Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo. (G.Orwell)
Fonte: http://miccolismauro.wordpress.com
Articolo di Mauro Miccolis
Ogni governo può creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare le proprie necessità di spesa ed il potere d’acquisto dei consumatori (Abraham Lincoln, XVI presidente degli Stati Uniti)
Lo scopo di questo post è quello di spiegare come una banda di banchieri, riuniti in società più o meno segrete come il Bilderberg, utilizzando uno schema ripetitivo, distruggono le democrazie del mondo, per appropriarsi dei loro beni pubblici ed avere il pieno controllo dell’economia mondiale.
L’arma che questa banda di banchieri utilizza per derubare il mondo non è una bomba atomica, anche se è ugualmente letale, ma un’ideologia : il Liberismo.
Come potete leggere su Wikipedia, il liberismo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall’economia (perciò un’economia liberista è un’economia di mercato solo temperata da interventi esterni); Il liberismo fu abbozzato durante la Rivoluzione Francese, si sviluppò ampiamente nel corso dell’Illuminismo scozzese e all’interno della scuola detta “fisiocratica”, ma trovò forse la sua formulazione più compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo, spinto dalla rivoluzione industriale, dagli studi di Adam Smith.Entrato in difficoltà in seguito alla crisi del 1929 e al diffondersi delle teorie keynesiane e più in generale con il diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo,intorno al 1980, (neoliberismo) in seguito all’affermazione della globalizzazione e – ancor più – con la rinascita della cosiddetta Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni,Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek).
Il liberismo afferma la tendenza del mercato (la mano invisibile) ad evolvere spontaneamente verso la struttura più efficiente possibile, che è poi il “mondo migliore” sia per il produttore che per il consumatore. Quindi, per il liberismo il sistema-mercato tende verso una situazione di ordine crescente.
Cosa è successo tra il 1980 e il 1995 in Italia:
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Eliminazione della moneta di stato.Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito e ucciso il 9 maggio successivo da appartenenti al gruppo terrorista denominato Brigate Rosse; subito dopo l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato.
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Lo Stato soccombe al capitale.Nel luglio 1981 iniziava, dieci anni fa, un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, infatti, il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’ Italia: una “separazione dei beni” che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo.Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Subito dopo esplodeva il debito pubblico Italiano.
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I sindacati dalla parte dei padroni.La Marcia dei 4000 Quadri Fiat: è una manifestazione svoltasi a Torino il 14 ottobre 1980. Migliaia di impiegati e quadri della FIAT scesero in piazza per protestare contro le violente forme di picchettaggio che impedivano loro di entrare in fabbrica a lavorare, da ormai 35 giorni. La manifestazione, secondo l’analisi di molti storici, segnò un punto di svolta nelle relazioni sindacali: il sindacato a breve capitolò e chiuse con un accordo favorevole alla Fiat la vertenza, iniziando una progressiva perdita di potere ed influenza che si protrasse per tutti gli anni ottanta non solo in Fiat ma nel paese.
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Congelamento dei salari. Tra il 1984 e il 1992, è abrogata la scala mobile: i governi di Bettino Craxi e Giuliano Amato, con l’accordo degli stessi sindacati; giustificarono l’abrogazione sostenendo che aveva generato un circolo vizioso che contribuiva una continua crescita dell’inflazione. In realtà la scala mobile era uno strumento economico di politica dei salari, volto ad indicizzare automaticamente i salari all’inflazione e all’aumento del costo della vita secondo un indice dei prezzi al consumo. Era cioè uno strumento utile al fine di mantenere inalterato il salario reale dei lavoratori, e dunque il loro potere di acquisto; entrava in azione se l’inflazione cresceva; mentre Craxi, Amato, e i sindacati (e tutta la stampa nazionale) sostenevano che era la scala mobile a creare inflazione, un poco come dire che viene a piovere se esci con l’ombrello. Ludwig von Mises (definito l’incontrastato decano della scuola austriaca economica) sosteneva che, poiché l’aumento salariale non comportava una variazione della base monetaria ma soltanto una riduzione dell’utile delle imprese, che veniva redistribuito ai lavoratori, sia da escludere un legame tra scala mobile e inflazione.
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Studio di una Strategia per una privatizzazione selvaggia: II 2 giugno 1992 si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del Governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri o direttori generali nei Governi Amato, Dini, Ciampi, Prodi, D’Alema (ma anche Berlusconi, per quanto riguarda la centrale figura di Mario Draghi). Oggetto di discussione: le privatizzazioni. Questa riunione si tenne a bordo del panfilo della Corona inglese, il “Britannia”in navigazione lungo le coste siciliane.In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani. La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti. Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Tutto era pronto e favorevole, bisognava solo trovare un pretesto per convincere l’opinione pubblica italiana che fosse necessario privatizzare. Il pretesto lo crea ad arte George Soros.
