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Ecco il nocciolo della questione la soppressione delle culture ndr

L’IMPORTANZA DEL FRIULANO E DELLE PICCOLE IDENTITA’ NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE.
di Fabio Tribos
Prego chiunque abbia maggiori conoscenze sull’argomento sul profilo economico politico storico identitario ecc. della nostra regione, di contattarmi perché è mia intenzione realizzare assieme un libro su come è il Friuli e come invece potrebbe essere se fosse gestito nella maniera più corretta ed efficiente a livello di risorse paesaggi industrie, agricoltura ecc. e qualunque altra cosa non mi sia ora venuta in mente. 348-0476383 fabiotribos@yahoo.it
Come si è potuto apprendere dal Gazzettino, oltre che da altri giornali e dalle tv, con l’anno scolastico 2012-2013, nelle scuole regionali il friulano non si è presentato più semplicemente come progetto di arricchimento dell’offerta formativa, ma come vero e proprio insegnamento nell’orario curricolare. Questa è la principale novità contenuta nel Piano applicativo di sistema per l’insegnamento della lingua friulana che la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato su proposta dell’assessore all’Istruzione Roberto Molinaro.
Diversi gli attacchi estivi del Governo Monti (sia territoriali che linguistici) che hanno visto questa novità come uno spreco di soldi, tanto più per un dialetto, una parlata locale. Ovviamente queste, a loro volta hanno alimentato quelle dei cittadini divisi tra favorevoli e contrari.


I primi d’accordo con l’insegnamento, affinché tutti abbiano la possibilità di conoscere la propria lingua che fa parte della propria identità assieme alla cultura e alle tradizioni su cui si dovrebbe aumentare la propria coscienza e conoscenza. E i secondi talvolta indignati perché a loro dire, sarebbe uno spreco di soldi in un Paese che ne ha già pochi per l’istruzione, tanto più per un “dialetto” parlato da poche persone e dunque irrilevante o peggio, inutile nel contesto globale in cui viviamo. Non solo, l’insegnamento di questa lingua toglierebbe tempo e renderebbe più difficile imparare ulteriori lingue come ad esempio l’inglese.
E così dalla tutela della propria identità su cui la maggior parte delle persone erano d’accordo fino a qualche decennio fa, si è passati al mito europeo o mondiale che sminuisce le varie lingue, culture ecc. che abbiano un’importanza ristretta a livello geografico se paragonate al continente o al mondo.

A chi giova ciò?
Un risparmio economico ora attraverso la “spending review” potrebbe essere solo una scusa per sopprimere per l’ennesima volta una lingua regionale, in favore di una identità italiana più consolidata diretta verso una futura identità europea tanto elogiata da Benigni e pubblicizzata dai media.
Perché?
Per capirne il motivo è necessaria una digressione che parte dagli attimi precedenti all’Unità d’Italia.
Come disse lo storico Paolo Mieli su Rai Tre, in una puntata di Correva l’anno dedicata alla televisione degli anni ’60:
“Si può dire che l’unità d’Italia sia stata fatta in tre tappe:

- 1860-61, quando l’Italia fu raggruppata e fatta militarmente;
- poi fra il 1915 e 1918 quando gli italiani si conobbero dentro le trincee della Prima Guerra Mondiale e soffrirono assieme per la prima volta formando l’amalgama, la vera amalgama che si forma soltanto nella sofferenza;
- e infine tappa, la più importante, dalla televisione degli anni ’60 cioè dal 1960 al 1969-70.
Quella televisione ha unificato i gusti, i comportamenti, le letture, i divertimenti degli italiani. A poco a poco ha preso dei cittadini che fino a quel momento vivevano nelle loro piazze e nelle loro città e, bene o male che sia stato li ha portati in casa dandogli una piazza unificata. La televisione in quegli anni è stata come se fosse una finestra aperta sulla piazza di tutti.
Tutti gli italiani hanno iniziato ad innamorarsi degli stessi personaggi maschili e femminili a unificare i loro gusti e a unificare i loro comportamenti indotti dalla pubblicità palese e occulta [riferimento ai messaggi subliminali] che passava attraverso la televisione. Questo fenomeno, ha avuto importanza anche per la politica. Il 1960 è l’anno dell’introduzione della tv nella politica. Pochi, quando iniziarono le prime trasmissioni televisive della politica, quando i primi leader apparvero in televisione, si accorsero dell’importanza del fenomeno, noi oggi la conosciamo e la conosciamo eccome però allora gli italiani presero una consuetudine diversa. Tutti ascoltarono dei grandi leader della politica i personaggi della loro epoca che parlavano lì nella loro stanza, nel tinello, che discutevano con dei giornalisti (…)”

