discorso indirizzato al presidente siriano Bachar al-Assad, il 17 ottobre a Berna, il segretario generale dell’ONU, Ban Ki.-moon, ha detto: “Ho chiesto insistentemente al presidente Assad di far cessare questi massacri, che sono inaccettabili, prima che sia troppo tardi”. Aggiungendo che è “del tutto inaccettabile che in Siria siano stati uccisi 3000 civili”. Il signor Ki-moon ha continuato a prendersela, con erculeo eroismo, con il regime siriano dichiarando che: “la Siria risponde che si registrano più morti tra le forze di sicurezza che tra i civili, ciò non impedisce che i massacri debbano cessare, e io chiedo con insistenza di avviare una azione urgente in questa direzione” (1)

Fortunatamente queste considerazioni non ci meravigliano, perché è diventato abituale che, prima e dopo ogni iniziativa presa dal regime siriano per avviare un dialogo tra le diverse componenti della società siriana al fine di elaborare una prospettiva comune di riforme e soluzioni da adottare, i dirigenti delle potenze imperialiste, e i loro portavoce ai quattro angoli del mondo, aumentino la loro pressione sul presidente siriano Bachar al-Assad; da una parte respingono le sue iniziative, dall’altra amplificano i loro discorsi “antropofili” sulle “violazioni” dei diritti dell’uomo.

Ironicamente gli insorti armati, sostenuti dall’impero statunitense e dai suoi alleati europei, non ascoltano gli strilli d’aquila dell’Impero e il suo discorso “filantropico”, né la vista acuta di quest’aquila reale riesce a vedere gli atti di violenza compiuti dagli insorti, che saccheggiano, bruciano e distruggono le infrastrutture del paese, e che marciano a grandi passi verso lo smembramento della Siria in diversi Stati-Confessioni e Stati-Tribù.

Tristemente i media dell’Impero statunitense e delle province continuano a produrre una disinformazione sistematica sui violenti sconvolgimenti che colpiscono il mondo arabo, fornendo una immagine falsa di quanto accade. A voler credere a questi media, il mondo arabo vivrebbe in una perenne “primavera”, malgrado il calore soffocante dei pesanti bombardamenti in Libia, in Siria, in Yemen e a Bahrein. Così le violenze in Siria sarebbero state una specie di “rivoluzione popolare” contro un presidente “despota” che reprime il suo popolo, e che se la spassa nel suo harem. Un’immagine interessante che potrà servire da scenario per una nuova serie del “Signore degli anelli” (The Lord of the Rings); Bravo Hollywood!

Tuttavia noi teniamo a esprimere il nostro disaccordo con la versione falsa dei media imperiali, malgrado la loro tendenza “utopica” di vedere le cose.
Siamo dell’avviso che la Siria si trovi, da nove mesi, di fronte ad una cospirazione atlantica, i cui attori principali sono: l’Impero statunitense, la Francia di Napoleone il piccolo (2), Nicolas Sarkozy, e la Turchia del nuovo sultano ottomano, Recep Tayyip Erdogan. A questi attori principali si aggiungono dei giocatori subalterni, come gli emirati e i sultanati arabi del Golfo.
Purtroppo, sul campo, gli scontri quotidiani tra l’esercito siriano e i gruppi armati, sostenuti dall’estero dai paesi più sopra menzionati, è già costata la vita a più di 3000 civili e più di 800 soldati e poliziotti.

