Prove di invasione e di sterminio: Isrele, Usa, Turchia, Francia, Gran Bretagna ed Emirati sionisti si fanno più audaci ndr
“I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa mercoledì dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Nelle ore precedent il regime israeliano aveva sostenuto di aver colpito un cargo di armi chimiche in Siria.
Lavrov: in Mali gli stessi terroristi armati da Occidente in Libia
Lo ha detto il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov in una conferenza stampa a Mosca. ”Quelli contro cui stanno combattendo in questo momento francesi e africani – ha detto il ministro – sono le stesse persone che hanno abbattuto in Libia, le stesse che i nostri alleati occidentali hanno armato in modo che potessero far cadere il regime di Gheddafi”.
Pakistan, esecuzione sommaria di agenti per mano talebana
Le vittime erano catturate durante un’incursione dei militanti a Shaltalu, nel distretto dell’Alto Dir, nel Pakistan nord-occidentale. Nel filmato un leader talebano fa un discorso prima di dare l’ordine di fucilazione: “Questi sono i nemici dell’Islam. Sono della polizia pakistana … che di recente hanno ucciso sei bambini in Swat in stile di esecuzione. Questi sono i nostri prigionieri e noi vendicheremo la morte di quei bambini facendo lo stesso con loro. ”
I droni volano in Niger, di Michele Paris
L’iniziativa è il frutto di mesi di trattative e conferma come il pretesto della lotta all’estremismo islamista venga utilizzato da Washington per espandere la propria presenza in un continente sempre più importante per i suoi interessi strategici.
La rivelazione del raggiungimento di un’intesa tra gli Stati Uniti e il Niger è stata riportata per la prima volta dal New York Times e i termini di essa prevederebbero l’apertura di una struttura da cui partirà una nuova flotta di aerei senza pilota (droni) con compiti di sorveglianza e di raccolta informazioni in una regione sempre più instabile proprio a causa delle manovre occidentali di questi anni.
Questi obiettivi relativamente limitati, secondo quanto hanno dichiarato al Times fonti del governo statunitense, potrebbero però essere ampliati nel prossimo futuro, fino a includere bombardamenti “mirati” nel caso la situazione in quest’area dovesse aggravarsi. Quest’ultima opzione era stata recentemente confermata dallo stesso segretario alla Difesa uscente, Leon Panetta, il quale poco dopo la strage nella struttura estrattiva algerina di In Amenas aveva minacciato di perseguire i terroristi in Africa settentrionale con gli stessi metodi impiegati in paesi come Pakistan, Yemen e Somalia.
Nonostante il tentativo da parte di Washington e dei media di collegare la creazione della nuova base in Niger con gli eventi delle ultime settimane in Mali, i negoziati con Niamey, come già anticipato, erano in corso da tempo, dal momento che essa risponde agli obiettivi strategici USA in Africa, ugualmente codificati da anni negli ambienti di potere d’oltreoceano.
Proprio a questo scopo era stato creato nel 2008 il cosiddetto Comando Africano (AFRICOM), così da ottenere, con il pretesto della lotta al terrorismo, la progressiva militarizzazione del continente, in primo luogo per contrastare l’espansione della Cina, in grado nell’ultimo decennio di stabilire partnership con molti paesi per lo sfruttamento delle loro ingenti risorse energetiche.
L’accordo prevede poi il dispiegamento in Niger di 300 soldati americani e, come accade regolarmente in altri paesi, ad essi sarà garantita la totale impunità per qualsiasi crimine dovessero commettere. In Niger, peraltro, sono attualmente già presenti una cinquantina di militari provenienti da Washington.
Il Pentagono può comunque contare sulla disponibilità di alcuni paesi africani che hanno già messo a disposizione dei droni americani apposite strutture segrete, in particolare Etiopia, Burkina Faso e Mauritania. Piccoli contingenti militari sono poi schierati in questi ed altri paesi, tra cui un centinaio di uomini inviati lo scorso anno da Obama in Africa centrale, teoricamente con l’incarico di appoggiare i governi locali nella lotta contro l’Esercito di Resistenza del Signore, un gruppo guerrigliero ribelle attivo tra Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
La base in Niger, soprattutto, potrebbe rappresentare il corrispondente in Africa occidentale di quella finora considerata come la più importante del continente, situata a Djibouti (Camp Lemonnier), che ospita circa duemila soldati USA. Da questa base vengono condotte le incursioni con i droni nella vicina Penisola Arabica e in Somalia.
Sempre secondo i resoconti dei media d’oltreoceano, inoltre, il Pentagono starebbe valutando anche la possibilità di istituire ulteriori basi in altri paesi dell’Africa nord-occidentale, tra cui, come ha scritto martedì il Wall Street Journal, l’Algeria. L’amministrazione Obama ha tutta l’intenzione di intensificare la collaborazione con Algeri per combattere Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), il gruppo integralista che ha svolto un ruolo di primo piano sia in Mali sia nell’assalto alla struttura di In Amenas e che, secondo alcuni analisti, sarebbe una creatura proprio dei servizi segreti algerini.
