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Articolo di Andrea Cavalleri

Se fermiamo per strada un passante a caso e gli chiediamo cosa sia l’economia, probabilmente otterremo questa risposta: “La scienza che si propone di fare più soldi possibile”. Questa frase, che riesce ad assommare un incredibile numero di errori, pregiudizi e distorsioni in sole quattro parole, purtroppo descrive bene la realtà degenerata dei cosiddetti “mercati”, che tanto stanno influenzando la nostra vita.

Poiché l’argomento viene trattato e bistrattato, a proposito e a sproposito, è il caso di fare un po’ di ordine e spiegarlo distesamente, anziché aggiungere l’ennesima opinione alle tante già formulate, che non aiutano però il lettore a comprendere l’argomento.

Il primo concetto da fissare bene nella mente è che normalmente le persone singole non sono autosufficienti. Se un uomo dovesse provvedere in prima persona, col proprio lavoro, a procacciarsi cibo, abitazione, vestito e ogni cosa che gli necessitasse, sarebbe costretto a lavorare diciotto ore al giorno per condurre una misera vita di stenti. La collaborazione comunitaria, la suddivisione dei compiti e la specializzazione, consentono un importante innalzamento del tenore di vita. Quando però le persone producono un solo bene o servizio a testa, nasce la necessità di condividere o scambiare i frutti del proprio lavoro: il ciabattino non saprebbe cosa farsene di cento paia di scarpe, allo stesso modo il contadino non potrebbe mangiare cento chili di grano e così via. L’attività dello scambio (e per estensione il luogo in cui avviene) viene detta mercato.

Il prezioso strumento che l’uomo ha inventato per agevolare gli scambi è il denaro, un simbolo convenzionale che funge da unità di misura del valore (riferita alle merci e ai servizi scambiabili), il cui uso è promessa giuridica di ricambiare il bene o servizio ricevuto, con altri beni o servizi di pari entità.

A partire da questa situazione base, quanto mai ragionevole e utile, nascono ulteriori e più elaborati sviluppi. Ad esempio si ammette pacificamente che alcune persone non si occupino di produrre, ma di distribuire i beni che altri producono, essendo questo il fine del commercio. Ed è cosa buona che alcuni si occupino della custodia del denaro, nonché di non lasciarlo inutilizzato, ma di impiegarlo utilmente, essendo questa la ragion d’essere della banca.

Ancora, la necessità delle aziende di trovare risorse da destinare a nuovi prodotti, nuovi mezzi di produzione ed espansioni dell’attività, si coniuga bene con la necessità o il desiderio di risparmiare di tanti lavoratori. L’incontro tra queste due istanze avviene con la borsa, ove le aziende emettono azioni od obbligazioni per finanziarsi e i risparmiatori le acquistano per non limitarsi a conservare staticamente il denaro, ma lo impegnano a vantaggio del sistema produttivo e anche a vantaggio proprio (almeno così sperano e così spesso è accaduto).

E infine se una fabbrica di marmellate volesse essere sicura di poter fornire le sue confetture a un certo prezzo per l’autunno, potrebbe stipulare un contratto con i coltivatori sei mesi prima, impegnandosi ad acquistare la loro frutta a un costo determinato, in modo da cautelarsi da eventuali rincari: ecco l’origine dei cosiddetti “prodotti derivati”.

Ciò che accomuna tutti questi esempi è un solido legame con la realtà, con la vita reale delle persone, con le loro attività e i loro bisogni: proprio per questa ragione il buon senso riconosce un valore a tutte le attività qui sopra descritte.

Sulla base di questi esempi possiamo provare a formulare una definizione di economia un po’ diversa da quella puramente emotiva (e indotta da tanto cattivo cinema e tanta cattiva informazione) che abbiamo esposto all’inizio.

Il primo punto da specificare è che l’economia non è affatto una scienza, perché coinvolge i comportamenti umani che sono liberi e non automatici, dunque, di fronte alla stessa situazione, persone diverse reagiranno in modo diverso. Non è, pertanto, una scienza esatta, ma una disciplina a metà strada fra una scienza e un’arte.

Il secondo e più fondamentale punto, riguarda il fine di questa disciplina che è volto a soddisfare i bisogni materiali delle persone umane, per garantire loro una vita dignitosa.

A questo proposito bisogna ricordare che la vera ricchezza materiale sta nel disporre dei beni che ci necessitano e non nei pezzi di carta (il denaro) che usiamo convenzionalmente per gli scambi. Se io fossi in un deserto in cui non c’è acqua, potrei avere i fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni, ma resterei poverissimo, perché non potrei disporre dell’unica cosa che mi serve: l’acqua per dissetarmi.

