Apriamo il discorso con un omaggio fotografico ai minatori delle Asturie e a tutto il movimento spagnolo che, come i greci, insegnano il modo con cui si deve rispondere alla guerra di classe dei criminali maltusiani che puntano a genocidi biologici e sociali sotto una dittatura mondiale.
Ci sono le condizioni, oggi più che mai,per l’offensiva internazional-socialista. Ci sono gli indignati, la gioventù di Francia, Grecia, Chicago, Cile. Gli indignados sono arrivati fino in Israele. Andiamo a a dare un saluto solidarista agli indignati di questo mondo e ai nuovi movimenti della gioventù che hanno lanciato una lotta contro i mille demoni, i mezzi di comunicazione, la repressione, lo sfruttamento. In questo senso il capo dello Stato (Hugo Chavez) ha dichiarato che i popoli del mondo “hanno dentro ciò che qualcuno chiamava pulsione eroica. Oggi, senza trionfalismo e con umiltà, possiamo dire che l’America Latina e i suoi governi progressisti sono l’avanguardia dell’umanità”. Alla chiusura del XVIII Foro di San Paulo (vertice dei partiti di sinistra latinoamericani), i partiti politici, i movimenti sociali e le organizzazioni della sinistra mondiale dichiarano concordemente il 24 luglio “Giorno della Solidarietà Mondiale con la Rivoluzione Bolivariana”. (Dichiarazione del XVIII Foro di San Paulo)
A Genova, per il G8, assolto il capobanda degli aguzzini, ignorato il mandante dell’uccisione degli ultimi brandelli di democrazia e di Carlo Giuliani, gratificati di un buffetto e di remunerativi contratti con società di sicurezza private i Gestapo in piazza, chiusi in carcere per anni coloro che difendevano il diritto e si battevano contro i criminali di guerra e contro l’umanità. Un piccolo passo per lo Stato di polizia, un grande passo per gli schiavisti del Terzo Millennio, così inaugurato.
Non solo Berlusconi e Monti.
“Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell’esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della
televisione” .(Pier Paolo Pasolini).
La questione è che i fascisti sono un problema solo laddove l’antifascismo reale è morto. E un antifascismo che si sveglia solo quando c’è un raduno di fasci per protestare è un antifascismo dimezzato. Da sempre i fascisti cercano di mimetizzarsi, perchè se affermassero apertamente lo schifo della loro ideologia verrebbero respinti da tutti. Il programma di Sansepolcro era quasi di sinistra, Mussolini si riempiva la bocca ad ogni discorso dell’Italia proletaria vs le plutocrazie, gli stessi nazisti avevano una bandiera che è evidentemente uno scimmiottamento della bandiera rossa, e mettevano persino nel nome la parola socialista. Dal ’68 ad oggi non si contano i movimenti rossobruni (nazimaoisti, terza posizione, ecc.ecc.). La differenza qual è tra oggi e ieri? Che ieri chi andava in piazza, a sinistra, non lo faceva perchè era di moda, ma perché ci credeva e quindi sapeva cosa sono i fascisti, e se i nazimaoisti solo si sognavano di accodarsi a un corteo di sinistra prendevano tante di quelle mazzate che gli passava la voglia per sempre. Oggi dov’è la sinistra? Non c’è più, e quindi nessuno esprime solidarietà antimperialista alla Siria, al di fuori della rete, e nel mondo reale alle manifestazioni chi può cacciare i fascisti, che sono la maggioranza? Nessuno. Ma la colpa non è dei fascisti, è dei sedicenti comunisti, che sono peggio dei fascisti, supportando attivamente l’imperialismo della Nato. Sono peggio per lo stesso motivo per cui per il nemico è più prezioso un traditore, che ti pugnala alle spalle, di un suo soldato, che ti sta di fronte, e quindi lo puoi combattere ad armi pari. (Contributo di Amaryllide al mio blog)
Suffragi. Universali?
Le elezioni non te le fanno vincere più. Possibile che i risultati elettorali rovesciati nel loro contrario nella più Grande Democrazia del Mondo, in occasione del Bush Primo e del Bush Secondo, non ci abbiano convinto che la sinistra, che sia rossa, rosa, o grigia, non andrà mai più al potere dove il potere sia stato sequestrato dalle élites del pensiero unico e della globalizzazione capital-imperialista? Il campanello d’allarme non è stato suonato a stormo dagli insediamenti farseschi di fantocci del colonialismo come Djndjic in Serbia, il narcoterrorista Thaci in Kosovo, il narcopetroliere Karzai in Afghanistan, il tagliagole islamista Al Maliki in Iraq, l’ultrà islamista Morzi in Egitto, lo spione Jibril a Tripoli? Se non sono delinquenti non li vogliamo. Primo, ce li sentiamo affini, secondo, con tutti quegli scheletri nell’armadio, la catena dei ricatti s’allunga. E i colpi di Stato attuati in Honduras e Paraguay e ripetutamente tentati in Bolivia, Ecuador, Venezuela, non hanno cancellato o provato a cancellare risultati elettorali sgraditi ai signori delle banche, del complesso militar-industriale, e degli integralismi religiosi alleati? Trionfi elettorali resi possibili da uragani di masse in lotta di lunga durata. C’è, a monte, il dominio assoluto di questa associazione a delinquere planetaria sui mezzi d’informazione e sulla produzione „culturale“ che, in partenza, annulla il libero arbitrio e la presa di conoscenza-coscienza delle masse. Bambini resi succubi, ignoranti e immaturi fin dal primo giorno di un sistema scolastico menomato e pervertito in gerarchia aziendal-militare. C’è, a metà strada, la compravendita dei voti, il ricatto del voto utile (sempre al padrone), il clientelismo alimentato dalla miseria indotta ad arte, gli strepitosi premi di maggioranza che riducono le opposizioni a decorazione murale. E ci sono, a valle, i brogli.