L’esempio di Yehya Murhej, che ha perso suo figlio ai primi atti di violenza, ci aiuta a mettere insieme i tasselli di questo rompicapo e a dare una illustrazione completa e reale del paesaggio siriano.
All’inizio dell’insurrezione armata in Siria, il figlio di Yehya, un soldato dell’esercito siriano, fu rapito e ucciso da gruppi ramati, a Daraa, il 23 marzo. La testimonianza di Yehya contraddice le “lacrime di coccodrillo” del segretario generale dell’ONU, Ki-moon, che lamenta in ogni occasione “l’atrocità” del regime siriano. Yehya dice: “Tutti i corrispondenti esteri sanno che un enorme quantità di elementi dell’esercito e della guardia nazionale è stata uccisa. Allora come si fa a dire che non ci sono gruppi armati?” E aggiunge: ”Chi sono quelli che rapiscono e uccidono i civili e i soldati, come hanno fatto a mio figlio? Quelli che pretendono che non c’è insurrezione armata in Siria sono dei bugiardi”. (3)

In un altro ambito, il corrispondente del giornale inglese The Independent, Robert Fisk, scrive a proposito delle violenze in Siria: “Una unità di disertori dell’esercito siriano, che sostiene di essere forte di diverse migliaia di uomini – una stima che proviene probabilmente da un calcolo fatto sulle dita – ha appena fatto la sua comparsa in internet, con le foto di alcuni degli uomini in uniforme. Un atto audace che prova anche che gli avversari di Assad, se non sono delle “gang”, sono sicuramente armati”. (4)

Tutto sommato l’ultimo invito indirizzato dal segretario generale, Ki-moon, al presidente siriano Bachar al-Assad, oltre al suo inspiegabile silenzio nei confronti della sistematica distruzione della Libia con pretesti “umanitari”, dà l’impressione che l’ ONU sia una organizzazione subalterna alla NATO, e che il suo ruolo sulla scena internazionale si sia ridotto.

Il linciaggio di Gheddafi: una violazione dell’Articolo 3 della Convenzione di Ginevra del 1949

Nel corso di un colloquio sulle frequenze delle stazioni radio Voice of Russia, Radio Russia e Ekho Moskvy, il Ministro degli affari esteri russo, Serguei Lavrov, ha risposto alle domande degli ascoltatori a proposito della situazione in Libia e della morte di Gheddafi, in seguito ad un conflitto a fuoco tra le milizie del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e alcuni partigiani del vecchio regime. Il Ministro russo ha dichiarato che “Gheddafi aveva perduto la sua legittimità da lungo tempo, ma la sua morte apre una serie di problemi seri” (5) Lavrov ha anche affermato che i video e le foto della morte di Gheddafi mostrano che il capo libico è stato ucciso dopo la sua cattura, non prima: “Le immagini che abbiamo visto alla televisione mostrano che (Gheddafi) è stato veramente catturato dopo essere stato ferito, e che solo dopo, quando era già prigioniero, è stato ucciso”, ha detto.

Non è per caso che Lavrov ha sottolineato che l’uccisione di Gheddafi costituisce una violazione dei principi del Diritto internazionale umanitario, che esigono l’applicazione di certe procedure nei confronti dei prigionieri di guerra.
Ricordiamo che le regole dirette espressamente a proteggere i prigionieri di guerra furono enunciate per la prima volta in maniera dettagliata nella Convenzione di Ginevra del 1929. Esse furono migliorate nel corso della Terza Convenzione di Ginevra del 1949, sulla base delle lezioni tratte dalla Seconda Guerra Mondiale, e nel Protocollo addizionale del 1977. Lo statuto di prigioniero di guerra si applica solamente alle situazioni di conflitto armato internazionale. Per prigionieri di guerra di intendono generalmente i membri delle forze armate di una delle parti in conflitto caduti prigionieri della parte avversa.

La Terza Convenzione di Ginevra menziona altre categorie di persone alle quali questo statuto si può applicare o che possono essere trattati come prigionieri di guerra: “I prigionieri di guerra devono essere trattati con umanità in ogni circostanza. Essi sono protetti contro ogni atto di violenza o di intimidazione, oltre che contro gli insulti e la curiosità pubblica” (6) Nel caso di conflitto armato non internazionale, come è il caso della Libia, l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949 e il Protocollo addizionale II stabiliscono che le persone private della libertà per ragioni legate al conflitto debbono essere anch’esse trattate con umanità in ogni circostanza. “Esse saranno soprattutto protette contro l’omicidio, la tortura e i trattamenti crudeli, umilianti o degradanti” (7)