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Attacco speculativo alla Lira:L’attacco speculativo del settembre 1992, condotto da George Soros, portò ad una svalutazione della lira del 30% ed al prosciugamento delle riserve della Banca d’Italia, che fu costretta a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare l’attacco speculativo. La crisi portò anche allo scioglimento del Sistema Monetario Europeo. A seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, la privatizzazione,delle aziende italiane, sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all’incontro del Britannia avevano già ottenuto l’autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori. Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.
Quindi dal 1980, vediamo un vero e proprio attacco allo Stato italiano, supportato dall’interno da personalità di spicco del mondo economico e politico (del Centro-Sinistra) italiano, molti dei quali ancora in carica. Il Centro Sinistra italiano dal 1997 al 2000 stabilisce il record europeo di privatizzazioni di aziende statali (battendo persino l’Inghilterra patria del liberismo). Quindi qui in Italia, abbiamo una sinistra che per più di mezzo secolo in Tv e sui giornali,ci ha raccontato una politica basata sulla solidarietà sociale, sul mondo del lavoro, sui diritti dei cittadini, mentre al parlamento e sui panfili dei reali Inglesi studiavano il modo su come far arricchire pochi privati,distruggendo la nostra economia e svendendo nostri diritti.
- La sostenibilità del debito pubblico in Italia (dall’Unità a oggi): una verifica dei modelli di Luigi Pasinetti e Sylos Labini
- ll divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991 di Nino Andreatta
- L’Italia della “Liretta”: sfatare il mito
- Come è stata svenduta l’Italia
- Due procure indagano su Soros:I procuratori Guerriero e Martellino hanno accolto le indicazioni dell’esposto del Movimento Solidarietà.Un segnale di resistenza al liberismo
- Moneta Nostra di Marco Saba, Prefazione di G.M. Lolli Ghetti
- La “destra” è stupida di Gianfranco La Grassa
































Questa è storia, grazie di cuore x l’illuminazione che non è mai troppa. Cordialmente marcos
.. e sapete chi vuole che si chiuda l’ILVA di taranto? proprio lui ..il presidente del WWF,il marito della Sbetta, se chiude l’ILVA ,l’italia è costretta comprare l’acciaio dai paesi Anglosassoni, che possa crepare mentre si trova in ospedale e che la sua amara metà lo possa seguire all’inferno .
Ottima la rappresentazione dei fatti.
Non per niente, c’è un’immagine di sua maestà Elisabetta II d’ Inghilterra.
Consiglio di leggere il libro di Giovanni Fasanella e M.J. Cereghino :
- Il Golpe Inglese.
Dove, dai documenti decriptati del MI6 britannico, si evince palesemente l’attività steganocratica della GB nei confronti dell’Italia.
E pensare che ce la prendiamo sempre con i soliti Yankees !
Perfetti, scritto e filmato. Da far circolare il più possibile.
Grazie.
Ottimo articolo da farcircolare perche’ e’ indispensabile che la gente prenda coscienza.
Faccio notare che nelle televisioni, tutti i giorni ci mostrano le immagini della stampa di biglietti da 50 Euro (plichi di fogli-risme per l’esattezza-) che vanno sotto una taglierina elettronica.
Ora viene mostrato a tutti che gli Euro vengono stampati.
Poi ci viene detto che lo Stato Italiano non li puo’ stampare (solo la zecca puo’ stamparemonete metalliche) .
La Banca d’Italia non le puo’ stampare perche’ creano inflazione.
La Banca Centrale Europea non le puo’ stampare per i noti vincoli.
Domanda chi puo’ stampare moneta Euro?
Se qualcuno la puo’ stampare, con quali criteri lo fa?
Siamo un popolo bue ed e’ giusto essere trattati come tale.
D’altra parte quelli che fra di noi sono vecchi, fra un po’ devono morire.
Quelli che sono giovani hanno altro perla testa.
Quelli in eta’ media, hanno ben altri problemi….
Sfoghiamoci sui blog, e facciamo come il cinese che si siede in RIVA al fiume ed aspetta di vedere passare il cadavere del suo nemico.