Quanto a noi, nessuno ha mai voluto andare a fondo delle „stranezze“ verificatesi nel 2006, quando Prodi stava a 10 punti di vantaggio il giorno prima e prevalse per un rotto della cuffia, abilmente allestito per una sollecita crisi, e nella notte impenetrabile del viminale i conteggi si bloccarono. Del resto neanche i vincitori defraudati da Bush e da quattro giudici complici sollevarono qualcosa di più di un ciglio. Il sistema Giano bifronte, dei partiti intercambiabili da finto conflitto, dei parenti-serpenti, va salvaguardato.
Libia: habemus homunculum nostrum
E oggi siamo alle farse del Messico e della Libia, entrambi paesi desovranizzati, destatizzati, ricuperati all’olocausto neoliberista, maciullati con bombe e narcoindustria. Elezioni, quelle libiche, che, per i latrati di cancellerie e media, hanno restituito il paese alla democrazia, dopo la liquidazione dell’esempio intollerabile di democrazia diretta e di prosperità, e l‘avvertimento sul corpo di Gheddafi a chiunque dovesse deviare dal percorso stabilito dalla Cupola. Elezioni tenute sguazzando in un oceano di sangue, alimentato da un terrorismo che massacra altri terroristi, in un paese frantumato e divorato dai signori della guerra Al Qaida, utilizzati ovunque, dalla Somalia al Pakistan, laddove si tratti di disintegrare nazioni, dove le milizie tengono sotto tiro o nelle carceri della tortura chiunque non si venda al nuovo assetto. Sono 11 milioni i libici. Secondo le consuete proporzioni tra popolazione e titolati al voto, avrebbero dovuto essere registrati almeno 7 milioni, più 2 milioni di immigrati con diritto di cittadinanza. Ne sono stati ammessi al voto appena 2, 8 milioni, di cui meno della metà è poi andata alle urne. Chiunque fosse considerato, o realisticamente, o abusivamente, „gheddafiano“ è stato escluso. Cioè la stragrande maggioranza del popolo. E‘ la democrazia, cretino! Ed è anche una splendida conferma di cosa pensino di passato e presente queste genti liberate dalla „comunità internazionale“ messa su dai necrofori Usa, supportati dai garanti dei diritti umani petromonarchici. Meno male che c’è, sul „manifesto“, il buon pacificone Tommaso di Francesco, il quale depreca le tante vittime civili (quelle in uniforme dell’esercito libico, no) e il modo ancor l’offende con cui è stato „allontanato, dopo 42 anni, il tiranno libico“ . Lui ne avrebbe usato un altro di modi, ma sempre allontanato avrebbe dovuto essere, checchè ne pensasse il popolo libico. Lui, Francesco e Hillary, la sapevano più lunga sul „tiranno“ da „allontanare“. I limiti dell’intelligenza, gli abissi di ignoranza, la presunzione eurocentrica, gridano davvero vendetta.
In campo gli emuli di Pizarro e Cortes, dei generali Custer e Kesselring, hanno saggiamente distribuito l’incarico di amministrare la nuova colonia a fantocci equivalenti e intercambiabili. Da un lato la maschera laica dell’Alleanza delle Forze Nazionali di Mahmud Jibril, che pare aver prevalso. Dall’altro, i rassicuranti „moderati“ della Fratellanza Musulmana nel Partito „Giustizia e Ricostruzione“ (nome effettivo „o Sharìa o morte“), con aggregati i salafiti di al Qaida sotto Abdelhakim Belhadj, fondatore di Al Qaida in Libia e fornitore di mercenari ai “giovani rivoluzionari“ allevati o importati in Siria. Jibril è il fiduciario Usa, formatosi nelle cellule Cia delle università di Pittsburgh e confermatosi affidabile quando, sottobanco e poi scoperto e bloccato da Gheddafi, brigava con le multinazionali e la City di Londra per agevolarne la depredazione del proprio paese. I Fratelli hanno dato buona prova di proconsolato coloniale infiltrando e sabotando le primavere arabe in Egitto e Tunisia, fino a sottrarre, in Egitto, il diritto al ballottaggio del candidato nasseriano e progressista, Amdin Sabbahi, uomo di Piazza Tahrir. E, in Tunisia, pilotando al potere il dirittoumanista Cia, Moncef Marzuki. Costui ha subito dato prova della sua affidabilità, estradando ai carnefici libici Baghdadi al Mahmudi, premier libico e integerrimo difensore della patria al tempo della Libia libera. Rinchiuso in carcere, picchiato, torturato, con davanti la prospettiva della fine di Saddam o di Gheddafi, nessuno dei dirittoumanisti di complemento Nato ha fiatato. Trattasi del sigillo umanitario alla giovane democrazia libica.
Non restava che allestire, per le elezioni, un meccanismo che impedisse qualsiasi sbavatura: 80 seggi a priori assicurati ai bravi e buoni partiti politici, 120, la maggioranza assoluta, a candidati „indipendenti“, ancora più bravi e buoni perchè opportunamente selezionati da boss tribali e dallo sponsor esterno della neodemocrazia. Non è l’unico meccanismo atto alla bisogna. C‘era quello ottimale, messo in atto da noi con l’affettuosa definizione di “porcellum“, ora messo a rischio dall’imperversare di Grillo (lo urla il golpista sul Colle, dominus della Procura di Palermo che si azzarda a incastrare l’amico Mancino, già ministro di polizia con le stragi) che, primo con il 20%, minaccia di beccarsi il 55% dei seggi. Altri inghippi antidemocratici, tutti finalizzati a estrarre col forpice dalle urne un consenso gradito, sono al momento discussi nella greppia parlamentare. Vincerà il più farabutto e famelico, ma andrà bene anche ai sodali, avversari comprensivi.