Quindi fine dell’economia non è “fare soldi”, ma produrre i beni e servizi necessari alla vita dell’uomo, rendendoli disponibili a tutti.

Poiché il reperimento delle materie prime e dell’energia, la produzione dei beni e dei servizi sono considerati di competenza della tecnologia, dell’industria e delle arti e mestieri, all’economia si attribuisce il compito di organizzare il lavoro in ordine al fine enunciato, ovvero di garantire a tutti la soddisfazione dei bisogni primari per poter condurre una vita dignitosa.

In particolare possiamo distinguere tre compiti: produrre beni senza sprecare risorse, promuovere attività che elevino il tenore di vita, distribuire ricchezza il più largamente ed equamente possibile.

L’ultimo punto, inerente la distribuzione della ricchezza, dovrebbe vedere come strumento tipico (anche se non unico) proprio il mercato, luogo di scambio e condivisione dei frutti del lavoro di tutti.

Il prezzo dei beni, in teoria, dovrebbe dipendere dall’abilità del produttore a fabbricarli nel modo più sobrio ed efficiente, pertanto la vendita in concorrenza dovrebbe essere il sistema che consente di selezionare i produttori migliori: se il compratore, a parità di prodotto, acquista quello col prezzo più basso, avrebbe comprato quello fatto con minori sprechi, o, come si suol dire, “nel modo più economico”.

 

Bene, in pochi passaggi abbiamo delineato quelle che sarebbero le ragioni del mercato, e i metodi basilari della sua attività.

Ma nel mondo in cui viviamo le cose stanno veramente così? Quando i giornalisti, gli economisti e i politici parlano di “mercati” si riferiscono alle situazioni che abbiamo illustrato qui sopra?

La risposta è no, perché l’attuale realtà del mercato, soprattutto quella del mercato finanziario, è completamente alterata da una serie di trucchi, distorsioni, bizantinismi e finanche follie, che ne snaturano l’andamento e le finalità. La questione è talmente caotica e lontana dal buon senso, che risulta persino difficile presentarla in modo ordinato.

 

E’ opportuno cominciare a smascherare un primo baco del sistema che pochi si prendono la briga di denunciare, quello che concerne la cosiddetta “convenienza del prezzo”.

Tutti stiamo constatando l’invasione dei prodotti “made in China”, che hanno sbaragliato la concorrenza grazie a dei prezzi molto più bassi di quelli occidentali. Come mai questi prezzi sono più bassi? Forse il costo energetico è minore? Per nulla, anzi, a causa del lunghissimo trasporto delle merci, i costi energetici ed ambientali sono superiori a quelli degli identici prodotti fabbricati in loco. I costi umani sono forse inferiori? Tutt’altro, anzi la condizione dell’operaio cinese è tristemente nota come prossima alla schiavitù. Come si può notare i costi reali sono più alti nelle merci cinesi che in quelle occidentali. Quello che cambia è il costo in denaro, cioè la misura del costo e questo avviene perché l’unità di misura usata in Cina è diversa da quella usata in Italia.

Che questa alterazione dell’unità di misura del valore sia palesemente esposta nel listino dei cambi o che avvenga di fatto, poco importa: il risultato è che lo stesso identico prodotto ha due prezzi diversi perché con la cifra che serve a pagare un’ora di lavoro italiana si pagano cinquanta ore di lavoro cinese. Per fare un paragone è come se un cinese e un italiano fossero agenti immobiliari incaricati di vendere lo stesso appartamento con lo stesso prezzo al metro quadro. L’italiano usa un metro di cento centimetri e vende a un certo prezzo un appartamento di cento metri quadri; il cinese usa un metro di cinquanta centimetri e pertanto, allo stesso prezzo, vende lo stesso appartamento, che però dichiara di quattrocento metri quadrati.

E’ un non-senso, vero? Eppure la stessa operazione che appare assurda con i metri quadri, la accettiamo senza fiatare al riguardo degli euro, dei dollari e delle altre valute, soprattutto quando l’alterazione dell’unità di misura conviene a noi. Infatti questo gioco dei cambi è la base del sistema per cui l’occidente compra materie prime dal terzo mondo a un prezzo stracciato, arricchendosi sovente a spese della miseria di interi popoli.

Già, con questo primo esempio, abbiamo notato che l’andamento del mercato non è lineare perché viene misurato con un metro fluttuante.

Ma è solo l’antipasto delle anomalie, che vedremo aumentare passo dopo passo.