Siamo sul Titanic e forse la cosa migliore da fare e’ proprio ballare e cantare, se poi possiamo farci qualche DOSE di qualsiasi cosa, magari e’ ancora meglio…cosi’ arriveremo STRAFATTI..
Speriamo che al momento dell’affondamento di trovare la gamba di qualche TECNICO cui aggrapparci…
Tanto moriremo comunque .
Saluti Giovanni.
Dopo averci rubato il petrolio e gas libici, il petrolio iraniano, fra non molto saremo obbligati a lasciare il Gas russo. Poi l’Italia senza energia sarà azzoppata e diventerà definitivamente preda dei globalisti anglousraeliani e francesi. Sarà una landa di miseria diffusa. Allora il saccheggio sarà compiuto definitivamente ed in Italia diventeremo solerti dipendenti delle banche e delle multinazionali che si saranno prese tutto. A meno che gli angli non collassino prima per causa loro, visto che sperare in un ravvedimento degli italiani appare altamente improbabile.
Oppure possiamo fare la nostra parte e tagliare le gambe alla cricca che ci governa, non importa se dall’italia, da altri stati o dall’inferno, connetterci con le nostre capacita’ di sopravvivenza, di collaborazione e di coscienza critica e morale ed allontanarci da questa miseria scegliendo di costruire qualcosa di meglio.
Non e’ utopia, in tante parti del mondo lo stanno facendo.
E’ un fenomeno che si estende a macchia di leopardo e che va’ avanti per contagio e, ne sono convinta, e’ inarrestabile.
Ricordiamoci quello che accadde tra il 1978 ed il 1980. Tutto il resto è andato in caduta libera. Grazie ancora a Lino per il servizio che rende con questo sito
QUANDO IL GOVERNATORE PAOLO BAFFI TENTO’ INVANO DI IMPEDIRE A BELZEBU’ LA SVENDITA DELLA SOVRANITA’ NAZIONALE
«Chi ha salvato la Banca d’Italia in quei difficili frangenti è stato Giulio Andreotti». Giuseppe Guarino, 88 anni, docente universitario e avvocato, ministro delle Finanze nel governo Fanfani del 1987 e dell’Industria nel governo Amato del 1992, legato alla Banca d’Italia dal 1960 come consulente e poi come componente del collegio sindacale, non ha paura di mettere in crisi le ricostruzioni storiche di una brutta vicenda. Tra il 1978 e il 1980 alcuni magistrati lanciarono un attacco mirato al cuore della Banca d’Italia e in particolare al governatore di allora Paolo Baffi e al vicedirettore generale Mario Sarcinelli, responsabile della vigilanza sulle banche.
Antonio Alibrandi e Luciano Infelisi li accusarono di aver chiuso gli occhi sui prestiti concessi al gruppo chimico Sir di Nino Rovelli dall’Imi e dal Credito industriale sardo, due banche specializzate nei finanziamenti all’industria. In realtà dietro quelle accuse si celava l’obiettivo di fermare un’istituzione e i due uomini coraggiosi che la guidavano. Perché erano loro a ostacolare i disegni criminali di Michele Sindona, di Roberto Calvi e del suo Banco ambrosiano, dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Camillo e Francesco Bellavista) impegnati nella spoliazione dell’Iccri.
E chi proteggeva Sindona, Calvi, i Caltagirone? Andreotti. Con il fido Franco Evangelisti che veniva mandato in avanscoperta a verificare quali possibilità esistevano di conciliare i desideri degli “amici” con il rispetto delle regole. Andreotti era, ed è, considerato Belzebù, tutore d’interessi illeciti, spesso di origine malavitosa e spesso con agganci misteriosi alla finanza vaticana.
Fin qui la “saggezza convenzionale”. Proprio in questi giorni è stato pubblicato un volume patrocinato dalla Cgil: In difesa dello stato, al servizio del paese, curato da Giuseppe Amari della Fondazione Di Vittorio, che racconta le battaglie di Baffi e Sarcinelli, ma anche di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore delle banche di Sindona assassinato da un killer assoldato dal finanziere siciliano, di Silvio Novembre, l’ufficiale della Guardia di finanza braccio destro di Ambrosoli, e di Tina Anselmi, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2. Guarino ha contribuito con una testimonianza inedita abbastanza sorprendente.