Il riferimento all’Algeria suona come un velato avvertimento al regime della ex colonia francese, il quale aveva inizialmente visto con sospetto sia l’aggressione occidentale contro Gheddafi in Libia sia l’intervento diretto di Parigi in Mali per le possibili ripercussioni all’interno dei propri confini. Ad Algeri, però, sono in molti ad essere ben coscienti della possibilità da parte dell’Occidente di orchestrare una già più o meno apertamente minacciata rivolta interna ai fini di un cambio di regime, così che l’atteggiamento del governo guidato dal presidente, Abdelaziz Bouteflika, è apparso decisamente più accomodante nei confronti delle manovre di Washington e di Parigi negli ultimi mesi.
Tutti i segnali, in ogni caso, sembrano prospettare un impegno occidentale di lungo termine nel continente africano dopo l’intervento francese in Mali. La possibile durata addirittura ultra-decennale della campagna africana “anti-terrorismo” appena inaugurata era stata ipotizzata dal primo ministro David Cameron un paio di settimane fa, mentre a ribadirlo più recentemente è stato, ad esempio, il vice assistente al segretario di Stato americano per le questioni africane, Don Yamamoto, in un’intervista rilasciata alla Associated Press. Secondo il diplomatico statunitense, l’offensiva in corso in Mali “potrebbe durare anni”, perciò “non ci si deve illudere che le operazioni si concludano rapidamente”.
La minaccia del terrorismo jihadista in quest’area del globo è però, come al solito, un mero espediente sfruttato dai paesi occidentali per fuorviare l’opinione pubblica internazionale e giustificare un’occupazione prolungata che le popolazioni locali in larga misura rifiutano, nonostante la connivenza dei loro governi.
Gli obiettivi di Washington, così come di Parigi o di Londra, i cui governi fanno altrove affidamento su gruppi integralisti islamici per avanzare la propria agenda (Libia, Siria), sono piuttosto rivolti ad assicurarsi il controllo delle più cruciali riserve energetiche del pianeta, cercando di estromettere da questa corsa i loro rivali, a cominciare dalla Cina, con la forza militare.
Non è certo una coincidenza, infatti, che i due paesi al centro delle mire occidentali in queste settimane – Mali e Niger – abbiano stabilito relazioni commerciali molto solide con Pechino negli ultimi anni, suscitando le preoccupazioni degli Stati Uniti e di alleati come la Francia, che grazie ai giacimenti di uranio presenti in questa regione africana si assicura la propria indipendenza energetica.
A questo proposito, estremamente rivelatori sono stati alcuni documenti diplomatici USA pubblicati da WikiLeaks, i quali hanno ampiamente dimostrato come in Niger – il paese che ospiterà la nuova base militare a stelle e strisce – le operazioni cinesi nel settore estrattivo e delle infrastrutture siano da tempo osservate con profonda inquietudine dal governo di Washington.
Di Michele Paris
Fonte: altrenotizie





























La solita storia delle armi chimiche, ma un attacco a un centro importante, e’ una dichiarazione di guerra belle e buona.
La base militare Usa in Niger e la francia-nato in Mali, la dice lunga del braccio armato USA in europa, con la francia. La germania ha il compito della contabilita’.
I PIIGS HANNO IL COMPITO DI RIPULIRE LA FINANZA TOSSICA E DI CREARNE ALTRA A DEBITO
mi sa che purtroppo stavolta ci siamo….
… se i sionisti ( e non dico israele, poiche’ significa altro. combatte’ con dio per sapere chi era, ma non combatte’ il suo prossimo, e nemmeno in nome di dio), se lodo dico, soliti a difendere la terra pretesa verso i palestinesi, escono dai confini su uno stato considerato nemico di concetto piu’ che di fatto, ( e se di fatto ancora di piu’ motivati ad arrivare al dunque), hanno toccato la coda al cane, dove la testa rimane l’ Iran.
C’e’ un bel innesco acceso. Siria, Mali, Niger, con Isra-Usa-Francia-Nato in azione.
Salve,
mi chiedo, queste guerre impoveriranno i vari stati occidentali.
Quando le popolazioni si ribelleranno come andrà a finire?
La Cina e la Russia come si movereanno nello scacchiere internazionale?
Secondo me, e’ un braccio di ferro alla sopportazione. I paesi atomici-economici sopportano perche’ in casa loro nonci sono andati e se dovessero dettare fuori casa dispute varie, sarebbe guerra, e questo nessuno vuole arrivarci fra H e H. Le societa’ anche sopportano piu’ ancora, ma prima o poi, sia societa’ che ripercussione fra poteri competizione finanza e geopolitica, scoppieranno si eventi da far fermare la situazione.
Non mi esprimo sulla continuazione.