Il secondo problema che concerne il mercato è quello della concorrenza.

Economisti, politici e giornalisti continuano a ripetere che occorre promuovere la concorrenza affinché il mercato sia efficiente, cioè proponga i prezzi migliori.

Ciò che però osserviamo al giorno d’oggi è che si pretende una concorrenza esasperata da parte dei piccoli produttori, dei lavoratori e professionisti di basso livello, mentre le elites specialistiche e le grandi aziende se ne guardano bene. Tutti possiamo osservare come le multinazionali (del petrolio, del farmaco, quelle alimentari, per non parlare delle finanziarie) facciano cartello e non si infastidiscano minimamente l’una l’altra. Mentre alla concorrenza più spietata ormai vengono sottoposti i lavoratori dipendenti, indotti a svendere le proprie prestazioni grazia alla precarietà, ipocritamente chiamata “flessibilità”. In sintesi si pretende che i poveri si facciano concorrenza a favore dei ricchi, che invece non se ne fanno. Il concetto venne persino dichiarato spudoratamente da un Rotschild, oltre un secolo fa: costui disse che “la concorrenza è un’eresia”, riferendosi ovviamente ai suoi affari bancari. E infatti i dettami di quel filibustiere si sono realizzati, essendosi affidata la creazione del denaro in esclusiva alle banche , cosicché si è stabilito un monopolio finanziario a prova di bomba.

 

Ma le note più dolenti arrivano quando si comincia a parlare del “mercato finanziario”.

Abbiamo illustrato sopra quale sarebbe la funzione della borsa. Le borse dei nostri giorni rispondono ancora alla finalità di finanziare l’economia reale? Domanda retorica!

I dati ufficiali di Mediobanca dimostrano che il saldo degli ultimi trent’anni di borsa italiana è negativo. Ovvero se si sommano tutti i soldi che le aziende hanno preso grazie al collocamento dei propri titoli e tutti i soldi che hanno ceduto in dividendi, fusioni e operazioni varie, risulta che la borsa ha sottratto risorse alle imprese, anziché finanziarle.

Da questo dato (dato ufficiale e non opinione, lo ribadiamo) si ricava che, come minimo, la borsa non serve a nulla.

Ma in realtà non solo è inutile, bensì è gravemente dannosa.

Infatti il modo di “lavorare” dei grandi investitori (banche d’affari e grandi fondi speculativi) è qualcosa di incredibile: ben lungi dal concetto di investimento a favore di aziende solide o promettenti, questi operatori finanziari collegano un computer alla borsa eseguendo decine di migliaia di compravendite al secondo, in base ad algoritmi puramente matematici, che dovrebbero assicurare loro un margine di “guadagno”. Come si generi questo “guadagno” è cosa troppo complicata da spiegare (e che i giudici americani non hanno voluto approfondire), anche se il caso Aleynikov, un ex dipendente di Goldman Sachs, che stava trafugando uno di questi software dopo essersi licenziato, ha fatto emergere, per le stesse dichiarazioni di Goldman, che tali software possono alterare il mercato. In pratica è un sistema di insider trading e di truffa che stabilisce una tassa occulta sulle operazioni dei piccoli investitori e degli operatori istituzionali, come banche e fondi pensione.

Del resto il buon senso rivela che se io prendo un oggetto e lo compro e rivendo mille volte al giorno, tale oggetto non diventa per questo più utile, né aumenta di valore. Allo stesso modo un’azienda, le cui azioni salgono e scendono da un giorno all’altro, non cambia certo valore in proporzione. Se sul listino di borsa vediamo la FIAT perdere il 5% dal lunedì al martedì, significa forse che in un giorno l’azienda ha perso il 5% della sua capacità produttiva? O il 5% delle richieste d’acquisto? Per non parlare di un’azienda agricola, in cui le mucche farebbero il 5% di latte in meno? Sciocchezze!

La verità nuda e cruda è che le quotazioni di borsa non hanno praticamente più nessun rapporto con la realtà. Ennesima dimostrazione di questo stato di cose è l’evento del 6 maggio 2010, quando, alla borsa di New York, il listino del Dow Jones ha perso il 10% in dieci minuti, poiché, per una coincidenza, i programmi dei supercomputer finanziari stavano contemporaneamente impartendo gli stessi ordini di vendita.