Per concludere, l’assassinio militare di Gheddafi da parte delle milizie del CNT mostra la volontà dell’Impero di inviare un messaggio preciso e fermo a diversi destinatari in Medio oriente. Il messaggio dice: “Ecco come l’Impero punisce quelli che disobbediscono. Oramai non vi saranno più processi, quelli che si oppongono alla volontà dell’Impero non saranno più condannati dalla Corte penale Internazionale; al contrario saranno immediatamente linciati, appena catturati”. La nuova politica dell’Impero nei confronti dei suoi avversari ha già trovato applicazione in due occasioni: 1) l’omicidio di Bin Laden il 2 maggio 2011 e 2) l’assassinio di Awlaki, il 30 settembre 2011. Così il linciaggio di Gheddafi costituisce la terza applicazione di questa politica.

Flashback

Nell’antichità la crocifissione era usata nell’Impero romano. Si trattava di una pena particolarmente infamante che era teoricamente riservata prima di tutto agli schiavi, poi ai briganti e ai pirati o, al limite, ai prigionieri di guerra e ai condannati politici. Diversamente dagli schiavi, i cittadini dell’impero avevano diritto di essere giudicati da un tribunale e di essere sottoposti ad altre procedure penali.

Il saccheggio della Libia

Ora che il tiranno di Tripoli è morto e che i cannoni tacciono – speriamo – alcune domande si impongono, provenienti dalla città di Sirte, l’ultima fortezza del “re dei re d’ Africa”, detronizzato dai cavalieri del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e abbattuto nelle strade della sua città natale: Che cosa sarà la Libia adesso che le sue infrastrutture sono state completamente distrutte, le sue città in rovina per i bombardamenti intensivi della NATO? Cosa resterà della pace e della coabitazione tra le diverse tribù, unità costitutive della società libica, “beduina” da ogni parte, adesso che il “re dei re africani”, Gheddafi, è stato linciato nelle strade di Sirte e Misurata, sotto gli sguardi dei fratelli del clan Ghous e della tribù Gheddafi?  Chi sarà il vero vincitore di questa guerra, fatta dalle milizie del CNT e telecomandata dalle forze della NATO? E le risorse petrolifere e di gas, resteranno di proprietà del popolo libico, o saranno privatizzate, assumendo il nome delle compagnie petrolifere occidentali?

Va premesso che la Libia costituisce una delle più grandi economie petrolifere del mondo.  Le più recenti valutazioni stimano le riserve petrolifere della Libia in 60 miliardi di barili e le sue riserve di gas in 1500 miliardi di metri cubi. La sua produzione di petrolio si calcola tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno. Un simile banchetto senza dubbio stimola l’appetito pantagruelico delle potenze imperialiste.  Così la presunta operazione “umanitaria” in Libia fa parte del programma militare della NATO in Medio oriente e in Asia centrale, diretta a mettere le mani su più del 60% delle riserve mondiali di petrolio e di gas naturale (8)  In una parola, l’occupazione della Libia serve i medesimi interessi privati dell’occupazione dell’Iraq nel 2003. Tuttavia l’Impero statunitense e le province europee, vale a dire la NATO, non si trovavano nelle condizioni di avviare una terza guerra in Libia, dal momento che le loro legioni  sono inciampate nell’Afghanistan e nell’Iraq. La strada più corta e meno costosa per giungere all’occupazione della Libia, senza impegnare in battaglia le truppe dell’Impero, è stata per la NATO una specie di scoppio del potere dittatoriale interno, con l’aiuto di una insurrezione militare, e questo giocando la carta delle contraddizioni tribali della società “beduina” libica.

Inoltre, fin dall’inizio di questa « operazione umanitaria », come piace alla NATO chiamarla – vale a dire il bombardamento intensivo delle infrastrutture del paese, secondo i dati che possono raccogliersi sul campo – la NATO ha individuato un obiettivo sottostante in 3 punti principali: 1) assumere il possesso delle riserve di petrolio della Libia; 2) destabilizzare la CPN (compagnia petrolifera di Stato); 3) privatizzare l’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà della ricchezza petrolifera libica in mani straniere.