Messico e nuvole. Nerissime.
Nel 2001, per dare un po‘ di respiro all’arrugginito ed eccessivamente screditato Partito Rivoluzionario Istituzionale, al governo per 70 anni, e massimo spurgo della corruzione capitalista a partire dall’accordo di libero scambio (NAFTA) tra lo zerbino Messico e Usa e Canada, che vi si strofinavano le scarpe, vien fatto vincere il Partito d’Azione Nazionale (PAN). Un partito di estrema destra, privo degli occasionali ma fastidiosi singulti nazionalistici del PRI, con Vicente Fox, uomo-Coca Cola e, quindi, burattino più amerikano di tutti gli amerikani, chiamato a portare a compimento con mezzi forti la manomorta imperialista sul paese „tanto lontano da dio, tanto vicino agli Stati Uniti“. Nel 2006, in quella che è stata una frode elettorale consentita immensa dall’ormai abitudine ai brogli, questo cialtrone atteggiato a gaucho passava il testimone all’omologo nell’oligarchia miliardaria messicana, Felipe Calderon. Un milione di voti fu trafugato dallo „sconfitto“ (per un ufficiale meno 0,5%), ma effettivo vincitore, della sinistra (Partito Democratico Rivoluzionario), Andres Manuel Lopez Obrador, Amlo, e trasferito da una combriccola di giudici al candidato che „doveva vincere“. Il riconteggio chiesto da Amlo e da milioni, accampati per mesi in Piazza dello Zocalo (modello per le Primavere arabe), fu fatto su una percentuale ridicolmente ridotta delle schede e i risultati… non vennero mai resi pubblici. Collaborò a questo esito, per quanto ormai divenuto monumento di cartapesta di se stesso, il subcomandante della „non violenza“ e del „disinteresse per il potere“, „tanto sono tutti uguali“. Più che contrastare l’avvento del narcosgherro neoliberista e sguattero di Washington, Marcos si mise a girare il paese, con i soliti mezzucci, atteggiamenti e presenze demagogico-folkloristiche, in moto, a cavallo (col deltaplano?), accanendosi su Lopez Obrador, „uguale a tutti“. L’aveva già fatto con Fidel, Chavez, Morales…
Se avesse vinto Obrador, non sarebbe stato il Palazzo d’Inverno, indispensabile ai nostri rivoluzionari da guanciale, ma l’uscita dal NAFTA e l’ingresso nell’ALBA. Qualcosa di meno quanto a delocalizzazioni di multinazionali Usa per il più spietato sfruttamento di operaie e operai dei due continenti; qualcosa di più per bloccare il ruolo del Messico di piattaforma di sbarco della droga colombiana ai mercati e alle banche del più grande consumatore e incassatore del mondo; qualcosa di meglio per i campesinos del Chiapas, estromessi dalla soia agrocombustibile, dopo i 12 inutili e chiacchieroni anni di Marcos; qualcosa di alternativo alla desertificazione ambientale, alla rapina di terre; la difesa ad oltranza delle industrie e die servizi nazionali, a partire dall’ente petrolifero. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità.
Ci ho bazzicato, nel Messico di Felipe Calderon. Ho viaggiato sui treni su cui ogni anno 600mila migranti da tutto il continente tentano di arrabattarsi, tra maras giovanili che li depredano e uccidono, poliziotti che li sequestrano e chiedono riscatti ai famigliari, narcos che „o ci fai da sicario, o ti finiamo qui“. Quasi la metà scompare per sempre. Sul Rio Bravo, le forze mercenarie o volontarie di Obama li prendono a fucilate. Ho percorso le vie e piazze di Oaxaca, con le donne reduci da quella che, nel 2006 innescata da insegnanti, fu la più grande rivolta di massa di uno Stato della Federazione e che le donne vide protagoniste. Come succede quasi ovunque, ove non si alzino, anzichè le pietre, le mani (come, tra le migliaia che si battevano contro la ferocia poliziesca a Madrid, quelle brave personcine che alzavano le mani e gridavano „pace“. E ne beccavano di più, senza ricambiare con danno alcuno). A Chihuaha, Ciudad Juarez, al confine con gli Usa, o a Cancun e nel Chiapas, strisciando lungo i muri nel coprifuoco decretato dai narcos, ho visto la semina di cadaveri decapitati e di donne sequestrate, violentate, uccise, il femminicidio. Guerra di classe che si avvale di un narcotraffico armato, guidato e protetto dalla complicità dei regimi di Città del Messico e di Washington, e da una militarizzazione che pretende di contrastare i boss e le loro armate, ma che serve a reprimere ogni fremito di classe, anche solo antiliberista. E ho letto, nei giornali Usa, ciò che qui nessuno può leggere, che una delle più grosse banche americane, la Wachovia, sotto gli occhi benevoli delle autorità antidroga, ha riciclato nei paradisi fiscali e qua e là centinaia di milioni di narcodollari, in fruttifera intesa con quelli di Sinaloa. Dicono che è solo la punta dell’iceberg.
