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Anche se non condivido tutto quel che viene riportato in questo articolo é comunque un’interessante analisi del rapporto uomo-donna nella società di oggi. Ringrazio ugualmente Massimo Fini per la sottile analisi contenuta in questo libro.

Natura dei sessi (Dizionario erotico)

di Massimo Fini
Link: http://www.movimentozero.org/index.php?option=com_content&task=view&id=97&Itemid=4

Voci estratte dal “Dizionario erotico”

thoughts2Ambiguità femminile

L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. L’uomo è razionale, la donna no. L’uomo approccia la realtà con l’attitudine del cronista, la donna con quella del romanziere: sfuma, allude, sottende. Nella donna, come nel romanzo, il non detto è più importante del detto. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. E l’eterno femminino. L’ambiguità costituisce la fonte inesauribile del suo fascino ma anche il principale motivo della perenne e irrimediabile incomprensione fra i sessi. Al confronto con la femmina il maschio è un bambinone elementare («Ricordati che in ogni uomo c’è un bambino che vuole giocare» dice Nietzsche) che lei, a parità di condizioni, si fa su come vuole. A meno che non sia veramente innamorata. Perché la donna è un essere totale, capace quindi anche di una dedizione totale. In questo caso il suo masochismo sessuale, in genere compensato ad abundantiam dalla sua vitalità naturale, diventa masochismo tout court e lei può davvero farsi vittima senza difese e fino alle estreme conseguenze.

La storia di Adele Hugo, la figlia dello scrittore, così splendidamente raccontata da Truffaut, è un paradigma di questa capacità di annichilimento. Solo le donne sanno sacrificare con naturalezza, quasi con noncuranza, la vita per il proprio uomo (Claretta Petacci ed Eva Braun ne sono due famosi esempi storici). Anche l’uomo può sacrificare la vita per l’amata e persino per un estraneo (questo la donna non lo farebbe mai, è troppo contrario ai suoi istinti vitali), ma lo fa, quando lo fa, per mantenere un certo concetto di sé, per orgoglio, per dovere sociale («prima le donne e i bambini») e ha bisogno quindi di un atto di volizione, di un atto eroico. Obbedisce a una regola, a un imperativo morale. La donna lo fa per istinto. Per l’uomo è molto più difficile, è un atto di coraggio, se il vero coraggio non è la temerarietà o l’incoscienza ma la capacità di superare, con la volontà, la paura.
Di fronte alla morte, come al dolore, l’uomo è infatti, in partenza, molto più vile della donna, perché ne ha più paura. Per il maschio la morte è precipitare nello spaventoso Nulla da cui è venuto, per la donna è ricongiungersi alla Terra, a Gea, alla Grande Madre, a se stessa. Questa capacità di dedizione totale al proprio uomo che appartiene, in certe occasioni, alla donna non va confusa con la generosità. E una forma di masochismo sublimato nell’amore. Ma nella quotidianità e nella normalità la donna è tutt’altro che generosa. È, al contrario, gretta, micragnosa, meschina, piccina, attentissima al “do ut des”. L’uomo vive nell’astrazione, la donna nella concretezza. Ciò non significa però che conosca il principio di realtà. Segue semplicemente i propri istinti. Per cui può capitare che, come una falena impazzita, vada a sbattere contro il vetro della finestra e si estenui nel cercare di sormontare o di aggirare l’ostacolo impossibile. Ma la sua forza è tale che può persino riuscire, violando tutte le leggi della razionalità, ad abbatterlo.
Che questa sia un’epoca femminea, o quantomeno unisex, lo dice anche il fatto che l’uomo ha perso le proprie caratteristiche di linearità, di dirittura, di franchezza, di lealtà e quindi di virilità. E diventato ambiguo come una donna. Parla con lingua biforcuta, raggira, tende trappole e tranelli. Non rispetta più le regole, la norma, non conosce o non riconosce più la logica, il principio di non contraddizione, ha perso il senso del diritto e della giustizia (cui la donna è refrattaria, per lei non esiste regola che possa avere valore superiore ai propri istinti vitali). L’uomo sta cioè abbandonando il mondo artefatto che lui stesso si era costruito, senza per questo poter ritrovare quello naturale. Siamo di fronte a uomini femminilizzati e a donne maschilizzate, che dall’uno e dall’altro sesso hanno preso solo il peggio. Siamo diventati tutti degli omosessuali.

Atto sessuale
In sé non ha nulla a che vedere con l’erotismo. L’erotismo è un fatto mentale, scopare un fatto fisiologico, un mero sfregar di mucose. Diventa erotico – ma perché ciò avvenga bisogna che la società e l’individuo abbiano raggiunto un certo livello culturale – quando viene percepito come atto che degrada la donna a femmina, ad animale. Spiega Georges Bataille in un fondamentale passaggio de L’erotismo: «La bellezza (l’umanità) di una donna concorre a rendere sensibile – e sconvolgente – l’animalità dell’atto sessuale. Nulla di più deprimente, per un uomo, della bruttezza di una donna sulla quale la laidezza degli organi sessuali e dell’atto non risalti. La bellezza conta in primo luogo perché la bruttezza non può essere sciupata. Laddove l’essenza dell’erotismo risiede appunto nella profanazione».
Per l’uomo la donna è un soggetto erotico non perché ha un sesso in quanto tale ma perché attraverso la sua sessualità la può ricondurre allo stato animale, destituendola quindi come donna, come persona, come individuo sociale. Questo processo di degradazione ha un percorso più o meno lungo (i cosiddetti preliminari), che è appunto il gioco erotico, e il suo culmine nell’atto sessuale. Ma proprio quando il maschio crede di realizzare il suo massimo trionfo sulla donna, degradandola definitivamente a femmina nella brutalità e nella naturalità dell’atto, qui si realizza invece la sua capitolazione. Ciò che l’uomo sente di infinitamente superiore nella donna è la vitalità. Ed è questa vitalità che nel gioco erotico vuole in fondo punire, sconciandola e umiliandola. Ma si caccia in una trappola perché, degradandola a femmina, va a ficcarsi proprio nel cuore della sua potenza creativa e ne viene inghiottito. Più sottile, forse, è il maschio masochista che, invertendo i ruoli sessuali, afferma il proprio valore e la usa invece di esserne usato.
E’ sempre la donna a uscire vincente dall’amplesso: perché ritrova la propria essenza, che è la natura, laddove l’uomo perde la sua, che è la cultura. Attraverso i cicli lunari, le mestruazioni, la fecondazione, la gestazione, la placenta, il parto, le mammelle, il latte e tutti i complessi processi fisiologici che si svolgono all’interno del suo corpo, la donna è infatti legata alla natura molto più intimamente di quanto lo sia l’uomo. L’atto sessuale riporta quindi la donna a se stessa, alla sua funzione primigenia di femmina potenzialmente feconda, che procrea, e che in ragione di ciò è strutturata per ricavarne il massimo piacere, che la coinvolge interamente («sono tutta bagnata»), mentre al maschio è riservato il compito transeunte dell’inseminatore e un piacere molto minore e localizzato.
L’atto sessuale interessa quindi molto più a lei che a lui. E se col gioco intellettuale dell’erotismo l’uomo cerca un piacere diverso da quello fisico è proprio perché il piacere che gli procura l’amplesso è limitato se non addirittura deludente. Che poi oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, l’accoppiamento non preveda la fecondazione, anzi espressamente la escluda, non annulla queste verità biologiche di fondo che continuano a determinare e modellare i caratteri, la psicologia, i movimenti e i comportamenti del maschio e della femmina. Vinta e umiliata quindi nel gioco erotico, come donna, lei risorge inesorabilmente, nell’atto sessuale, come femmina. È l’Araba Fenice. È indistruttibile.
L’uomo avverte più o meno consciamente, oscuramente, di avere in tutta questa vicenda la parte minoritaria, marginale e letale del fuco. Come il fuco, viene portato dalla sconvolgente sessualità della femmina ad altezze che non gli sono congeniali e la sua morte simbolica è segnata dallo stato miserevole in cui è ridotto il suo pene mentre la vagina si nutre del suo seme e si gonfia d’orgoglio. E’ un passaggio di energie. «Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa» dichiara crudamente uno dei protagonisti de “L’età della ragione” di Sartre.
Diciamo quindi la verità una volta per tutte: se potesse l’uomo farebbe volentieri a meno di scopare. E’ un dovere biologico e sociale, una fatica, uno stress, implica un’erezione problematica, costringe il maschio a mettersi alla prova, a sottoporsi al giudizio della donna per qualcosa che, in definitiva, va a vantaggio molto più di lei che di lui. Invece nei preliminari, cioè nel gioco erotico vero e proprio, è lui il padrone della situazione, che maneggia, scompone, sconcia a suo piacere l’inquietante giocattolo (ma anche questa è illusione e apparenza: il gioco erotico è necessario all’erezione del maschio, ma in funzione della femmina, la vera protagonista dell’amplesso).
Lisistrata, quindi, chi la capisce? Capeggiò uno sciopero che inibiva ai mariti l’accoppiamento, ma le loro donne e spose continuavano a fare i consueti lavori di casa. Venire accuditi e non essere nemmeno costretti a scopare: si può immaginare qualcosa di meglio? Oltre- tutto lo sciopero di Lisistrata e delle sue compagne era particolarmente stolido perché aveva lo scopo di far terminare una guerra che i greci delle varie polis si stavano combattendo da decenni, lasciando le donne a casa a fare la calza. Ora, ogni maschio bennato di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra. «Fate l’amore e non la guerra» è uno slogan femmineo che non ha retto alla verifica della realtà.
Infatti la donna, che procrea, è dalla parte della vita, ma l’uomo, fuco sterile, è animato da un oscuro istinto di morte e soffre di un acuto, anche se inconfessabile, inferiority complex nei confronti della femmina («l’invidia del pene» è un sottoprodotto culturale, una sciocchezza freudiana). L’uomo si è inventato tutto il resto, l’arte, la letteratura, la scienza, il diritto, il gioco e il gioco di tutti i giochi, la guerra, per coprire in qualche modo questo vuoto, per sopperire alla sua impotenza procreativa. Il mondo della donna appartiene alla concretezza e alla pienezza della natura, quello dell’uomo al sogno, all’astrazione, all’artefatto. Suo è quindi anche il gioco erotico.
L’erotismo, costruzione mentale, è un bisogno molto più maschile che femminile. Per la donna, alla quale in fondo per andar su di giri basterebbero le carezze, cioè un’attività fisica, è solo un fatto di sponda, di controspecchi. Narcisa astuta e sapiente, si riflette nel piacere di lui e ne gode. Anche perché sa che, alla fine, ne trarrà, come dicono a Genova, la sua convenienza.
Per l’uomo quindi l’atto sessuale può diventare facilmente secondario rispetto al gioco erotico o venir addirittura eliminato. Per la donna rimane invece l’obiettivo primario. Legata alla natura, potenzialmente feconda, la donna, nonostante tutte le sovrastrutture culturali che le sono state calate addosso, resta un essere-per-la-vita, mentre l’uomo è-per-la-morte. L’uomo è quindi per l’eros, la donna per il sesso.

