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Riceviamo da Daniela L. e pubblichiamo

Articolo di Teofilo Diluvi

L’inizio dell’estate ha visto i media occuparsi della vicenda dei cani beagle, i simpatici cucciolotti che sembrano uscire da un cartoon di Walt Disney, e che a Montichiari, in quel di Brescia, un laboratorio al soldo di una multinazionale farmaceutica americana ha usato per anni come cavie per esperimenti di vario genere, compresa, si sospetta, la vivisezione. Grazie alla class action di una ex ministra e di un gruppo di determinati animalisti, si è fatto cessare l’obbrobrio. Con l’occasione, si è discusso della sofferenza che quei cani hanno dovuto sopportare. Si è parlato a questo proposito di soglia del dolore, il limite cioè oltre il quale viene meno la capacità di sopportazione del male, soprattutto fisico, inferto. La società sotto accusa ovviamente non si è rassegnata al verdetto, e con l’aiuto di media compiacenti ha imbastito una querelle per dimostrare che la sperimentazione animale, vivisezione inclusa, quando necessaria alla ricerca biomedica, cosí come la fanno loro, è perfettamente in linea con quanto prescrive l’etica professionale in materia, oltre naturalmente vantare l’osservanza, da parte dei loro laboratori, delle procedure e tecniche piú avanzate nell’ambito specifico.


Una difesa di ufficio. È la regola del mercato globale, che impone certi comportamenti tenuti sul filo della liceità e della decenza morale. Tecnici e corsivisti embedded hanno alla fine concluso che il dolore, minimo a detta loro, patito dalle povere cavie, è il prezzo da pagare (dalle cavie, ovvio) per poter osservare l’evoluzione delle patologie su organismi animali e ottenere in tal modo farmaci mirati, non ricavabili altrimenti. Ecco far assurgere l’operato dei laboratori di ricerca ad attività benemerita per l’umanità, e aureolare allo stesso tempo di martirio (coatto) in questo caso particolare i beagle, in altri scimmie, criceti, maiali e quant’altre specie si prestino al gioco al massacro, scoperto ora a Montichiari, ma chissà in quanti altri luoghi avvenuto in sordina e per quanto tempo.
Sí, però qui in Italia, obiettano i ricercatori, la maggior parte delle sperimentazioni avviene in anestesia. Inoltre, la comunità europea ha emanato una nuova disposizione che obbliga chi pratica la sperimentazione con l’impiego di cavie, a indicare, al momento di richiedere l’autorizzazione, il livello di sofferenza dell’animale coinvolto, quoziente questo lasciato al giudizio di chi viviseziona. La normativa, sostengono, mira a far applicare metodi che causino la minor sofferenza possibile sia nella sperimentazione sia nel caso si renda necessario sopprimere la cavia. Il che spesso avviene, contro le rare volte che l’animale ‘sperimentato’ venga restituito all’ambiente naturale da cui è stato prelevato. Il ‘prima non nuocere’ di Ippocrate sembra non riguardare gli animali, considerati da noi uomini soltanto oggetto di predazione, o strumenti di utilità, di svago, supporti per conseguire traguardi materiali di conquista e dominio. Ogni monumento della gloria umana pone un uomo sopra un cavallo.
Come tutte le estati, anche quella che sta per finire ha visto la celebrazione di sagre paesane nelle quali al divertimento e alla goduria gastronomica della gente sono state sacrificate vittime di ogni specie: pecore, capre, lepri, cinghiali, caprioli, cervi, maiali. Questo nei paesi e borghi di montagna, collina e campagna. Sul mare invece è toccato a tonni, polpi, pesci spada, saraghi, orate, dentici, mazzancolle, scampi e aragoste. Per queste ultime, normalmente lessate vive, un pietoso inventore britannico ha escogitato una specie di sedia elettrica che le tramortisce prima della bollitura. Pietà o scaltro espediente per salvaguardare la qualità della polpa dell’animale?
Orchi mangioni, esorcizziamo il rimorso del dolore, della morte che causiamo agli animali, con palliativi misericordiosi. Del resto, non diversamente ci comportiamo con gli umani condannati a morte. Non abbiamo il coraggio e la capacità di recuperarli animicamente. Cosí consumiamo l’estrema ipocrisia nei loro confronti: li uccidiamo anche se innocenti, anche se ritardati, anche se uomini e donne meritevoli di un’altra possibilità, di decine di altre possibilità, finché il nostro amore non li recuperi. Però diamo loro il pentothal, che fa morire presto e senza troppe convulsioni, come decenza vuole.
Non sappiamo come uscire fuori dalla barbarie e dalla bestialità. È un’invincibile, oscura libidine. Ma qualcosa sta cambiando, segni si colgono ovunque nel mondo, straordina­ri alcuni, insospettati. La consapevolezza di essere noi umani portatori di dolore e di morte in ogni nostra azione ed espres­sione si sta facendo largo nelle nostre ottuse anime, ne forza il duro tegumento, le disinnesca. Ecco allora che il torero ç Alvaro Munera, soprannominato “El Pilarico”, nell’arena di Medellin in Spagna, al momento di vibrare la stoccata mor­tale, si è inginocchiato davanti al toro e ha pianto. Benché po­tesse, l’animale non ha approfittato della debolezza dell’uomo. Si è limitato a guardarlo. Stupito. A sua volta, forse, pietoso.

