Del Potere Oscuro e la Rivoluzione del Sessantotto
Libro di Danilo Fabbroni
Prefazione
Lungi da noi ogni tentativo di discriminazione causato dall’appartenenza ad un’area etnica, religiosa, culturale, politica o sessuale. Sappiamo troppo bene che invero l’unica concreta discriminazione a questo mondo è quella del Potere Oscuro contro chi non ha alcun potere, sic et simpliciter.
L’unico vero, autentico, razzismo è il disprezzo – lo ribadiamo – del Potere Oscuro di qualsivoglia area etnica, religiosa, culturale, politica o sessuale, contro chi è privo di Potere senza distinzione di area etnica, religiosa, culturale, politica o sessuale.
Diario della Colonna Infame
Invero questo scartafaccio avrebbe potuto rispondere al nome di Due pesi, due misure. Così, tanto per naturale reazione chimica a quel doppiopesismo – primogenito figlio scemo del Conformismo più becero – che ammorba noi tutti, alla stessa stregua dell’inesorabile coltre di smog sulle grandi città, senza distinzione alcuna. O con distinzioni che non fanno (quasi) testo. «Se Benjamin ebbe a dire che la storia è stata scritta finora dal punto di vista del vincitore e deve essere scritta da quello dei vinti [...]»1 sappiamo che la vittoria ha molti padri, e la sconfitta solo orfani.
Già, il conformismo. Una parola – fateci caso – che è quasi scomparsa dal vocabolario del politicamente corretto. Epurata nei lager e nei gulag del politicamente scorretto. Gli eredi attuali dei Vopos (l’abbiamo forse cancellati dalla memoria politicamente corretta anche questi?) e quelli delle SS a guardia del mainstream progressista sorvegliano occhiuti ogni trasgressione. Quindi nessuno la pronuncia quasi più.
Eppure essa ha goduto di una grande popolarità ai tempi della feroce rivolta contro la società borghese. Se si dovesse riassumere in uno slogan quanto mai apodittico cosa ha fondato e mosso le bordate della sovversione contro l’imperante quanto presuntamente falsa borghesia, si potrebbe dire: “A morte il conformismo”.
O anche: “Facciamola finita con l’ipocrisia”. Quindi, se tanto mi dà tanto, oggi, a decenni di distanza da quegli accadimenti, visto l’imperante successo dei valori portanti di quella svolta2, i quali permeano il sociale occupando tutta la rosa dei venti, “elementi” quali la menzogna, l’inganno, la mistificazione, i due pesi due misure, dovrebbero essere scomparsi. Perlomeno dovrebbero essere ridotti a mal partito. Invece è graniticamente vero il contrario.
Il conformismo e di conseguenza il doppiopesismo dei due pesi e due misure impera sovrano, e fa sempre di più scuola. Ha legioni, stuoli di ammiratori e di aficionado.
Per amore del paradosso, io sono grato – in qualche modo – a Ricucci. Sì, proprio Stefano Ricucci, meglio noto come il capoccia dei furbetti del quartierino. Ricucci, difatti, fu messo in croce – al di là dei suoi misfatti reali – con la gogna mediatica più intransigente. Gli fu addirittura dedicata una satira da un settimanale en vogue dileggiandolo in quanto si abbuffava di pasta al forno, e mangiava a bocca aperta, mentre parlava. Lo si è deriso perché originario di un paesino di provincia, Zagarolo. Lo si accomunava con l’ignominioso filmuccio L’ultimo tango a Zagarolo, con Ciccio e Franco, parodia della perla progressista Ultimo tango a Parigi, della vedette del cinema, Bertolucci.
Eppure nessuno si è mai azzardato ad accennare alla benché minima derisione all’indirizzo di Alain Danielou, vate cerimoniale, acclamato all’unanimità ai quattro venti, del culto del fallo, dell’eros e della Natura. Eppure Danielou stette proprio a Zagarolo per lunghi anni.