Chiesa cattolica

Non sarà mai ringraziata abbastanza, perché ci ha dato il più delizioso di tutti i sensi: il senso di colpa. È arcinoto che non c’è nulla che ecciti quanto il proibito. E in campo sessuale la Chiesa, per altri versi così indulgente, è stata davvero “Magister vitae” vietando quasi tutto e affinando il più potente e sottile degli afrodisiaci («Considerandolo come un peccato il cristianesimo ha fatto molto per l’amore» ha scritto Anatole France). «Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio» così si immolavano le giovani spose quando Santa Madre imperava.
Oggi la Chiesa ha perso quasi tutta la sua presa in campo sessuale, ma il senso di colpa e del peccato è rimasto come un richiamo di sottofondo, non facilmente sradicabile. Chiunque abbia avuto una ragazza che è stata dalle Orsoline, dalle Marcelline o in altri istituti di suore sa i piaceri che se ne possono ricavare. Lei si vergogna e si eccita della propria vergogna. Una miscela esplosiva. Il permissivismo sessuale è una sciagurata creatura tardo-modema. L’amore solare, libero, hippyesco, alla Zabriskie Point, soprattutto se consumato in gruppo e all’aperto, come se si trattasse di un picnic, è, diciamo la verità, di una noia mortale. Scopare ha perso ogni attrattiva, se mai l’ha avuta, da quando da proibito è diventato obbligatorio.

Città
La città è erotica, la campagna è sessuale. In città sono i ritmi accelerati, febbrili, ossessivi, nevrotici, la prevalenza dei lavori intellettuali su quelli manuali, la mancanza della fatica fisica, gli ambienti ristretti, la contiguità di molti individui, l’importanza che vi assumono i vestiti, l’abbondanza e la fantasia degli oggetti, il contesto tecnologico, il cemento, a predisporre a un sesso di tipo mentale.
In campagna, in luoghi in stretto contatto con la terra, si è invece indotti a un sesso meno sofisticato, più semplice, più diretto, più naturale. È in campagna, all’aperto, e non certo nei falansteri cittadini, che ci si può sentire in sintonia con il Tutto cosmico e i suoi eterni cicli di cui anche la congiunzione carnale fa parte e in cui le elucubrazioni mentali, erotiche, perdono senso, suonano anzi inopportune e ridicole. L’erotismo vuole luoghi chiusi o addirittura reclusi (De Sade stava in prigione). Tour se tient. L’erotismo nasce con la borghesia o comunque ne viene grandemente potenziato. Il borghese è cittadino e il termine citoyen cominciò a essere usato con la Rivoluzione francese.

Discorsi
In genere si crede che i maschi facciano fra loro discorsi molto sporcaccioni. Certamente dicono oscenità e si vantano di avventure mai avvenute (il maschio che scopa è silenzioso). Ma fra gli uomini resta sempre una certa pudicizia virile che impedisce confidenze troppo personali sulla propria vita sentimentale e sessuale. Le donne sanno essere molto meno amiche (anzi non lo sono quasi mai, l’amicizia è un fatto maschile, implica una lealtà estranea alla femmina), ma sono capaci di instaurare fra loro una intimità sconvolgente. Le donne, soprattutto quando si trovano nei locali pubblici, in discoteca, al ristorante, vanno al cesso insieme: una si alza la sottana, si tira giù le mutande, si siede sulla tazza, piscia e intanto chiacchiera amabilmente con la compagna, magari conosciuta solo quella sera.
Allo stesso modo si fan parte senza pudore delle loro storie sentimentali e si raccontano le proprie esperienze sessuali fìn nei dettagli più intimi e scabrosi. Sono lettrici attentissime della cronaca rosa ma anche, sia pur senza farsi troppo notare, di quella nera a sfondo sessuale. Peraltro la cronaca in generale interessa moltissimo la donna. Perché ha il gusto del particolare ed è curiosa come una scimmia. Non si tratta di una curiosità metafisica, rivolta alle grandi domande sull’essere di cui non le potrebbe fregar di meno, ma di una curiosità più terranea e concreta. Il pettegolezzo è il suo habitat naturale. È perciò possibile raccontare anche a una signora irreprensibile, senza che lei perda nulla della sua irreprensibilità, le storie più boccaccesche e sporcaccione, soprattutto se riguardano amiche e conoscenti, e poco importa se inventate di sana pianta, spingendosi nei particolari più indecenti. Lei non batterà ciglio, interrompendo solo di quando in quando con dei deliziosi e finto scandalizzati «Ma davvero?», «Addirittura!», «Nooo?!», «Non è possibile» o con un incoraggiante «Vai avanti» che travolge anche le ultime barriere.
Particolarmente stuzzicante è raccontarle una storia tremenda dando alla protagonista, oggetto di ogni sconvenienza, i suoi tratti fìsici e sociali e possibilmente anche lo stesso vestito che ha indosso in quel momento. La signora trangugerà tutto, continuando a fìngere il nulla (ma se durante il racconto accavalla le gambe vuol dire che sotto si sta bagnando). Se è una grande divoratrice di storie cochon è invece difficile che la donna prenda l’iniziativa di raccontarle a un uomo. Né il fatto che si presti all’ascolto significa che abbia intenzione di saltare il fosso col narratore. Semplicemente le piacciono le porcherie e le schifezze, anche a titolo gratuito. Le donne amano schiacciare i punti neri, propri e altrui, e guardare ciò che ne esce. Ed è detto tutto.