Senza alcun dubbio possibile, il bombardamento intensivo della Libia, delle sue infrastrutture e della sue città, da parte della NATO costituisce un crimine di guerra alla luce delle norme internazionali, tenuto conto del fatto che la vittima principale è la popolazione civile. Questo dramma rimane ignorato dai media dell’Impero e delle sue province europee. Un silenzio che li rende complici (10). Le forze aeree della NATO hanno effettuato dal 19 marzo più di 10.000 missioni di attacco, sganciando circa 40.000 bombe, distruggendo più di 5.000 obiettivi senza subire alcuna perdita. E l’obiettivo della guerra resta quello di occupare un paese, la cui posizione geostrategica, all’incrocio tra Mediterraneo, Africa e Medio oriente, è di primaria importanza. (11)

La menzogna “umanitaria”

Su di un altro piano, l’ex agente del MI5, Annie Machon, contraddice il mito USA circa “l’intervento umanitario” della NATO. Secondo lei, il bombardamento intensivo delle infrastrutture da parte della NATO ha ridotto la Libia in un puro e semplice territorio dell’età della pietra. Secondo lei, la distruzione della Libia ha attinto un punto di non ritorno. Machon dice che “anche se Gheddafi era un dittatore odioso e una spina nel fianco dei paesi occidentali da tre decenni, ciò non toglie nulla al fatto che la qualità della vita della maggioranza dei Libici era ottima”. (12)

Sotto la tirannia di Gheddafi, i Libici “godevano di formazione scolastica gratuita, di servizi sanitari gratuiti, potevano studiare all’estero. Quando si sposavano, ricevevano una certa somma di denaro. Diversi paesi africani li invidiavano.
Come risultato dei bombardamenti intensivi delle infrastrutture, i Libici sono tornati all’età della pietra. Non godranno mai più della stessa qualità della vita. Le donne non raggiungeranno probabilmente lo stesso livello di presenza nei futuri governi. La ricchezza nazionale sarà probabilmente saccheggiata dalle compagnie occidentali. Forse il livello di vita sarebbe stato in Libia leggermente superiore a quello che forse è oggi in USA e nel Regno Unito in tempi di recessione”, aggiunge Annie Machion (13)

E’ evidente che i media dell’Impero non ricordano le realizzazioni del Tiranno di Tripoli nel campo delle costruzioni e dello sviluppo delle infrastrutture in Libia, avviate e compiute nei suoi quattro decenni di tirannia, come la nazionalizzazione degli idrocarburi, la costruzione di Man Made River (i più importanti lavori di irrigazione del mondo), la redistribuzione della rendita petrolifera (ha fatto di una delle popolazioni più povere del mondo, la più ricca d’Africa). (14)

Apoteosi
Adesso che i cavalieri del CNT di precipitano nelle piazze di Tripoli e Bengasi per celebrare la morte del colonnello Gheddafi, il peso della guerra graverà pesantemente sulle spalle del popolo libico. La Libia è già caduta nelle mani delle potenze imperialiste; da ora in poi la sua indipendenza sarà solo illusoria. Il numero delle perdite umane superano i 30.000 morti e i 50.000 feriti, il paese è in rovina. (15)

Se è vero che l’uccisione del colonnello Gheddafi da parte del CNT pone fine alla leggenda del “re dei re africani”, non è meno vero che questo assassinio è stato anche un colpo di grazia all’indipendenza della Libia.

Hic Rhodus, hic salta! E’ qui che è la rosa, è qui che bisogna danzare! (16)

Così è l’apoteosi della “rivoluzione” libica, ebbra della sua gloriosa vittoria sul tiranno di Tripoli; così sarà il coronamento della sedicente “rivoluzione” siriana, sostenuta, come il CNT, dall’Impero statunitense e le sue province europee.

