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fonte www.rinascita.eu

I militari golpisti hanno creato il Comitato nazionale per il ripristino della democrazia e la restaurazione dello Stato. Chiuso l’aeroporto di Bamako e le frontiere

di: Francesca Dessi * f.dessi@rinascita.eu

La rivolta dei militari governativi del Mali, iniziata mercoledì mattina nella caserma di Kati, a 15 km di distanza da Bamako, si è trasformata in un colpo di Stato. Alle quattro del mattino di giovedì, il portavoce dei soldati golpisti, il tenente Amadou Konaré ha annunciato dalla Radio e Televisione di Stato di aver preso il potere e di aver sciolto le istituzioni, sospeso la Costituzione e decretato il coprifuoco. Konarè ha inoltre annunciato la creazione di un “Comitato nazionale per il ripristino della democrazia e la restaurazione dello Stato” guidato dal capitano Amadou Sanogo. Nel suo intervento televisivo, il capitano Sanogo, apparso sugli schermi assieme a un gruppo di militari in divisa, ha giustificato il colpo di Stato “con l’incapacità del governo di far fronte alla ribellione nel nord” e con “la mancanza di materiale militare adeguato per la difesa del territorio nazionale” contro l’offensiva del Movimento per la liberazione dell’Azawad. Sanogo si è preso “l’impegno solenne di restituire il potere” ai civili non appena il Mali “sarà riunificato e la sua integrità non sarà più minacciata”. L’obiettivo è creare “un governo di unione nazionale”.

Nell’intervento televisivo, il portavoce dell’esercito ha inoltre fatto sapere di aver arrestato diverse personalità del vecchio governo, tra i quali il ministro degli Esteri Someylou Boubeyé Maiga e dell’Amministrazione territoriale Kafougouna Koné. “Abbiamo messo fine al regime incombente”, ha concluso Sanogo, che ha dato ordine di chiudere i confini, terrestri e aerei, del Paese. In un comunicato, il Comitato per ripristino della democrazia e il risanamento dello Stato ha chiesto inoltre ai soldati “di non sparare più in aria”. Ma la situazione rimane ancora confusa a Bamako. Nessuno si aspettava che il malumore dei militari, che da settimane lamentano la mancanza di mezzi e munizioni per affrontare la ribellione, potesse degenerare in un golpe. Sarebbe stata la pubblicazione delle immagini dei militari uccisi al fronte e di quelli ancora nelle mani dei ribelli tuareg ad aver esasperato gli animi dei militari.
Non si tratta però solo di una protesta contro la guerra nel nord. Secondo fonti di Rinascita sul posto, i soldati golpisti sarebbero legati al movimento maliano di Carton Rouge contro la corruzione del governo. Un movimento formato da studenti e giovani maliani che accusano il presidente Amadou Toumani Touré di essersi intascato, insieme ai suoi ministri, i soldi internazionali per la lotta contro il terrorismo di al Qaida nel Sahel e di aver fatto poco per difendere l’integrità nazionale del Mali. I soldati sono stanchi di andare a morire come formiche al fronte per un presidente che non spende qualche dollaro per comprare armi e munizioni. Proprio sulla sorte di Touré ci si interroga in questo momento. Circolano parecchie voci sul suo nascondiglio ma nessuno sa dove si trovi di preciso. Un militare fedele al capo di Stato ha dichiarato all’agenzia Xinhua che il presidente “sta bene” e che si trova “in un luogo sicuro”, “così come i ministri della Sicurezza, Natie Plea, e della Difesa, il generale Sadio Gassama”. Altre fonti del suo entourage hanno detto che si trova in una base militare situata nel quartiere Djicoroni Para a Bamako. Secondo le agenzie di stampa locali, Touré si troverebbe all’interno dell’ambasciata Usa nella capitale. Quest’ultima ipotesi è la più accredita. Washington, che nelle scorse settimane aveva aiutato il governo di Bamako a distribuire viveri ai militari nel nord del Paese, ha chiesto ieri la fine immediata delle violenze e di regolare ogni controversia nel Paese “attraverso il dialogo e la non violenza”. Gli Usa vorrebbero insediarsi nel Sahel, zona strategica per il controllo delle risorse naturali e linea di divisione tra l’Africa del nord e l’Africa nera. Ma deve fare i conti con la Francia.
L’Eliseo ha chiesto ieri di andare “al voto il prima possibile”. “Noi siamo legati al rispetto delle regole democratiche e costituzionali. Noi domandiamo il ristabilimento dell’ordine costituzionale ed elezioni, che siano messe in programma per aprile. Bisogna che abbiano luogo al più presto possibile” ha detto il ministro degli Esteri Alain Juppé a radio Europe 1. Commento che non è stato apprezzato dai militari. In un’intervista all’Afp,un ufficiale ha criticato duramente la posizione di Parigi: “In casi come questo uno chiede l’organizzazione del voto in tempi rapidi. La prima cosa che chiede è di ristabilire lo Stato di diritto e l’ordine costituzionale”. È evidente inoltre che non ci sono le condizioni per andare al voto il 29 aprile, come era previsto: il Paese è sempre più spaccato tra nord e sud e in più ci sono oltre 130mila sfollati. Dietro alla premura della Francia c’è il desiderio di approfittare della situazione di instabilità del Paese. I soldati governativi, ma non solo, hanno più di una volta accusato Parigi di sostenere e finanziare l’insurrezione dei Tuareg per accaparrarsi i giacimenti di uranio e di petrolio presenti nel nord del Mali. Intanto, Parigi ha annunciato ieri di aver sospeso la sua cooperazione con il Mali, anche “se mantiene gli aiuti umanitari alla popolazione”. Intanto, è arrivato unanime il coro di condanna dell’Unione Africana, Unione Europea e della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao / Ecowas) contro il golpe. In un comunicato il presidente della Commissione dell’Ua, Jean Ping, si è detto “profondamente preoccupato per le riprovevoli azioni commesse da alcuni elementi dell’Esercito del Mali”. Il portavoce dell’alto rappresentante per la politica estera Ue Catherine Ashton, Bruxelles ha chiesto che “la Costituzione venga ristabilita al più presto”. “La Cedeao/Ecowas condanna con forza le azioni incaute degli ammutinati e avverte che non tollererà il ricorso alla violenza”, si legge in un comunicato dell’organizzazione africana.
Alle preoccupazioni della comunità internazionale, il Comitato per il ripristino della democrazia e la restaurazione dello Stato ha risposto di non intromettersi nelle questioni che devono essere risolte dal popolo maliano. Il Mali fanno sapere non è la Costa d’Avorio o la Libia.
f.dessi

2 Commenti a “Mali, cronaca di un golpe annunciato”

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