Il professore racconta di quando fu coinvolto informalmente nella difesa di Baffi e Sarcinelli. E arriva al 5 aprile 1979, giorno in cui Alibrandi concesse a Sarcinelli, che era stato arrestato, la libertà provvisoria. «Libertà sì, ma intrisa di veleno – nota Guarino –. Il giudice aveva concesso la libertà provvisoria. Ma avrebbe disposto la sospensione dai pubblici uffici. La misura riguardava formalmente Sarcinelli, ma colpiva anche Baffi, le cui imputazioni erano identiche a quelle di Sarcinelli. Il governatore veniva di fatto delegittimato. La reazione pubblica, quella dei circoli accademici, dei più autorevoli quotidiani, delle più accreditate istituzioni finanziarie fu d’indignazione e sconcerto. Alibrandi, con pervicacia e assoluta sconsideratezza, minava l’autorità e il prestigio della banca centrale e del suo governatore, nello stesso momento in cui Baffi, con piena delega del governo, rappresentava il paese nella difficile trattativa avente ad oggetto il Sistema monetario europeo (Sme), preludio della costituenda Unione monetaria. Baffi trattava direttamente, in nome dell’Italia con capi di stato e di governo, oltre che con banchieri centrali. Godeva della più alta considerazione».
Il ministro del Tesoro era Filippo Maria Pandolfi (dc) che difese sempre con fermezza la Banca d’Italia. Guarino tuttavia capì che non sarebbe bastato il soccorso di Pandolfi per uscire da quella situazione pericolosa. Tommaso Morlino, un altro dc che era ministro della Giustizia, suggerì ad Andreotti di esaminare personalmente il caso. E il presidente accettò il consiglio: nel giro di tre ore incontrò di persona Nino Andreatta, l’economista che allora era responsabile economico della dc, Sarcinelli, Baffi e infine lo stesso Guarino, tutti riuniti, tra un incontro e l’altro, nello studio del professore di piazza Borghese.
«Uscito dal colloquio con Andreotti – racconta il professore – Andreatta mi chiamò: “Quel serpente (testuale!) mi ha convinto che, nei limiti dei suoi poteri, non vi è nulla che possa fare”». Poi fu la volta di Sarcinelli e Baffi: entrambi tornarono scuri in volto. «Un’ombra di tristezza profonda – ricorda Guarino – oscurava il suo (di Baffi, ndr) volto, già di per sé severo».
A quel punto toccava al professore che non si era mai trovato a tu per tu con Andreotti. Che esordì: «Ci dica lei cosa possiamo fare. Ci stiamo girando attorno, ma non riusciamo a trovare la soluzione». Guarino rispose in modo diretto, rischiando d’irritare il suo interlocutore. «L’attacco alla Banca d’Italia – disse – viene fatto risalire a tre ispiratori, se non propriamente mandanti, Rovelli, Gelli, Sindona. Lei è al governo da sempre. Ha conosciuto ed è dovuto venire a contatto con tutti. Lei viene comunemente indicato come referente politico dei tre personaggi».
«Lei, presidente – proseguì Guarino –, può non aver presente che il 3 giugno prossimo si terranno le elezioni politiche. Il 31 maggio si terrà l’assemblea generale della Banca d’Italia. In quel giorno, conoscendo Baffi, sono certo che il governatore, ove non veda seduto accanto a sé anche Sarcinelli al tavolo del direttorio, darà le dimissioni in assemblea. E con lui tutto il direttorio. Lei, preso da altri e non meno gravi problemi politici, può aver sottovalutato l’impatto della questione sull’opinione pubblica. La sensazione che sia in atto una vera e propria aggressione, di origine oscura, nei confronti dell’Istituto è diffusa. Baffi è persona dai costumi integerrimi. La Banca d’Italia, da Stringher in poi, gode di un prestigio massimo in Italia e anche tra le istituzioni finanziarie internazionali. Né Baffi potrebbe non dare le dimissioni perché l’interdizione dai pubblici uffici disposta dal giudice per Sarcinelli, in modo indiretto ma certo, colpisce anche Baffi. I riflessi delle dimissioni date dal direttorio in assemblea sarebbero non inferiori a quelle dell’affaire Dreyfus nella Francia ottocentesca. Lei ne subirebbe il riflesso nelle elezioni. Un risultato negativo potrebbe compromettere tutto il suo futuro politico».
Anziché mettere alla porta l’interlocutore, Andreotti domandò: «E Ciampi?». Carlo Azeglio Ciampi, a quel tempo, era direttore generale della Banca d’Italia. Se non avesse dato le dimissioni e avesse accettato di subentrare a Baffi come governatore – annota Guarino – la questione sarebbe svanita e la Banca sarebbe tornata alla normalità.