Il neonato

Domani all’alba i cavalieri del CNT si riuniranno per creare una nuova costituzione, avviare le elezioni – senza dubbio “democratiche” – e scegliere un legittimo rappresentante del popolo libico. Così il mondo vedrà nascere un nuovo Hamid Karzai, un nuovo Nouri al-Malik.

Ecco la vergine sarà incinta, partorirà un figlio e gli darà come nome Emmanuel! (17)

Che, tradotto, significa: Dio è con noi!

[1] Libération :

http://www.liberation.fr/monde/01012366181-syrie-ban-ki-moon
[2] Il titolo di un pamphlet politico di Victor Hugo, di condanna del regno di Napoléon III.
[3] http://rt.com/news/sides-syria-violence-army-169/
(4)  http://www.legrandsoir.info/assad-ses-raids-au-liban-et-le-l
(5) http://rt.com/politics/lavrov-interview-russia-libya-us-439/
(6) http://www.icrc.org/fre/war-and-law/protected-persons/prison
(7) http://www.icrc.org/fre/war-and-law/protected-persons/prison
(8) http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=23
(9) http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=23
(10) http://www.voltairenet.org/Syrte-ville-martyre-de-l-OTAN
(11) http://www.voltairenet.org/Libye-le-colonialisme-nouveau-est
(12) http://rt.com/news/nato-libya-machon-former-219/
(13) http://rt.com/news/nato-libya-machon-former-219/
(14) http://www.voltairenet.org/Le-lynchage-de-Mouammar-Kadhafi
(15) http://rt.com/news/libya-nato-civilian-deaths-323/
(16) « Voici Rhodes, saute ! » Frase di una favola di Esopo. Un atleta vanitoso racconta di avere fatto un salto straordinario quando si trovava a Rodi e che può produrre delle testimonianze. Uno degli ascoltatori risponde che non è necessario; basta che ripeta il salto lì dove si trovava in quel momento.
(17) Il NuovoTestamento, Vangelo di Matteo, 1 : 23

Texto original en frances :
http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=27301

Italiano : http://www.ossin.org/analisi-e-interventi/assassinio-gheddafi-libia-occupata-siria.html

Global Research Articles by Fida Dakroub

La cosiddetta “rivoluzione” siriana: una guerra imperialista contro la Siria
by Fida Dakroub

Global Research, March 3, 2012

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A credere i leader delle potenze imperialiste, che si mostrano ingenui e innocenti, la Siria sarebbe stata negli ultimi mesi, l’arena dove si confrontano, da un lato le “forze del male” incarnate dal regime e dal suo alleato coadiuvanti iraniano, e dall’altro lato le “forze del bene” espresse dall’”anima immortale” del “popolo buono” per natura, purtroppo ridotto dal “tiranno di Damasco” a una semplice folla di schiavi.

Il ritorno del colonialismo
E’ certo che questo approccio superficiale alle violenze in Siria, che divide il mondo, o piuttosto la realtà con le sue molteplici dimensioni, in due forze opposte, quella del Bene (la cosiddetta “opposizione“) e del male (il regime), svolge un ruolo d’argumentum ad captandum vulgus, nella giustificazione delle ambizioni dell’imperialismo britannico e francese in Nord Africa e nel Levante, dove sono stati scacciati all’indomani della seconda guerra mondiale.
Notiamo l’ultima visita di Sarkozy e Cameron, gli appaltatori delle operazioni militari su delega del triumviratus (Sarkozy, Cameron e Obama) in Libia, una visita che ha preparato il tavolo per spezzettare e ritagliarsi il “post-Gheddafi“. A Tripoli, i due cospiratori sono andati a celebrarvi la loro vittoria, incorniciati dai loro gorilla locali del CNT e dai loro ciarlatani propagandisti, con i tamburi, trombe e cembali dei media occidentali “principali” e quelli arabi “subordinati“. [1]
A maggior ragione, era innegabile che le forze imperialiste si stessero preparando a mobilitare le loro artiglieria pesante contro la Siria e il suo regime, una volta che il cosiddetto “re dei re d’Africa“, Gheddafi, fosse detronizzato. Per fare ciò, un secondo triumviratus (Sarkozy, Erdogan e Obama) è nato. E i tre triumviri hanno urlato: “Carthago  delenga est! Dobbiamo sbarazzarci del tiranno di Damasco!“.