Quindi due pesi e due misure? Per il contadinesco Ricucci3 la foga e l’onta, il ludibrio urbe et orbi; per il raffinato (si fa per dire…) esteta francese, nulla. Non solo. Il mangiar villano di Ricucci è un obbrobrio, e qui concordiamo in pieno che l’eleganza interiore si manifesta anche attorno al desco. Ma… c’è sempre un ma! Si dice che la Storia non si fa con i “se” ed i “ma”. Ma a Lor Signori potenti, anche i “ma” possono contare assai. Infatti, se a tavola è assiso un personaggio “giusto”, un fratello – come dire? – di buona cerchia, allora tutto è, magicamente, permesso. Anzi. La cosa che era prima assai sconveniente, diventa alchemicamente un vezzo signorile di gran fascino. Ne volete la prova? Eccola qua, servita con fiori e cotillon di circostanza.
«Parigi [...] Pare si diverta a coltivare una certa volgarità, come se si divertisse a provocare l’ovattato mondo della finanza: a tavola si toglie le scarpe e spesso si annoda il tovagliolo attorno al collo. Ma bisogna fare attenzione alle apparenze, perché questo ricchissimo signore è anche un raffinato collezionista d’arte [...] genio della finanza per alcuni, pescecane senza morale per altri, Antoine Bernheim non lascia nessuno indifferente. Numero due di Lazard Frères, ma in rapporti ben poco cordiali con il gran capo Michel David-Weill, instancabile ordinatore di trame e complotti finanziari, burbero ai limiti della maleducazione [...] del resto, lui stesso sembra compiacersi in questo ruolo di uomo complesso, enigmatico, maniaco del segreto».
Avete capito la musica? Qui siamo in presenza della volgarità tout court, ma il giornalista4, nel descrivere Antoine Bernheim, potentissimo nume della finanza internazionale tende ad essere benevolo, anzi, in corner, finisce per esaltarne la raffinatezza come fosse, colmo dei colmi, un arbiter elegantiae.
Due pesi, e due misure, appunto. Ancora un esempio. Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura, nel suo roman à clef Ravelstein, ritratto à gouache di Allan Bloom, filosofo neocon americano, allievo di Leo Strauss, e propalatore della nobile menzogna, nonché – no need to say – omosessuale, lo descrive con la stessa propensione ad essere porco e volgare a tavola. Ma non è finita qua, essendo la tecnica adottata seriale va avanti ad libitum. Venne fuori a proposito di Ricucci la questione della sua laurea conseguita presso un’università di San Marino denominata Clayton. E giù sfottò a non finire. Peccato che nessuno ebbe da dire nulla su Ligresti che era compagno di corso di Ricucci. La sperequazione morale era già entrata in ballo con Ligresti. Si ebbero grandi sollevazioni di scudi a proposito delle affiliazioni siciliane di Berlusconi, e degli ingenti patrimoni legati, pare, in qualche modo a quell’egida territoriale, ma nessuno scatenò neanche un’oncia di fuoco mediatico contro Ligresti, nativo di Paternò, very deep Sicilly, che ad un certo punto, quasi dal nulla, approdò nella città della bedda madonnina, borfo di pecunia, tanto da essere accolto a braccia aperte nel salotto buono della finanza meneghina. Questo però non sorprende più di tanto. Assistendo a questo bieco conformismo che si vuol adagiare – come l’acqua nei contenitori – nello stampo, nella matrice, del Potere Nero, del Potere Oscuro, per cui tutti gli altri poteri a lui avversi, sono e debbono essere uno zero fatto con un bicchiere, un buco nero, non si può non reagire.
Da questa reazione è nato il presente zibaldone. È di nuovo tempo di samizdat. A mo’ di abbecedario, a guisa di colonna infame, qui si cercherà di affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze, le convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un’analisi storica, psicologica, si cercherà di sottolineare l’abuso del paradigma messianico demonologico, che ha calpestato ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinto da una forza centrifuga del tutto nichilista. Fine ultimo di questa petite bande demonologica (che poi non è tanto petite…) è quello di instaurare una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall’epidemia di peste conformista. Da osservare che gli untori che hanno scatenato tale condizione, non sono stati una prerogativa di questi tempi: se ne ha notizia, à rebours, anche nelle precedenti epidemie socio-culturali.
Ma non finisce qua. Non basta. Si potrebbe dire che l’acquiescenza verso il Gotha ci riservi questo e altro.