Guarino rispose deciso: «Credo di conoscere bene Ciampi. Se Baffi si dimettesse in assemblea, seduta stante lo farebbe anche Ciampi». Il senso di quella frase era chiaro: Alibrandi doveva revocare, subito, il provvedimento d’interdizione dagli uffici pubblici. Già, ma come si sarebbe potuto ottenere quel risultato? Guarino non fu in grado di dare consigli. Andreotti lo congedò dandogli appuntamento per la mattina successiva nel suo studio privato.
Fu un breve incontro. Andreotti disse: «Si può fare». E in effetti Alibrandi il 4 maggio revocò il provvedimento d’interdizione. Come aveva fatto a convincere il giudice? Guarino lo seppe solo molti anni dopo. «Gli telefonai direttamente», rivelò il presidente. È così che Guarino arriva alla sua conclusione: «Chi ha salvato la Banca d’Italia in quei difficili frangenti è stato Andreotti». Con il quale lo stesso Guarino rimase in rapporti di consuetudine che portarono anche alla sua candidatura alle elezioni europee nelle liste della Dc nel 1983.
L’avvocato rivela anche che, quando Baffi presentò le dimissioni, il direttorio propose all’unanimità il suo nome per l’incarico di direttore generale al fianco di Ciampi. «Il governo andò in diverso avviso», scrive oggi Guarino. Francesco Cossiga, presidente del Consiglio dopo Andreotti, era stato suo assistente all’università di Sassari.
Ciampi manifesta la sua gratitudine a Guarino nel suo recente Da Livorno al Quirinale, scritto con Arrigo Levi: «Se la soluzione fu \ trovata – racconta Ciampi – bisogna darne merito all’abilità di Giuseppe Guarino, non solo grande giurista, ma da sempre vicino alla Banca, al quale sono sempre stato molto grato, soprattutto per la Banca». Nello stesso volume Ciampi conferma che a precisa domanda del segretario generale di Palazzo Chigi («Se Baffi si dimette perché non accettiamo il reintegro di Sarcinelli lei che fa?») rispose: «Mi dimetto anch’io».
Dunque fu Andreotti a impedire una crisi istituzionale che avrebbe potuto avere conseguenze devastanti, anche in termini di tenuta dell’Italia sui mercati finanziari internazionali? Probabilmente sì, anche se rimane il fondato sospetto che Andreotti sia comunque stato un protagonista in negativo della vicenda in quanto “protettore” della finanza deviata di Sindona, di Calvi, dei Caltagirone. Le manovre raccontate da Baffi nei suoi diari e da Sarcinelli nei suoi interrogatori, le innumerevoli testimonianze sui rapporti esistenti tra la corrente del leader democristiano e quegli ambienti economici non lasciano molti dubbi. Il 28 febbraio del 1990, a una commemorazione di Sandro Pertini davanti al parlamento riunito in seduta plenaria, Andreotti rivelò di aver proposto al presidente della Repubblica di nominare «un illustre bancario» (Baffi, ndr) senatore a vita. Pertini gli avrebbe risposto: «Non era con me quando lottavamo contro il fascismo». Erano passati pochi mesi dalla pubblicazione postuma dei diari di Baffi, affidati al giornalista Massimo Riva. Andreotti non nominò l’ex-governatore, lo qualificò come “bancario” e gli affibbiò, ricordando le parole di Pertini, la patente di fascista.
Guarino però è convinto del contrario. «Non era Andreotti che tirava le fila di quella macchinazione – dice al Sole 24 Ore –. Lui ha fatto la sua parte: non si sottrasse alle sue responsabilità e decise che cosa bisognava fare». La cautela peraltro è d’obbligo. Perché tra le caratteristiche di Belzebù spicca la doppiezza: aver “salvato” la Banca d’Italia dopo averla picconata non basta per ottenere la beatificazione.
La storia e i protagonisti
L’attacco alla Banca d’Italia partì il 24 marzo 1979, lo stesso giorno in cui morì il leader del partito repubblicano Ugo La Malfa. Il vicedirettore generale Mario Sarcinelli fu arrestato. Il governatore Paolo Baffi non subì l’onta dell’arresto e del carcere solo perché aveva 68 anni. Entrambi furono poi prosciolti, con la formula più ampia, soltanto due anni dopo. Per quella vicenda, di fatto, furono costretti a lasciare la Banca d’Italia.
I magistrati. Furono il giudice istruttore Antonio Alibrandi (nella foto a lato) e il pm Luciano Infelisi (in basso) a emettere i provvedimenti. Baffi e Sarcinelli erano accusati d’interessi privati in atti d’ufficio e di favoreggiamento personale per i finanziamenti concessi da Imi e Cis alla Sir di Nino Rovelli. Entrambi i magistrati erano vicini alla destra.
