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Di F. Bovo

Nella storia non mancano i parallelismi. Pensiamo alla battaglia di Playa Giròn, il fallito sbarco degli anticastristi alla Baia dei Porci del 1961, e al golpe in Honduras del 2009: in entrambi i casi si tratta d’avvenimenti verificatisi subito dopo l’insediamento alla Casa Bianca di due presidenti democratici, che il mondo immaginava come delle colombe da cui attendersi distensione e lealtà verso gli avversari; e che invece si sono fatti conoscere come dei falchi e dei guerrafondai peggiori dei predecessori repubblicani che andavano a sostituire. Mi riferisco, per essere più precisi, a Kennedy, che diede il via libera all’operazione denominata “Programma per un’operazione segreta contro il regime di Castro” (A Program of Covert Action against the Castro Regime), poi ribattezzato “Operazione Zapata” dal nome dell’area (Ciénaga de Zapata) che doveva essere conquistata; e ad Obama che, appena divenuto presidente, e subito dopo l’incontro con Chavez, Morales, Correa e Zelaya al vertice degli Stati americani, da il via libera al golpe con cui proprio il legittimo presidente honduregno Manuel Zelaya viene deposto e sostituito dal pinochettiano Micheletti. Kennedy ed Obama, al pari di Clinton (guai a dimenticarsi di lui), con questi ed altri atti saranno sempre ricordati come dei lupi travestiti da agnelli o, più correttamente, dei falchi travestiti da colombe.