65mila morti ammazzati con armi che all‘80% sono di provenienza Usa, 65mila ne sono state sequestrate. Magistrati Usa fuori controllo, nell’indagine chiamata „Fast and Furious“, hanno scoperto un traffico d’armi dalle agenzie di sicurezza Usa ai boss e Obama, a conferma, ha subito vietato la diffusione dei risultati. Questo hanno all’attivo i 6 anni di Calderon, e una devastazione senza pari dell’ambiente naturale ad opera di giganti delle miniere e dell’agrobusiness, una liquidazione, da far impallidire la Fornero, dei diritti
minimi del lavoratore e del cittadino, la decostruzione sistematica dell’istruzione pubblica, la progressiva privatizzazione di tutto, a cominciare dall’ente petrolifero nazionale Pemex, che il neoeletto promette di completare. Il Messico come laboratorio dell’impero, dove si fa con il machete quello che da noi, fino all’arrivo della mannaia Monti, si faceva con la lametta da rasoio. Un simbolo: la tortilla di mais, prodotto alimentare fondamentale di una coltivazione originaria e già egemone nel continente, resa inaccessibile perchè i sussidi degli Usa ai propri farmers tolgono di mezzo il mais messicano. Lo vuole il Nafta, ora perfezionato nel Plan Merida, che riprende il Plan Colombia, che riprende altri piani della schiavizzazione USA-UE del lavoro, dell’economia e dell‘ambiente latinoamericani. Trattati di libero scambio, cioè di libero assoggettamento all’altrui sovranità, respinti dalla maggioranza dei paesi latinoamericani, sotto l’impulso di Hugo Chavez, al memorabile vertice del Mar del Plata del 2005. Obama ha iniziato a recuperare con i colpi di Stato in Honduras e Paraguay e spargendo 77 basi militari per Sud e Centro America e Caraibi.
In questa specie di Shoah strisciante, accanto ai miliziani dei cartelli in competizione tra loro – Sinaloa il più grosso e intoccabile, sicuro della protezione Usa, gli Zeta, composti da teste di cuoio istruite negli Usa, dalla ferocia che compete con quella degli islamisti Nato in Libia e Siria, altri minori, utili al terrore capillare e il rapporto do ut des con burocrati e poteri trascurati dai cartelli maggiori – muoiono a migliaia civili, presi nel fuoco incrociato tra killer in uniforme e killer incapucciati, oppure disintegrati dalle raffiche
in un supermercato a caso. Così, tanto perchè non ci si muova troppo. L’eccidio di donne sequestrate e uccise nasce dal consumo che ne fanno la tratta, i boss e sicari, le autorità, politiche, giudiziarie, poliziesche, tutte colluse (il 92% dei fatti di sangue resta impunito, addirittura nemmeno indagato). Nasce sopratutto da una guerra di classe della cima della piramide contro quello che si sa essere il nodo indispensabile del tessuto sociale da disfare. Il Messico, gli zapatisti autentici del Chiapas e di tanti altri Stati, le maestranze nel mattatoio delle maquiladoras ststaunitensi, giovani di scuole e università, i quartieri e centri abitati non domati, alla faccia di un blindato o un boss a ogni angolo, i non arresi delle insurrezioni di Atenco e Oaxaca, hanno per protagoniste tante donne. Nell’organizzazione, nella mobilitazione, nella creatività alternativa, nello scontro di piazza. Conosco militanti delle associazioni di difesa e giustizia contro il femminicidio cui hanno rapito e ucciso la figlia, che hanno organizzato presidi davanti a tribunali muti e sordi, che sono state a loro volta sparate, sorelle, madri, figlie che ne hanno preso il posto e che si sono viste la casa bruciata, altre figlie sequestrate…E stanno sempre lì.
E sono state tra i più fertili semi del grande movimento di denuncia e di lotta che ha accompagnato la truffaldina operazione di continuismo allestita dai padroni coloniali puntando sul ritorno del PRI con il nuovo ciambellano Enrique Pena Nieto, virgulto liscio e belloccio di una delle famiglie dell’oligarchia vendipatria e filo-Usa, già governatore-Torquemada nell’Oaxaca dell’insurrezione. Consapevoli di aver sorvolato sul taglio degli ormeggi dall’ammiraglia yankee, operato da gran parte dell’America Latina, per inconsulta fiducia in anacronistiche e spente rappresentanze locali, in Messico gli Usa sono passati dai rozzi panisti ai più esperti, radicati, meglio vestiti priisti. Come dire, mutatis mutandis, da Berlusconi a Monti.
Per la controffensiva nel resto dell’America Latina, hanno ritenuto utilizzabile una combinazione tra l’Operazione Condor dei Kissinger-Videla-Pinochet e l’Operazione Alba dell‘Odissea degli Obama-Cameron-SarkozyHollande-emiri del Golfo. In entrambi i casi, la gerarchia vaticana offre il valore aggiunto della benedizione. Brutali colpi di Stato in paesi che insistono ancora a “sbagliare” le elezioni, destabilizzazioni alla Bengasi o Homs attraverso la sollecitazione di appetiti di soldo e dominio in minoranze da “proteggere”,
inclini al leghismo e al corporativismo economico o etnico: terratenientes separatisti, indios impegnati nel particolarismo più retrivo e poliziotti felloni, in Bolivia, Ecuador, Nicaragua, manipolazioni elettorali con finti leader progressisti in Perù, Salvador, o con la reinstallazione dei gorilla di vecchi genocidi in Guatemala, Cile, Honduras. Camionisti e magnati agrari nell’Argentina dei Kirchner. Quanto al Venezuela, osso durissimo che minaccia di diventare infrangibile alle elezioni presidenziali di ottobre (e lì la sinistra vince dimostrando al mondo come si garantiscono libere elezioni), ci si va giù più duri. Una maremoto di propaganda sulle nequizie totalitarie di Chavez, un costante lavoro di infiltrazione e corrosione delle ONG occidentali, capeggiate dagli umanitaristi Cia di USAID (di cui i paesi dell’ALBA chiedono l’espulsione), tonnellate di biglietti verdi versati su un’opposizione senza capi ne code. Ma sopratutto la riattivazione degli squadroni della morte colombiani a cervello israeliano, sia per il magnicidio, sia per la destabilizzazione terroristica delle regioni di confine, sia per l’aggressione militare, là dove i marines preferiscono starsene al largo.
Clinton-Bush, quanto è umano lei!