Il casus belli
Pertanto, la Siria è il bersaglio di una guerra sistematica (mediatica, diplomatica e anche militare) orchestrata secondo lo sviluppo degli eventi sul terreno. L’esempio più significativo di questa feroce campagna è fornito dal ministro degli esteri francese, Alain Juppé, che ha denunciato “i crimini contro l’umanità” in Siria: “Prendiamo atto che il regime siriano è coinvolto in crimini contro l’umanità“, ha detto a Mosca, il 7 settembre. [2]
Inoltre, migliaia di canali TV, radio, giornali, siti web e social network su internet, in qualsiasi parte del mondo, hanno avviato un bombardamento massiccio del regime siriano con aggettivi diabolizzanti, volti a ridurre la sua immagine nella strada araba, e di presentarlo come un semplice fenomeno selvaggio, e certamente spogliato di ogni qualità umana, quindi di ogni diritto di esistere. Ha aggiunto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea non smettono di chiedere le dimissioni del presidente siriano Bashar al-Assad: “… è necessario che si dimetta“, ha detto Ashton; “Nell’interesse del popolo siriano, è giunto il momento per il presidente Assad di ritirarsi“, ha detto Obama; “Le gravi violazioni dei diritti umani in Siria contro i manifestanti, potrebbero rivelarsi dei crimini contro l’umanità“, dice il 17 Agosto, un rapporto dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. [3]

La propaganda imperialista
Va notato qui, che in ogni sconvolgimento politico serio, il meccanismo dei media egemonici imperiale vi mette il suo grano di sale. Ed è lo stesso, come con la “Grossa Bugia” di George Bush sulle armi di distruzione di massa in Iraq.  La prova è che più di dieci anni dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, le successive amministrazioni statunitensi non hanno fornito alcuna prova che questo paese avesse armi di distruzione di massa. Ciò che si può dire, è che le masse sono cadute vittima di un complotto della disinformazione. Va da sé che le recenti violenze, che sconvolgono le strade siriane, non sono esentate dalla stessa macchina della propaganda, delle bugie e di altri manipolazione mediatiche, tutt’altro.
Secondo i media dell’egemonia imperiale, attivisti per la pace e pacifici manifestanti hanno trascorso le giornate, per così dire, in meditazione trascendentale, e durante la notte, si sarebbero riuniti in luoghi pubblici, per accendere delle candele alle anime immortali dei “martiri della libertà“, mentre il “mostro di Damasco si vantava nel suo harem“. Tuttavia, lontano dalla caricatura ingenua che le macchine dell’egemonia mediatica creano, una questione s’impone: Chi sono questi “militanti della libertà“; Agni Dei lodati tre volte al giorno: all’alba, a mezzogiorno e prima di coricarsi? Che cosa succede allora?
Uno dei problemi per rivelare il paradosso siriano, è che vi è davvero una richiesta reale cambiamento interno. Nessuno nega questa realtà, né il regime siriano lo nega. Il ministro degli esteri siriano Walid al-Moualem, ha denunciato il 26 settembre l’ingerenza straniera nella gestione delle legittime aspirazioni del popolo siriano alla riforma politica, economica e sociale, in un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York: “Le esigenze del popolo sono  usate come trampolino di lancio dai gruppi armati, per seminare discordia e indebolire la nostra sicurezza. La Siria ha esercitato la sua responsabilità a proteggere i suoi cittadini. Il governo ha agito per assicurare la loro sicurezza e la stabilità del paese“, ha dichiarato Moualem in riferimento a ciò che chiama interferenza straniera. [4]
Inoltre, la stragrande maggioranza dei siriani vuole le riforme. Il popolo siriano è indignato, da decenni, dalla corruzione e dai tentacoli pervasivi delle autorità di sicurezza.