La descrizione più realistica che si possa fare della borsa attuale è questa: un casinò, come Las Vegas, in cui i tavoli sono truccati e il banco vince sempre. Chi crede di investire è il “pollo” che si farà spennare, anche se questa categoria di ingenui scarseggia sempre più. Per cercare di adescare gonzi, i banksters creano l’illusione di grandi volumi d’affari con i loro supercomputers, che però giocano un gioco a somma zero, in quanto comprano e rivendono molte volte gli stessi titoli.

 

Ci si potrebbe chiedere come “loro” (i grandi speculatori) facciano i propri autentici affari: la risposta si chiama “dark pools”, cioè dei mercati elettronici paralleli coperti da riservatezza, in cui le compravendite non incidono sul valore dei titoli, trattati nel mercato ufficiale.
Tali borse “oscure” rappresentano l’ultimo schiaffo alle pretese qualifiche di “trasparenza” ed “equità” dei mercati (vuote parole che politici ed economisti ripetono come dei mantra, e che, in pratica, servono solo a giustificare le peggiori malversazioni del casinò globale) e offrono agli speculatori una ghiotta opportunità di aggiotaggio e insider trading, oltre alla garanzia di un’evasione fiscale totale.
E come nascono queste dark pools, come aggirano i presumibili divieti degli enti istituzionali e regolatori, quali dovrebbero essere gli Stati, le Banche Centrali, la Consob, il SEC?

La risposta è che non esiste nessun divieto, anzi i dark pools sono stati creati in conseguenza di una direttiva europea del 2007, che ha eliminato il monopolio delle borse, consentendo così di evitare anche quelle poche e insufficienti leggi, stabilite per i mercati ufficiali.
Le statistiche del 2010 illustrano che il 7% degli scambi in Europa, e oltre il 20% in America avvengono in queste borse oscure, il che rivela la natura avida e profittatrice dei cosiddetti “mercati finanziari” e l’imperdonabile connivenza dei politici che non li regolamentano.

 

Ma l’apoteosi dell’assurdo deve ancora arrivare ed è rappresentata dai cosiddetti “prodotti derivati”.

Nell’introduzione di questo articolo è esemplificato un tipo molto comune di derivato, detto “forward”, cioè l’impegno di acquistare qualcosa a un certo prezzo ad una certa data. La raffineria che vuole essere sicura di vendere la benzina a un certo prezzo per l’inverno, stipula, in primavera, un contratto col fornitore di petrolio, impegnandosi ad acquistare una certa quantità di greggio a inizio inverno, a un prezzo determinato fin d’ora. Fin qui tutto bene, peccato però che tali contratti per il petrolio siano aperti non solo alla raffineria, ma possano essere stipulati dal salumiere, dall’avvocato, dal tesoriere del partito e dal padrone del supermercato: tutta gente che non solo non sa cosa farsene del petrolio, ma che avrebbe difficoltà a immagazzinarne non 3000 barili, ma anche solo due taniche. Come per il petrolio, tali contratti bilaterali vengono stipulati a riguardo di un sacco di beni, dalle materie prime, alle valute, ai generi alimentari e costituiscono acquisti virtuali, fatti solo sulla carta, concepiti come scommessa sul rincaro dei prezzi. Infatti quando scade la data in cui il contraente si è impegnato ad acquistare, se il prezzo corrente del bene trattato è più alto del prezzo promesso in contratto, “l’acquirente” non compra un bel niente e si limita a incassare la differenza di prezzo (se il giochino gli va male, perché il genere trattato è calato di costo, gli toccherà versare, anziché incassare, la differenza).

E’ chiaro che questo genere di scommesse non sono più utili all’economia di quanto lo siano il poker o la roulette, ma con uno spiacevole risvolto: creando domanda fittizia tendono a far salire i prezzi delle materie prime, il che ha aggravato le emergenze alimentari dei paesi poveri negli ultimi anni.

E i giocatori di questi tavoli non producono nessun valore aggiunto né in termini di beni né di servizi, ma allungano la filiera, aggiungendo compravendite fittizie e inutili, con un’attività puramente parassitaria.

Analogamente all’esempio del derivato d’acquisto, esistono i derivati di vendita, usati per speculare sui ribassi, questi tipicamente delle valute o dei titoli di debito nazionali (nota dolente per gli stati del sud Europa, aggrediti da questi flussi speculativi).

Per concludere la carrellata panoramica sull’odierna attività dei “mercati” bisogna citare il fiore all’occhiello dell’attività speculativa, un marchingegno degno di essere stato concepito nei manicomi criminali che risponde al nome di CDS (credit default swap).