Un asterisco. A Haiti vivono in baracche di pezza e cartone, o sotto stracci di tende, 500mila superstiti del terremoto che ne ha uccisi 300mila. La disoccupazione è al 90%, le più voraci Ong del mondo infieriscono. E il loro lavoro, come quello degli investitori in depredazioni agrarie e in villaggi vacanze, va premiato con un trattamento degno di tanta collaborazione umanitaria. Ce n’erano di poveretti tra questi „volontari“, lamentatisi che, per la scarsità di ricezione alberghiera, avevano dovuto passare la notte in due nella stessa stanza. I 100 milioni e passa offerti tra le fanfare mondiali alla resurrezione del popolo haitiano dal Fondo Clinton Bush Haiti, sono finiti in megaprogetti immobiliari, tra i quali interventi di punta sono alberghi a
cinque stelle, da piazzare in terreni valorizzati perchè risanati dal verminaio di baracche e tende nelle aree più preziose. Capofila degli investimenti umanitari Clinto-Bush, l’hotel Royal Oasis che sarà gestito dalla catena spagnola „Occidental Hotels &Camp; Resorts“. Se la ridono i mandanti di coloro che il terremoto l’hanno osservato, o fatto. Come all’Aquila. Globalizzazione.
In Messico, per le presidenziali che dovevano liquidare una volta per sempre Obrador e l’Alleanza di tre partiti progressisti e rimettere al suo posto storico il PRI, si sono messi in opera tutti gli arnesi del falso elettorale. Con una spudoratezza che indica in quale conto le oligarchie dell’Occidente e dei paesi assoggettati tengano diritto, democrazia, sovranità popolare. Ma dal corpo sempre vivo di una nazione che s’inventò, con Emiliano Zapata, la prima rivoluzione socialista del secolo scorso, ancora una volta sono usciti dei formidabili anticorpi. Per tutta la durata della frode elettorale sono stati i gli studenti di „Yo soy 132“, io sono il 132esimo, a gettare il sale sulla coda del frodatori, finendo con lo smuovere centinaia di migliaia di persone e confermando ancora una volta che, nella nuova architettura delle classi, sono sempre più gli studenti a costituire l’avanguardia rivoluzionaria. I giovani sono diventati una categoria politica, anche perché, tra precari e disoccupati, sono la maggioranza viva, vispa e bastonata. L’11 maggio 2012, Enrique Peña Nieto era invitato a un incontro presso l’Universidad Iberoamericana, università privata di Città del Messico, durante il quale è stato contestato da 131 studenti riguardo la gestione del caso Atenco durante il suo mandato come Governatore del Stato del Messico. Il candidato ha risposto agli studenti: « [...] ho preso la decisione d’utilizzare la forze di polizia per ristabilire l’ordine, sfortunatamente si sono verificati alcuni incidenti che sono stati tuttavia debitamente sanzionati [...] è stata una decisione che mi assumo personalmente [...] seguendo il legittimo diritto dello stato del Messico a fare uso della forza pubblica e questa decisione e’ stata validata dalla corte suprema [...]. » La sua risposta infiammò gli studenti che hanno iniziato a cantare “Atenco non si dimentica” e hanno costretto Peña Nieto a ritirarsi in un bagno e lasciare l’università da un’uscita posteriore. Da quel giorno i giovani del movimento si sono tutti chiamati “il 132°.
Lo scatto iniziale è stata la vergognosa faziosità pro-Enrique e le diffamazioni di Amlo da parte del bicefalo monopolio mediatico Televisa e TVAtzteca, di cui si scoprirono illegali elargizioni di milioni di dollari da parte del PRI. Il botto successivo sarebbe stato sufficiente, anche senza brogli, per incenerire l’intero voto. Il PRI aveva regalato milioni di carte di credito per supermercati, con una cifra sufficiente a contrastare l’inedia degli strati popolari per qualche giorno. Sarebbero state attivate a vittoria conseguita. Un ulteriore prova, grottesca, ne venne quando migliaia di messicani, saggiamente non fidandosi della correttezza del più corrotto partito delle Americhe, a elezioni concluse si precipitarono a comprare cibo nel timore che la carte venissero o fossero state già cancellate. Poi le frodi: schede prevotate consegnate a elettori che le avrebbero dovuto sostituire nell’urna alle schede consegnate al seggio le quali ultime, intonse, dovevano essere riportate all’origine in cambio di 10 dollari; centinaia di seggi, a cui per legge viene assegnato un numero fisso di schede, a conteggi effettuati ne fecero uscire un sacco di più, ovviamente tutte per Enrique; iscrizione nei registri elettorali negata a decine di migliaia di indigeni e campesinos. E via truffando.
Da questo trasparente e pedante esercizio di democrazia uscivano Enrique Pena Neta col 38,2% e Lopez Obrador con il 31,6%. Stavolta il divario doveva essere superiore a quello 0,5% del 2006, troppo suscettibile di verifiche demolitrici. Anche stavolta, su richiesta di Obrador, entrava in campo l’Istituto Elettorale Federale, quello dei maneggi occulti dell’altra volta, e accettava di fare due riconteggi di una modesta quantità di schede. Il responso è scontato. Il PRI non avrebbe speso decine di milioni di dollari (USA) per imbrogliare il colto e l’inclita, se non avesse potuto fidarsi dell’IEF. Un membro di questo, disgustato dai procedimenti, si è dimesso e ha dichiarato: “Ci sono stati corruzione e falsificazione su vasta scala”. Non per nulla l’esperto Obama era il primo a congratularsi col vincitore. Trafelato si fece sotto anche Terzi, ancor prima che i risultati fossero stati dichiarati. Il nostro ministro degli esteri, in brodo di giuggiole all’ombra di Obama, era serenamente inconsapevole, come molti dei suoi colleghi e come, purtroppo, anche alcuni saputelli tra noi, che sono gli Stati Uniti, causato il nostro e il loro disastro e importato il loro da noi, a condurre una guerra alla morte contro Euro ed Europa, a partire dai paesi “bassi”, quelli del Mediterraneo. Qui li assistono, accanto alla filiale BCE del Fondo Monetario Internazionale, anche certi nordeuropei che si pensano colonelli sotto il feldmaresciallo nero. La declassazione operata a cascata contro i paesi deboli europei dalle privatissime agenzie di valutazione (rating), tentacoli della piovra Usa annidata nella Cupola, ne è la prova provata. Quanto all’automutilarsi degli europei “forti”, non fecero così anche tagliandosi la gamba jugoslava?