La ribellione islamista armata
Tuttavia, questa diffusa domanda di una riforma è, come indicato dalla macchina imperialista dei media, fonte di violenze in Siria? Se è vero che ci sono manifestazioni in alcune città, ci sono morti, l’esercito è intervenuto, è anche vero che la Siria è diventata un campo di battaglia tra le forze armate siriane da un lato, e gli insorti sunniti armati, dall’altra parte, come i Fratelli musulmani, al-Qaida e altri gruppi salafiti e wahabiti.
Ciò che i  media agli ordini non dicono è che ci sia una ribellione armata sostenuta dall’estero, e che la Siria sta affrontando un Casus belli dichiarato dalla NATO e dagli emirati arabi e sultanati ‘subordinati’. Qui vale la pena ricordare che Dmitrij Rogozin, delegato della Federazione Russa presso la NATO, ha commentato il 5 agosto, sul quotidiano moscovita Izvestia, il crescente ruolo della NATO nelle violenza in Siria: “La NATO sta pianificando una campagna militare contro la Siria per rovesciare il regime del presidente Bashar al-Assad, con l’obiettivo a lungo termine di preparare una testa di ponte nella regione, per l’attacco contro l’Iran“. [5]
Inoltre, in un’intervista con la TV Euronews, Dimitrij Medvedev, il presidente russo, avverte dei pericoli reali che l’approccio “bianco e nero” potrebbe creare nella situazione in Siria: “i manifestanti anti-governativi in Siria non sono sostenitori di alcun raffinato modello di democrazia europea“. [6]
Per molti aspetti, gli eventi in Siria ricordano qui, una citazione di Lenin nel suo famoso Un passo avanti, due passi indietro, che trattava dei movimenti rivoluzionari in Russia: “… quando una lunga lotta, testarda e ardente continua, accade di solito un momento in cui i punti di contestazioni, centrali ed essenziali, iniziano a comparire, la cui soluzione determinerà l’esito finale della campagna, presso cui i più minimi ed insignificanti episodi della lotta, saranno sempre più allontanati sullo sfondo.” [7]
Senza alcun dubbio possibile, i conflitti sociali e politici nel Levante, diventano rapidamente conflitti religiosi e confessionali, e le rivendicazioni sociali sono ridotte, purtroppo, ad omicidi tribali. Questa amara realtà ci offre, almeno, una migliore lettura della cosiddetta “rivoluzione” siriana, una lettura che scaccia le fanfaronate dei furiosi della “primavera araba“, abbreviata, a tutta velocità, in un “inverno americano” assai funebre!
Prima di tutto, è fondamentale notare che il Levante è uno spazio eterogeneo attraversato da confini etnici, minoranze linguistiche e religiose diverse da quelle imposte dall’accordo Sykes-Picot (1916), all’indomani dello smembramento dell’Impero ottomano nel 1918. Inoltre, dovrebbe anche essere notato che queste frontiere si trasformerebbero rapidamente in zone di conflitto sanguinose, una volta che un governo centrale, in grado di mantenere la pace, fosse rovesciato.  Si consideri l’esempio dell’Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti.
Gli eventi in Siria nascondono, infatti, delle motivazioni religiose, piuttosto che sociali, prendendo in considerazione lo storico conflitto tra Islam ortodosso (sunnita) ed eterodossia dell’Islam (sciismo). In una testimonianza sulla violenze religiose in Siria, Hala Jaber ha avanzato la presenza di estremisti armati (e con la barba), agenti provocatori che stanno lavorando con grande capacità sufficiente a far degenerare le manifestazioni inizialmente pacifiche. Ha dato un resoconto dettagliato degli incidenti gravi che si sono verificati il 18 giugno a Ma’rrat al-Nu’man, una città del nord-ovest, “vediamo che i jihadisti hanno un regno del terrore, e hanno versato il sangue – quando l’esercito ha un profilo basso per evitare incidenti. La storia del rapimento di un oppositore moderato, Mohamed Salida Hamadah e delle torture e delle minacce subite da estremisti sunniti, è agghiacciante, e suggerisce quale potrebbe essere il clima della Siria se cadesse nelle loro mani!“[8]
E’ vero che ua volta scoppiate le violenze in Siria, le proteste presero, in termini di slogan usati (libertà, giustizia, democrazia, rivendicazioni sociali, ecc.) una forma  pacifica; e le richieste dei manifestanti erano ancora limitate alle richieste sociali. Tuttavia, queste proteste si sono trasformate, velocemente, in atti di violenza settaria mirati contro le minoranze religiose del Paese, come i musulmani eterodossi e i cristiani.