Andando un po’ più a fondo, riassumendo Il cosiddetto Risorgimento di Rino Cammilleri tratto da “Fregati dalla Scuola”, basta una sola pagina per conoscere le dinamiche insabbiate degli avvenimenti che portarono all’Unità d’Italia.
<<
La liberazione dallo “straniero” austriaco era la cosa che interessava meno alla casta liberal-massonica che teneva Carlo Alberto praticamente in pugno. La Massoneria, a quel tempo fanaticamente anticattolica (ricordiamo che era stata trapiantata in Italia dai rivoluzionari francesi) teneva soprattutto a distruggere l’Austria “papista”. Nel Sudamerica, con la complicità interessata degli Usa, aveva promosso una serie di guerre d’”indipendenza” che avevano tolto tutto alla Spagna e al Portogallo e gettato quel continente, un tempo prospero, in braccio allo
sfruttamento americano e inglese. Nell’Ecuador, per esempio, il presidente Garcìa Moreno, cattolico, aveva consacrato la Costituzione al Sacro Cuore, ma aveva anche dimezzato le tasse e triplicato i salari, arrivando a concedere il voto anche agli indios. L’Ecuador fu l’unico stato a mandare un modesto aiuto economico al papa Pio IX, dopo l’invasione di Roma da parte dei piemontesi. Garcìa Moreno venne assassinato mentre usciva di chiesa.
Alla Prima Guerra d’Indipendenza italiana, com’è noto, parteciparono tutti gli stati della penisola, anche i borbonici e perfino un contingente pontificio. Ma quando si accorsero che non si trattava di unire l’Italia in una confederazione secondo i progetti di Gioberti e Cattaneo, ma di star prestando man forte all’espansione del Piemonte, tutti si ritirarono. Carlo Alberto, resosi conto di essere stato di fatto il burattino di un progetto massonico internazionale, cambiò idea e da quel momento venne beffeggiato come “il re tentenna”.
Suo figlio Vittorio Emanuele, invece, stette al gioco dei massoni Palmerston e Napoleone III. Pura propaganda era l’idea di “unità d’Italia”, tant’è che l’italiana Corsica fu lasciata fuori, e Nizza e la Savoia tranquillamente barattate.
Con le leggi Siccardi il Piemonte carbonaro gettò la maschera e cominciò un’aggressione anticattolica senza precedenti.
(…) La Terza Guerra d’Indipendenza finì col disastro di Custoza e Lissa, malgrado l’Austria avesse offerto gratis il Veneto e il Trentino purché l’Italia si ritirasse dall’alleanza con la Prussia. I “plebisciti” sancirono l’annessione forzata di tutti gli ex stati italiani. La gente doveva votare all’aperto, mettendo le schede in due urne: su una stava scritto ”sì”, sull’altra “no”. A Napoli si dovette votare passando tra due ali di garibaldini armati. Malgrado ciò i voti sommati risultarono pure molto superiori all’effettivo numero dei cittadini (segno che ogni “liberatore” aveva votato più volte).
La spedizione dei Mille venne finanziata dagli Inglesi e dai protestanti americani e tedeschi. Ai Mille man mano si aggiunsero soldati piemontesi travestiti Molti alti ufficiali borbonici, massoni, cedettero senza combattere (alcuni finirono linciati dalle loro stesse truppe).
(…) Il floridissimo Regno delle Due Sicilie in brevissimo tempo fu portato al tracollo finanziario, e i meridionali per la prima volta nella loro storia furono costretti a emigrareErrore. Riferimento a collegamento ipertestuale non valido. all’estero per poter mangiare.
(…) Arrivarono tasse anche sul macinato, sulle porte e le finestre (le case cominciarono così ad avere una sola apertura, con conseguenti epidemie di tubercolosi, il male del secolo), arrivò la leva obbligatoria che durava anni e toglieva braccia a popolazioni prevalentemente agricole. Per dieci anni il Sud fu trattato come una colonia da sfruttare; sorse per reazione il cosiddetto “brigantaggio” (i partigiani dell’ex Regno, come al solito, vennero definiti banditi).
Metà dell’esercito piemontese era di permanenza nel Sud, con uno stato di emergenza continuo: fucilazioni di massa, rappresaglie, stermini, incendi.