Teofilo Diluvi

5 Commenti a “Etica”

  • Nessuno di importante:

    Concordo in pieno con l’articolo (essendo da un circa un decennio che non mi nutro più di animali innocenti non potrei che essere d’accordo con quanto scritto).
    Un unico appunto da fare: la vicenda dell’ex-torero Alvaro Munera.
    A quanto pare non sarebbe vera la storia che egli si sia inginocchiato o seduto davanti al toro, dopo essersi improvvisamente reso conto dell’atrocità a cui lo stava sottoponendo.
    In realtà, stando a quanto ho trovato in rete, Munera ha smesso col suo mestiere perchè reso disabile da una incornata di un toro nella sua ultima corrida, e solo poi sarebbe diventato un attivista contro le corride.
    La foto che gira in rete di un torero seduto “piangente” davanti al toro e che vorrebbe essere la descrizione dell’improvviso pentimento di Alvaro Munera in realtà ritrarrebbe un altro torero mentre attua una pratica comune dei toreri, quella di sfidare il toro sedendosi davanti a lui.
    Ho trovato questo a proposito, un articolo che contiene la famosa foto e la spiegazione del perchè sarebbe una falsità l’attribuirla ad Alvaro Munera (in fondo c’è il collegamento a un link riguardante il vero Munera):
    http://www.nicofalco.com

    Ad ogni modo era giusto per precisare, c’ero cascato anch’io all’inizio… la foto in questione gira in rete con una didascalia che riporta non le parole di Munera, ma di un altro torero:
    http://3.bp.blogspot.com

    Le parole sono:
    “And suddenly, I looked at the bull. He had this innocence that all animals have in their eyes, and he looked at me with this pleading. It was like a cry for justice, deep down inside of me. I describe it as being like a prayer – because if one confesses, it is hoped, that one is forgiven. I felt like the worst shit on earth”
    Tradotto:
    “E improvvisamente, ho guardato il toro. Aveva quell’innocenza che tutti gli animali hanno negli occhi, e mi guardava con questa supplica. E ‘stato come un grido di giustizia, nel profondo dentro di me. Io lo descrivo come come fosse stata una preghiera – perché se uno confessa, si spera, verrà perdonato. Mi sentivo come la peggior merda sulla terra”

    Ma comunque, anche se tali parole sono state dette da un altro torero, il succo del discorso non cambia: seviziare e uccidere un animale innocente per divertimento – o, in riferimento agli animali uccisi per le loro carni, per gola (sì, per gola, dato che non abbiamo nessuna necessità di mangiare carne) – rimane una cosa atroce e barbara, non degna dell’Uomo con la “u” maiuscola.
    Quando ci torna utile da una parte (ossia quando si tratta di usare gli animali come oggetti e cibo) ci paragoniamo alle bestie, dicendo cose del tipo “Anche gli animali si mangiano tra loro, perchè non dovremmo farlo anche noi? E’ la natura!” (dimenticandoci però che gli animali si lavano leccandosi o immergendosi nel fango, copulano un paio di volte l’anno e solo per procreare, molti uccidono i piccoli se non sono i loro figli e tante altri aspetti che però non vengono presi in considerazione in questi casi), quando ci torna utile dall’altra parte prendiamo le distanze dagli animali e ci definiamo come “esseri superiori, evoluti, dotati di intelletto”, ecc…
    Comodo, no?