Il Messico è il laboratorio dell’Impero per come si deve affrontare una popolazione irrequieta, dal glorioso passato di lotta e dalla coscienza vivida. Deve sperimentare il totalitarismo neoliberista con la militarizzazione (50mila effettivi e decine di migliaia di poliziotti, più la guida delle Forze Speciali Usa), vendere e privatizzare ogni cosa, essere terra di rapina per le multinazionali, mantenere l’opinione pubblica del 99% in un terrore paralizzante, garantire quel flusso di droga dalla Colombia, attraverso i paesi normalizzati del Centroamerica, fino ai consumatori allevati nel Nord, tra loft e Bronx, nelle banche e nell’economia Usa che ne traggono un terzo dei loro introiti. Il Messico è per il traffico di cocaina e metamfetamine dalla Colombia, quello che il Kosovo è per l’eroina originata sotto tutela Usa nell’Afghanistan. La droga è per la militarizzazione interna, quello che gli autoprodotti 11/9 e seguenti, fino alla recente strage dei 200 di Tremseh in Siria, fatta dai terroristi mercenari e attribuita da tutti ad Assad, sono per le guerre d’attacco e la fascistizzazione interna dell’Occidente. Cui prodest?
Quello che ora il passato di Pena Nieto ci dice è che avremo un Messico ancora più stravolto dal narcotraffico, governato attraverso i cartelli dalla DEA e dalla CIA, più militari verranno collocati nelle strade, più spazio ai boss e alla guerra tra quelli più efficienti e fidati e quelli meno, invasione delle cavallette di Wall Street, privatizzazioni a gogò, latifondisti in espansione, un trionfo del turbo-neoliberismo e del ruolo del Messico come piede di porco per scardinare i riottosi del Sud. Già, perché il Messico si è tenuto per ora fuori dal contesto e dagli obiettivi dei paesi latinoamericani in progresso, o in rivoluzione. Privato dagli Usa a metà Ottocento di metà del suo territorio nazionale, ha sempre guardato più a Nord che a Sud. Anche un po’ per demerito del subcomandante ad eternum, che non ha mai voluto spendere una parola, che non fosse di sprezzo, per le lotte, le rotture, i tentativi, dei fratelli del Cono Sud. Questo strabismo va corretto: le forze storiche presenti in Messico e che hanno profonde affinità con gli eversori latinoamerican, sono numerose e attive. Si colleghino ai compagni latinoamericani, nei progetti, nella solidarietà, nelle campagne, nell’organizzazione. Ora poi che sulla scena è comparso l’unificante movimento del 132esimo e ha innescato moti popolari di portata nazionale, 50mila allo Zocalo nelle ore dopo l’annuncio dei risultati, c’è da sperare che al settennio del nuovo pupazzo Usa per un mandato tranquillo non bastino i pilastri esercito, cartelli della droga, magistratura, polizia, teste di cuoio Usa e israeliane, coccole delle gerarchie cattoliche ed evangeliche. E che al settimo anno neppure ci arrivi. C’è un limite alla sopportazione del terrore. Come si vede in questo film.
Noi verso il baratro, la Siria verso la guerra totale?
Non ha limiti, come la mortifera palude Stigia nell’Ade, la miseria di coloro che si affannano ad accreditare qualsiasi bufala stellare ci venga propinata – e planetarizzata dall’osso sacro mediatico a cavallo delle deiezioni imperialiste – da quel campione di trasparenza, affidabilità e correttezza comunicativa che è il consesso di venduti arraffoni del CNS, frustati dal pitbull Nato Erdogan, o dai torturatori professionisti scaturiti dalla covata dei democratici possidenti del Golfo. Alcuni, a copertura delle loro balle, si spingono fino a ingiuriare chi si permette, in omaggio a un obsoleto valore di obiettività, di ascoltare anche la voce dell’altro, di Satana, o perfino di dar fede alla propria esperienza diretta e di quella dei pochi giornalisti occidentali e dei tanti russi e del Sud del mondo, che rovesciano la vulgata ufficiale nel suo contrario. Arriva al sublime nell’inversione dei termini vero falso un Carneade, tale Germano Monti, trotzkoide, già capo di un gruppo di filopalestinesi romani, caro al satrapo del Qatar. Se la prende con chiunque, compreso me e Giulietto Chiesa, non suoni la tromba Nato, definisce con aggraziata virulenza il presidente che ha il consenso di due terzi del popolo siriano, ma indirizza il ventilatore particolarmente carico contro Marinella Correggia, anatemizzata come sodale di rossobruni e fasulloni vari di estrema destra che, cazzi loro, manifestano per Assad. Marinella, che non è solita redigere analisi o valutazioni politiche, neppure in difesa di Assad, compie però il peccato mortale di prendere con le pinze una per una i comunicati di media e „ribelli“ – bombardamenti, stragi di civili, video taroccati, manifestazioni contro Assad, dichiarazioni – di metterli sul vetrino e osservarli al microscopio elettronico, per poi venirsene fuori con una precisa, articolata e documentata confutazione. Il migliore degli smerdamenti dei falsari. Questo, che strappa al tipo le penne sgargianti del moralista dirittoumanista e filopalestinese, non può che essere contrastato che facendo delle ingiurie la copertura alla propria coscienza imbrattata.
