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Claudio Mutti :::: XXVI (2-2012) :::: 13 maggio, 2012 ::::  

Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente

Editoriale del numero XXVI


“Chi controlla il territorio costiero governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo”1. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della “primavera araba”. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un’area fondamentale per l’egemonia mondiale: si tratta di quel “territorio costiero” (Rimland) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il “territorio centrale” (il mackinderiano Heartland), comprendendo le coste atlantiche dell’Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l’Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone.

Non appare perciò infondata una lettura della “primavera araba” alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l’esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il “territorio costiero” – nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.

Già una decina d’anni or sono un geopolitico francese aveva preventivato un’azione occidentale intesa a frammentare la Libia avvalendosi di manodopera locale: “sul tracciato delle vecchie reti senussite, l’agitazione islamista potrebbe provocare l’esplosione di questo paese artificiale e recene. Nella Cirenaica si concentrano le ricchezze petrolifere; e il regime di Gheddafi irrita certe capitali occidentali che non vedrebbero male una divisione della Libia”2.

Oggi, pur concedendo che i movimenti di protesta e di eversione nel Nordafrica e nel Vicino Oriente abbiano avuto un’origine endogena e un’esplosione imprevista, non si può non constatare che gli Stati Uniti, dopo alcune iniziali esitazioni del loro Presidente, li hanno guardati con simpatia, patrocinati e sostenuti (con l’ovvia eccezione dell’insurrezione popolare sciita nel Bahrein, repressa dall’intervento militare saudita).

D’altronde Obama manifestò fin dall’inizio del suo mandato la volontà di favorire la transizione alla democrazia nel mondo arabo (così come in altre parti del mondo musulmano), magari in maniera formalmente più garbata rispetto al suo predecessore, ma comunque premendo sui governanti locali per imporre loro una perestrojka in versione araba.

Così le organizzazioni “non governative” e le varie associazioni dirittumaniste sostenute dalla CIA e dallo State Department intensificarono le loro attività, in conformità con la raccomandazione che fin dal 1993 Samuel Huntington aveva rivolta al governo americano: allacciare stretti legami con tutti coloro che, all’interno del mondo islamico, difendono i valori e gl’interessi occidentali. Lo stesso “New York Times” ha riconosciuto che “alcuni movimenti e capi direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (…) hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall’International Republican Institute, dal National Democratic Institute e da Freedom House3. Quest’ultima organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di attivisti egiziani e tunisini, per insegnar loro a “trarre beneficio dalle opportunità della rete attraverso l’interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e i media”4.

Anche il National Endowment for Democracy ha comunicato ufficialmente, tramite il suo sito informatico5, di aver versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane impegnate nella difesa dei “diritti umani” e nella promozione dei valori democratici: 21.000 dollari USA al Democratic Forum for Youth, 25.000 all’Egyptian Democratic Academy, 89.000 alla Freedom House, 55.000 all’Ibn Khaldun Center for Development Studies, oltre un milione al Center for International Private Enterprise, 35.000 all’Egyptian Democracy Institute, 23.000 all’El-hak Center for Democracy and Human Rights, 25.000 alla Human Development Association. Altri finanziamenti del NED sono stati destinati alla Tunisia (213.000 dollari, ripartiti fra il Center for International Private Enterprise e il Mohamed Ali Center for Research, Studies and Training), alla Libia (145.000 dollari: metà all’Akhbar Libya Cultural Limited e metà al Libya Human and Political Development Forum), alla Siria (148.000 per Human Rights e 400.000 per l’International Republican Institute), allo Yemen (674.000 dollari ripartiti fra varie organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani). Ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono aggiunti i fondi stanziati dalla Open Society Foundation di George Soros, che nel 2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in particolare in Egitto e in Tunisia. Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare l’Egitto, il bilancio dei fondi dell’USAID destinati alle organizzazioni democratiche e dirittumaniste ammonta complessivamente a 62.334.187 dollari6. Una cifra enorme, che in Egitto è superata soltanto dai cento milioni di dollari elargiti dall’Emiro del Qatar ai Fratelli Musulmani7.

Il movimento eversivo finanziato dagli USA ha rovesciato i governi della Tunisia e dell’Egitto e grazie all’intervento militare occidentale si è impadronito della Libia; però non è riuscito ad abbattere il governo siriano, nonostante il ricorso al terrorismo e alla lotta armata e nonostante l’appoggio britannico, francese, turco e qatariota. Quanto all’Algeria, il progetto di destabilizzazione del paese è costretto a puntare soprattutto sulle pulsioni secessioniste berbere, dal momento che gli Algerini, oltre a non essersi ancora ripresi del tutto dal trauma di una guerra civile che ha fatto 200.000 morti, hanno assistito da vicino agli effetti catastrofici prodotti dalla “primavera araba” in Libia.