  • spyna:

    Bell’articolo, grazie.Anch’io penso che qualcosa lentamente stia cambiando.Sono vegetariana (e da alcuni anni vegana) da quando avevo 10 anni e una trentina di anni fa venivo vista come un’aliena, un po’strana, insomma.Adesso c’è una presa di coscienza maggiore anche nel caso della vivisezione. Spero con tutto il cuore che” Verrà il tempo in cui l’uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l’uccisione di un solo animale sarà considerato un grave delitto…
    - Leonardo da Vinci

  • sandra:

    bell’articolo, grazie Lino, e grazie anche per essere stato sollecito e instancabile in questa lunga , caldissima, orribile estate, nel postare giornalmente tanti articoli interessanti, è stata davvero una bella, piacevole compagnia per chi, come me, non è andato in vacanza…grazie ancora.. :-)

  • Moreno:

    pensando di farvi cosa gradita…
    Ecco un interessante articolo!

    STEFANO DI MICHELE
    ilfoglio.it

    Elegia per Alexandre che sulle strade asfaltate di Imola cercava la sua savana. Ed è morta

    “La giraffa ha il cuore / lontano dai pensieri. / Si è innamorata ieri / e ancora non lo sa” (Stefano Benni)

    “Mi vergogno molto, io – umano” (Wislawa Szymborska, “Gli animali del circo”)

    Il suo cuore era piccolo – dicono. E la sua paura grandissima: una paura sconfinata come l’idea della savana – e questo è sicuro: la paura è nelle foto che raccontano della sua poca libertà e della sua mite furia e della sua triste uccisione. E’ piccolo il cuore di una giraffa, ed è misterioso: quei dodici chili miracolosamente sospesi, come il soffio vitale della bestia che abita nell’Ecclesiaste, lì a metà del suo corpo smisurato, a più di due metri dal cervello.

    Ed è un mistero, il cuore della giraffa: di come vada il suo sangue, di come il suo sangue salga. E’ un cuore che sobbalza spesso, quello della giraffa: un cuore all’erta, un cuore sempre sul limitare di una fuga – e chissà che tumulto, dentro quel cuore, quando, raccontano certe leggende, vide per prima la terra dall’arca dopo il diluvio. Ha lo sguardo lungo, la giraffa – giunge fin dove il nostro sguardo solo domani arriverà. Forse per questo il suo cuore trema sempre: come quello di una sentinella biblica che sa a che punto può arrivare la nostra notte. Si sognano poco le giraffe. Non ne parlano né poeti né psicanalisti. In genere, nei sogni siamo sempre aquile. O tigri temerarie. O topini spaventati. Con il cuore che batte per rabbia o terrore o (magari) per amore. Ma ecco, giraffe mai. Dovremmo sognare più spesso la giraffa. Dovremmo sognare la giraffa uccisa a Imola. E dovremmo, come successe alla grande poetessa polacca davanti a un malvagio spettacolo di animali in un circo, vergognarci molto – noi umani.