Il figlio di Antoine Bernheim, Pierre-Antoine, ha pubblicato, nel 1992, presso il prestigiosissimo editore francese Plon, una specie di Einaudi d’oltralpe, un libro in cui si mette in campo uno spudorato omaggio al cannibalismo senza che nessuno si periti della benché minima reazione. Anzi. Si mettono le mani avanti, e si da voce al saracino di turno, Sergio Quinzio in questo caso, che cerca di menar a destra e manca, per intimidire ogni improbabile, quanto sacrosanta, levata di scudi, dinanzi a tali bestialità.
Vale la pena di riportare per intero l’articolo apparso sul “Corriere della Sera” a firma Sergio Quinzio e Ulderico Munzi, il 26 maggio 1993, a pagina 29.
«Riti Barbari. Un libro francese racconta la storia dell’antropofagia fino ai giorni nostri. E il suo autore dichiara: “Anche i cattolici si cibano del corpo di Cristo”. Cannibali fra noi. Parigi [...] sul suo volto di uomo ben nutrito appare un sorriso ironico: “Siamo stati, siamo e saremo cannibali”.
Il tono di Pierre Antoine Bernheim, studioso ed ebreo non praticante, ha un che di categorico. Perché ne è così convinto, signor Bernheim? “Forse non è scritto nel nostro codice genetico, ma di certo è permesso”. Lo guardiamo un po’ increduli. Ma il nostro sguardo cade sulla copertina del libro che Pierre Antoine Bernheim ha scritto, a quattro mani, con Guy Stravides [...]. Sotto il titolo Cannibales! c’è la scena di un banchetto di antropofagi in qualche sperduta isola del Pacifico. Fa rabbrividire.
Stranamente, la loro precedente opera, sempre pubblicata da Plon, era dedicata all’immagine del Paradiso nella storia del costume. Cannibales! è costato due anni di lavoro solo per le ricerche in recenti e antichi archivi. Un panorama completo dell’antropofagia, dalla preistoria dell’Uomo di Pechino all’Egitto del 3126 avanti Cristo per arrivare al dottore in filologia di nome Andrei Chikatilo, processato nell’aprile del 1992 per aver ucciso qualche decina di persone, delle quali cucinava e mangiava le parti sessuali.
E così signor Bernheim, i cannibali sono sempre fra noi? “Nei casi d’estrema urgenza e di estrema necessità l’uomo è ancora pronto a divorare il suo simile come i Maori scoperti dal capitano James Cook nel 1769. Si mangia della carne umana anche in qualche luogo disperato dell’ex Jugoslavia. Gli esseri normali possono trasformarsi in cannibali con estrema facilità com’è accaduto a quei giocatori latino americani che, dopo essere precipitati con il loro aereo, sopravvissero sulle Ande grazie alla carne dei compagni deceduti. Ne hanno fatto un film”.
Il cannibalismo è anche un fatto religioso? “Pensi ai cattolici. All’Eucarestia non si trasformano in cannibali. Assorbono realmente il corpo e il sangue di Cristo. Si dirà: è un atto simbolico, il che, però, è negato dal Concilio Lateranense IV del 1215 e dal Concilio di Trento del 1545. Chi pensava che fosse un atto simbolico era considerato un eretico. I protestanti hanno accusato i cattolici d’essere degli antropofagi. Quando ingoiava l’ostia sacra, la mistica Colette Corbie aveva come una visione, quella di mangiare carne macinata. E non era la sola mistica a provare fenomeni del genere. In un catechismo del Seicento, redatto come botta e risposta, a un certo punto c’è questa domanda: perché Gesù si dà a noi sotto forma di “carne”? È usata proprio la parola “carne”, in francese “viande”.
E la risposta è stupefacente: perché consente una migliore assimilazione. San Tommaso d’Aquino, parlando dell’Eucarestia, si domanda: “Non è che i credenti, non provando il gusto di sangue e carne, potrebbero essere ingannati dai loro sensi?”.