In ogni caso, il mondo arabo offre agli eversori occidentali ampie possibilità di manovra, poiché a collaborare con loro non sono soltanto le minoranze “illuminate” fautrici dei diritti umani, dello Stato laico e della democrazia capitalista, ma anche movimenti e gruppi che si richiamano formalmente all’Islam e quindi dovrebbero teoricamente osteggiare l’intrusione occidentale. Qualora però si vada ad esaminare più da vicino l’identità dei movimenti integralisti, si può facilmente constatare che, quando non si tratta di residui del vecchio collaborazionismo anglofilo (come i senussiti libici), la loro matrice ideologica è generalmente riconducibile a correnti eterodosse (wahhabite e salafite); le quali, essendo ostili all’Islam tradizionale e visceralmente nemiche dell’Islam sciita, ricevono il sostegno politico e il generoso aiuto economico delle monarchie petrolifere alleate dell’Occidente e dell’entità sionista. Risulta quindi condivisibile la diagnosi di chi individua lo scopo degli “islamisti” non nell’instaurazione di un ordine islamico, ma in una versione islamizzata della cultura occidentale: “tutti questi neofondamentalisti, ben lungi dall’incarnare la resistenza di un’autenticità musulmana nei confronti dell’occidentalizzazione, sono al contempo prodotti ed agenti della deculturazione in un mondo globalizzato”8.

Un caso esemplare è rappresentato dal movimento “fondamentalista moderato” dei Fratelli Musulmani, il risultato più consistente di quella linea riformista che, inaugurata da Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhâb (1703-1792), assunse con Jamâl ad-Dîn al-Afghânî (1838-1897) e con Muhammad ‘Abduh (1849-1905) forme apertamente occidentalizzanti e antitradizionali. Nonostante gli aspetti equivoci del loro comportamento nel periodo di Nasser, i Fratelli Musulmani hanno tuttavia mantenuto a lungo una posizione antimperialista, tanto che sono stati inseriti nella lista nera del National Security Council. Poi però, se non già negli anni Ottanta al tempo dell’Afghanistan, sicuramente dopo l’11 Settembre 2001 il rapporto tra i Fratelli e gli USA è cambiato. Si potrà anche sorridere delle furibonde invettive di Gheddafi9 o delle rivelazioni del giornale libanese “Al-Dinar” circa gli incontri di David Petraeus coi capi del movimento, ma è un fatto certo che nel luglio 2011 Hillary Clinton dichiarò di voler instaurare una nuova relazione con la Fratellanza, la quale aveva ed ha “un impatto significativo e crescente sull’Islam in America”10, tanto che il 10 gennaio 2012 il portavoce dell’organizzazione, Ahmed Sobea, ha dato ufficialmente notizia di un colloquio di esponenti della Fratellanza con William Burns, numero due del Dipartimento di Stato, e con l’assistente segretario Jeff Feltman. Parlando agli studenti della Georgetown University, i membri della delegazione hanno detto: “Siamo qui perché riconosciamo il ruolo davvero importante degli Stati Uniti nel mondo e vorremmo che le nostre relazioni con loro fossero migliori di quanto lo sono ora. I nostri principi sono universali: libertà, diritti umani, giustizia per tutti”11.

D’altra parte i Fratelli Musulmani sembrano aver avuto da tempo un rapporto piuttosto stretto con l’Inghilterra. A Londra infatti il fuoruscito tunisino Rashid al-Ghannushi ha fondato Al-Nahda; a Londra risiede Tariq Ramadan12, nipote del fondatore dell’organizzazione e consigliere del governo britannico per le questioni relative all’estremismo islamico; Londra fu scelta come luogo d’esilio dal multimilionario Khayrat al-Shater, designato dai Fratelli come candidato per le presidenziali egiziane, il quale “ha incontrato Hillary Clinton, decine di politici, diplomatici e finanzieri di Wall Street”13.