Si tratta di assicurazioni sul credito, cosa di per sé accettabile: ad esempio se io vendessi delle merci in Lapponia e avessi dei dubbi sulla solvibilità del mio debitore, potrei stipulare un’assicurazione per cui, in caso di mancato pagamento da parte dei Lapponi, l’assicurazione mi rimborsasse.

Ma la follia finanziaria ha fatto sì che queste assicurazioni le potesse contrarre anche chi non possiede il bene da assicurare, come se io stipulassi un’assicurazione sull’auto del mio vicino di casa, per cui nell’eventualità che lui facesse un incidente io riscuotessi l’indennizzo. Cosicché, la tentazione di alzarmi di notte a sabotare lo sterzo e i freni dell’auto del mio vicino diventa molto forte, in quanto i suoi incidenti sono fonte di guadagno per me.

Il paragone sembra fantastico? No, è puramente reale.

Si consideri che è possibile stipulare CDS sui debiti pubblici, ad esempio quello italiano, per cui se i titoli italiani calano di valore, uno speculatore a caso, ad esempio Soros, guadagna. Allora poniamo il caso, del tutto ipotetico, che nel 2011 Soros, possedendo CDS sul debito italiano avesse interesse a declassarlo. Perciò, sempre molto ipoteticamente, avrebbe telefonato a Moody’s, di cui è anche azionista, magari nella persona dell’allora Senior Advisor Mario Monti, chiedendo il favore di una valutazione “severa e responsabile”. Ed ecco che, a seguito di poche parole, i burattinai del “mercato” si intendono e si mettono in moto, Moody’s comincia a spalare fango nei confronti dell’Italia, ne declassa il debito e le conseguenze sono che il sior padron guadagna e il sior servo, pardon consulente, diventa primo ministro. Ovviamente è solo un esempio di fantasia, in quanto nel 2011 non c’è stato nessun declassamento del debito e in Italia abbiamo un Primo Ministro eletto.

O no?

Ma queste scommesse assicurative, i CDS, oltre a essere fonte di instabilità e malaffare, sono una mina vagante fuori controllo, anche in senso strettamente finanziario. Infatti un’agenzia di assicurazioni deve disporre di ampie riserve, in modi e misure previsti dalla legge, a copertura degli eventuali sinistri. Invece i CDS, trattandosi di contratti bilaterali, non prevedono nessun obbligo a garanzia del cliente “assicurato” e, come se non bastasse, parecchie di queste “polizze” vengono emesse nei dark pools, quindi in modo discreto e fuori da ogni controllo.

Il risultato è che in caso di grossi fallimenti, non ci sarebbero soldi a copertura del sinistro e il sistema imploderebbe con una serie di crolli a catena.

Ne abbiamo avuto un esempio nel 2008, quando la Lehmann, che era coperta con CDS della AIG (colosso assicurativo americano) ha dovuto registrare cospicue insolvenze tra i suoi debitori, trovandosi nella necessità di riscuotere il risarcimento del danno. Inutile dire che è stato impossibile onorare il contratto del CDS, cosicché non solo la Lehmann è fallita, ma la stessa AIG tecnicamente lo era e solo il costosissimo salvataggio da parte dello stato ha tamponato i crolli a catena, al prezzo comunque di una grave crisi globale.

Resta un dato da citare, a epitaffio dell’insensatezza della cosiddetta “ingegneria finanziaria”, e cioè che il valore nominale dei derivati conosciuti, ammonta a circa dodici volte il PIL mondiale. Il che significa che esistono scommesse per una cifra astronomica e che tutti gli uomini del mondo dovrebbero lavorare gratis per dodici anni per ripagarla, il che è ingiusto, inutile e impossibile.

A conclusione di questa carrellata sul quel museo degli orrori della finanza, che oggi viene indebitamente chiamato “mercato”, è il caso di introdurre qualche riflessione.

La prima è che non è possibile che intere nazioni debbano essere condizionate dai giochetti computeristici e dalle scommesse da casinò che un gruppo di pazzi irresponsabili fanno con cifre di cui non dispongono. Se la finanza non ha più significato reale, deve essere bandita dalla realtà economica e politica con il varo di norme adeguate che tornino a promuovere la vera natura dell’economia, come attività al servizio delle necessità reali di tutti.

La seconda riflessione è che i cittadini non devono minimamente preoccuparsi del “bene dei mercati”, perché nel linguaggio falsato di una casta autoreferenziale che comprende, non solo finanzieri e politici, ma anche giornalisti, il loro bene solitamente coincide con il nostro male.