E le altre religioni? “Il tabù sembra più forte tra i musulmani. Ciò non toglie che ci siano stati casi di cannibalismo anche nelle terre dell’Islam. L’Egitto del 1200 conobbe la carestia, l’esodo rurale e la peste. I fatti vennero descritti da uno scienziato del Cairo che si chiamava Abd al Latif. La gente arrostiva i bambini e se li mangiava. Poi, a mano a mano, anche se i cannibali erano condannati, gli egiziani ci presero gusto. La “moda” si estese in tutto l’Egitto. E le vittime, anche adulte, erano catturate con lacci quando passavano sotto le finestre. Del resto, per tornare ai cattolici, si discusse a lungo se si dovesse mangiare carne umana in casi estremi. La risposta fu positiva. Un crociato, fatto prigioniero dagli arabi, fu spinto dalla fame a mangiare la figlia e si preparava a far subire la stessa sorte alla moglie allorché venne liberato. La Chiesa lo condannò solo a far penitenza per alcuni anni.
Avete cercato le origini del cannibalismo? “Non abbiamo cercato la cosiddetta causa unica nell’animo umano. Noi abbiamo solo creato un Quid e un Who’s Who del fenomeno attraverso testimonianze, scritti e fonti di archivio. Non abbiamo mai incontrato un cannibale nei nostri lunghi viaggi. Insomma, il nostro è stato un viaggio teorico nelle società dette cannibali e in quelle potenzialmente cannibali in frangenti di carestia o in altri frangenti. C’è anche il cannibalismo di vendetta, come accadde durante la Rivoluzione Francese o durante la Rivoluzione di Napoli del 1799 dove erano i conservatori a mangiare i rivoluzionari. Penso che non sia possibile risalire alle origini del cannibalismo. Gli antropologi materialisti dicono che il cannibalismo sia dovuto a una mancanza di proteine animali. Citano il caso degli Aztechi che mangiavano i loro prigionieri. Secondo i materialisti, non si trattava di un fatto religioso per far piacere alle divinità. Quel popolo aveva bisogno di proteine, di calorie”.
E al di là delle motivazioni religiose, delle carestie e dell’impulso della vendetta (il nemico degradato ad animale), ci sono altre ragioni che inducono l’uomo a trasformarsi in antropofago? “L’amore, per esempio. Ci sono popolazioni, in Brasile, che mangiavano o mangiano ancora i propri genitori defunti per amore filiale, cioè per custodirli in qualche modo nei loro corpi invece di farli divorare indegnamente dai vermi. E c’è poi quel giapponese, Sagawa, che ha sostenuto, nel 1981, d’aver divorato la sua olandesina perché ne era follemente innamorato. Forse, mentiva. Molti psicotici mangiano secondo lo schema: “Ti amo, quindi ti mastico e ti assimilo”. E quei morsi che si scambiano gli amanti, nell’amplesso, non sono atti di precannibalismo? Il serial killer americano Dahmer riduceva i suoi giovani amanti in zombie introducendo nei loro cervelli degli acidi, poi li possedeva e quando morivano, come prova del suo amore, ne conservava i resti e li sgranocchiava di tanto in tanto”.
E poi c’è la golosità … “Le dirò di più: la carne umana è squisita. Ci sono le testimonianze di tutti i popoli cannibali e di gente occasionalmente cannibale. Mi riferisco alle cronache dei missionari ai quali era consigliato: “Perché non l’assaggiate?”. I gusti sono diversi. C’è chi dice, come gli eschimesi, che è dolce come quella del cavallo e chi dice che ricorda il maiale. Così affermarono gli Aztechi quando gustarono la carne di porco. Per altri, in Occidente, assomiglia alla carne di bue. In Normandia si ricorda ancora il “saraceno arrosto”. Per alcuni, invece, ha il sapore della cacciagione.
Il gusto cambia a seconda delle razze. In Oceania gli indigeni trovavano i “bianchi” immangiabili perché salati. Preferivano i cinesi che si nutrivano di riso”.
Lei dice che si mangia ancora carne umana? “Direi dappertutto. Durante la rivoluzione culturale, in Cina, si cucinavano, per vendetta, gli oppositori. E poi pensi ai boat people e ai rifugiati curdi. Si mangia ancora carne umana in certe montagne della Nuova Guinea, in Amazzonia e in luoghi insospettabili. Ci sono, inoltre, i riti satanici in America o in Africa. Nelle sette, come quella di Waco, il passaggio al cannibalismo è facile. Il futuro ci annuncia, a causa dell’incremento demografico, dei grandi banchetti a base di carne umana. L’Ucraina della carestia degli anni 1932 e 1933, dove ci si divorava tra vicini di casa, sarà un ricordo trascurabile. L’Uomo di Pechino era cannibale. Dio, creandoci, non ci ha impedito di diventare cannibali”.