Scoppia il caso
I banchieri. In quei mesi era in atto un tentativo di salvataggio dello scricchiolante impero di Michele Sindona (nella foto a lato). La Banca d’Italia si opponeva alle scorciatoie suggerite dalla politica. Inoltre cominciava a indagare sulle oscure attività di Roberto Calvi (a lato) e del Banco ambrosiano. Sullo sfondo tramavano i poteri oscuri della loggia massonica deviata P2.
Sullo sfondo poteri oscuri
I politici. L’economista Nino Andreatta (a lato) era responsabile economico della Dc mentre Filippo Maria Pandolfi (sotto) era ministro del Tesoro. Entrambi presero pubblicamente posizione a favore di Bankitalia. Nei giorni dell’attacco anche la comunità degli economisti, guidata da Sergio Steve, si schierò con una dichiarazione di stima per Baffi e per Sarcinelli. Alcuni di loro furono interrogati dai giudici.
di Orazio Carabini 14 novembre 2010
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-11-14/quando-belzebu-chiamo-giudici-064001.shtml?uuid=AYtGJdjC#continue
26 luglio 1991
Il divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991
di Nino Andreatta
In questo testo, pubblicato il 26 luglio 1991dal Sole-24 Ore, Beniamino Andreatta analizzava, a distanza di dieci anni, la storica “separazione dei beni” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro avvenuta nel luglio del 1981. Nel finale dell’articolo, Andreatta rievocava anche la vicenda delle “comari”, lo scontro con il ministro delle Finanze socialista Rino Formica che nel 1982 portò alla crisi del Governo Spadolini.
Con l’ asta dei BoT del luglio 1981 iniziava, dieci anni fa, un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, infatti, il cosidetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’ Italia: una “separazione dei beni” che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo. Oggi la “separatezza” fra i poteri esecutivo, legislativo e monetario e’ chiamata a test ancora piu’ impegnativi, con gli impegni prossimi venturi in tema di unione monetaria e di vincoli al finanziamento e alla misura stessa del deficit di bilancio. Il Sole-24 Ore ha voluto ricordare, con gli scritti dei protagonisti e dei testimoni privilegiati del “divorzio” del 1981, uno spartiacque della politica economica degli anni 80. Con l’ augurio che questo decennio veda ulteriori progressi nella chiarezza dei ruoli e delle responsabilità.
Ero al ministero del Tesoro da poco piu’ di tre mesi, di cui due quasi integralmente occupati a rimettere in movimento il meccanismo delle nomine bancarie -nomine da ministro della Repubblica, senza condiscendenze alle pressioni dei partiti della maggioranza – quando dovetti valutare, con senso di urgenza, che la crisi del secondo shock petrolifero imponeva di essere affrontata con decisioni politiche mai tentate prima di allora. La propensione al risparmio finanziario degli italiani si stava proprio in quei mesi abbassando paurosamente e il valore dei cespiti reali – case e azioni- aumentava a un tasso del cento per cento all’ anno.
La soluzione classica sarebbe stata quella di una stretta del credito, accompagnata da una stretta fiscale, che, come nel 1975, avesse creato una recessione con una caduta di alcuni punti del prodotto interno lordo; ma l’ esperienza stessa degli anni 70 indicava due ordini di difficoltà:
a) la Banca d’ Italia aveva perduto il controllo dell’ offerta di moneta, fino a quando essa non fosse stata liberata dall’ obbligo di garantire il finanziamento del Tesoro;
b) il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dell’ accordo tra Confindustria e sindacati confederali proprio nei primi mesi del 1975, aveva talmente irrigidito la struttura dei prezzi, che, in presenza di un raddoppio del prezzo dell’ energia, anche una forte stretta da sola era impotente a impedire che un nuovo equilibrio potesse essere raggiunto senza un’ inflazione tale da riallineare prezzi e salari ai costi dell’ energia.
L’ imperativo era di cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall’ ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole. La nostra stessa presenza nello Sme era allora messa in pericolo (c’è da ricordare che il partito socialista si era astenuto quando il Parlamento voto’ nel 1978 sull’ adesione all’ accordo di cambio e che i ministri socialisti avevano di fatto un potere di veto sulla politica economica).
I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalita’ dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio”. Il termine intendeva sottolineare una discontinuità , un mutamento appunto di regime della politica economica; un’ analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, veniva ricordata come l’ agreement tra Tesoro e Fed. Nei limiti stretti delle mie competenze era invece mia intenzione sottolineare la novità, la rottura con il passato, quando poteva apparire “sedizioso” un comportamento della Banca che rifiutasse il finanziamento del fabbisogno pubblico per non creare base monetaria in eccesso.
Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle piu’ confortevoli abitudini del passato.
Per rafforzare l’ autonomia della Banca d’ Italia altre due questioni venivano affrontate in quella lettera:
1) costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali, nelle mie intenzioni destinato soprattutto per il debito pubblico a piu’ lunga scadenza;
2) una nuova regolamentazione dello scoperto del conto corrente di Tesoreria.
I tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d’ Italia preferi’ procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste. Facendo queste proposte era mia intenzione drammatizzare la separazione tra Banca e Tesoro per operare una disinflazione meno cruenta in termini di perdita di occupazione e di produzione, sostenuta dalla maggiore credibilita’ dell’ istituto di emissione una volta che esso fosse liberato dalla funzione di banchiere del Tesoro. Accarezzai anche l’ ipotesi di un rebasement della lira che avrebbe potuto essere sostituita da uno scudo
italiano, con parita’ uno a uno con l’ Ecu, e con l’ impegno unilaterale di mantenere nel tempo questa parita’ e approfondii l’ argomento in numerose conversazioni con Ortoli, allora vicepresidente della Commissione di Bruxelles. Il filo conduttore era lo stesso che ispiro’ il divorzio, quello, cioe’ , di facilitare la politica di stabilizzazione favorendo il formarsi di aspettative favorevoli da parte degli operatori che avrebbero agevolato la trasmissione sui prezzi della politica monetaria, minimizzando gli effetti negativi sui volumi.
Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all’ adesione allo Sme (di cui era un’ inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione.
Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.
Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato. Il bilancio di competenza del 1982 e’ la dimostrazione di questa nuova situazione: riuscii in pratica ad azzerare i fondi globali, cosa che non era successa prima ne’ successe dopo. Il saldo netto da finanziare del bilancio preventivo e il fabbisogno del consuntivo furono del 10% inferiore agli analoghi aggregati dell’ anno precedente, anche se poi la Tesoreria, caricata nel recente passato, provoco’ un volume eccezionalmente elevato di indebitamento.
Bisognava continuare a stringere le spese di competenza e nella preparazione del bilancio ‘ 83 si chiese al Parlamento una delega amplissima per affrontare con decreti delegati i nodi che il Parlamento stesso si dimostrava riluttante a sciogliere. Queste deleghe furono nell’ autunno rifiutate e, nel mezzo del turbamento che ne segui’ sui mercati finanziari, il collega Formica propose di rimborsare una quota soltanto del debito del Tesoro con una specie di concordato extragiudiziale. Risposi a rime baciate per sdrammatizzare il panico che ne sarebbe potuto seguire; e subito fu l’affare delle comari. Pochi mesi piu’ tardi, in analoghe circostanze, Jacques Delors riusci’ a sbarcare cinque ministri che avevano sostenuto – privatamente – la convenienza per la Francia di uscire dallo Sme. La stampa e i politici di casa nostra sembravano invece ignorare il baratro che avevamo sfiorato e ipocritamente si scandalizzarono per la forma delle mie risposte. Il divorzio aveva fatto la sua prima vittima ed era il suo autore; ma aveva dimostrato di funzionare. Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo’ ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa.
http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=891110&chId=30
Cortesemente quando si vogliono postare commenti di un certo peso, farlo frazionando il medesimo per non monopolizzare uno spazio comune. Non poniamo limiti confidando che sappiate comprenderne la motivazione. Grazie.
- Moderatore -
Chiedo venia al Moderatore. In realtà mi sarebbe piaciuto pubblicarlo questo articolo, visto che ho conosciuto personalmente Baffi; ed un giorno è venuto personamente a piedi a portare a casa mia un dolce siciliano per il Natale, a nome della moglie e dei figli.
Se vuole e me ne da dispensa lo inserisco nel sito a suo nome. Ovviamente facendo scomparire questa conversazione.
- Moderatore -
http://www.youtube.com/watch?v=5-Pb_LBpz48
Argomentare sempre il link rimesso, grazie.
- Moderatore -
Privatizzare le aziende pubbliche significa dare un enorme prodotto a chi ha enormi soldi. Non significa quindi dare in mano a imprenditori privati aziende pubbliche mal gestite, ma darle in mano a chi “ha i soldi”. Ora, questi personaggi investono soldi per avere, subito, più soldi e così hanno fatto un buon investimento, a loro non interessa nulla del futuro dell’azienda perché il loro obbiettivo è guadagnare tanto e subito! Diamo in mano aziende pubbliche decotte a imprenditori veri e vediamo come andrà a finire.