Le recenti crisi europee, della Grecia in particolare, mostrano quanto sia vera questa contrapposizione, tra il bene dei cittadini e quello dei cosiddetti “mercati”, che hanno provocato il fallimento di 325.000 aziende greche in tre anni, mostrando così di essere entità economiche contro natura, in quanto per sopravvivere devono uccidere l’economia reale.

 

L’ultima amara riflessione riguarda la situazione di Grande Menzogna per cui alla gente non vengono raccontate le cose come stanno, ma si propina qualche termine tecnico, infarcito dei soliti mantra “trasparenza, equità, efficienza, legalità” per conservare uno stato generalizzato di ignoranza, in cui far credere nobili e giuste le attività degne di un postribolo di ladri.

Non si può fare a meno di tornare con la mente agli slogan del romanzo 1984 di Orwell: “La guerra è pace, l‘ignoranza è forza, la libertà è schiavitù”, che bene si applicano ai mercati: trasparenti come una piscina scura, equi come i biscazzieri che fanno il gioco delle tre tavolette, efficienti come un’epidemia di peste e legali in assenza di leggi, che i pessimi politici, americani ed europei, non hanno voluto fare.

L’unica risposta che si può dare al bombardamento propagandistico, che ci arriva attraverso i corrotti canali di informazione istituzionale, è quella che Beethoven diede a suo fratello, che tentò di umiliarlo a causa delle sue ristrettezze economiche, firmandosi in lettera come “proprietario di poderi”: il grande compositore rispose firmandosi come “proprietario di un cervello”.

 

Ecco, signori Monti, Draghi, Bernanke, Lagarde e compagnia bella, potete smettere di suonare il piffero di Hammelin, perché tanto siamo proprietari di un cervello!

 

8 Commenti a “IL MERCATO, in teoria e in pratica”

  • Alessandro Giostrelli:

    Non dispongo di capacità tecniche così come in parte culturali per poter obiettare a nessuno dei punti della brillante analisi dell’ Autore dell’articolo, nonostante ciò proprio grazie alla sua grande franchezza, sono certo persino io che non vi sia affatto necessità di farlo nemmeno da parte di chi ne possiede le competenze, giacchè la storia non si cambia e la realtà non può essere ignorata. Grande articolo.

  • rocco:

    Bell’articolo!
    Un sassolino nello stagno: “l’economia serve per poter dare soddisfazione ai bisogni dell’essere umano”, è l’introduzione del mio testo delle superiori.
    Ora, se questo è, e credo lo sia, vero, il mio libro continua suddividendo i bisogni in primari, e secondari. Bisogno primario è quello di sfamarsi, poi vengono tutti gli altri.
    Non è che siamo andati un po’ lontano dai bisogni primari “nostri” e ci siamo fatti riempire la vita di “stronzate” che non ci servono (diceva un filosofo, fasseggiando per il mercato del suo paese: “quante cose di cui non ho bisogno!”). Anche il fatto di “fare tanti soldi” può essere un bisogno per qualcuno, giusto o sbagliato che sia. Pensiamoci, poi vedremo il da farsi.
    Ma senza attendere troppo.
    Saluti a tutti.

  • gibuizza:

    Egregio Cavalleri, complimenti per l’articolo che è di una chiarezza disarmante. Più che leggerlo bisognerebbe studiarlo e soprattutto discuterlo, punto su punto. Mi aspetto una qualche trasmissione televisiva con pochi ma esperti professionisti che provino anche a confutare queste tesi, in modo da sviscerarne ogni aspetto, per permettere a tutti di “farsi un’idea” partendo da teoremi comprensibili e semplici.

  • Federica:

    Bellissimo articolo, grazie!

  • Egregio Cavalleri lei dice cose giuste ma io avrei fatto delle ulteriori considerazioni.

    1) prendendo la banale definizione (ad esempio di Wikipedia) vediamo che il termine “economia” proviene dal greco οἱκονομία composto da οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge” e quindi “regole della casa” ma anche, più estensivamente, “gestione del patrimonio”, “amministrazione”- è la scienza che analizza la produzione, lo scambio, la distribuzione ed il consumo di beni e servizi. Allora io traduco “gestione della casa”. Se, come ho esemplificato in una recente conferenza, io avessi un mutuo e proponessi a mia moglie (semplice ragioniera ma molto saggia) di fare un altro debito per pagare il primo, mi arriverebbe, probabilmente una pantofola dietro la nuca e sarei cacciato di casa. Eppure allo stato italiano (ed a tutti gli altri stati pseudo-democratici occidentali) è parso “normale”, “plausibile”, “fattibile” proprio quest’assurdità, tanto è vero che ultimamente è stato attribuito grande plauso a Monti per la vendita di titoli (di debito) quindi per l’ulteriore IMPOVERIMENTO che tutti noi abbiamo subito. Invece la reazione scomposta dei “mercati” (leggi BM e FMI) alla dichiarazione della presidente argentina, Cristina Kirchner, che ha rifiutato di indebitarsi ulteriormente non ha avuto la necessaria deplorazione universale ma accuse alla Kirchner di essere “populista”, “autoritaria”, “antiglobalista”: siamo proprio nel ridicolo ma non lo sottolineano “mamma” RAI, “zia” MediaSet, “La Repubblichetta delle banane”, “Il Corriere della serva”, “Il Fessaggero”, etc. elencando giornalucoli del mainstream