Prosegue Quinzio: “Ma non dimentichiamo che quello cristiano è un Banchetto mistico. Antropofagia ha un senso molto preciso: “Mangiare carne umana”. Ma “Mangiare carne umana” ha invece una sterminata gamma di significati, nel senso che l’atto può avere motivazioni diversissime. Mettere sotto la stessa etichetta di Antropofagia il delitto del criminale che tortura fino alla morte le sue vittime e ne mangia i pezzi conservati in frigorifero e la liturgia cristiana dell’Eucarestia, probabilmente non aiuta molto a capire. Sarebbe un po’ come raccogliere sotto un unico titolo, “Tagli da lama”, le coltellate dell’assassino e il lavoro del chirurgo.
Fatta questa precisazione preliminare, l’antropofagia resta un tema sconcertante, uno degli ultimi tabù, che sussiste accanto a qualche altro più debole ancora di lui, come l’incesto. Sulla necrofilia poi si potrebbe scrivere un libro provocatorio come quello di Bernheim e Stravides. Bernheim è un ebreo, e l’appartenenza a questa tradizione esaspera la sua sensibilità sul tema prescelto, perché l’ebraismo prova nei confronti del morto un orrore che altre culture non conoscono. Comunque sia, ci si può cibare di cadaveri umani per sottrarsi alla morte per fame (e qui lo “Stato di necessità” potrebbe giustificare l’antropofagia più o meno come l’omicidio, se non intervenisse un più forte tabù religioso). Ci si può cibare di carne umana credendo di impossessarsi delle virtù del morto; o per devozione filiale, come avveniva in Cina, in modo di non abbandonare alla putrefazione il corpo del padre. Ci si può cibare di carne umana per follia, disprezzo, odio.
È un cibarsi di carne umana anche l’Eucarestia? I cattolici sono dunque cannibali? Si può forse dirlo, sempre che si tenga presente che non tutte le forme di antropofagia, come si è detto, si equivalgono, e che “cannibale” suona invece come un degradante insulto. Le specie eucaristiche non sono semplicemente un simbolo di Cristo, non sono tali né per i cattolici, né per gli ortodossi, né per i luterani, né per altre (certo non tutte) confessioni cristiane. Dunque, chi se ne ciba compie un atto di antropofagia. L’Eucarestia è però qualcosa di teologicamente arduo e complesso, e la sua riduzione a cannibalismo, nel migliore dei casi, semplifica un po’ troppo le cose, lasciando sospettare l’intenzione di épater le burgeois.
Forse dovremmo parlare, piuttosto che di antropofagia, di “teofagia”, e sul tema del “Mangiare il Dio” si potrebbe scrivere un altro libro. In ogni caso, se volessimo includere senza le dovute precauzioni l’Eucarestia nell’antropofagia, troppe cose resterebbero fuori. Per esempio, il sacrificio eucaristico rinnova “realmente”, ma “misticamente”, la passione e morte di Gesù Cristo, secondo la dottrina tradizionale; la quale parla perciò di “Mistero eucaristico”. Dunque, anche la consumazione dell’Eucarestia è “reale”, ma “mistica”. Non è facile dire ciò che questo significa, ma indubbiamente stabilisce una non trascurabile differenza nei confronti dell’antropofagia “reale” e niente affatto “mistica”.
Infine, andrebbe ricordato che il “Banchetto eucaristico” è una prefigurazione e anticipazione mistica, appunto del “Banchetto escatologico”, e che quindi comprende numerosi sensi simbolici. Comunque, è vero che l’Eucarestia stabilisce un contatto, una qualche continuità con i più remoti riti dell’umanità, e quindi anche con le più oscure profondità dell’animo umano, quelle che non possiamo presumere di cancellare con un tratto di penna».
Pierre-Antoine non è solo uomo di lettere, ma anche banchiere alla banca Lazard, quindi un illustratore attendibile di cosa alberga nelle menti e nelle non tanto recondite voglie dei circoli dell’alta finanza iniziatica.
