La dottrina del libero mercato nasce nella seconda metà del 1700 con Adam Smith. I concetti fondamentali di tale dottrina sono che il privato farà sempre meglio del pubblico, che il libero scambio senza nessun vincolo produrrà benefici per tutti e che non bisogna temere l’assoluta libertà degli operatori economici, perché il mercato ha il potere di auto regolarsi, grazie a un meccanismo battezzato: “mano invisibile”.
Il primo punto, cioè che il privato tende a essere più economico, ha una certa rispondenza nella realtà. La gente è più disposta a impegnarsi a proprio beneficio piuttosto che a beneficio di tutti, a curare la roba propria, piuttosto che la roba di tutti (che sembra di nessuno), questo è vero. Ma non si può concludere che “è sempre meglio”, esistono molti casi contrari, al più si potrà parlare non di legge ineluttabile, ma di tendenza o prevalenza statistica.
Alcuni esempi del sistema sanitario italiano illustrano perfettamente l’assunto. In media, il letto per un ricovero costa nettamente meno nelle cliniche convenzionate rispetto agli ospedali statali, costo che risente di una gestione più oculata e con meno sprechi (ma anche del maggior ricorso al lavoro precario e sottopagato). Tuttavia alcune di queste cliniche private sono state scoperte a truffare lo Stato, fornendo prestazioni inutili o addirittura dannose per i pazienti. Queste situazioni hanno dunque mostrato entrambi i lati della medaglia: laddove il dipendente pubblico pecca per incuria o disimpegno, l’imprenditore privato pecca per avidità, si tratta comunque di atteggiamenti irresponsabili. Da una parte (nel pubblico) si registra una gran massa di piccole mancanze che, sommate, producono un grave risultato negativo, dall’altra (nel privato) si verificano un numero di malefatte molto più rare, ma di dimensioni molto maggiori.
Il secondo punto, quello per cui il massimo profitto individuale coincide con la massima utilità economica generale, è semplicemente falso, come dimostra l’osservazione della realtà, tuttavia occorre spiegarlo secondo gli intendimenti di Adam Smith per comprenderne il significato. La vendita in concorrenza porterebbe i vari operatori economici a specializzarsi, facendo solo le cose che sanno fare meglio degli altri, contribuendo così ad ottenere la massima efficienza del sistema. Adam Smith però estremizza questo concetto, applicandolo addirittura agli stati: le nazioni povere sono adatte a fornire le materie prime, poiché riescono a venderle al prezzo più conveniente, a causa del costo bassissimo della mano d’opera. Le nazioni più sviluppate, invece, possono dedicarsi a produrre articoli tecnologici e servizi di alto livello. Lo scambio sarà sempre favorevole alle economie avanzate (per fare un esempio, oggi -ottobre 2012- un Boeing 747 costa circa come 618 milioni di litri di petrolio) ma la fornitura globale sarà complementare e quindi, molto in teoria, vantaggiosa per tutti.
Questo modello, che in realtà ha il fine ultimo di essere una giustificazione razionale dell’impero coloniale britannico dell’epoca, e dello sfruttamento delle popolazioni sottomesse, introduce quel virus del pensiero che ha infettato le moderne scuole economiche: concentra l’attenzione sull’economia in se stessa, prescindendo dalle implicazioni umane. Rovescia la prospettiva, per cui l’economia, da disciplina al servizio dell’uomo, diventa un fine a cui l’uomo deve essere sottomesso.
Poco importa a Smith e ai suoi seguaci che chi produce l’aereo possa volare con il pieno di cherosene, mentre chi produce il petrolio debba stare a terra a guardarlo: siccome l’aereo vola, per loro il sistema è efficiente. E poco importa ai liberisti che intere popolazioni siano afflitte dalla povertà, dalla fame e dalla disoccupazione, dato che proprio su queste basi si regge il “vantaggio competitivo” di uno stato che può produrre con mano d’opera a basso costo. Più poveri e disoccupati ci sono, tanto maggiore sarà il numero di persone disposte a lavorare per un tozzo di pane.
David Ricardo, un economista coevo di Adam Smith, aveva già rilevato queste problematiche, formulando la “legge ferrea dei salari”, che prevede, in un mercato totalmente libero e senza dazi, che i salari calino fino a raggiungere la quota minima di sopravvivenza.
Due secoli di lotte sindacali, di interventi governativi e di attività di imprenditori intelligenti, hanno impedito la realizzazione dello scenario previsto dal Ricardo. Emblematico è il caso di Henry Ford, che si riproponeva di remunerare i suoi operai in modo tale che questi potessero acquistare le sue automobili, cosicché, insieme al prodotto, creava l’acquirente. Ma gli ultimi vent’anni di capitalismo liberista globalizzato stanno realizzando a puntino quelle previsioni che il buon senso di statisti e imprenditori avevano scongiurato per oltre duecento anni.