Sulla stessa lunghezza d’onda dei Fratelli Musulmani si colloca l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), la forza turca di governo che da un lato cerca di conciliare l’identità islamica con la democrazia liberale e l’appartenenza al blocco occidentale, mentre dall’altro mira ad attribuire alla Turchia una funzione egemone nell’area che appartenne all’Impero ottomano. Nel progetto “neoottomano” che ne risulta, però, il ruolo regionale della Turchia a guida demoislamica sembra condannato a rimanere strumentalmente inserito nella strategia atlantista di dominio mediterraneo – come dimostrato dalla complicità turca con l’eversione libica e siriana – e quindi ad esplicarsi nella forma di un deuteragonismo subordinato ai disegni d’Oltreoceano. Non solo, ma la scelta turca di incoraggiare i fermenti “primaverili” del mondo arabo rischierebbe di creare una collisione con la Russia e con l’Iran, rovinando tutto il lavoro fatto dai politici di Ankara per stabilire buone relazioni con queste due potenze. Finché la Turchia non si deciderà a tagliare il nodo che la tiene vincolata all’Alleanza Atlantica (e all’entità sionista), il “neoottomanesimo” sarà soltanto una caricaturale parodia di quella funzione imperiale che invece potrebbe essere svolta nell’area mediterranea da una Turchia solidale con le potenze eurasiatiche.

Analogo discorso vale per il mondo musulmano di lingua araba, che le centrali della sovversione settaria vorrebbero allontanare dal suo modello tradizionale, per vincolarlo, in un’unione innaturale, al modello di democrazia liberale proposto dall’Occidente come il solo possibile e pensabile. La scelta che si impone ad Arabi e Turchi è dunque la stessa: o con l’Eurasia o con l’Occidente.

 

 

NOTE:

1. Nicholas Spykman, The Geography of Peace, Harcourt Brace, New York 1944, p. 43.

2. François Thual, La planète émiettée. Morceler et lotir: une nouvelle art de dominer, Arléa, Paris 2002, p. 124; ed. it. Il mondo fatto a pezzi, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008, p. 92.

3. U.S. groups Helped Nurture Arab Uprising, “The New York Times”, 15 aprile 2011.

4. New Generation of Advocates: Empowering Civil Society in Egypt, dal sito di Freedom House (www.freedomhouse.org).

5. www.ned.org

6. Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.A., Alpine Studio 2012, p. 282.

7. Alfredo Macchi, op. cit., p. 208.

8. Olivier Roy, Généalogie de l’islamisme, Hachette, Paris 2001, p. 10.

9. “Quelli che oggi si chiamano Fratelli Musulmani? [...] Sono servi dell’imperialismo. Sono la destra reazionaria, i nemici del progresso, del socialismo e dell’Unità araba. Sono un mucchio di teppisti, bugiardi, sporcaccioni, fumatori di hashish, ubriaconi, vigliacchi, delinquenti. Ecco chi sono i Fratelli Musulmani. Tutto ciò ha fatto di loro i servi dell’America. Chi apparteneva alla fazione dei Fratelli Musulmani, oggi si vergogna a dirlo. Sono diventati qualcosa di marcio, di sporco, di detestato in tutto il mondo arabo e in tutto il mondo musulmano” (Christian Bouchet, Islamisme, Pardès, Puiseaux 2002, p. 77).

10. Karim Mezran, La Fratellanza musulmana negli Stati Uniti, in: I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo, a cura di Massimo Campanini, Karim Mezran, UTET, Torino 2010, p. 195.

11. Daniele Raineri, Vecchia spia al Cairo. Fratelli musulmani in tour in America per convincere Washington. Il salafita fuori gara, “Il Foglio quotidiano”, 10 aprile 2012.

12. Si veda Intervista a Tariq Ramadan, a cura di C. Mutti, “Eurasia”, n. 1/2010.

13. Cecilia Zecchinelli, Il milionario islamico che vuole guidare l’Egitto, “Corriere della Sera”, 2 aprile 2012.

Un Commento a “Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente”

  • Bravo Lino. Bravo per aver sintetizzato in maniera efficacemente sincronica elementi storici – taluni in ombra – che fanno del Mediterraneo il fulcro delle strategie geo-politiche da sempre. E, poi, bravo per aver posto l’accento sul fatto che volenti o nolenti ottomani e arabi saranno costretti a dover scegliere ancora una volta a chi dover prestare il fianco per i massacri (quelli ahinoi già avvenuti e quell iche si profilano al prossimo orizzonte). In definitiva sarei ingenuamente curioso di sapere cosa farebbero queste popolazioni se non vi fossero gli interessi di chi li strattona da un lato o dall’altro. Io sono per la storia che ammette ipotesi: quindi se ognuno di noi avesse un amico in ognuna di quelle nazioni, sarebbe singolare conoscere la sua versione…almeno per capire un “libero” eurasiatico o mediterraneo come la vede.

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