Fica
Quest’abisso marino che la donna ha fra le gambe ha sempre fatto paura all’uomo. Perché rappresenta, materialmente e simbolicamente, la caoticità della femmina, la sua creatività, la sua inquietante fecondità. Da lì ha origine il mistero di tutti i misteri: la vita. E per questa atavica paura della donna, della femmina per essere precisi, che l’uomo ha sempre cercato di limitarla, di condizionarla, di recintarla, di confinarla, di controllarla, di sottometterla, di soggiogarla. E la vitalità della donna che fa paura. Il mondo femminile è primordiale, istintivo, ebbro, baccante, danzante, dionisiaco, quello dell’uomo è apollineo. La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte.
E se nell’amplesso l’uomo preferisce, in genere, che lei conservi su di sé qualche elemento dell’abbigliamento non è solo perché segnala quel processo di degradazione da donna a femmina in cui consiste l’erotismo, ma anche perché una donna interamente nuda, totalmente consegnata alla propria animalità, terrorizza l’uomo. Una donna con qualche cosa addosso è ancora cultura, e quindi in certa misura governabile, senza è una forza della natura.

Fica Power
Il potere della fica è duplice: come organo della riproduzione e come oggetto del desiderio maschile. Il primo è perfettamente comprensibile (senza di lei non c’è la vita, e scusate se è poco); il secondo, che, come noto, è enorme tanto che si può dire che intorno giri l’universo mondo, è, per certi aspetti, paradossale. Infatti l’atto sessuale, per motivi legati all’archetipo della fecondazione, interessa molto più alla donna che all’uomo e le dà un godimento di gran lunga superiore e più completo. Ma la Natura, per ragioni che attengono all’erezione del membro virile e proprio alla minore disponibilità del maschio all’atto sessuale, ha voluto che sia l’uomo a dover fare la prima mossa e a mettersi quindi dalla parte della domanda. E chi chiede è sempre in una condizione di inferiorità. E la donna che può gestire il mercato e regolare il traffico. Da questa circostanza nasce il suo potere sessuale altrimenti inspiegabile.
Oggi che le donne sono entrate nel mondo del lavoro maschile il Fica Power è usato con spregiudicatezza per fare carriera e ottenere altri inammissibili vantaggi. Ma non si può dire. È tabù. Viene considerata un’intollerabile offesa all’immagine della donna che è ridiventata, come nell’Ottocento ma per motivi diversi, un essere angelicato, depurato di ogni bruttura morale. Si batte quindi sempre e solo il tasto del potere di ricatto maschile sul luogo di lavoro. Che c’è, naturalmente, ma è più limitato, se non altro perché può essere esercitato solo dall’alto in basso ed è verificabile, mentre il fica Power è diretto a tutto campo e praticamente indimostrabile.
Invece di indignarsi quando si parla di Fica Power le femministe o comunque i tanti teorici delle pari opportunità dovrebbero prestarvi qualche attenzione, perché questo atteggiamento lede innanzi tutto i diritti e le aspettative di quelle donne che nei rapporti di lavoro si comportano con correttezza.

Matrimonio

È la tomba dell’eros più che del sesso. Innanzitutto perché istituzionalizza la trasgressione, il che è una contraddizione in termini. In secondo luogo gli atti trasgressivi si vanno via via depotenziando per effetto dell’abitudine. Nel matrimonio, o comunque nel rapporto di coppia stabile, bisogna ricostruire ogni volta il teatrino, ma a lungo andare le quinte cadono a pezzi, la trama, sia pur variata in tutti i modi, mostra la corda, i burattini si rivelano per quello che sono. Ecco perché l’avventura rapida e fugace è così eccitante: l’effetto dissacratorio è molto più forte («Ma come? Fino a un momento fa non ci conoscevamo neppure, tu eri lì bardata nei tuoi vestiti, compresa e orgogliosa del tuo ruolo di donna, e adesso ti sei fatta tirar giù le mutande e ficcare un dito nel culo?»). E’ esaltante rompere il giocattolo nuovo, rompere sempre lo stesso giocattolo alla fine stufa.
Nell’avventura però, esauriti i preliminari, cioè il gioco prettamente erotico, quasi mai il rapporto sessuale vero e proprio è soddisfacente (anche se il deficit sensuale può essere compensato dall’eccitazione psicologica). Infatti l’abitudine se gioca contro l’erotismo va favore del sesso. I corpi imparano a conoscersi e a riconoscersi, ad accettarsi, a calibrarsi, a individuare e sfruttare i rispettivi punti deboli. E tale processo di approfondimento dura più a lungo di quanto non si creda. E’ uno dei motivi – oltre, naturalmente, a quelli sentimentali, affettivi, di interesse, di comodità, di quieto vivere – per cui il rapporto di coppia non si rompe dopo pochi mesi o addirittura dopo poche settimane, come avviene in genere quando è basato esclusivamente sull’erotismo (non a caso un film, peraltro abbastanza banale, che tratta la questione si intitola 9 settimane e 1/2).
Anche la nascita dei figli deprime l’eros. La donna diventa per il maschio un oggetto sacro, quasi intoccabile. Se durante gli ultimi mesi di gravidanza e il periodo del puerperio è sconsigliato o addirittura proibito avere rapporti sessuali ciò è dovuto certamente a motivi medici e igienici, però il verboten collima anche con la situazione psicologica del maschio che ha difficoltà ad avvicinare la donna quando questa è investita dalla sacertà della maternità. E l’interdetto, per quanto attenuato, continua anche dopo. Non si possono fare scherzetti troppo sudici alla madre dei propri figli. Una cosa è avere a che fare con una donna potenzialmente feconda, altra con una dal cui corpo – e proprio dal recesso in cui a concentra la sua sessualità e si appunta la maggior pane degli appetiti e delle immaginazioni maschili – è uscita la vita (la pratica moderna che vuole che l’uomo assista al parto della propria compagna è demenziale). La fica da luogo di piacere, diventa oggetto sacro.
Se l’uomo non riesce a superare questa impasse psicologica la coppia entra in crisi. Non sono affatto rari i casi di relazioni coniugali che si sfasciano proprio alla nascita di quel primo, desideratissimo figlio che doveva cementarle. Ma anche senza arrivare a questi estremi l’attività erotica e sessuale dei due può ridursi al minimo, ad un obbligo penoso, ed entrambi cercheranno fuori quelle sollecitazioni che non trovano più nel letto coniugale. Perché, come suoi dirsi, la donna deve essere signora di giorno e puttana di notte. Ma, soprattutto, deve essere resa puttana (lei lo è di suo, comunque) e se all’uomo viene meno questa voglia e questa molla, e la rispetta troppo, tutto il meccanismo erotico si inceppa. Questo è sempre stato il problema del matrimonio borghese, da cui discendono l’adulterio sistematico di lui e i bovarismi di lei.
In epoca preborghese – a meno che non si voglia risalire alla società romana, per molti aspetti, compresi quello mercantile e sessuale, assai simile alla nostra – le cose erano congegnate e compensate meglio. Innanzitutto nel rapporto sessuale la componente istintiva, fisica, fisiologica, biologica prevaleva su quella psicologica ed erotica. E vero che, come scrive Ariès, anche nel Medioevo c’era una netta differenza tra il rapporto sessuale coniugale ridotto al solum coitum, e destinato prevalentemente alla procreazione, e quello extraconiugale dove ci si sbizzarriva di più «con carezze interminabili, instancabili leccamenti, baci dolcissimi». Ma, come si vede, si trattava pur sempre di attività fisiche, non mentali, non erotiche in senso stretto. La differenza fra rapporto coniugale ed extraconiugale era solo quantitativa, non qualitativa.
In secondo luogo, e direi soprattutto, era completamente diversa la concezione e la funzione della famiglia. Quegli uomini e quelle donne erano preparati psicologicamente e mentalmente, per motivi di interesse ma non solo, ad avere molti figli. Fatto il primo non c’era un tracollo della tensione erotica, dato che questa aveva una parte marginale nel rapporto, e tutto filava sull’onda di una sessualità più naturale. Avuto il primo figlio era più facile arrivare, sullo slancio, al secondo, al terzo, al quarto, al quinto e oltre. A questo punto, vicina alla menopausa, la donna, non insidiata, a differenza di oggi, dal mito dell’eterna giovinezza, si disponeva abbastanza serenamente alla vecchiaia mentre l’uomo – che nel sesso è maggiormente mentale e ha quindi una pulsione erotica che si protrae più a lungo nel tempo – esauriva le ultime velleità con qualche bagatella. Ma non era disposto a sacrificare la ricchezza, sentimentale, affettiva, emotiva e anche economica, di una famiglia così numerosa, il complesso degli stimoli e anche il divertimento che gli venivano dalle interrelazioni fra i suoi diversi componenti, dai loro legami e dai loro conflitti, e insomma dal variegato microcosmo che si era costruito, per un’ avventuretta di poco conto.
È chiaro invece che la famiglia di oggi, mononucleare, con un solo figlio, basata sull’eros più che sul sesso, tenuta insieme dal labile legame sentimentale piuttosto che dà più solide ragioni di interesse, bombardata da una pubblicità asfissiante che presenta prototipi maschili e soprattutto femminili inarrivabili, di fronte ai quali il proprio partner rivela tutta la propria insufficienza, formata da individui convinti da una propaganda martellante che l’età non conta, quasi che l’uomo fosse diventato immortale, e che quindi si è sempre in tempo per nuove storie, nuovi rapporti, nuovi progetti di vita, be’ è chiaro che una famiglia simile è molto più fragile e, come di fatto avviene, predisposta ad andare in frantumi al primo urto.