Il tempo appare immobile per lunghe classi di età, poi, all’improvviso si mostra come una cometa inaspettata, e tutta la movimentazione delle cose, e degli animi subisce un’accelerazione vertiginosa. Il terre motus del ’68 e dintorni ha costituito questo fenomeno di artata disintegrazione di un certo esistente borghese, per poi raggrumarsi, decadi dopo decadi, in un post moderno sparso su una melassa avvelenante di cupo conformismo, di una morale pret-à- porter, pronta ad essere stirata, deformata, e malformata a seconda dei propri porci comodi.
In parole povere: in una liturgia della mistificazione.
Oh, che parole grosse, diranno alcuni. Forse. O forse no, visto che circola la voce piuttosto insistente che uno strabiliante, quanto veneratissimo, maestro della Cultura, ovviamente con la C maiuscola, ospite di certi club che trovano i loro naturali habitat à la page ad esempio a Sankt Moritz, come nella baia di Montecarlo, od a Georgetown, nell’isola Grand Cayman (terrior “squisitamente” britannico, che consta di oltre seimila banche), oppure, anzi meglio, ad Honk Kong, recitasse come un mantra il seguente motto, e che gli astanti, il parterre du roi, lo condividesse in pieno:
Non c’è cosa più sopraffina che tradire il proprio miglior amico. O per dirla con il celebre motto di Adorno: «il tutto è falso».5
Spinosa questione invero, credere che simili ambienti così altolocati possano coltivare anche solo di rimando, anche solo per sbaglio, un credo di siffatta caratura disfattista. Per quello che vale, ad esempio, è notizia pubblica – e la stampa ne ha dato pieno risalto – che è esistita una densa zona oscura composta di reticenze, silenzi, ingiustificate ritrosie e massima indifferenza intessuti attorno la morte di Edoardo Agnelli.
Fu un vero suicidio o cosa altro ai danni del futuro erede della famiglia più potente d’Italia? 6
E questo ambiente ha da spartire qualcosa con gli iniqui misteri di calciopoli intessuti da Moggi e da Conte? Possibile che nessuno ai vertici potesse “non sapere”? In altre occasioni il “non poteva non sapere” era materia scontata ed ha equivalso in sede giudiziara ad una condiscendenza dello status quo, e quindi ha portato ad una condanna.
Sappiamo che la “bellezza della stampa”, per dirla con Humphrey Bogart, lascia il tempo che trova, con tutto quello che guadagnano di immondo, rispetto alla loro veritieria capacità di inchiesta, i direttori delle testate più importanti volte a eterodirigere le opinioni della populace, ma rimane un vago sentore di vox populi vox dei.
Gigi Moncalvo, una voce solitaria recitante nel deserto, coraggiosa quanto temeraria, ha provato nel suo I Lupi e gli agnelli7, a descrivere tale impalcatura di matrioske. In pratica, la messa in atto di una tragica bellum omnium contra omnes di cui sono stati oggetto i figli contro la loro stessa madre. Se James Hillman aveva avuto l’ardire di rivitalizzare le antiche faide, allora ai giorni nostri tutto questo si è avverato di nuovo.
Attenzione! Non siamo impressionati da un moralismo da operetta da tre soldi! Non stiamo girando qui attorno al concetto di bugia, né tantomeno ci stiamo facendo scandalizzare dalle capibili debolezze umane. Non si tratta della proverbiale quanto innocua “dissimulazione onesta” del sagace Torquato Accetto. No. Qui abbiamo a che fare con l’oltre inganno in carne ed ossa. Qui si tratta, si ha a che fare, con la deliberata gestione della menzogna ai fini della costruzione della mistificazione. Del principio del mysterium iniquitatis. Tenteremo di tracciare – con tutti gli interrogativi del caso – un’ermeneutica di questa spaventosa quanto terribile “filosofia del tradimento”.
Uno stesso velenoso banditore del ’68, Adorno, rilevava che «tra i motivi della critica della cultura ha sempre occupato un posto centrale il motivo della menzogna».8 Quindi “viaggiamo” sul “sicuro”.
Jerry Rubin in persona, alfiere del ribellismo sessantottino, ebbe a dire: «Abbiamo combinato gioventù, musica, sesso, droga e ribellione, col tradimento: e questa è una combinazione difficile da battere».9
«Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti».10 Ebbene, quello che segue è un muoversi (da errabondo) scrutando queste “potenze oggettive”.