    (“Il funzionamento del cuore e del sistema circolatorio della giraffa, che conducono il sangue contro la gravità a un’altezza così notevole al di sopra del cuore, si dimostrò abbastanza sorprendente quando ci si pensò”. James V. Warren, “La fisiologia della giraffa”. Scientific American, febbraio 1975). Un cuore piccolo e complicato e tremante. A volte, purtroppo, non così piccolo – e sciaguratamente non tremante – come quello degli uomini: ché certi di noi (a proporzione, a saggio di Scientific American, a pretesa ingordigia teologica) il cuore piccolo non hanno – ma rattrappito sì, essiccato e svuotato (come di mummia egizia, come di sacrificale mummmia incas), con sordo battito di frusta. Un cuore tragicamente abitudinario. Così, tra pochi giorni nessuno avrà più nella testa e negli occhi la disperata e meravigliosa fuga di Alexandre – quel suo percuotere di zoccoli a terra (macché terra: è cemento, è asfalto; mica terra, mica erba) e quel suo lanciare sguardi intorno al mondo circostante: figurine umane, macchinine insignificanti, insegne abbaglianti – il mondo circostante che la imprigionava, che la legava, che la cacciava, tutta una vita a fare la preda, preda anche per gli occhi degli spettatori – alla cassa, signori, se volete vedere una creatura rubata alla sua esistenza! alla cassa! – su quella striminzita pista di circo, dentro l’oscena gabbia. Un mondo senza meraviglie – quasi incapace di concepire la meraviglia, di riconoscerla persino – ha messo dietro le sbarre e nelle mani di un domatore la sua breve, infelice vita. Ciò che ad Alexandre è stato da noi fatto dovrebbe causare ben e più infinita vergogna; ciò che la piccola giraffa è stata capace di fare di se stessa dovrebbe riempire di stupore e ammirazione. Resiste, corre, non si arrende – il suo cuore matto e frenetico in modo quasi magico ha elaborato l’unica via di fuga rimasta. Non è vero che il cuore e il cervello faticano a comunicare: certi sì, ma non il suo cuore e il suo cervello – e anzi il suo cuore ha chiaramente detto al suo cervello cosa fare: non consegnarsi mai più da prigioniera, non rientrare mai più nella gabbia, non accettare mai più corde alle gambe e al collo. Fare l’unica scelta che a un essere ferito o stanco o impaurito – e libero e fiero e intelligente – è concessa: sottrarsi ai sequestratori sottraendosi alla propria vita. Quasi come Thelma e Louise, Alexandre – davanti a quel fottuto Gran Canyon, e peggio ancora, anzi: ché qui non c’è cielo, non c’è spazio, non c’è aria. Quasi come l’alchimista Zenone che non vuole restare nelle mani dell’inquisizione – faccio della mia vita quello che voglio io, perché non ne facciate più quello che volete voi. Come certi cani che si lasciano morire quando il loro padrone (padrone:  buffo come le parole mutino nel mutare del contesto) è già morto. Così, cuore, smetti di battere di paura. Smetti di pompare sangue solo per avidità e stupidità altrui. Occhi, smettete di cercare: non è qui la savana, ho capito non la troverò dietro quel palazzo, non la troverò più, non basta sfuggire allo stralunato poliziotto che mi corre davanti…