La Cia possiede tutti quelli di importanza nei media maggiori (William Colby, ex-direttore Cia)
Quanto agli avvenimenti, visto lo spappolarsi sempre più spettacolare degli sterotipi eterni della propaganda imperialista, anzichè imboccare una strada meno scombinata, o farsi venire qualche ideuzza nuova, questi si incaponiscono a ripetere e aumentare le provocazioni terroristiche. Chè, alla fine, a Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Israele, gli parta la ciabatta e si avventino sulla Siria, o permettano a Kofi Annan di buttare la già lisa maschera del mediatore e dire: ora basta, ONU vai alla guerra. E così, dopo Hula e altre stragi minori, visto che si è dimostrato che erano opera degli islamisti, ecco, in vista del solito appuntamento „decisivo“ del Consiglio di Sicurezza, l’apocalisse di Tremseh, con 200 morti (o 120?), secondo i media Nato provocata, come a Hula, dalle bombe e dall’artiglieria di Assad. Replica scadente. A Hula le vittime erano state sgozzate. Qui i satelliti hanno subito osservato che non ci sono stati velivoli che bombardavano. Le vittime sono civili, massacrati da una banda islamista penetrata nel villaggio, che si sapeva lealista, e miliziani di questa banda, colpiti quando l’esercito è intervenuto a difesa della popolazione. Sono caduti anche tre soldati. Decine di terroristi sono stati catturati e presentati agli osservatori ONU.Tutto questo è stato raccontato dagli abitanti del centro, sia alla televisione siriana, che ne ha dato conto, sia alle emittenti del Golfo e occidentali che lo hanno soppresso, sia agli osservatori ONU, che per ora si stanno barcamenando.
Sbrindellandosi anche questa patacca mostruosa, come quella di Hula, si è cercato di rimediare. La toppa è stata peggio del buco: lo spaventoso arsenale di armi chimiche che avrebbe accumulato Assad e che il „dittatore criminale“ potrebbe scatenare sulla propria gente, o farsi sottrarre da gruppi incontrollati, per la quale evenienza si ventila un atto salvifico di Israele. Detto dopo le „armi di distruzione di massa di Saddam“, e detto da chi irradia con uranio, fosforo, gas CS, Monsanto e farmaci eugenetici, popoli e manifestanti, c’è da chiedersi che razza di idioti sfornino le scuole di intossicazione Cia e Mossad.
In più, uno che da 12 anni governa un paese laico, rispettoso delle pluralità etniche e confessionali, che ha retto all’ininterotto urto delle guerre lampo e di quelle striscianti israeliane, in Siria come in Libano, che ora ha anche dato al paese una costituzione democratica e ha ottenuto il consenso della sua gente in elezioni regolari, e che, da 17 mesi, si deve difendere da fanatismi e bellicosità messi in campo dai governi più reazionari del mondo, uno così va a macellare il suo popolo e a offrire al nemico ecatombi da fotografare e far girare per le menti decerebrate di sinistre e destre in Occidente? E a proposito di elezioni, avete sentito che eco assordante hanno prodotto le poche elezioni che ancora, in paesi fuori dalle grinfie della Cupola, si svolgono secondo l’antico criterio „un uomo un voto“? Come quelle, appunto, del 7 maggio in Siria, con nove partiti e la vittoria del fronte nazionale progressista e laico, che, con grave imbarazzo per i democratici veri, gli osservatori hanno dovuto giudicare regolari.
Ha fatto una riunione a Ginevra, lo stormo di avvoltoi Occidente-Golfo, quello che a terra manda avanti i ratti (chiedo scusa a quegli animali). C’erano tutti gli interessati, salvo un paese che, secondo Hillary, non c’entra niente: l’Iran. Si distragga dal sospetto che la liquidazione della Siria serva a divorare il Libano, a cancellare l’Iran (escluso il suo petrolio) ad assediare la Russia. Dopodichè il commesso viaggiatore imperiale, Annan, da Damasco ha detto a russi e cinesi, ostinati nell’opporsi a crimini di guerra e contro l’umanità, che l’incontro con Assad era stato fruttifero, ma, bachettato subito dalla Clinton e dagli emiri, si è rivolto dall’altra parte e a ha corretto: „E‘ Assad che viola gli accordi di pace“, punto. Già, quell’Assad che dai primi giorni della rivolta nel marzo 2011 ha accolto una dopo l’altra le richieste dell’opposizione: libere manifestazioni pacifiche, abolizione della legge d’emergenza imposta per 40 anni dall’aggressività internazionale, la cittadinanza a 150mila curdi venuti da altre regioni del Kurdistan, una legge sui media a garanzia di libertà d’espressione e pluralismo e con rottura del monopolio di Stato, la nuova costituzione per la quale molti in Occidente potrebbero leccarsi i baffi e che è stata approvata dall‘89%, la fine del ruolo centrale del Baath, le libere elezioni amministrative e legislative con nuovi partiti d‘opposizione, i ripetuti cessate il fuoco e le infinite offerte di dialogo, sempre bruciate all’istante dall’opposizione. Cos’altro doveva fare, sant’uomo? Ma nulla di tutto questo è trapelato, mentre del fantoccio a capo del CNS, o del primo tagliagole colombiano o libico della Free Syrian Army, si diffonde ai quattro venti ogni pigolio. Di quelli che eccitano il chicchiricchi „filopalestinese“.
Nel frattempo alla Siria arrivano armi per difendersi e la flotta russa naviga verso la Siria. Se Putin ha deciso questo, potrebbe sembrare che l’ora X si avvicini. E qui non si riesce a mettere in piedi uno straccio di manifestazione per la libertà della Siria, la complicità del regime in tutte le sue sfaccettature di destra e sinistra, contro la Nato e le dittature, reazionarie o „democratiche“, in servizio permanente effettivo. Con servizio d’ordine che pensi, lui, ai saprofiti fascisti e parafascisti.
