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Pugno di ferro delle autorità del Quebec contro le manifestazioni studentesche, che non si fermano nonostante le leggi speciali che le hanno messe fuori legge.

Steeve Guguay (AFP/Getty Images)

La notte scorsa la polizia ha compiuto arresti di massa dopo gli ennesimi cortei di protesta che hanno sfilato nonostante i divieti: 518 manifestanti sono stati arrestati a Montreal e 170 a Quebec City.

Secondo la polizia, che inizialmente aveva dichiarato che avrebbe tollerato le proteste non autorizzate purché pacifiche, gli arresti sono scattati in seguito a lanci di pietre da parte di alcuni manifestanti.

Da pochi giorni è in vigore in Quebec la legge d’emergenza 78 che, al fine di fermare le proteste studentesche, prevede forti restrizioni alla libertà di manifestazione e la chiusura delle università fino ad agosto.

Nonostante ciò, le proteste contro la decisione del premier del Quebec, Jean Charest, di aumentare dell’80 per cento le tasse universitarie, non solo non si stanno placando, ma si estendono al resto del Canada, da Toronto a Calgary a Vancouver.

Anche il tono delle proteste sta cambiando: non più solo contro il rincaro delle tasse universitarie, ma contro la legge liberticida del Quebec e in generale a difesa della democrazia: “Ce soir, on crie pour la democratie” è lo slogan più urlato dai manifestanti.

Le proteste di questi giorni in Birmania

Negli ultimi giorni centinaia di persone sono scese in strada nelle principali città della Birmania per protestare contro il governo a causa dei continui blackout e delle interruzioni della corrente elettrica. Le proteste sono cominciate domenica scorsa a Mandalay e ieri sono arrivate nella capitale Yangon. Ieri i manifestanti hanno protestato accendendo delle candele e hanno pregato per l’elettricità intorno alla Sule Pagoda di Yangon. Secondo l’Asian Development Bank, circa 45 dei 60 milioni di birmani subiscono continue interruzioni della corrente elettrica. Quelle degli ultimi giorni sono state le più grandi manifestazioni in Birmania dalle proteste dei monaci buddisti nel 2007.

Le proteste anti-immigrati in Israele

Le proteste anti-immigrati in Israele

Le foto delle manifestazioni e delle violenze a Tel Aviv, ieri: non contro i palestinesi, però

 Mercoledì 23 maggio circa mille persone si sono trovate nel quartiere Hatikva di Tel Aviv, in Israele, per chiedere l’espulsione dei rifugiati provenienti dal Sud Sudan che hanno chiesto asilo nel paese. Durante la manifestazione c’è stato anche un lancio di oggetti verso alcuni immigrati che stavano passando nella zona. I manifestanti più violenti hanno rotto i finestrini di alcune automobili e altri hanno fermato un taxi che stava trasportando immigrati, battendo sui vetri e la carrozzeria. Durante la manifestazione sono stati esposti anche diversi cartelli contro l’immigrazione e la folla ha urlato slogan come “Il popolo vuole che i sudanesi siano espulsi” e “Fuori gli intrusi da casa nostra”, riferisce il quotidiano israeliano Haaretz. La polizia è intervenuta per fermare le violenze nel quartiere di Tel Aviv e ha arrestato 17 persone, accusate anche di aver colpito e malmenato alcuni immigrati.

La manifestazione era stata organizzata per protestare contro il governo di Benjamin Netanyahu e le sue politiche legate all’immigrazione e alla concessione del diritto d’asilo. Il problema è particolarmente sentito in questi mesi in Israele, dove sono arrivate diverse centinaia di persone fuggite dal Sud Sudan, paese coinvolto in un difficile conflitto con il Sudan. Ad aprile il diplomatico israeliano Dan Shaham fu inviato in Sud Sudan per verificare se fosse possibile rimpatriare gli immigrati che avevano ottenuto l’asilo. Shaham diffuse un documento sostenendo che il rimpatrio dei cittadini del Sud Sudan non avrebbe violato le legge internazionali, che impediscono di rimandare indietro i migranti nel loro Stato di origine se questo può costituire una minaccia per la loro sicurezza o sopravvivenza.