E così il libero mercato, per ottenere la massima efficienza e il massimo profitto, tende a creare anche la massima povertà sopportabile nella gran massa dei cittadini, come fosse il prodotto di un’ideologia nemica della vita. E infatti non si può definire un caso che Adam Smith e il reverendo Malthus (il teorico della de-popolazione, da cui deriva l’aggettivo “malthusiano”) si conoscessero e fossero amici.
Infine, se portato alle estreme conseguenze, il libero capitalismo uccide se stesso: impoverendo la maggior parte della popolazione, la domanda d’acquisto cala e i prodotti dei capitalisti restano invenduti. Cosicché questi licenziano e i disoccupati, nuovi poveri, diminuiranno a loro volta gli acquisti in un terribile circolo vizioso che conduce al fallimento delle aziende.
Ma c’è da esaminare il terzo principio del libero mercato, la “mano invisibile” auto regolante, cavallo di battaglia di tutti i liberisti.
Nella teoria classica, gli stati, specializzati a produrre quelle merci riguardo cui hanno un vantaggio competitivo, raggiungono un equilibrio di scambi. Poniamo, per esempio, che l’Italia abbia convenienza a comprare i telefonini dalla Corea a 100€ l’uno e perciò in Italia non si fabbrichino più. Un giorno, per un motivo qualunque, la Corea sospende le forniture: i telefonini in Italia diventano rari e, per la legge della domanda e dell’offerta, i loro prezzi salgono a 300€ ciascuno. A quel prezzo ritorna conveniente produrre telefonini anche per gli imprenditori italiani, che li reimmettono sul mercato, cosicché il prezzo ridiscende e si assesta al nuovo livello di sostenibilità: ecco come il mercato si è auto equilibrato.
Però la teoria classica sembra dimenticare un altro esempio. Immaginiamo che l’Italia, sempre per convenienza, compri il grano dal Canada a 100€ la tonnellata, abbandonando conseguentemente le proprie coltivazioni. Per un motivo qualunque il Canada sospende le forniture e il prezzo del poco grano rimasto sale a 300€ a tonnellata. Allora torna conveniente (e necessario) coltivarlo in Italia. Perciò si semina il grano, si aspetta che cresca, maturi e lo si miete a un prezzo conveniente.
Nei mesi che il grano ha impiegato a crescere, sono morte di fame dieci milioni di persone.
Ora domando: “chi è disposto a morire di fame, per salvaguardare il libero mercato, alzi la mano”. “Come, così poche mani alzate? Ma che cosa sarà mai il piccolo sacrificio di morire di fame, in cambio dell’immensa soddisfazione di sapere che il mercato si è auto regolato!” Finché è qualcun altro a morire, in qualche paese confortevolmente lontano dai nostri sguardi, allora i professori di economia magnificano le virtù della “mano invisibile”, ma se fossero loro a provare i morsi della fame, non c’è dubbio che passerebbero in un secondo al più inflessibile dirigismo.
La cosa ridicola è che il fatto che il mercato si auto regoli è economicamente irrilevante, perché non dice nulla della disponibilità, dell’utilità, dell’importanza e della diffusione dei prodotti. E’ una pura constatazione autoreferenziale del livello dei prezzi, che non riguarda affatto l’economia vera, quella che attiene alla vita delle persone. Nel medesimo mercato, perfettamente regolato, si può essere strapagati o brutalmente sfruttati, si può morire di fame oppure di indigestione, può esserci abbondanza oppure carestia.
Abbiamo esaminato i capisaldi del liberismo (che, non per nulla, è sempre stato condannato dalla Chiesa) e abbiamo constatato delle gravi manchevolezze. La situazione più scabrosa tuttavia, riguarda l’applicazione di questa dottrina al “mercato del lavoro”. Le virgolette sono d’obbligo, perché la compravendita della vita umana non è lecita in nessuna forma e schiavitù e prostituzione sembrano le due situazioni che meglio si adattano alla definizione.
In realtà sarebbe più corretto parlare di “organizzazione collaborativa” piuttosto che di “mercato del lavoro”, perché per fabbricare le merci occorrono molti soggetti: l’azienda senza operaio non produce, né l’operaio senza l’azienda.
Ciò che i sostenitori del libero mercato pretendono, cioè la libera contrattazione delle retribuzioni, è un gioco talmente impari da sfiorare il ricatto: infatti ‘imprenditore è libero di offrire uno stipendio e non aumentarlo, mentre spesso il dipendente è libero solo di accettare quel salario oppure restare disoccupato.