Molestie sessuali

Se si va avanti di questo passo il rapporto uomo-donna diventerà impraticabile. Già reso molto difficile da una molteplicità di fattori legati alla modernità, fra cui, d’importanza decisiva, la perdita di ruolo del maschio, è ulteriormente complicato da una serie di garanzie giuridiche e di barrage posti a difesa della donna contro l’uomo. A questa categoria funesta, vera tomba del sesso e persino dell’amore, appartengono le molestie sessuali.
Bisogna partire dalla considerazione che per motivi biologici, divenuti poi anche culturali, tocca all’uomo fare la prima mossa. Infatti checché se ne pensi, e lui stesso ne dica, l’uomo non è sempre pronto per il sesso. Nemmeno la donna lo è, ma la sua scarsa predisposizione ha effetti meno drastici della defaillance del maschio, che rende tecnicamente impossibile la penetrazione. L’uomo è cacciatore proprio perché non sempre ha il colpo in canna. Ecco perché tocca a lui aprire la partita mentre il compito di lei è di farsi inseguire (cosa che, tra l’altro, attraverso il meccanismo della ripulsa e del divieto, contribuisce a eccitare il maschio, a metterlo in funzione). C’è perciò sempre un momento in cui lui deve fare necessariamente un atto intrusivo nella persona e nella sfera latu sensu sessuale di lei (una carezza sui capelli o sul collo, uno sfioramente del corpo, il tentativo di un bacio).
Oggi se lei si impunta o, per qualsiasi ragione, ha intenzione di marciarci, anche atti così lievi possono costituire molestia sessuale e, nel clima di femminismo sessuofobo, portare a condanne penali o avere conseguenze comunque pesanti (un impiegato delle poste di New York e stato licenziato per aver mandato un mazzo di rose a una collega). Si è creato un clima irrespirabile che ha reso l’uomo ancor più timoroso di quanto già non sia. Soprattutto se è in una posizione particolarmente ricattabile. Un banchiere americano ha confessato che piuttosto che salire in ascensore con una donna sola (in cinquanta piani può accadere di tutto) preferisce aspettare il giro successivo. Perché in faccende così impalpabili e indimostrabili fa testo la parola di lei.
L’alternativa è la verbalizzazione. Possibilmente scritta e certificata. Negli Stati Uniti circolano moduli in cui i due mettono nero su bianco la loro intenzione di fare sesso e, a scanso di brutte sorprese (tipo quelle toccate a Mike Tyson e a Popi Saracino, entrambi condannati a vari anni di galera perché lei, all’ultimo momento, si era negata), la donna dichiara anche fino a che punto è disposta a spingersi. Sono casi limite ma perfettamente inseriti nella tendenza contemporanea a regolamentare, codificare, giuridicizzare tutto, anche le faccende insondabili dell’amore.
E invece il sesso, per sua natura, vuole un margine di ambiguità e ha bisogno di un quid di violenza. I primi no della donna possono essere di pura parata e trasformarsi in sì senza riserve. Una certa insistenza, un quantum di molestia sessuale, deve essere consentito al maschio. E una questione di misura e di intelligenza reciproca, non di codice penale.
Un tempo le donne, se non volevano starci, sapevano benissimo come fartelo capire. Negli anni Cinquanta e Sessanta quando ballavi un lento e lei ti puntava il gomito sul petto voleva dire che era meglio lasciar perdere. Se ti poggiava la mano sulla spalla era un segno neutro. Se ti metteva le braccia al collo e si lasciava stringere non le dispiacevi, il che non voleva dire ancora nulla se non che eri autorizzato a fare la mossa successiva e così via. Il linguaggio sessuale, erotico, amoroso ha i suoi codici, anche abbastanza precisi, ma rientrano nell’inespresso, nel non detto, fanno appello alla sensibilità di ciascuno, non possono appartenere all’esplicito e ancor meno al giuridico. Altrimenti è la fine di ogni attrattiva, di ogni incanto, del gioco stesso della seduzione e allora, piuttosto che ricorrere alla modulistica, è meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

Mutandine

“Alter ego” della fica. Vivono in una tale, intima, simbiosi da costituire una sorta di “doppio”, dove le mutandine rappresentano la cultura e la fica la natura. Togliere o abbassare le mutandine a una donna significa spogliarla del suo involucro culturale e sociale e ricondurla, materialmente e simbolicamente, alla sua condizione di femmina, degradarla da persona, con uno status, un orgoglio, una dignità, ad animale. Il passaggio dal vestito al nudo, dalla donna alla femmina, è più evidente se le mutandine restano abbassate invece di essere tolte completamente. Se infatti lei è interamente nuda viene meno il termine di raffronto. C’è la femmina, ma manca la donna. Una donna è veramente nuda, in quanto donna, solo quando è semivestita. Perché la degradazione rilevi è quindi necessario che sul corpo nudo di lei resti qualche elemento che ricordi la donna. Possono essere gli orecchini, la collana, i braccialetti, l’orologio, la catenella intorno alla vita o al piede, il reggiseno, la camicetta, le scarpe. Ma con le mutandine a mezz’asta c’è qualcosa di più. Non solo perché sono l’ultimo indumento, il più intimo, la fica in chiave simbolica, ma perché sono state tirate giù laddove gli altri elementi dell’abbigliamento restano su. Le mutandine abbassate sono dignità e orgoglio di donna abbassati e degradati, la collana o la camicetta o le scarpe sono quanto ne rimane. Con le mutandine a mezz’asta è lei stessa a mezz’asta, non più completamente donna ma non ancora interamente femmina. Per cui l’uomo può godere, contemporaneamente, di entrambe, della donna degradata e della femmina nuda.
Le mutandine hanno un fondo. Ispezionarlo è la violazione massima dell’intimità di lei. Guardare la nudità di una donna, anche nei suoi anfratti più nascosti, implica solo un giudizio sul suo corpo, ma guardare il fondo delle sue mutandine significa sottoporre a esame le sue emozioni più segrete, la sua personalità e soprattutto la sua pulizia che è l’intrusione capitale.
Perché nel mondo moderno e borghese, la pulizia, il decoro, l’ordine hanno un valore primario, tanto che il passaggio dal Medioevo all’età borghese può essere definito anche come il passaggio dallo sporco al pulito (Lo sporco e il pulito. L’igiene del corpo dal Medioevo a oggi, G.Vigarello, Marsilio 1988). Non essere trovate “in ordine” imbarazza terribilmente le donne e penetrare quest’ultima intimità è il privilegio assoluto dell’amante. Non possiede la propria donna chi non conosce il fondo delle sue mutandine. Il resto è un optional. La discesa delle mutandine è il momento della verità, il più emozionante, soprattutto se si tratta della prima volta. È la dichiarazione di resa e la presa di possesso. Bisognerebbe poter rivedere al ralenty l’istante in cui le mutandine, sotto la cedevolezza resistente dell’elastico, che dilata e ritarda per qualche attimo la capitolazione, lasciano con un lievo scatto gli umidori del sesso, rivelando il proprio interno, ormai vinte, per poi discendere fluidamente, con un leggero fruscio, lungo le gambe…