>>
Tant’è che Antonio Gramsci scrisse: “Lo stato italiano [leggasi sabaudo] è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.”
Ma, ritornando alla conclusione di Cammilleri:
<<
(…) Nel nuovo regime burocratico e accentrato i meridionali, privati delle industrie e delle terre ecclesiastiche e statali su cui lavorare, presero il vizio di far carriera nella pubblica amministrazione.
(…) Il Regno delle due Sicilie deteneva il monopolio dello zolfo, essenziale per i battelli a vapore, e l’Inghilterra voleva metterci sopra le mani. In più gli industriali piemontesi avevano tutto l’interesse nella distruzione delle industrie borboniche, molto quotate internazionalmente e fortemente competitive. Quando i siciliani che avevano appoggiato i Mille, credendo che i “liberatori” avrebbero provveduto a una redistribuzione di terre, si appropriarono di alcuni appezzamenti a Bronte e a Villalba, Bixio ricevette l’ordine di procedere a una spietata repressione.
(…) A chiarire che si trattava esattamente di un’espansione piemontese il nuovo Re d’Italia, Vittorio Emanuele, non fu ”primo”, ma rimase “secondo”. Vittorio Emanuele II, Re (adesso anche) d’Italia.
>>
In seguito,

“Era passato poco più di un decennio dalla nascita <<provvidenziale>> dello Stato unitario. Come reggeva esso alle prove della durata, del consolidamento delle nuove istituzioni, della tenuta morale, dell’unità culturale? (…)”
-questa e le successive cit. sono tratte da Fare gli italiani – Scuola e cultura nell’Italia contemporanea a cura di Simonetta Soldani e Gabriele Turi, il Mulino editore-
Il progetto di unire l’Italia era ben lontano dalla conclusione. Sebbene a livello geografico-politico fosse ultimato, necessitava da parte della classe dirigente di un intervento in grado di creare un senso di unità tra i tanti diversi popoli che se si fossero ribellati avrebbero fatto crollare quell’enorme lavoro “sotterraneo” che portò allo Stato unitario compromettendolo forse per sempre.
In poche parole una volta fatta l’Italia, bisognava fare gli “italiani” ovvero nazionalizzare, omologare e omogeneizzare, oltre che la lingua, usi e costumi dei diversi popoli. E ciò, innegabilmente portò alla distruzione delle varie diversità creando un unico popolo molto più facile da comandare, gestire e controllare da parte di un potere centralizzato.
D’altronde, ”Minghetti e Farini, avevano ricordato

<<l’Italia non fu mai nazione>> e che, non essendoci più <<l’odio per lo straniero a tenere unite tante dissimili popolazioni>>, <<tante volontà>> e <<tante menti>>, occorreva piantare <<a forza il sentimento dell’italianità nei petti che ne sono digiuni>>, adoperando <<il solo mezzo a ciò conveniente:la pubblica istruzione>>”
Ovvero negli anni successivi all’Unità, ”In un’epoca nella quale si stava sempre più rivelando come uno strumento indispensabile per plasmare, come si diceva allora, cittadini laboriosi e devoti alla patria, il governo non poteva accontentarsi di far leva sui simboli esteriori
dell’unità nazionale – le bandiere, le feste, i monumenti – che potevano coinvolgere emotivamente anche gli analfabeti. Se, ha osservato Marzio Barbagli, gli obiettivi politici che la classe dirigente si pose erano la scolarizzazione, la creazione di una coscienza nazionale, l’unificazione delle diverse culture e tradizioni delle regioni italiane, se in altri termini mirò a far accettare, in tutti i punti del territorio nazionale e a tutte le classi il
nuovo sistema sociale e politico, essa non poteva certo fare a meno di cercare di diffondere l’istruzione elementare.