Il tradimento messo in pratica da queste camarille vuol portare direttamente ad «un eccesso di degradazione [quale] maggior “santità”, e che quanto più velenosa era la perfidia, tanto più si avvicina [...] il giorno della “redenzione”».11
Questo testo quindi può esser visto come un baedeker di un viaggio nei meandri del Potere Oscuro di cui – confessiamo – non possiamo pretendere di detenere le chiavi di volta, da quidam quale siamo, nel senso che questo è un itinere di un percorso da fare assieme al lettore che possa dare, ad entrambi, scorci significativi quanto poco noti, tanto scarsamente meditati. Spetterà al lettore trarre le sue conclusioni se questo zigzagare attraverso una moltitudine di fatti, avvenimenti, testimonianze, nessi apparentemente del tutto casuali, come nella giubba di Arlecchino, talvolta affastellati assieme come in un mucchio di bastoncini di shangai, dia o no un identikit plausibile del volto del Potere Oscuro. E delle incontrovertibili volontà di maleficio di quest’ultimo.
Del resto ci rammentiamo tutti che lo stesso San Paolo ci ammoniva affermando che il mistero dell’iniquità è esplicabile solamente in termini spirituali. Ciò sta a significare che la persona razionale, normale, la quale vive in accordo con la civiltà e la moralità cristiane, è inabilitata a comprendere appieno cosa muove questa malvagità. È appunto un mistero. Il mistero dell’iniquità è la caverna abitata da chi è posseduto dalle forze energiche di Lucifero. La sinagoga di Satana, principe della menzogna.
Come nei prismi, in cui il raggio di luce si infrange, dando adito a variegate correnti di luce, così in questo centone, il tentativo è quello dispiegare una serie di rifrazioni per poi ricomporre il disegno finale, con un’unità di intenti. Si sa che nel tratteggiare le costellazioni, per farle apparire visivamente, si debbono unire a mo’ di zigzag i vari punti con delle linee. Alla fine, se la via del tratteggio si sarà rivelata quella appropriata, allora apparirà in tutta la sua chiarezza la forma della figura astrale, vero oggetto di indagine. Quindi non le stelle su misura di cui andava parlando Adorno, ma bensì la misura delle stelle.
Il lettore particolarmente benevolo spero ci perdonerà di averlo costretto a volteggiare, come nella giostra quando si era bambini, assieme a noi in questa chicane spericolata, in questa serpentina da alambicco letterario, di citazioni, voci, commenti provenienti da fonti così disparate quanto eterogenee. Per di più, diverse volte proclamate da partiti e fazioni in aperto contrasto tra di loro, e anche contro lo stesso approccio del presente testo. Riteniamo che averlo fatto abbia comportato una maggior completezza da un lato, ed una maggiore obiettività dall’altro.
In ultimo chiediamo di farci il piacere di risparmiare la critica “automatica” imperniata sul dato che lo Zeitgeist qua dipinto sia solo un mero fatto teoretico. Per restare soltanto all’orizzonte italiano (ma la cosa vale globalmente), una rapida lettura de Il caso Genchi a firma di Edoardo Montolli, spazzerà via ogni dubbio a riguardo della precipua “perfezione” a cui è giunto l’esercizio della mistificazione istituzionalizzata. Il tradimento assunto e sussunto come afflato (im)morale, vera e propria minima moralia per la società cosiddetta civile, è divenuto la norma nella gestione del potere quotidiano, micro o macrospico che sia.
Questo testo è il diario di come tutto ciò possa essere avvenuto, dei suoi registi, dei suoi produttori, dei suoi art-directors, del suo a cui prodest.
Sposiamo, in ultimo, in pieno le parole che ebbe Primo Levi «a proposito del genocidio cambogiano perpetrato dai khmer rossi del generale Pol Pot: “È colpa nostra se ne sappiamo così poco. È colpa nostra, perché avremmo potuto leggere meglio, saperne di più. Leggere i pochi libri usciti sull’argomento. E non lo abbiamo fatto per pigrizia mentale, per amore del quieto vivere”».12
Riteniamo che queste parole si cuciano alla perfezione a quell’arcano, a quell’incantesimo, come ebbe a dire Claude Lévi- Strauss a proposito di un celebre canto sciamanico13, che risponde al nome del Sessantotto.