Ieri i manifestanti hanno anche mostrato alcuni cartelli a favore del ministro dell’Interno Eli Yishai, che sul caso dei cittadini del Sud Sudan ha preso una posizione molto netta. Secondo il ministro, queste persone dovrebbero essere arrestate e successivamente espulse da Israele. Il procuratore generale Yehuda Weinstein ha detto di essere favorevole al rimpatrio degli immigrati del Sud Sudan, a patto che sia dimostrata l’inconsistenza del diritto d’asilo per loro. Davanti alla Corte distrettuale di Gerusalemme, Weinstein spiegherà la prossima settimana che non esiste alcun ostacolo all’espulsione degli immigrati, perché per ognuno saranno effettuati controlli per verificare che non corrano pericoli una volta rimpatriati in Sud Sudan. Per ora la Corte distrettuale ha accettato un ricorso di cinque associazioni umanitarie, che hanno chiesto e ottenuto una sospensione dei provvedimenti di espulsione per i rifugiati in Israele.

Grecia: proteste anti-immigrati a Patrasso, 10 feriti

23 maggio 2012
Circa 350 residenti, fomentati dai neonazisti di Alba Dorata, sono stati dispersi mentre assaltavano una fabbrica rifugio di un gruppo di migranti. All’origine degli scontri l’omicidio di un 30enne, per il quale è stato arrestato un giovane afgano

Diverse auto bruciate e dieci persone ferite. Venti manifestanti fermati e cinque arrestati dalla polizia. Questo è il bilancio dei violenti scontri di martedì 22 maggio a Patrasso, città portuale della Grecia occidentale. A scatenare l’ira dei residenti, fomentati da alcuni esponenti del partito neonazista Alba Dorata, l’omicidio di un trentenne greco per il quale la polizia aveva arrestato un giovane afgano.

Athanasios Lazanas era stato visto discutere con tre ragazzi. Poi è stato trovato morto, assassinato nel quartiere Itanes, a Patrasso. Dopo l’arresto di un giovane afgano, ritenuto responsabile dell’omicidio, la collera dei residenti del quartiere si è scatenata contro un gruppo di immigrati che avevano trovato in una fabbrica abbandonata il loro rifugio, in attesa di riprendere il viaggio verso altri Paesi europei, più ricchi e con maggiori opportunità di lavoro.

Negli ultimi anni il porto di Patrasso è diventato una tappa “obbligata” per i migranti dell’Asia centrale, in prevalenza afgani, che cercano di entrare in Europa dalla Grecia. Le tensioni con i residenti sono aumentate nel tempo e adesso sono esacerbate dalla profonda crisi economica che sta investendo il Paese.

Dopo l’arresto del presunto assassino di Lazanas, circa 350 persone sono andate a manifestare sotto la fabbrica abbandonata. Alla guida del corteo ci sarebbero stati esponenti di Alba Dorata, il partito neonazista che alle ultime elezioni presidenziali del 6 maggio ha ottenuto il sette per cento dei voti.

La polizia è dovuta intervenire con i lacrimogeni, dopo che i manifestanti avevano cominciato a tirare bottiglie molotov verso il rifugio. Almeno otto agenti sono rimasti feriti negli scontri.

Nato, in strada a Chicago proteste e repressione

È finita con scontri tra manifestanti e polizia, ragazzi con il volto insanguinato la protesta degli indignati di Chicago, riunitisi per manifestare contro l’Alleanza atlantica. Secondo gli agenti i partecipanti al corteo non hanno rispettato l’ordine di deviare il loro percorso. I manifestanti ribattono che la gente è stata picchiata senza motivo.