Ma se il golpe in Honduras del 2009 è andato come previsto, lo sbarco alla Baia dei Porci è stata un’operazione semplicemente disastrosa per gli Stati Uniti. Fu, non probabilmente ma certamente, la prima sconfitta su larga scala dell’imperialismo nordamericano in America Latina, un enorme corroborante ed incentivo ai movimenti rivoluzionari ed antimperialisti di tutta la regione. Mai l’Aquila Nordamericana s’era vista spezzare gli artigli nel proprio cortile di casa: dopo di allora niente sarà come prima. Certo, vi saranno momenti in cui essa si rifarà con gli interessi dello smacco subito, sottoponendo ad inaudite sofferenze quei paesi latinoamericani che avevano cominciato il loro faticoso cammino verso l’autonomia (pensiamo al Cile di Allende, soffocato dal mostro Pinochet nel ’73, o ai tanti e ripetuti interventi in Repubblica Dominicana dopo la fine d Trujillo o al sostegno ai militari brasiliani contro i presidenti Quadros, Kubitschek e Goulart) ma intanto il dogma dell’infallibilità e dell’invincibilità dell’imperialismo americano sarà stato infranto: ed ecco allora i trionfi della guerriglia sandinista in Nicaragua, il movimento zapatista in Messico, fino alla nascita del Socialismo del XXI Secolo a partire dalla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela negli Anni ’90. Il cortile di casa statunitense, oggi, appare fortemente rimpicciolito: al suo posto vi è un continente in riemersione, che si sta velocemente riappropriando della sua sovranità: con buona pace dei vecchi imperialisti nordici, sempre più nostalgici, sempre più inaciditi.
E allora parliamo di ciò che avvenne cinquantun’anni fa, il 15 aprile del 1961: è un anniversario che merita d’essere degnamente ricordato. Quel giorno, alle sei del mattino, aerei americani B26 riverniciati coi colori cubani sorvolano e bombardano gli aeroporti di Santiago de Cuba, San Antonio de Los Banos e Ciudad Libertad, distruggendo due aerei cubano ed uccidendo sette persone. Viene immediatamente dichiarato l’allarme generale ed il paese, da tempo pronto ad un attacco del genere (gli atti di terrorismo e guerriglia attuati da elementi della CIA di Dulles erano, nei primi Anni ’60, nell’ordine di qualche migliaio), si prepara allo scontro. Le sette vittime sono state appena sepolte, con funerali di Stato, quando, all’una di notte del giorno 17, giunge la notizia che 1453 anticastristi addestrati dagli Stati Uniti sono sbarcati a Playa Giròn e Playa Larga. A fronteggiarli vengono mandati 14 battaglioni, molti dei quali formati da semplici cittadini volontari che mettono momentaneamente da parte il lavoro delle fabbriche per abbracciare il fucile, per un totale di 20mila uomini. Moltissime le donne.
Tutto il paese è tranquillo, fatto eccezione per la zona degli scontri circoscritta a Playa Giròn. Ma la stampa di Miami scrive: “Nelle strade dell’Avana si combatte violentemente: l’Hotel Habana Libre è crollato dopo un attacco aereo sferrato contro il regime di Castro”. Quante similitudini con quello che Al Jazeera ha raccontato circa gli inesistenti scontri di Tripoli, nei primi giorni della falsa rivoluzione libica, o su quello che attualmente sta succedendo in Siria: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Peccato, però, che proprio mentre i giornali della Florida parlano di questi inesistenti combattimenti, i guerriglieri anticastristi che nei desiderata di Kennedy e Dulles avrebbero dovuto mangiarsi la Rivoluzione Cubana in un sol boccone siano già stati tutti disarmati e catturati! Nella notte del 16 aprile l’invasione s’era concentrata nel sud di Cuba. Due navi della marina da guerra USA, il Barbara J e il Blagar, appoggiavano a distanza i mercenari con la loro artiglieria. C’erano anche la portaelicotteri Boxer, la portaerei Essex e la Shangri Là, il Murray, il Conway, il Coney, la Eaton ed il Wailer che erano distruttori. A dare ulteriori garanzie di successo agli anticastristi, infine, non mancavano due sottomarini che navigavano davanti alle coste cubane. Tutto inutile: nel pomeriggio del 17 la Forza Aerea Rivoluzionaria è di nuovo padrona del cielo cubano. Quattro aerei nemici vengono abbattuti mentre tre, colpiti in volo, riescono a riparare nei paesi limitrofi. La nave Rio Escondido viene affondata e la Houston danneggiata dai razzi. Le imbarcazioni con cui la CIA ha rifornito la García Lines sono già tutte fuori combattimento. Il Blagar e il Barracuda prendono mestamente il largo. Durante gli scontri, durati quasi due giorni, gli anticastristi ebbero 238 perdite fra morti e dispersi; i prigionieri, dunque, erano poco più di 1200.
Ad enfatizzare ulteriormente la vittoria cubana, basti questa considerazione: gli invasori avevano a disposizione moltissime armi come bombe dirompenti, Napalm da 750 libbre, razzi da cinque pollici, mitragliatrici M3, Thompson, fucili automatici Browning ed altro equipaggiamento militare direttamente proveniente dagli arsenali dell’esercito statunitense. Gi artiglieri cubani invece avevano una media di 17 anni (12 di loro morirono negli scontri) ed armamenti dei più disparati, che andavano dalle mitragliette sovietiche e cecoslovacche ai fucili di produzione americana.
Constatato il fallimento dell’invasione preliminare da parte degli anticastristi e l’inutilità ed impossibilità nel venir loro in soccorso, e considerata la nota emessa dal governo sovietico in difesa di Cuba alle 14.00 del giorno precedente, finalmente alle 15,50 del 19 aprile tutte le navi americane si ritirano prendendo la rotta della Florida. La Rivoluzione Cubana ha vinto, mentre il nemico è stato vergognosamente smascherato (il giorno prima alcuni giornalisti a Miami hanno visto uno degli aerei statunitensi con false insegne cubane e lo scoop sarà un ulteriore scandalo per la Casa Bianca, con forti ripercussioni anche in sede ONU) e sconfitto.

2 Commenti a “Cinquanta anni fa il trionfo di Playa Giròn”

  • Laqualunque:

    ma perche ancora nessun commento???
    non capisco?castro il boia,la rivoluzione cubana,di cubani oramai non ce ne sono piu,i soli che rimangono sono a miami!!!!quanto ti amo Cuba e Fidel lunga la tua vita possa essere ancora!con il tuo amico”che” se seguiva le tue parole sarebbe ancora vivo vicino a te il suo amico di sempre,lui ha voluto essere un eroe tu semplicdemente un uomo!!
    rimani cosi ancora per noi

  • Bostongeorge:

    non dimentichiamoci che ormai da 50 anni e passa cuba è ancora sotto embargo…hasta siempre la victoria

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