No
All’inizio la donna dice no. Ma è una negazione bifida, che può significare no quanto sì. E l’eterno rompicapo maschile: Ci sta o non ci sta? La dà o non la dà? Dopo che il no iniziale è diventato sì non è finita. Il corpo di una donna è pieno di no. Ma questi sono meno tormentosi perché si tramutano quasi sempre in sì. Che una donna sia capace di darsi con tutta se stessa, emotivamente e fisicamente, non è un luogo comune o una frase fatta. E’ la verità.
C’è però un no della donna terribile e irrevocabile, un no per sempre. È il no che chiude la relazione. E non importa se è stata lei a lasciare o se è stata lasciata, parlo del no interiore con cui una donna, si trovi nell’una o nell’altra situazione, decide che per lei una storia è finita. Per quanto sia stata coinvolta, la donna, essere vitale, e capace di dare un taglio netto al passato, di rimuoverlo come non ci fosse mai stato, per guardare esclusivamente al futuro, «Domani è un altro giorno» può dirlo solo Rossella O’Hara, cioè una donna. La donna non ha memoria, o non vuole averla, dimentica, ha persino una scarsa attitudine per la storia perché sente il passato come un appesantimento, un impiccio, un fardello (è la tesi di Nietzsche, natura intuitiva, femminile, in quello straordinario saggio intitolato “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”). Per lo stesso motivo la donna è terribilmente analitica, ma incapace, in genere, di sintesi, perché la sintesi vuole uno sguardo dall’alto che comprenda non solo ciò che è ma anche ciò che è stato. L’uomo, creatura molto più fragile, fuco malinconico con lo sguardo perennemente rivolto verso una mitica Età dell’oro, è incapace di questi tagli radicali. Anche quando è stato lui a lasciare il suo no quasi mai è veramente definitivo. Non ama i distacchi irrevocabili e, in fondo, vorrebbe sempre accanto a sé tutte le donne che hanno contato qualcosa nella sua vita.
Nonostante sia un gran millantatore di avventure inesistenti l’uomo conserva invece, curiosamente, un certo rispetto e pudore, anche postumi, per la privacy delle proprie donne (sono le ex mogli semmai che spifferano tutto sul comportamento sessuale dei mariti, soprattutto se famosi). Ma questo atteggiamento di indifferenza verso ciò che c’è stato, che amareggia, umilia ed esaspera l’uomo, è perfettamente naturale nella donna. C’è stato un giorno in cui, dopo tanti sì, ha detto no, il suo terribile no. E ora si è semplicemente dimenticata. Non lo fa per cattiveria, è strutturata così. Invidiabile anche per questo.

Non ho nulla da mettermi
Canonica esclamazione femminile. Lei può avere cento vestiti e cinquanta paia di scarpe, essere emancipata, moderna e manageriale, ma se le proponete senza preavviso anche il più banale e innocuo avvenimento mondano, subito si leva il gridolino scandalizzato e vagamente rimproverante: «Ma non ho nulla da mettermi!»
Lei può impegnarti in discussioni intellettuali, profonde e persino spirituali, ma al culmine del discorso si ferma e, tirandosi da una parte un ciuffo o alzandolo sulla fronte o raccogliendolo, ti chiede: «Scusa, ma i capelli mi stanno meglio così o così?» O li pone altri interrogativi angosciosi, a scelta: «Come mi cade questa giacca? Non ti pare che questo golfino faccia troppe pieghe? Hai visto la mia nuova camicetta?» La frivolezza è ciò che salva la donna, che la rende tollerabile. La alleggerisce della altrimenti insostenibile pesantezza di essere, al fondo, colei che da la vita e da cui nasce la vita.

Nudo
Che il nudo non sia erotico è un fatto. Perché la natura non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido ci possono commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che creò l’uomo e la donna senza peccato e li mise perciò nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso Terrestre. L’erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito.
Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi psicologici e conoscitori dell’animo umano che sono i preti. Scriveva agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo vescovo dell’America ancora indiana: «Vi è anche un altro argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l’inclinazione a quel vizio…» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa Madre, è esperienza comune, di chiunque sia stato almeno una volta in un campo di nudisti, che l’eccitazione arriva la sera, quando le ragazze si rivestono. Il nudo dunque non è erotico per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche. Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L’uomo vuole vedere quello che c’è sotto, ma perché questo sia possibile bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio. E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono l’attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è immancabilmente deludente. Perché la realtà non può nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa le ali all’immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E se all’uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la verità invece di raccontargli una fiaba. E l’uomo è un bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina. La donna vive la realtà, l’uomo il sogno, ha bisogno sempre di andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). E Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela. Quindi anche nella questione del nudo l’atteggiamento dei due sessi è molto diverso.
Mentre il maschio prova un’attrazione morbosa, mista a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa l’efficienza.
Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che guardare. Lo strip-tease è un gioco per maschi. E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente, anche uno strip degli uomini è perché la donna si è appiattita sullo stereotipo maschile. Inoltre c’è un altro elemento per cui lo strip-tease è estraneo all’interesse della donna. Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia e si leva lentamente tutti i simboli della sua individualità e del suo status di persona gioca l’eterno bisogno dell’uomo di oggettivare, umiliare, ridicolizzare la donna. E non c’è dubbio che la posizione di chi si mette progressivamente nudo davanti ad altri vestiti sia ridicola perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico a ciò deputato ma in una casa privata, c’è un contrasto, una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del ridicolo. Un uomo si eccita a vedere una donna che da di sé questo degradante spettacolo.
Invece la donna non ha alcun interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo del ridicolo, c’è una differenza sostanziale fra i genitali femminili e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è tutt’altro che ridicola (nello strip ridicola non è la nudità in sé della donna ma la situazione in cui viene esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli cascanti suscitano invece un’istintiva ilarità (non a caso nello strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per pudore, non per limiti di censura – la fica è infinitamente più oscena – ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile eccita l’uomo, anche al di là dell’aspetto voyeuristico, perché umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli stessi motivi, l’eros della donna. La donna, semmai, si eccita a vedere ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un’altra donna, l’eterna rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare, scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un’altra donna. Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma senza compromettersi e senza esporsi. Il recente fenomeno delle “cubiste”, che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell’uomo, anche il sadismo della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può ricavare.
Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo Bataille, l’essenza dell’erotismo è la profanazione della donna, la sua riduzione a femmina, ad animale, questo può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda. La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione. Una donna già nuda non può essere degradata. È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare un animale. Si può profanare solo un uomo. Cioè una donna vestita. Se poi l’abbigliamento di lei denuncia l’appartenenza di classe, la profanazione e il piacere si allargano all’intera classe cui la donna appartiene, uomini compresi. L’altra condizione perché ci sia la profanazione è che sia percepita come tale non solo da lui ma anche da lei. E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del pudore e della vergogna. Tanto più tali elementi, veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato. Infine c’è un’ultima ragione per cui il nudo non è sexy. Se infatti a lui impedisce l’esplorazione e la scoperta, a lei preclude il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono fatti. Rien ne va plus. Nuda lei non ha alcun margine: non può allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura, sull’accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul “ti vedo e non ti vedo”, non può insomma accennare nessuno di quei gesti, di quegli “attuzzi e moine”, che fan parte da sempre del gioco dello charme. Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere solo agli affamati.