La protesta ha avuto anche momenti di forte azione simbolica, come le medaglie di servizio gettate in strada da veterani della guerra in Iraq.

Tra questa gente si fa fatica a credere che la Nato lascerà l’Afghanistan.

C’era anche il reverendo Jesse James, che ai microfoni di Euronews ha detto: “Questi manifestanti sono manifestanti di coscienza. Devono essere ascoltati. Spero che il presidente e i leader della Nato tengano in conto le legittime preoccupazioni delle persone che sono qui oggi”.

Il corteo, al quale hanno partecipato migliaia di persone, era cominciato in maniera festosa e colorata. Prima di concludersi in tutt’altra maniera.

Le persone che sono qui oggi provengono da gruppi diversi, ma hanno tutte lo stesso messaggio: no alla guerra e no alla Nato.

More about: , , , Copyright © 2012 euronews

Proteste studenti Sapienza, uova contro macchina Draghi

25 maggio, 08:20 Da Ansa

ROMA – Gli studenti della Sapienza hanno lanciato uova sul vetro posteriore della macchina della scorta di Mario Draghi. Terminato il suo intervento alla facoltà di Economia in memoria di Federico Caffé, Draghi ha lasciato l’aula Tarantelli in tutta fretta. Il presidente Bce assediato da studenti e giornalisti non ha risposto alle provocazioni. A una cronista che lo incalzava facendogli notare che Caffé era contrario agli speculatori, Draghi si è limitato a replicare: “sarei tentato di risponderle, ma si legga il mio discorso”.

Messico: proteste contro media e politici verso le Presidenziali

Nei giorni scorsi è esplosa anche su Twitter la protesta degli studenti messicani in vista delle Presidenziali di luglio, con lo stesso impeto già visto nelle strade. Sotto l’hashtag ”#MarchaYoSoy132, “Marcia Io-sono-il-numero-132”, si sono susseguite le denuncie di favoritismi da parte di varie emittenti TV per Enrique Peña Nieto, candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI).

L’hashag si riferisce a quanto accaduto durante la sua visita all’Università Iberoamericana di Città del Messico, dove gli studenti lo hanno accolto con fischi e insulti. Poco dopo l’evento, Arturo Escobar, esponente del Partito Verde Ecologista e presente al fatto, ha dicharato che gli studenti coinvolti non erano di quella Università. 131 di loro hanno quindi replicato con il seguente video, in cui mostrano il proprio tesserino universitario. Gli utenti si sono poi identificati come “studente numero 132″, denunciando l’ipocrisia dei media che avrebbero stravolto le vere motivazioni delle loro rimostranze.

Altri netizen hanno poi preso a usare l’hashtag ”#MarchaYoSoy132 per esprimere il proprio scontento politico.

La voce della marcia si è sparsa velocemente, e in migliaia sono scesi in strada il 19 maggio, gridando slogan di protesta contro Peña Nieto, il quale al momento si trova in testa ai sondaggi. Il suo partito è rimasto al potere per decenni – anche se con nomi diversi – fino alle elezioni del 2000. Si tratta dello stesso partito responsabile della violente repressioni avvenute in occasione delle proteste studentesche negli anni 1960. Gli studenti hanno sfilato gridando slogan come: “Si sente, è chiaro, Peña Nieto è un idiota”.

Eventi simili si sono svolti contemporaneamente in altre parti del Paese, tra cui Xalapa e Veracruz:

In alcune città i sotenitori del candidato hanno dimostrato l’attualità di pratiche da regime autoritario, come rivelano le denunce sulla scomparsa di alcuni studenti e l’assurda raccolta di informazioni su una studentessa della Università Iberoamericana.