Del resto, questo gioco delle parti, affidato a puri rapporti di forza, si ritorce contro gli imprenditori quando devono trattare con chi è al di sopra di loro nella gerarchia capitalistica, cioè le banche. A seconda dell’insondabile e insindacabile attitudine della banca a espandere o restringere il credito, l’impresa può navigare tranquilla oppure trovarsi in difficoltà coi pagamenti e, per questo motivo, trovarsi costretta a diminuire l’attività, ridurre il personale e persino a chiudere.
In tutti questi casi, il termine libero mercato si rivela una trappola linguistica che vuole dare l’illusione allo schiavo di aver scelto a proprio talento il suo destino. E infatti il termine “libero”, applicato al mercato non ha nessun senso: il mercato non è una persona dotata di intelligenza e volontà che possa esercitare libero arbitrio. Il mercato è un’attività umana di scambio di beni e servizi che deve servire per far vivere bene tutti, se si perde di vista questo fine, che è il vero fine dell’economia, lo si snatura.
La pretesa della bontà della contrattazione senza regole (la bontà della natura, direbbero i filosofi del settecento) si scontra con la differenza che passa tra le caratteristiche umane e quelle animali. Infatti la legge della jungla, la legge del più forte, che già di per sé non è reputata consona alla dignità umana, nel regno animale è però regolata dall’istinto: la fiera uccide fintanto che ha fame. Invece, nel consesso umano, la brama di ricchezza e di potere induce l’oligarchia dei più ricchi a un’ingordigia smisurata e insaziabile.
La dottrina del libero mercato sta così rivelando il suo limite più autentico: che professa una libertà del tutto astratta, che non giova per nulla ai soggetti più deboli. Si tratta, in sostanza, della libertà che le pecore hanno di farsi mangiare dai lupi. Non solo, ma data la costante erosione della classe media, proseguendo nella metafora, si può dire che trasforma progressivamente in pecore tutti gli animali, destinati a essere mangiati da un ristrettissimo branco di voracissimi lupi.
Non voglio qui allargare la trattazione agli aspetti della virtualizzazione finanziaria del mercato (già illustrata in un precedente articolo) né a come quasi tutti gli stati, anche i più dichiaratamente liberisti, trovino conveniente contraddire nella pratica ciò che sbandierano in teoria. Né voglio soffermarmi su una descrizione, a sfondo emotivo, di come il libero mercato stia prosperando grazie agli schiavi cinesi dell’industria e a quelli africani delle miniere.
Mi fermo alla questione di principio e concludo con il grido: “viva la libertà!”, ma delle persone, non del mercato.





























Riflessioni apprezzabili, che mancano di cogliere un’evidente realtà:_ di fatto il libero mercato non esiste; il contesto in cui si svolgono tutte le attività sociali e imprenditoriali è in realtà organizzato da soggetti che godono di privilegi davvero speciali.
In questo articolo non vi è nessun accenno alle banche centrali e al loro esclusivo (tragico per noi) privilegio di avere il potere di produrre-stampare denaro, pardon, emettere valuta.
Si tratta di un soggetto che, fianco a fianco dei governanti, svolge la tragica funzione di “pianificatore centrale dell’economia”, distorcendone e falsandone i segnali, a discapito del libero mercato il quale, invece, è formato da miliardi di informazioni e scambi.
Come si può anche solo pensare che un gruppo di burocrati possa gestire, al meglio per noi (?!) quest’infinità di dati/segnali? E’ una follia, e il risultato è davanti ai nostri occhi.
Cito appresso un breve estratto da un articolo di un brillante economista, confidando nel “vostro/nostro” desiderio di “volerne sapere due righe in più”.
“Ogni volta che il governo ha il controllo del denaro, che è cio che accade sempre, questo significa che gli uomini liberi non controllano appieno la propria vita.
Le loro decisioni e “libere” scelte, sia come acquirenti che come venditori sono solamente quelle consentite entro i confini del governo nazionale, della banca centrale e delle banche commerciali.
Questi sono i soggetti che possiedono un monopolio legale (in realtà, un oligopolio) sulle questioni che riguardano i soldi.
Ai politici piace la moneta a corso forzoso (FIAT) , perché permette loro di comprare voti e aumentare le rispettive proprietà.
Ai banchieri piace altrettanto, perché gli permette di acquistare beni, servizi, proprietà e potere.
Questo tipo di business del governo rappresenta una accordo universalmente apprezzato in ogni scuola di ordine e grado, così come nei vari libri di testo di economia.