Dove erano gli operai di Taranto, i cittadini di Taranto, gli ambientalisti di Taranto, quando, Germania , Regno Unito, il Canada, Gli USA, bonificavano le loro acciairie e le mettevano in condizioni di non nuocere ?
“il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo,intorno al 1980, (neoliberismo) in seguito all’affermazione della globalizzazione e – ancor più – con la rinascita della cosiddetta Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni,Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek).”
signora forcheri, gentilmente potrebbe spiegarmi (anche in privato se vuole) che cosa c’entrano carl menger, von mises, bruno leoni, rothbard e hayek, con il neoliberismo, e tutti quei disastri che lo stato stesso con il potere della sua brutale coercizione ha prodotto all’interno della società civile, esautorandola dei suoi diritti naturali ed depredandola di tutte le sue ricchezze in favore di una oligarchia finanziaria della quale è diventata succube senza il consenso della società civile ormai ridotta in povertà coatta??????
dubito che lei abbia letto una sola riga delle opere dei suddetti economisti e giuristi da lei citati, probabilmente qualche riga letta di sfuggita non le ha dato modo di verificare che il libro era capovolto salvo drizzarlo nel verso giusto per leggere i nomi degli autori.
non mene voglia, signora ma oggi imperversa il delirio dell’informazione e spesso autorizza a citare argomenti e autori nei contesti sbagliati.
capisco di essere entrato nella tana dello statalismo. urtare discepoli ed epigoni che
venerano una apologia ormai evoluta nella religione più in voga del momento, che vede l’adorazione senza condizzioni dello stato onnipotente, è quantomeno dispettoso.
purtroppo mi è preso un incontenibile bisogno di darle un suggerimento, e badi bene non è ne un ordine nè uno scherno: provi a leggere le opere di quei signori che hanno speso la loro vita a spiegare l’economia come scienza sociale basata sulla indagine scientifica della azione umana e non come una scienza naturale come ancora oggi l’economia erroneamente insegnata pretende, e forse capirà che questi signori dicevano un’altra cosa e semmai potrebbe pure stralciare i loro nomi dalle sue prossime ammirevoli lezioni
…al dritto mi raccomando, scherzo si intende.
Ben detto Gastone.
Che commenti lunghi. Il fatto è che riconoscere la cosa non cambia un c…..o! Siamo fottuti di brutto. L’elite ha proprio ragione a sterminarci. Massa di percore di m….a!
Finisca questa tortura.
Tra un bicentenario di anni forse si intravederà una luce dal tunnel….
Forse….
Ma non sono troppo sicuro.
Prego per una catastrofe nucleare che non risparmi una molecola!! Il genere umano non merita di perpetuarsi in questa forma immonda!!!!
Volere é potere e non vale solo per i ricchi!
Essere positivi in questo momento storico é rilevante, avendo un suo peso sulla società umana non indifferente.
Ho fatto vedere il video ad un paio di persone “moderate” dichiaratamente di centro, non mi è ben chiaro se sinistra o destra ma, questo importa poco, il commento è stato: questi son fascisti con lo scopo di screditare la sinistra….
Cos’altro aggiungere? Mi vien da pensare che, ogni popolo ha il governo che si merita, espressione dello stesso.
Mi devo associare all´osservazione fatta da Gastone , per la quale la ” scuola austriaca” nel contesto dell´articolo, é stata citata a sproposito. Ciónondimeno, rimane il grande merito della Forchieri, di illuminare molti lettori sul ruolo sporco , cinico ed infame svolto da molti personaggi della politica italiana che hanno creato le condizioni affinché il nostro Paese precipitasse nella catastrofe. Dal mio punto di vista, esistono tutti i presupposti perché i suddetti vengano tutti processati per alto tradimento nei confronti del popolo italiano e dei principii stessi della Costituzione che esso si é dato.
Non capiró mai perché moltissimi di noi, che siamo a conoscenza dei fatti, non prendano le dovute iniziative per promuovere una ” class action pubblica” che metta immediatamente sotto processo i criminali citati vagliandone le singole responsabilitá.
Mai come in questa circostanza, per via della natura gravissima del reato nei confronti dell´intera collettivitá, occorrerebbe , a furore di popolo, ripristinare la pena della impiccagione sulla pubblica piazza, affinché essa sia di esempio per chiunque abbia intenzione di ingannare e vendere allo straniero il proprio popolo che ora sta passando le pene dell´inferno per colpa delle scelte deleterie e bieche di questi sciagurati.