************************************************************************************************************ Da Beppe Grillo. Cose di destra? O cose che non dice più la sinistra? Ammirate almeno la sintesi. Io ci metterei otto pagine, pure nebulose. Poi sulle confuse basi ideologiche e sul suo ducismo nel Movimento 5 Stelle si può discutere…
Rigor Montis è diventato presidente del Consiglio l’undici novembre del 2011, ufficialmente per salvare l’Italia dal fallimento. Da allora il debito pubblico è passato da 1.905 miliardi a 1.948 miliardi (dato di aprile), la disoccupazione giovanile ha raggiunto il record di 34,2%, il PIL calerà nell’anno del 2,4% (ma le previsioni più realistiche sono di meno 3%), la richiesta di mutui per la casa è dimezzata, meno 47%. La “mission” di Rigor Montis era la diminuzione dello spread, per questo ha introdotto l’IMU, alzato le tasse, tagliato la Sanità, la Giustizia, persino gli uffici postali di circa un migliaio, cancellato l’articolo 18. Lo spread non si è accorto di questo grande impegno e oggi è salito a quota 480 insieme al declassamento dei titoli pubblici a Baa2 da A3, a due soli passi dalla valutazione di titoli “junk”, spazzatura. Otto mesi di tasse, disoccupazione, diespropri fiscali dei patrimoni privati per tornare al punto di partenza con un Paese più in ginocchio di prima. In un’azienda privata un successo di questa natura porterebbe al defenestramento dell’amministratore con un calcio nel culo. Rigor Montis è volato nell’Idaho, terra ancestrale dei Piedi Neri, per rassicurare la finanza internazionale. La crisi non può essere risolta con il dogma della crescita, peraltro resa impossibile dal pauroso carico fiscale che blocca le spese e gli investimenti. Ci stiamo impiccando. Tra un anno, con questa politica recessiva, che ha la sua stella cometa nello spread e nella diminuzione dell’interesse sul debito pubblico, tutti gli indici economici saranno peggiorati, con l’unico risultato di aver impoverito ancora di più questa Nazione. Nella discesa agli inferi, i Caronte, Berlusconi e Bersani, coloro che ci hanno traghettato nell’abisso di un enorme debito pubblico, ci danno lezioni e si propongono al governo nel 2013 come salvatori. Oltre al danno, anche la beffa. I cialtroni tornano sempre sul luogo del disastro. Ci vediamo in Parlamento. Sarà un piacere. Ps: Il governo Monti ha prestato i soldi alle banche italiane attraverso la BCE per far comprare i nostri titoli pubblici dei quali istituzioni e banche estere volevano disfarsi. L’operazione, ovviamente, è stata pagata dagli italiani con tasse e tagli.








































Fulvio Grimaldi,un altro “comunista”? con culett..no al caldo alla giulietto Chiesa,che chiama fascista chiunque senza sapere cosa è stato veramente il fascismo.Mentre invece distorce alle grande la realtà del comunismo,con i suoi decine di milioni di morti.Come di dice,è facile essere froc.. con il cul.. degli altri.
Luca, dico a te, omonimo con cui non ho nulla in comune a parte il nome. Prima di sparlare di uno come Fulvio Grimaldi, fai un millesimo dei chilometri che ha fatto lui, Leggiti la sua biografia e impara a rispettare uno dei pochissimi grandi giornalisti e inviati di guerra di questo disgraziato paese. Un uomo vero, che racconta quello che vede e dice quello che pensa. Informati prima di sparare a casaccio. Ignorante.
Ho letto molte delle sue interviste,e sinceramente lo trovo abbastanza ripetitivo e dice cose abbastanza scontate che ormai sono alquanto di moda.Sul fronte politico poi ha un miopismo e una distorsione dei fatti storici che parlano da soli.
uno che scrive cose del genere “La questione è che i fascisti sono un problema solo laddove l’antifascismo reale è morto. E un antifascismo che si sveglia solo quando c’è un raduno di fasci per protestare è un antifascismo dimezzato. Da sempre i fascisti cercano di mimetizzarsi, perchè se affermassero apertamente lo schifo della loro ideologia verrebbero respinti da tutti. Il programma di Sansepolcro era quasi di sinistra, Mussolini si riempiva la bocca ad ogni discorso dell’Italia proletaria vs le plutocrazie, gli stessi nazisti avevano una bandiera che è evidentemente uno scimmiottamento della bandiera rossa, e mettevano persino nel nome la parola socialista” beh purtroppo questa gente di storia non sa niente,ne ha mai vissuto in un paese ex URSS dove gli posso raccontare un pò com’era il comunismo reale,altro che le cazzate alla piazza san giovanni del 1 maggio.
perfettamente d’accordo con il Luca che critica Grimaldi per l’infilare la parola fascista ovunque e fuori contesto. L’Italia è sotto vigilanza dei cosiddetti antifascisti da decenni e questi sono i risultati. La finanza ringrazia
dimenticavo, senza omettere che proprio i cosiddetti antifascisti sono quelli che fanno i presidi per chiedere la no fly zone prima per la Libia ora per la Siria.Saranno anche anti fascisti ma antiimperialisti per niente
Aderisci a un’deologia che ha diversi risvolti abominevoli, che ti portano a tirare conclusioni ben lontane dalla realtà effettiva(non tutte: anche se per via diversa, concordo in diverse cose che affermi). Ti riconosco, però, che il tuo pensiero poggia su basi per te effettive e, come tale meritevole di rispetto, sopratutto perché frutto di elaborazioni personali e non di puri indottrinamenti