Viene lodata l’economia del cartello dei banchieri.
Il governo è colui che realizza e promuove questo cartello. I libri di testo non parlano mai dei due punti di vista rivali, a proposito di tutto ciò.
Ci sono due scuole di opinione economica che si oppongono a questo cartello.
La Scuola austriaca, che persegue e vuole l’eliminazione di ogni forma di intervento del governo nel mercato monetario, e che vada oltre alla tutela del rispetto delle norme giuridiche nell’ambito dell’esecuzione dei contratti.
I Greenbackers, che si oppongono anch’essi.
Loro desiderano che il governo abbia il monopolio del 100% sul denaro e che tutte le banche diventino/siano di proprietà del governo.
Così, i cittadini devono fare una scelta tra questi due punti di vista rivali:
fiducia nel libero mercato o la fiducia nello Stato”.
Estratto liberamente tradotto da un articolo dell’economista Gary Kilcore North:
http://lewrockwell.com/north/north1212.html
Una mia considerazione personale:_ chiunque abbia in mano il potere di “stampare” moneta, o si arroghi tale diritto, non farà altro che approfittarne inflazionandola, prima o poi. Questo è ciò che la storia ci insegna.
La moneta a corso legale forzoso (FIAT money) è oggi solo un pezzo di carta colorata completamente slegata da un qualunque bene che la sostenga e/o garantisca.
Il denaro è l’istituzione sociale più importante, esso è la merce più commerciabile e, in quanto tale (merce), andrebbe restituito al mercato e alle libere scelte di coloro che lo possiedono appieno, al pari di tutte le altre merci/beni che appartengono a ogni privato cittadino.
Fonte, assai utile per chi volesse approfondire ulteriormente e concedersi davvero una bella lettura:
http://lewrockwell.com/north/north1212.html
@ Antonio Pani
Ha parecchie ragioni ma non si può parlare solo del signoraggio.
E l’economia non è solo quella monetaria.
Attenzione che è tutto il modello economico che va riformato se si vuole vivere bene.
A riguardo della sua denuncia che il mercato non è libero, quali leggi si dovrebbero togliere per liberalizzarlo?
Se però non si tratta di leggi, ma di prassi, lei conviene con me nell’affermare che è proprio la sregolatezza (definita impropriamente libertà) del mercato a renderlo una riserva di caccia per pochi predatori.
Grazie per il riscontro,
innanzitutto si potrebbe cominciare con l’eliminare le norme che prevedono l’esistenza delle banche centrali e del sistema bancario a riserva frazionaria.
Le banche dovrebbero avere un coefficiente di riserva sui depositi pari al 100% delle somme depositate.
Il denaro, poi, andrebbe nuovamente ancorato a un bene/merce reale, cioè l’oro; quest’ultimo, non inflazionabile a piacere (come la moneta FIAT), impedirebbe la tassa occulta dell’inflazione, che agevola e arricchisce i primi percettori dell’attuale cartamoneta “fresca di stampa”, a discapito degli ultimi, che saremmo noi.
Spesso si confondono le cause con gli effetti, infatti, sono le banche centrali e la moneta fiat, “super inflazionata”, a distorcere il mercato e a determinare quella terribile “finanza creativa” che, è innegabile, risulta essere oggi più che mai irrimediabilmente slegata dal mondo reale (lavoro, produzione effettiva di beni, servizi e via discorrendo).
La sovranità sul denaro è del mercato, essendo il denaro la merce più commerciabile in circolazione; la storia insegna che le libere scelte di liberi uomini hanno determinato che il ruolo di denaro (merce) fosse assunto dall’oro (e dall’argento).
Chi nel corso dei tempi si trovava ad avere a che fare con le monete d’oro sapeva con certezza che il valore di quest’ultima era rappresentato/garantito dalla quantità di metallo prezioso in essa contenuto.
Le banconote, redimibili/controvertibili in oro, rappresentavano un mezzo più comodo per facilitare gli scambi commerciali. Quando l’avidità bancaria portò ad emettere più ricevute rispetto all’oro depositato si realizzava la tanto conosciuta “corsa agli sportelli”, che determinava il fallimento della banca… allora si che fallivano.
Per quanto attiene alle ulteriori proposte operative, finalizzate alla concreta riduzione della sregolatezza da lei citata, mi permetto di suggerirle la lettura di riflessioni e idee sul tema curate dal Prof. Jesus Huerta de Soto, ampiamente trattate e splendidamente illustrate nel libro “A scuola di economia”, di Francesco Carbone.
Potrà trovare altre interessantissime notizie e approfondimenti sul sito:
● usemlab.com
Cordialità.
A.P..