Omosessuale

E’ l’essere erotico per eccellenza. Il suo atto è trasgressivo per definizione, tanto che viene chiamato contronatura. Lo sconvolgimento dell’ordine non potrebbe essere più clamoroso. Mentre nell’uomo e nella donna l’erotismo vuole un certo sforzo mentale, perché è una costruzione culturale, nell’omosessuale è introiettato nell’atto stesso. Non è certamente un caso che, com’è noto, i gay abbiano un’attività sessuale intensissima e che, a differenza degli etero, l’oggetto del desiderio sia abbastanza indifferenziato. L’omosessuale può accoppiarsi praticamente con chiunque, purché sia del suo stesso sesso. Per lui i dettagli contano molto meno perché l’effrazione, la profanazione, la bestemmia è “in re ipsa”. Nella New York pre-Aids esisteva un famoso locale gay che aveva organizzato una “sala giochi” molto particolare e significativa. Sulla parete in legno di una room erano stati praticati, ad altezza opportuna, alcuni fori a misura di deretano in cui chi stava nella stanza attigua infilava il suo. Il visitatore della room dopo aver esaminato i culi nudi esposti ne infilzava uno a piacere, senza vedere il viso del suo proprietario né esserne visto. Il problema dell’omosessuale è che cerca un uomo e invece quasi sempre trova una “checca” come lui e deve fare di necessità virtù. Nel rapporto omosessuale – a meno che non si tratti di una coppia consolidata – i partner possono assumere indifferentemente la parte del “pistillo” o della “corolla”.
Tuttavia esiste un tipo di omosessuale che, per aspetto fisico, atteggiamenti, mentalità, è un uomo a tutti gli effetti. Un uomo a cui piacciono gli altri uomini, per lo più giovanissimi. Costui è ambitissimo e ricercatissimo, ma si tratta di una specie rara quanto prelibata. Un surplus di appeal veniva all’omosessualità dall’interdetto sociale, quando era “il vizio che non osa dire il suo nome” e viveva nell’ebbrezza della clandestinità e delle catacombe, col brivido d’esser scoperto. Alla trasgressione dell’ordine naturale si aggiungeva quella dell’ordine sociale. Con la liberazione omosessuale, il movimento Gay, il Fuori, questa pacchia è finita.
Oggi l’omosessualità è prevalentemente di sinistra, privilegiando il proprio aspetto eversivo e nella misura in cui a sinistra e nell’omosessualità c’è ancora qualcosa di eversivo. Ma ai tempi felici in cui il Fuori e l’Arcigay non esistevano ancora e la liberazione omosex era di là da venire, era di destra. Perché privilegiava l’ammirazione per l’uomo forte, l’ordine, le divise, tutti elementi intesi come espressione di virilità (l’omosessuale non è attratto da un altro omosessuale, gli piace l’uomo, il macho, è maschilista per natura). Inoltre se oggi l’omosessualità si è proletarizzata, un tempo le cose andavano diversamente. Nel senso che era il “vizio proibito”, ma tacitamente tollerato purché non desse troppo scandalo, delle classi alte, mentre incontrava l’interdetto assoluto di quelle più povere dove era oggetto di scherno feroce e di una repressione altrettanto feroce. E notorio, a questo proposito, il puritanesimo del Partito comunista, quel puritanesimo che fece tanto soffrire il giovane Pasolini. Nell’Unione Sovietica gli omosessuali (chiamati “gli uomini azzurri”) erano passibili di galera. L’omosessualità era un vizio borghese. E nell’internazionale degli invertiti, nel jet set omosessuale, i “ragazzi così” – in tal modo si chiamavano fra di loro negli anni Cinquanta e Sessanta – erano di destra per vocazione e portafoglio. Per loro i giovani proletari erano solo carne da macello, serbatoio inesauribile di “marchette” che si potevano avere a basso costo, sulle orme dei ricchi viaggiatori inglesi e francesi dell’Ottocento e della prima metà del Novecento che scendevano a fare il classico “tour d’Italie” col pretesto di visitare le città d’arte e con lo scopo di raccattare, soprattutto a Napoli e a Palermo, in civiltà di grandi tradizioni ma impoverite, mignons di bell’aspetto e a buon mercato.
Mentre l’erotismo maschile, pur essendo, al fondo, un gioco di annientamento, di autoannientamento e di morte, può essere funzionale, almeno in via teorica, alla fecondazione, quello omosessuale è sterile per definizione. C’è quindi nell’omosessuale, maschio mancato, femmina incompleta, un istinto di morte ancor più marcato che nei suoi colleghi etero. Del resto nell’eros omosex la merda è, per ovvi motivi, un cult con cui gli adepti trafficano spesso e volentieri, tanto nel concreto che nell’immaginario. E la merda è, quantomeno simbolicamente, lo zero, il nulla («Sei una merda»), è ciò che è stato scartato dal corpo vivo dell’uomo, è materia inerte e inorganica. E morte.

Orgasmo
Sia stramaledetto per l’eternità e dannato agli Inferi chi ha messo in testa alle donne che avrebbero un diritto all’orgasmo. Da allora l’atto sessuale, già così inquietante per il maschio, è diventato un torneo. Se lei non ha almeno diciotto orgasmi, clitoridei, vaginali e persino anali, si sente defraudata. Ora, l’orgasmo femminile è la cosa più misteriosa e indecifrabile dell’universo. È come l’Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. In ogni caso, a differenza di quello maschile, così evidente e banale, non può essere provato. Lui quindi resta sempre nel dubbio («Sei venuta?»), lei insoddisfatta perché, ammesso che esista, si tratta in ogni caso di una difficile, complicata e rara composizione alchemica. Nemmeno le donne sanno mai fino in fondo se hanno avuto questo benedetto orgasmo. Spesso si illudono di averlo avuto o si autoconvincono o fingono.
Aver affidato a quest’elemento impalpabile il destino della coppia è un errore madornale. Tipico della modernità che ha il brutto vizio di affermare dei diritti impossibili. Come quello alla felicità o all’uguaglianza. Ma proclamare stolidamente l’esistenza di simili diritti significa, per lo stesso fatto di considerarli tali, condannare i presunti titolari all’insoddisfazione, alla frustazione, al fallimento. Più saggi erano gli antichi che sapevano che la vita è innanzitutto privazione e dolore e che quindi tutto ciò che viene in più non è noia, come afferma Schopenhauer già corrotto dall’Illuminismo e dal benessere del rentier, ma grasso che cola.

Orgia
Per molti è un mito, una meta, un sogno proibito. Ha il posto d’onore nei film porno di quart’ordine che si concludono immancabilmente con una grande ammucchiata. In realtà è quanto di più lontano dall’erotismo si possa dare. Come un sole troppo violento uccide i colori e un’abbuffata i sapori, il carnaio dei corpi variamente intrecciati annulla le sfumature e i dettagli che sono invece essenziali al gioco erotico. L’eros ha bisogno di concentrazione e si potrebbe anche dire che si sostanzia nella fissazione, a volte ossessiva, di alcuni particolari. L’orgia invece, nella migliore delle ipotesi, quando non è una triste gozzoviglia di impiegati del catasto convertiti a quella pericolosa fesseria che è la “coppia aperta”, è dispersiva, caotica, panica, sfrenata. In quanto tale può piacere alle donne (nell’immaginario di molte c’è la fantasia di essere possedute da più uomini contemporaneamente, mentre il viceversa è molto più raro, anche per un fattore banalmente fisiologico oltre che psicologico: la femmina ha tre orifizi, il maschio un cazzo solo). Può piacere quindi alla donna, ma non all’uomo. L’uomo, proprio perché più coinvolto nell’erotismo, ha bisogno, nel rapporto, di filarsi una sua storia, di farsi il suo film, di seguire rituali piuttosto rigidi e ripetitivi che lo portino all’erezione, mentre la donna si abbandona con molta più naturalezza alla propria sessualità.
L’inesausto gioco dell’uomo è di sbucciare la donna per svelare la femmina, per scoprire l’inaudito: che davvero, sotto, ha la fica. E poiché ce l’ha il gioco finisce sempre con una soddisfazione deludente: la soddisfazione è di averla ridimensionata a femmina, la delusione è che, se ce l’ha, è, in fondo, uguale a tutte le altre.
In ogni caso nell’orgia è eliminato uno degli elementi fondamentali del gioco: il disvelamento della sessualità, dell’animalità della donna, di tutte le donne che vi partecipano, perché nell’ammucchiata, nel tumulto e nella confusione dei corpi, nella stessa ideologia sottesa a questa pratica, tale disvelamento è scontato, previsto, è un già dato.

Profumi & Odori
Il profumo che lei usa è importante, fa parte della sua personalità. Deve essere appena percettibile e di tuo gusto. Ma molto più determinanti sono gli odori. Sull’odore si gioca, spesso, la compatibilità sessuale, di pelle, fra un uomo e una donna. Il profumo si può cambiare, l’odore no. E non c’è profumo che possa innocuizzare un odore che ti è sgradevole, anzi sovente il melange aggrava la situazione. Di tutti i sensi l’olfatto è forse il più intransigente e il naso può diventare decisivo in quel corpo a corpo che è, in definitiva, l’atto sessuale.
La civiltà contemporanea, maniaca della pulizia (segno di cattiva coscienza, come quegli assassini che sentono il bisogno di lavarsi di continuo le mani), ha messo al bando gli odori, soprattutto quelli del corpo. Invece il sesso, se non l’eros che è più astratto, ha bisogno dell’odore e ne dipende. Le donne, quando sono molto eccitate, mandano un odore penetrante che eccita il maschio, se gli è empatico, altrimenti lo disgusta e lo deprime. I mammiferi, prima di accoppiarsi, si annusano. Hanno le loro buone ragioni. Se la cosa non va rinunciano e si rivolgono altrove. Dovremmo ritrovare anche noi il codice degli odori invece di spruzzarci ossessivamente di profumi e di lavande come si fa con i cadaveri. Si eviterebbero molti equivoci e molte unioni sbagliate.