«Eravamo una compagnia [...] non siamo mai diventati una lobby, nessuno di noi ha mai indossato l’eskimo, nessuno di noi ha fatto carriera, mentre molti di quelli che indossavano l’eskimo sono diventati direttori, direttori editoriali, editorialisti, commentatori con fotina, savonarola televisivi, vignettisti buoni per tutti i giornali e per tutte le stagioni, da “Lotta Continua” al “Corriere della Sera”, da “Repubblica” a “Cuore”, moralisti osannati a destra, a sinistra e al centro, protagonisti dell’antidietrologia, in verità fustigatori di tutte le dietrologie degli altri ed esaltatori di una, la propria. [...] Non fummo più noi i giornalisti democratici, “democratici” divennero gli altri, i “garantisti”, quelli che giuravano sulla trasparenza del professor Toni Negri, titolare della cattedra di Diritto dello Stato presso l’Università di Padova e folle predicatore della violenza da praticarsi con il passamontagna calato sul volto».14
Note
1 Theodor W. Adorno, Minima Moralia, Einaudi, p. 146
2 pour cause un libro di Klaus Mann.
3 Stefano Ricucci: Nessuno ama un miliardario senza nome, Claudio Sabelli Fioretti, “Corriere della Sera”, 7 aprile 2008, p.11
4 Bernheim, il Cuccia d’oltralpe, Giampiero Martinotti, “Affari & Finanza”, 26 giugno 1995, p. 7
5 Martin Jay, Theodor W. Adorno, Il Mulino, p. 41
6 Giuseppe Pupo, Ottanta metri di mistero, Koinè
7 Gigi Moncalvo, I lupi e gli agnelli, Vallecchi
8 Theodor W. Adorno, Minima Moralia, Einaudi, p. 34
9 Richard Wurmbrand, L’altra faccia di Carlo Marx, Eun, p. 29
10 Theodor W. Adorno, Minima Moralia, Einaudi, p. 3
11 Isaac B. Singer, La distruzione di Kreshev, Edizioni Il sole 24 ore, p. 58
12 Una colpevole pigrizia, Massimo Bucciantini, “Il Sole 24 ore”, 15 luglio 2012, p. 23
13 Gilbert Rouget, Musica e trance, Einaudi, p. 181
14 Marco Nozza, Il pistarolo, Il Saggiatore, pp. 10, 20, 21
Scarica i primi tre capitoli del libro.





























so che non è strettamente pertinente, ma: guerrieri della tastiera: domani mattina verso le 10 a Torino Porta Susa ci sarà Monti per l’inaugurazione della alta capacità (o velocità?) chi è libero da impegni e dissenziente da questa follia della TAV può trovarsi in piazza domani
… insieme ai nipotini di toni negri e prospero gallinari.
Non pertinente e non consapevole.
Sentivo il tg, l’altra sera, non ricordo nemmeno se sulla rai, o su mediaset, non è importante e non cambia molto, anzi. Cmq il “giornalista” o meglio, il giornalaio che leggeva le notizie sui quotidiani, definiva: anomalia, il fatto che eravamo l’unico paese d’europa a non pagare l’ici, mentre definiva record, la percentuale di tasse pagate. Ammesso che pagare più di tutti è sicuramente un record, negativo, ma record!! Si dà una definizione, sicuramente negativa (anomalia) all’eliminazione di una tassa, ed una definizione ambigua, (record) che se non definita può essere sia positiva che negativa… Ci stan fregado in tutti i modi e, per far questo, fan di tutto per tenerci nell’ignoranza. Guardate com’è messa la scuola… a forza di riforme l’han smantellata… e non è finita
QUINDI ??
Il Sessantotto è la più grande RIVOLUZIONE ANTI-CULTURALE di tutti i tempi. Ha solo portato disordine, alterazioni e squilibri vari, insomma il “tutto è ammesso tutto è tollerato”, e di fatti ci ritroviamo in questa situazione. E’ chiaro che dietro a questo fenomeno come ad altri nella storia, vi sia la mano delle lobby.
Era ora che qualcuno alzasse il sipario della pseudo mitologia sessantottina.Spero solo che il seguito sia all’altezza di quello che ho letto.