La cospirazione imperialista
Inoltre, gli slogan politici precipitano nella congestione dell’odio religioso. Anche se il regime politico in Siria è “contaminato” da decenni da una burocrazia corrotta e contagiosa, questo non giustifica gli atti di barbarie commessi da fanatici religiosi contro le minoranze e le istituzioni dello stato.
In questo senso, è pericoloso dimenticare che dietro le affermazioni di una parte del popolo siriano, legittime all’inizio, nascondono, infatti, l’interesse, per così dire, di veri complottisti: il bonapartismo caricaturale francese di Sarkozy, in primo luogo, la carcassa dell’imperialismo statunitense di Obama, l’”umanesimo” islamista del turco Erdogan e il wahhabismo “illuminato” saudita.
Da quanto è stato detto e in tali circostanze, è chiaro fin dall’inizio che la presunta “rivoluzione” è un complotto guidato da l’alfa e omega dei centri di potere imperialista, il cui obiettivo a breve termine è il rovesciamento del regime del presidente Bashar al-Assad, e a lungo termine, la rioccupazione del Medio Oriente e la ricostruzione della sua mappa geopolitica, un obiettivo che promette, disastrosamente, un futuro catastrofico per la regione.
A mò di conclusione, troviamo opportuno raccontare una piccola storia: “Non molto tempo fa, un uomo buono immaginava che se gli uomini annegavano, ciò accadeva solo perché erano posseduti dall’idea della gravità. Che si togliessero questa rappresentazione dalla testa, ed ecco che ora sono al sicuro dal rischio dell’annegamento.” Questo brav’uomo, è dello stesso tipo degli spacconi vanagloriosi della macchina mediatica imperialista e dei suoi subordinati arabi, che credono, purtroppo, che i problemi del mondo arabo, come lo sviluppo sociale ed economico, l’analfabetismo, i diritti umani, le libertà, la democrazia, l’occupazione, il settarismo, i diritti delle minoranze, i diritti delle donne, ecc. saranno risolti una volta che il regime siriano sarà rovesciato.

Fida Dakroub – Dottore Ricercatore francese

Note
[1] A nostro avviso, un  media subordinato è un mezzo della disinformazione posto sotto il controllo di un altro media della disinformazione principale. Il soggetto non è in grado di fornire un messaggio coerente al di fuori da questa dipendenza. Per esempio: i media dei petrodollari arabi entrano in rapporto di subordinazione con i più importanti media occidentali.
[2] L’Eexpress.fr
[3] Chitour, Chems Eddine Le Grand Soir
[4] People Daily
[5] Le Post.fr
[6] Russia Today
[7] Marxists
[8] Michel Collon

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un Commento a “Dopo l’assassinio di Gheddafi: la Libia occupata, la Siria in attesa di esserlo”

  • freak70:

    A me sembra di più che non solo gli sciacalli vogliono prendere le ricchezze di queste regioni ma vogliono sostituire “democrazie” laiche a regimi islamici (quindi sempre sotto attacco).
    O mi sbaglio?

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