    2) il grande Einstein ebbe a dire: “La mente intuitiva è un dono sacro, la mente razionale è un utile servo. Ma noi abbiamo costruito un mondo che onora il servo ed ha dimenticato il dono”. Io approvo ma vado oltre: a questa perversione d’uso della mente abbiamo aggiunto la perdita di importanza di epistemologia, estetica, etica (cioè la ricerca della verità, della bellezza, del bene) quindi non sappiamo più distinguere il falso, il brutto, il cattivo per scansarli e ci cadiamo dentro, a volte, con tutti e due i piedi. Le poche agenzie di stampa esistenti imperversano su tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa e ci danno una visione del mondo alterata (in cui alcuni aspetti, d’interesse per i poteri occulti, sono enormemente strillati, altri completamente taciuti) e solo un ritorno ai valori spirituali può favorire il nuovo rinascimento dell’umanità, per ora persa nella spirale discendente dell’abbrutimento modernista, globalista, avido e sanguinario.

    3) malgrado io stia affiancando dei gruppi culturali nella loro opera di allargamento della consapevolezza dei problemi che ci sovrastano e che potrebbero travolgerci nell’arco di pochi mesi (forse settimane) devo rilevare che, in pratica, molti son ancora in buone (o accettabilmente degradate) condizioni economiche e possono “mettere il piatto a tavola” quindi quando cerchiamo di far loro prendere la “pillola rossa” della consapevolezza, di scuoterli dalla loro apatia ci sentiamo come quel pensatore che dichiarò “La maggior fatica che ho affrontato è stato cercare di aprire gli occhi alla gente per fargli vedere quel che avevano sotto al naso” forse Ezra Pound

    4) il gioco “sporco” di questi delinquenti ha avuto secoli per perfezionarsi ed incancrenire le società quindi adesso ci troviamo di fronte ad un gioco delle tre carte (che è sempre truccato) e l’unica possibilità di vincere è poggiare un’arma sulla carta che scegliamo (una qualunque) dicendo al disonesto biscazziere di alzare la altre due. Ovviamente come nella realtà così come nella metafora, affianco al criminale biscazziere vi sono dei complici e, se non vogliamo soccombere nel confronto col il mercato “truccato”, anche noi dobbiamo trovare il consenso degli altri per sperare di vincere: credo che questo sia il meccanismo più difficile da attuare… malgrado sia un’azione diretta al bene comune. Sarà complesso distruggere il castello di luogocomunismi di cui è offuscata la mente del volgo, più o meno istruito che sia, e sostituire sani concetti, compresa la giusta ribellione a chi ci ha truffato.

    5) chi ha fatto questo gioco sporco ha commesso un CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ e per questo non c’è MAI PRESCRIZIONE, lo sappiano lorsignori che li andremo a pescare ovunque si nascondano, come è successo per i crimini nazisti…
    Dispero di poter mitigare l’onda di ribellione in generale, di secessione (in particolare al Sud Italia) che percepisco montante. Credo che ci saranno tensioni sempre più forti tra popolazione e mal-governo…

  • gastone:

    bravo
    senza andar per minuzie e sofismi che possano individuare qualche inesattezza. ( detto per eventuali puristi)

    il signore qui sopra ha firmato un articolo che dovrebbe guadagnar la prima postazione quotidiana permanente per poterlo far leggere a quanta più gente transita nel sito.

    in maniera comprensibile ai più ha descritto quello che verosimilmente era il vecchio capitalismo di un mercato libero prima che venisse soppiantato dall’attuale mostro” liberista” col quale termine lo stato condanna il suo peccato di aver organizzato un sistema corporativista fascista dandone colpa ad un concetto astratto per allontanarlo da se.
    naturalmente non prima di aver giocato con la semantica con la quale ha connotato in maniera negativa e moralmente riprovevole il vecchio capitalismo, affinchè prendesse su di sè come un parafulmine, tutte le colpe che la degenerazione dei mercati finanziari hanno prodotto con la benedizione e la protezione SUA.