Pudore
La femmina, di suo, non è pudica (semmai lo è molto di più l’uomo). È, al contrario, esibizionista. L’osservazione dei bambini in età prescolare, che non sono ancora snaturati dall’educazione e dalla mediazione culturale, ne è una dimostrazione, se così si può dire, allo stato puro: è lei che gli sbottona i calzoncini e gli tira fuori il pisello, che gli dice «ti faccio vedere la mia se mi fai vedere il tuo», che ci tiene molto che lui la guardi mentre fa la cacca. Peraltro se approfondiamo un po’ la questione vediamo che il pudore non riguarda tanto la nudità in se stessa – che è un fatto naturale, Adamo ed Eva erano nudi nell’Eden – ma le convenzioni sociali. Anche se è la sua prima esperienza in tal senso una donna può stare senza alcun imbarazzo in un campo di nudisti, mentre morirebbe di vergogna se in un salotto le mutandine le cadessero ai piedi. Pudore non è altro che il nome che noi diamo alla serie di divieti che circondano il comportamento latu sensu sessuale della donna. Pudica quindi non è la femmina, può esserlo solo la donna cioè la sovrastruttura culturale che le si è sovrapposta o che, per dir meglio, le è stata imposta. Ci sono voluti infatti migliaia di anni di repressione e di martellamento da parte dell’uomo per creare il pudore femminile, cioè per fare della femmina una donna. E allora la vergogna, i rossori, i ritegni sono entrati a far parte del gioco erotico. Violare il suo pudore, questo era il succo. Oggi molto meno. Se si eccettuano infatti i casi di un forte imprinting cattolico o di altre circostanze particolari, nella società contemporanea il pudore sessuale gioca un ruolo marginale.
La cultura dei nostri tempi – e la moda, nonostante i recenti tentativi di ridarsi una modestia, ne è l’emblema – vuole una donna liberata, disinibita, trasgressiva, aggressiva. E lei, in buona sostanza, lo è diventata o ridiventata. Ciò complica i rapporti fra i sessi (il tabù del pudore, come ogni tabù, non era posto a vanvera). La donna disinibita respinge l’uomo per tre buoni motivi. Perché, come abbiamo già detto, l’uomo ha bisogno, per ragioni biologiche, d’esser lui a prendere l’iniziativa. Perché l’aggressività sessuale della donna rende evidente all’uomo di essere usato, di essere solo uno strumento e non, come ha bisogno di illudersi, il protagonista della vicenda. Vero o simulato che fosse il pudore era il velo tenero che nascondeva al maschio come al fuco l’inebriante volo dietro l’Ape Regina, il suo destino di soccombente. In terzo luogo si tratta, banalmente, di una questione di mercato. Una cosa è tanto più desiderabile quanto più si nega e si rende preziosa. Una donna troppo disponibile perde valore erotico anche se ne acquista uno sessuale. Il caso estremo è la prostituta che è antierotica per definizione anche se soddisfa un bisogno sessuale. All’altra estremità del pendolo, lo stupro dà un’eccitazione folle quanto criminale proprio perché è perpetrato contro la volontà e la disponibilità di lei, è l’oltraggio massimo alla sua persona. Che il pudore sia anche una questione di mercato lo conferma il fatto che la donna lo ha usato spesso, per non dir quasi sempre, in modo strumentale, per rendersi attraente agli occhi dell’uomo. Era un falso pudore. Ma nel teatrino erotico la rappresentazione vale la realtà.
Sparito il pudore femminile, almeno come categoria generale, la violazione e la trasgressione, essenziali all’erotismo si sono spostate più avanti e più in profondità. Oggi la donna ha preso piena coscienza della propria dignità di persona (anche se ha perso, o quasi, quella della propria funzione di femmina e di madre) e vuole essere valutata e rispettata come tale. Il gioco erotico quindi non è più violare un pudore che non c’è, ma è sconciare questa dignità, abbassare l’autostima di lei con qualche scherzetto sessuale sudicio. Del resto la degradazione della donna a femmina, che resta la sostanza del movimento erotico, è molto più evidente e violenta oggi che ad un’alta stima della donna si accompagna una bassa stima della femmina, che fra le due figure sembra essersi creata una distanza abissale, di quando donna e femmina quasi coincidevano. Il gioco si è fatto quindi molto più pesante e forse non è più nemmeno un gioco. Il pendolo si è progressivamente spostato dal piano naturale verso quello sociale. Molto più di ieri il sesso è diventato, dall’una e dall’altra parte, uno strumento di potere, un mezzo invece che un fine. E la lotta fra i sessi si è fatta davvero mortale.

Ruolo
Spogliare l’uomo del suo ruolo è stato l’errore fatale delle donne. Senza il ruolo l’uomo non è nessuno, non è niente, non è nulla. Il ruolo è l’armatura culturale che il maschio si era costruito nei millenni per fronteggiare una femmina molto più forte e vitale. E chiuso nel proprio ruolo, difeso, l’uomo aveva un fascino. Denudato, si mostra per quello che è ed è sempre stato: un bambino smarrito. Anche perché sono venuti a mancare quasi tutti i fattori che gli consentivano di recitare dignitosamente la propria parte: la guerra e la forza fisica, fra gli altri. Dopo l’avvento della bomba atomica la guerra, anche quella tradizionale, è diventata il tabù dei tabù, è stata dichiarata pornografica. In quanto alla forza ha perso ogni importanza in una società dove le macchine faticano per noi. Serve tutt’al più per mettere le valigie nelle reticelle degli scompartimenti dei treni.
Destituito del proprio ruolo sociale che gli dava un’intima sicurezza l’uomo l’ha smarrita anche in campo sessuale. È un maschio incerto, tremebondo, timoroso quello che oggi si presenta alla femmina trionfante. Fa pena. Ci vuole un bello sforzo di immaginazione da parte di lei per vedere in questi ameba il Maschio, il Vir, il Guerriero, il Principe Azzurro, il Protettore. Infine con l’inseminazione artificiale e le altre diavolerie genetiche il maschio sta perdendo anche la sua ultima e più vera funzione: quella di fuco. È un essere inutile.
Lo strapotere della donna non l’ha però resa felice. Non è divertente ne eccitante trionfare sul nulla. Nella loro sapienza antica le femmine erano perfettamente consce della propria incommensurabile superiorità sul maschio. Lo lasciavano evoluire, giocare i giochi preferiti, darsela da duro, sapendo benissimo che alla fine del tourbillon si sarebbe prostrato ai loro piedi. «In casa i pantaloni li porta lei», nella loro semplicità i proverbi popolari dicono spesso il vero. Le donne non avevano alcun bisogno di mostrarsi più forti perché lo erano. L’istinto gli suggeriva anzi di sottomettersi per eccitare il piacere di entrambi. Perché il fine ultimo del piacere, al termine di ogni percorso, per quanto elaborato e arzigogolato, è la soddisfazione dell’Ape Regina, non del fuco. E quindi bisogna pur far credere al fuco di avere un ruolo e una funzione anche al di fuori dell’inseminazione della donna. Questo dettava la saggezza prima che le “maschiette”, l’emancipazione e il femminismo facessero della donna, per l’uso e il consumo dell’efficentismo industriale, un lavoratore, un uomo senza le palle, un’imitazione, una parodia, mentre nel contempo si degradava il fuco ad ape operaia, disposto anche a mettersi il grembiulino e a lavare i piatti. Adesso al posto dell’uomo c’è solo un bambino che piange in silenzio. Ma a queste donne denaturate, ridicole nelle loro ambizioni da segretariette, è passata anche la voglia di fargli da madre.