Mentre online si continua a discutere sugli effetti della protesta sullo scenario politico nazionale, il sostegno e l’interesse hanno superato ben presto i confini del Messico diventando un tema caldo in tutto il mondo:

Il blu rappresenta Josefina Vázquez Mota del Partito di Azione Nazionale, il giallo Andrés Manuel López Obrador del Partito della Rivoluzione Democratica e infine il rosso Peña Nieto, sostenuto dai logo di due delle maggiori emittenti TV del Paese, TV Azteca e Televisa. All’immagine, si accompagna il commento: “Amici della #marchayosoy132, vi presento le “prostitute” che mantengono in vita Peña Nieto nei sondaggi.”

Il sito Vivir Mexico riporta le voci di alcuni dei partecipanti alla manifestazione:

Ho saputo della marcia su Facebook. Ho partecipato perché odio Peña Nieto, il PRI, i miei genitori lo odiano, i miei nonni non possono credere che i loro nipoti, pronipoti, vivano con il PRI. Siamo stanchi. Voglio un Messico migliore per mia figlia, per tutti. Tutto il Messico. Così eccomi qui. Vengo dallo Stato del Messico, da Coacalco. Lottiamo e speriamo che il Messico si svegli, reagisca e sia più informato. E siamo qui anche per aiutare coloro che non hanno i mezzi per tenersi informati (Paola Trejo, impiegata e casalinga).

Mi hanno invitato su Facebook. Sono venuta perché non ne possiamo più del governo che abbiamo. Se rimaniamo uniti, andiamo avanti. Se abbiamo paura, ci paralizziamo. Quindi dobbiamo proseguire (Victoria Najera, casalinga).

Una nuova protesta è in programma per oggi 23 maggio, l’invito è stato diffuso attraverso un video e un nuovo hashtag #Somosmasde131, che significa “Siamo piu’ di 131”. E nelle ultime aumentano i tweet di quanti si accingono a partecipare, anche solo virtualmente, alla protesta in programma proprio oggi:

perchè tutti quelli che oggi protesteranno, lavoreranno per un Messico migliore, ‪

Infine, Cintli Luna ‏(@cintli_luna) fornisce informazioni a chi volesse seguire in diretta gli eventi della giornata, tramite l’account Twitter @masde131 e la pagina Facebook https://www.facebook.com/mas131 .

5 Commenti a “Proteste da ogni parte del mondo – Quebec, arresti di massa contro manifestazioni studentesche ed altro”

  • Luca:

    Se il percorso indicatogli, pacificamente, non è stato seguito allora è un esempio da seguire.

  • antioppressione88:

    non hanno senso le manifestazioni…

    qui o si abbandona la bigotta diplomazia o saremo schiavi per sempre…

  • Sandro:

    La storia, non insegna proprio nulla!
    Sono anni, che attraverso guerre, rivoluzioni e violenza in generale, le popolazioni vengono prese in giro. Con questi metodi, cambia chi è al potere, ma non il potere.
    L’unica cosa da fare per cambiare le cose, è la pace, in tutta calma, niente manifestazioni (sono opportunita che si da al potere di turno di far passare il gruppo che l’organizza per violento, attraverso infiltrati, e quindi di reprimere la manifestazione), ma attraverso una forte coesione sociale (prorpio quello che manca (divide et impera)), non partecipare alla cosa pubblica, e cioe, in primis uno sciopero fiscale, togliere tutti i risparmi dalle banche, e organizzarsi in piccoli gruppi solidali, in modo da essere autosufficienti e interdipendenti.
    Perchè dobbiamo avere qualcuno cehe ci dice cosa dobbiamofare? Non sappiamo vivere da soli?

    Ogni bene a tutti.

    • francesca:

      Sandro la tua idea è magnifica ci ho pensato molto anche io ad una soluzione come questa ,ma l’unico problema da risolvere è la questione h.a.r.p ,anche se voltassimo le spalle al governo e decidessimo di collaborare tra noi,non smetterebbero le scie chimiche e i cataclismi provocati,quindi la domanda è come fermiamo queste armi che possono usare contro di noi??????

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