    gli stati e le loro presunte sovranità oggi innalzano nell’aria le loro grida di dolore dicendo di essere stati strangolati da quegli stessi “amici” (sistema bancario di regime con monopolio blindato) che loro stessi avevano favorito, chiamando di nuovo il popolo in suo aiuto prima che i”suoi amici” lo disssolvano rimpiazzandolo nelle sue scorribande secolari.

    concordo anche nell’utilizzo del termine nazione a significar la tribolazione loro incolta da cotanti criminali. il termine biblico citato innumerevoli volte negli scritti sacri, è quello che connota le antiche popolazione stanziali oggi fatte ostaggio di una organizzazione criminale chiamata stato, che nel volgere di pochi secoli ne ha fagocitato il concetto al pari di quello di “società” e “governo” con i quali perpetrare i peggiori crimini nel loro nome .

    prima che sia tardi si potrà riflettere su questo e tanti altri articoli simili in rete, per capire chi è il reale responsabile di questo feroce degrado economico, morale e spirituale, che vede negli individui ormai la parte più debole . quella stessa parte, cui una legislazione ferocemente positiva e arbitraria l’ha esautorata dei suoi fondamentali strumenti del diritto (codice di mera condotta ) e della morale in grado di farla funzionare al meglio, viene incessantemente costretta e organizzata come un tutt’uno in maniera positiva dal suo padrone, lo stato appunto.
    quest’ultimo dotato ormai di poterli illimitati che lui stesso è in grado di sancire come assoluti, ha in mano diritti che nessun individuo possiede dunque tantomeno potrebbe trasferirgli, esso si è elevato ormai ad arbitro e contemporaneamente giudice assoluto delle nostre vite,
    facendo di noi e dei nostri beni sue proprietà, da amministrare secondo il suo arbitrio illimitato che sconfina nella follia propria degli onnipotenti in cerca di una creatura da attribuirsi.

    degno di nota l’appunto che “ l’economia non è una scienza”. in realtà essa non è una scienza “naturale ” al pari della fisica e la chimica, con la quale tentar spiegazioni in via empirica, ma è una scienza sociale (prasseologia) che studia appunto i fenomeni della azione umana, caratterizzati da variabili infinite, che determinano le azioni economiche più disparate, (catallatica), dunque in nessun modo riducibile a modelli matematici curve a campana algoritmi costruzioni teoriche perfette o imperfette in stato dinamico o in quiete apparente, e giù per un campionario di nonsense degno del miglior arsenale (il)logico keinesiano neoclassico.

    • il corporativismo fascista (cosa ben diversa dalle “corporations” senza leggi e senza limiti del capitalismo “bandito” internazionale) è stato un metodo rivoluzionario (unico socialismo “reale”, insieme a quello della Germania nazista) per dare dignità a CHIUNQUE si trovasse ONESTAMENTE sul suolo nazionale (lavoratore, studente, pensionato, orfano, disabile) e mettere, contemporaneamente, briglia e sella al capitalismo, con annessi bastone e carota, Questo è stato il peccato imperdonabile agli occhi degli oligarchi: autarchia e baratto vincenti contro la speculazione, leggi giuste e non IVA (tassa anti-costituzionale perchè divide i cittadini in due classi, i PRIVILEGIATI che possono scaricarla ed i PARIA che NON possono).

  • gastone:

    quando mi chiarirà come riesce a concepire un sistema socialista,

    ( mezzi di produzione e capitali privati in regime di assegnazione e stretto controllo statale con finalità di redistribuzione coercitiva/fascista)

    che sia al tempo stesso rivoluzionario, efficiente, onesto, e rispettoso della liberta individuale e della sua dignità, senza che tutti questi attributi collidano in maniera imbarazzante con l’essenza coercitiva dell’intero sistema, allora potrò avere elementi per rispondere.

    in quanto” all’autarchia e il sano baratto come vincenti” sospetto non abbia completamente chiari i concetti della “divisione del lavoro” e dei “vantaggi comparati” che ne sono alla base per poter assicurare la prosperità di cui oggi gli individui godono grazie ad essi.

    non dispero che la curiosità e l’umiltà possano venire in suo aiuto per comprendere concetti ed eventi storici che sembrano essere piuttosto lacunosi e spero non resti ostaggio di una informazione insufficiente e della sua relativa convinzione da difendere a tutti i costi

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