    Bisogna vederle bene, quelle foto che raccontano la pubblica agonia di Alexandre. Fare i conti con la sua bella furia, confrontarla con il misero apparato di carabine per sparare sonniferi e corde e gabbie e carabinieri (pare una battuta: una gazzella dei cc che insegue una giraffa) e passanti incuriositi e il furgone giallo dei carcerieri legittimati a riprenderla e un paesaggio desolante di mestizia urbana. Avete visto, guardate bene!, quelle gambe lunghissime e quel collo smisurato? E l’arcipelago sulla sua pelle? Cinque metri, cinque metri e mezzo. Noi umani non sappiamo sfiorare il cielo così. Come fa a stare in una gabbia, a ciondolare su un’insignificante pista, come fa la sua testa che da qualche parte ha memorizzato un mondo sconfinato a resistere a luci e musiche? E allora, sul piazzale di un fottuto supermercato, fottutissimi capannoni, Alexandre ha preso la rincorsa – cuore a molla, sangue e cervello e cuore, zoccoli che cercano disperatamente e fino alla fine erba e terra, gli alberi così minuscoli, insignificanti – come si può vivere così? E gente che urla e sbirri che fronteggiano e sequestratori che si rifanno avanti… Lassù, gli occhi della giraffa vedono ciò che certo riconoscono: le corde, le sbarre, le voci umane così spaventevoli. Sono sopra a tutto, i suoi occhi – e tutto vedono: sentinella di se stessa, della sua notte che sta per ricominciare. Tutti pigiano addosso: sulla sua pelle  con i disegni di mosaici misteriosi (che forse i suoi simili sanno leggere e decifrare: c’è forse il nome, lì? il creatore ha forse scritto lì il suo destino?), sul suo corpo sghembo e gigantesco e innocuo – quel suo corpo che ha percorso la terra prima che l’uomo ci fosse, e che ci sarà quando l’ultimo uomo sarà ormai andato via. E’ divina: ci ha preceduti e ci seguirà. Respira, respira, respira: è come un vento, ora, il suo respiro. (“La giraffa risolve questo problema con un’iperventilazione, respirando più profondamente e più liberamente dell’uomo. Si è scoperto che le giraffe, anche in riposo, hanno un numero di respiri al minuto maggiore di 20, mentre il valore corrispondente nell’uomo varia tra 12 e 15”). Esistono certo le lacrime della giraffa: basta guardare quelle foto, per accorgersene. C’è uno stupore (ma dove sarà la savana, dove poter correre e scappare e nascondersi? dove l’hanno messa, la savana?) che foto dopo foto sconfina nel dolore, poi quel dolore diventa abbandono – e forse un guizzo, un ultimo guizzo, sarebbe bello che fosse il sorriso della giraffa: pensare di avercela fatta ancora una volta, e invece no, non sarà così, inutile farsi illusioni. “Le vostre stupide carabine, le vostre stupide divise, le vostre stupide macchinine, i vostri stupidi capannoni, i vostri stupidi telefonini, con i quali ora mi rubate per l’ultima volta, la morte dopo la vita: qui, su questo merdoso piazzale, io che sarei morta nel silenzio sconfinato… Ora so come non avere più paura di voi…”. Un poliziotto pietoso (unico gesto di pietà) allunga una carezza sulla testa fiera e ora china. Cade addosso a una rete, le gambe che sembrano rami spezzati di un albero gigantesco. Si rialza con fatica. Tutto gira attorno, aghi con strani fiocchi colorati infilati nella pelle, gli occhi aperti a fatica, le gambe si piegano ancora: la bestia è umiliata, a terra, la sua tonnellata di peso che cede, come un bosco che di colpo sprofonda, cercano di spingerla verso una gabbia, mani che si agitano minacciose intorno, il respiro sempre più forte – vento, vento, vento; il cuore è ormai impazzito – vento, vento, vento; la pressione sanguigna sembra lacerare la mappa misteriosa della pelle, ogni pezzo del mosaico che pare volare verso il cielo – vento tra le corna morbide, vento tra le gambe smisurate, vento sulla lingua viola… C’è una foto raccapricciante: una piccola folla grottesca con apporto di carabinieri e poliziotti e polizia provinciale (ma chi dovevano prendere, Bin Laden?) cerca di spintonare la  spaventatissima giraffa dentro un camion, schiacciandole addosso delle pedane di legno. Più in là, qualcuno allunga una scala e imprigiona il suo bellissimo collo, appena al di sotto della testa. Al centro, un uomo con una corda in mano. E’ quella scala (come un cappio, ulteriore prepotenza tra già innumerevoli prepotenze) il centro del disagio che questa foto genera: guardate gli occhi della giraffa, il suo ultimo sguardo – sta per morire: è perso, stremato, con la scala che chiude la gola, quelle pedane di legno che chiudono il petto, gli urli che chiudono il cuore. Succede di morire inaspettatamente, a uomini e bestie; ma succede anche a volte di capire che non c’è altra scelta – l’unica libertà che rimane, la libertà che ci piace credere che Alexandre si sia presa. L’unica strada rimasta aperta verso la savana. Un suicidio, l’estremo atto della sua libertà confiscata, finirebbe col renderci ancora più vergognosi. Per capire bisognerebbe essere sempre forti e dolenti come Anna Maria Ortese con la cagnetta Laika, quella spedita a perdersi e a morire tra le stelle. “Ritorna! E perdonaci!” – le scriveva. Ecco, Alexandre, che tornare non puoi (e certo tornare tra noi non vuoi): se esiste una savana come il nostro fantasioso paradiso, e corri adesso senza il terrore delle corde e delle sbarre, il cuore che finalmente danza lieve senza sbandare – ecco, anche tu, perdonaci.

    Se Alexandre ha scelto di morire – lasciando andare via per sempre il battito doloroso, ritrovando infine quella sorta di leggerezza che si scopre quando la paura è così forte che è ormai inutile avere paura – ha fatto bene. Si è difesa con l’unica arma che tante volte resta ai più indifesi e deboli. Del resto, cosa ha mai perso, quaggiù? Le stupide esibizioni sotto il tendone – quella pena di bestie umiliate e costrette a gesti innaturali, la ferocia della frusta che schiocca, quell’apparenza di divertimento che nasconde un lungo abuso su creature ridotte a prede da addomesticare. Deve far passerella sotto le luci una giraffa? Inchinarsi un elefante? Stare su uno sgabello una tigre? Un ergastolo e una catena indistruttibile, per queste bestie degli spazi sconfinati che noi facciamo fatica anche solo a immaginare, create per corse di chilometri e chilometri, solo vento e cielo intorno. Si può dare senso a una vita tra le sbarre – a instupidirsi in gesti replicati uguali per anni e anni: mai la possibilità di ritrovare la libertà, mai un po’ di misericordia per loro?