Sadomasochismo
È il motore del mondo, la grande molla dinamica dell’intero comportamento umano. In genere è mascherato e sublimato, nel sesso invece è esplicito: c’è uno che penetra e uno che viene penetrato. Le parti, almeno all’apparenza, sono assegnate: lui è sadico, lei è masochista. Nietzsche definisce l’amore «l’eterno odio fra i sessi». Una componente sadomaso esiste quindi in ogni rapporto sessuale, anche il più semplice, quello che si esaurisce nel coito. Ma non è di questo sadomasochismo naturale, elementare, che intendiamo parlare qui, ma del potenziamento che, partendo dall’archetipo di base dove c’è uno che agisce e uno che subisce, riceve nel gioco erotico fino a diventare, quando si presenta come modalità esclusiva e totalizzante del rapporto, una perversione, una patologia o, per usare l’ultimo grido del linguaggio psicoanalitico e psichiatrico che vittorianamente ripudia questi termini considerati troppo crudi, un disturbo psicosessuale.
Il sadismo sessuale ha poco a che vedere con le fruste (se non per il loro valore simbolico), con le borchie, con i cinturoni, con gli strumenti di tortura e col sangue. Queste sono cose per individui culturalmente ed eroticamente sottosviluppati. Non per niente gli americani quando girano un film sul tema fanno Cruising, gli inglesi Il servo. Nell’erotismo infatti il sadomasochismo più che al dolore fisico si lega alla grande categoria psicologica dell”umiliazione, di cui il ridicolo è una delle componenti più forti. Umiliazione e ridicolo sono più distruttivi di qualsiasi violenza fisica. Sennonché nel gioco erotico la pulsione sadica dell’uomo è beffardamente frustrata dal masochismo della donna. Se a lui piace umiliare, a lei piace essere umiliata. E ciò che il sadico esattamente non vuole è che la vittima goda della violenza che le viene fatta. «Frustami! Frustami!» implora il masochista della barzelletta. «No» risponde, coerente, il sadico. Il problema irrisoluto e irrisolubile del sadico quando si trova di fronte il masochista (e nel sesso la donna lo è per ruolo) è che costui gode di ciò che subisce.
Al centro del gioco sadomasochista c’è infatti l’orgoglio. Il piacere del sadico è di umiliare l’orgoglio della vittima, quello della vittima è di veder umiliato e degradato il proprio orgoglio. Perché questo possa avvenire il masochista deve possedere quindi un orgoglio e quanto più è forte tanto maggiore è il piacere di entrambi. Ne consegue che i più grandi masochisti sono, paradossalmente, i “massimamente orgogliosi”, le persone che hanno una precisa coscienza di sé e del proprio valore.
E’ la medesima ragione per cui, in linea di massima, i ricchi, a letto, sono masochisti (i poveri sono già troppo umiliati dalla vita per potersi permettere questo lusso). Lo stesso vale per le donne. Le più altere, le più algide, le più superbe, le più snob e con la puzzetta sotto il naso, per non parlare delle femministe, insomma le insospettabili, sono quelle che nel sesso assumono più facilmente un atteggiamento masochista.
Poiché però il gioco erotico è consensuale, l’uomo che ha pulsioni sadiche, per quanti sforzi faccia per mettere la donna in situazioni degradanti, non riesce mai ad averne ragione. Il piacere di lei annulla quello di lui. Il masochista è invincibile. Ma l’impotenza è, per così dire, la condizione metafìsica del sadismo anche quando si esce dal campo del gioco erotico e si entra in quello della violenza vera dove, non essendoci il consenso dell’altro, ma anzi l’opposizione, il sadico dovrebbe trovare finalmente la sua piena soddisfazione. Che cosa vuole infatti il sadico vero, il sadico tout court, quando sfoga, non solo e non necessariamente in ambito sessuale, la sua pulsione? Vuole ridurre l’altro a un puro oggetto. Per dirla con Bataille «il suo scopo è quello di eliminare ogni differenza fra soggetto e oggetto». Ma, e qui sta tutta la contorta contraddittorietà della mente sadica, deve essere un oggetto sensibile, capace di avvertire ciò che gli si sta facendo. Altrimenti col soggetto è annullato anche il piacere. Ma se annulla l’orgoglio dell’altro il sadico non ha più niente da umiliare, e se non riesce a piegarlo totalmente non ha raggiunto il suo scopo. Se l’altro è ridotto veramente ad oggetto non sente le sevizie, se le sente non è un oggetto ma ancora un soggetto con cui il carnefice è inevitabilmente costretto ad entrare in una qualche relazione, sia pur stravolta, che è proprio ciò che il sadico non tollera, perché vuole tenersi lontano da ogni coinvolgimento, a una distanza siderale dalla vittima, in una posizione di superiorità assoluta che è simile a quella di Dio. Il sadico è perciò obbligato, in un crescendo di ferocia, ad aumentare progressivamente le violenze fino allo sbocco conclusivo che – in questo credo che avesse ragione De Sade che lo teorizzava -non può essere che l’assassinio. La morte dell’altro realizza finalmente la distanza cui tende, ma nello stesso tempo gli toglie l’oggetto del piacere’.
Quando agisce la sua pulsione in campo sessuale il sadico autentico, a differenza di quel sadico da operetta che è il maschio-bambino il quale si affanna a smontare l’affascinante e incomprensibile giocattolo e si illude, con l’atto sessuale, di possedere e degradare la donna riportandola alla sua condizione di natura, non vuole affatto ridurre la donna a femmina. È troppo intelligente. Sa benissimo che è proprio quello che lei cerca. E questo gli toglierebbe il piacere e il suo stesso status di sadico.
Inoltre il rapporto sessuale, per quanto imposto all’altro con la violenza, implica comunque uno scambio, un coinvolgimento, sia pur sfigurato, che il sadico aborre insieme all’insudiciante contatto fisico (il sadico è un maniaco della propria pulizia, sporchi e sporcati devono essere, semmai, gli altri). Il vero sadico quindi non scopa. Vuole ridurre la donna a oggetto e non si scopa con un oggetto.
Questa bella coerenza nasconde però le vere ragioni del suo agire. Nel sadico infatti l’atavica paura della donna, che è di ogni uomo, raggiunge un livello patologico. Alla base il sadico è un pavido e un vigliacco, un imbelle che ha paura di misurarsi con la realtà. Il sadico erge quindi il sadismo a propria difesa, come un muro di cinta. Ha bisogno di una posizione di assoluto potere proprio per mascherare la sua impotenza. Vuole degradare la donna a oggetto perché ha paura del soggetto, ha paura di misurarsi con la femmina e teme, anzi è sicuro (a torto o a ragione, non ha importanza) di non essere all’altezza, di non soddisfarla e di rendersi quindi ridicolo agli occhi di lei, cosa che invertirebbe le posizioni facendo di lui la vittima e l’oggetto del ridicolo. Situazione che per il sadico è il massimo dell’orrore. Allora gioca d’anticipo ridicolizzando la donna ed eliminandola come femmina. Ridottala a un oggetto inerte, impotente a fare richieste sessuali, il sadico può liberare finalmente la sua libido dirigendola non sulla femmina, ma sull’atto sadico in se stesso, sull’inebriante sensazione di potere che gli da. A questo punto ha, se ce l’ha, l’erezione, ma è un’erezione che non lo implica e non lo mette alla prova. Il sadico, in sostanza, è un onanista patologico che ha bisogno di materializzare gli oggetti delle sue fantasie laddove il masturbatore, diciamo così, normale si accontenta dell’immaginazione.
E’ quindi impotente due volte: come sadico e come uomo. E’ un isolato che, per paura, esclude a priori ogni possibilità di relazione col mondo esterno. E non è certo un caso che il marchese De Sade abbia scritto la maggior parte delle sue opere nella condizione di massima costrizione e solitudine: il carcere. Il suo delirio di onnipotenza onirico non è che il risvolto della sua impotenza reale.

Seduzione

La seduzione appartiene esclusivamente alla donna. L’uomo non ha mai sedotto nessuna. Può ben fare la ruota del pavone, colorare e lisciare le sue piume, stendere il tappeto con la sua mercanzia, ma a scegliere è sempre lei secondo leggi imperscrutabili che non hanno nulla a che vedere con queste ridicole esibizioni. La donna (che, non a caso, quando è bella, è detta, nel linguaggio comune, attraente) fagocita il maschio che nelle faccende di sesso è attivo come lo può essere il ferro nei confronti della calamita. E lui a muoversi, ma dietro un invisibile ed irresistibile comando. La forza agente sta altrove. Quella di Don Giovanni è un’illusione. E quando il Commendatore gli farà balenare la verità – che non ha sedotto ma è stato sedotto – il libertino si ucciderà.L’uomo non può possedere la donna che nella misura in cui questa vuol essere posseduta. La donna si fa prendere. Cioè è lei che prende. Quando l’uomo arriva a capirlo – ma per buona sorta la natura, con la sua astuzia, lo ha fatto sufficientemente tonto – forse non si suicida come Don Giovanni, ma perde ogni interesse per la donna in quanto femmina.

Dal libro : Dizionario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina

Autore: Fini Massimo
Editore: Marsilio
Argomento:  erotismo , sessualità , linguaggio
Genere: scienze sociali
Collana: Gli specchi della memoria
Data pubbl.: 2000

Un’opera provocatoria, a metà tra il sillabario divagante e la confessione personale, che esplora più di cento voci molto varie inerenti l’universo erotico femminile, così come lo vedono, e ne parlano gli uomini. Ma questa guida alla libido femminile…

Prezzo di listino: € 13,43

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