    Cosa c’è di educativo nella paura di una furibonda tigre? Nella giraffa immensa che quasi non può allungare le gambe? Nella prigionia di  un maestoso elefante? Da quale sprofondo della nostra insensibilità arriva questa pacifica e colpevole indifferenza, come possa resistere e come possiamo con essa convivere, resta un mistero – “il dolore degli altri è sempre dolore a metà”, come nella canzone di De André, e viene da pensare: il dolore di tutte le altre creature, oltre al nostro. Eravamo solo i custodi, siamo diventati i saccheggiatori. Wislawa Szymborska vide una volta al circo orsi battere le zampe, scimmie in bicicletta, leoni che saltavano il fuoco, elefanti con il vaso in testa, cagnolini ballare. E appunto vergogna, come essere umano, la poetessa premio Nobel provò. “Divertimento pessimo quel giorno: / gli applausi scrociavano a cascata, / benché la mano più lunga di una frusta / gettasse sulla sabbia un’ombra affilata”. Come incomprensibile appare la sorprendente mestizia estiva di Rai Tre, che sempre fa la colta e l’intelligente, infarcita di polverosi e frastornanti e crudeli spettacoli circensi, sagra paesana luccicante: ma la frusta s’intravede, dietro le luci che sfavillano…

    Forse, l’irrompere nel nostro quotidiano di una bestia in fuga – sono così tante: da inutili zoo, da scannatoi legali: una mucca, per sfuggire al macello, è scappata dentro un ospedale – e una bestia in fuga è sempre un bellissimo (immeritato) dono alla nostra scarsa fantasia e al nostro faticoso stupore. Una bestia in fuga ha una sorta di forza divina e di bellezza indecifrabile: sfuggire alle sbarre, alla frusta, al coltello dello scannatore. E’ come provare a ristabile un minimo di ordine, una logica, almeno un piccolo principio di pietà – in un mondo dove spesso ordine e logica e pietà sembrano confondersi e scomparire: è la sentinella che urla al buio che ci avvolge. Come il cervo con la croce tra le corna che appare a sant’Eustachio – pagano e cacciatore – nel  dipinto di Pisanello: e intorno a lui lepri e cerbiatti e orsi e gru e uccelli: le vittime di quell’uomo che la sua apparizione ora blocca. C’è sempre modo, del resto, di cavare un insegnamento. Si è visto un filmato dove un maialino salva una capretta che sta per affogare: osservate e valutate altre immagini di questi giorni, dove l’umano malamente si faceva porco, quasi una riprova dell’indiscussa superiorità di buongusto e civiltà della nobile razza suina.

    Sarebbe bello che qualcosa restasse, dell’ultima corsa e della spaventosa morte della giraffa Alexandre. Si potrebbe fare così: in autunno, sicuro come ogni anno, ripartirà la protesta studentesca. Buone o sbagliate che siano le ragioni, di solito i ragazzi hanno bella fantasia nello scegliere il nome del loro (annuale) movimento. Che una volta prese il nome di Pantera – essendo stata a lungo avvistata, forse davvero, forse leggenda metropolitana, una pantera nei dintorni di Roma. Non fu, per fortuna, mai catturata. O forse non è mai esistita, ma è stata capace di accendere la fantasia.

    La giraffa di Imola invece è esistita davvero, e davvero ha avuto paura e morte davanti ai nostri occhi. Perché voleva scappare, perché cercava la savana che noi le avevamo rubato. La bellezza della sua fuga è stata una bellezza piena, di cuore e di sguardi, e una fenomenale lezione di vita – e quando ha ceduto lo ha fatto eroicamente, senza più permettere a qualcuno di legarla. Ecco, come c’era il Movimento della Pantera, adesso si potrebbe far nascere il Movimento della Giraffa (ancora “un sogno che ti assolve per un breve istante” – sempre W. S.). Così che possa continuare ancora a lungo la corsa inviolabile e magnifica di Alexandre – la Giraffa che voleva essere libera, o almeno libera di morire. 

    Stefano Di Michele Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

    Fonte: ilfoglio.it
    Link: ilfoglio.it
    1.10.2012

  • Grazie all’autore del post, hai detto delle cose davvero giuste. Spero di vedere presto altri post del genere, intanto mi salvo il blog trai preferiti.

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