E a questo fine doveva procedere speditamente alla creazione di un sistema scolastico uniforme nei suoi contenuti
(…)”
Che doveva:
“costruire, nelle aspettative della classe dirigente, gli strumenti ideali per plasmare cittadini docili, ubbidienti nei
confronti delle autorità costituite, devoti alla patria, rispettosi delle gerarchie”
Ma, mancava ancora un elemento:
“come avrebbe riconosciuto nel 1923 Benedetto Croce, la vera svolta sarebbe venuta con la <<grande guerra
combattuta da tutto il popolo italiano>>, quando <<i pericoli, le ansie e i dolori>> di un conflitto in cui ogni famiglia
vide coinvolti <<componenti e congiunti>> resero <<viva l’idea della patria>>, che dopo di allora non fu più
immortalata <<come una volta, nei soli stemmi dei pubblici uffici, delle tricolori bandiere, nei ritratti dei sovrani, ma
nei monumenti che ricordano in ciascun luogo i caduti>>.”
Andrebbe aperta una parentesi sul fenomeno dello sport e delle varie competizioni a livello internazionale particolarmente
nella disciplina calcistica, che sebbene non abbia nulla a che vedere con la guerra essendo un’attività pacifica, anch’essa
vede contrapposte due nazioni e dà il suo contributo al fenomeno dell’italianizzazione raccogliendo oltretutto vaste
schiere di appassionati pronti a cantare orgogliosamente l’inno (infatti è questa l’origine del nostro inno) negli stadi e a
sventolare il tricolore in piazza.
Ad ogni modo, il primo obiettivo da portare a termine per raggiungere l’italianizzazione dei popoli, era l’uso di una lingua
comune:
“ (…) come osservò il secondo presidente della Società [Società Dante Alighieri], Pasquale Villari, <<pensare alla
lingua e diffonderla, vuol dire pensare alla patria, promuoverne la prosperità e gli alti destini>>.
Di questo nesso tra lingua e nazione sarebbe stato ben consapevole il fascismo. Nel 1928 – all’indomani dei
provvedimenti di italianizzazione dell’Alto Adige – si cancellarono quei programmi per la scuola elementare che,
elaborati cinque anni prima da Giuseppe Lombardo Radice, per la prima volta nella storia del regno d’Italia
sottolineavano la piena dignità dei dialetti, rivendicata con tanta decisione cinquant’anni prima da Graziadio Isaia
Ascoli nel proemio dell’<<Archivio glottologico italiano>>. Subito dopo, la campagna per il purismo e per
l’<<autarchia della lingua>> lanciata dal regime e continuata per tutti gli anni trenta, avrebbe costituito un punto di
forza dell’intervento totalitario del fascismo per esaltare i valori della <<stirpe>>, anche se la sua risonanza non si
sarebbe tradotta in reale incisività. Dove erano falliti letterati e politici, sarebbe infine riuscita, negli anni cinquanta,
l’industria culturale dei mass media, che per unanime riconoscimento infranse, nel periodo delle grandi migrazioni
interne, l’antica barriera dell’italiano come lingua scritta, affrettando e consolidando quella costruzione dell’italiano
regionale parlato che sta vorticosamente mutando norme e tipologie di una lingua rimasta per secoli riserva e
privilegio di un élite. ”
Oltre che cancellare programmi scolastici di lingue regionali, il regime sapendo che l’italiano veniva parlato solo a scuola,
mentre al di fuori si parlava solamente la propria lingua regionale o straniera, arrivò al punto di sopprimere le varie lingue
persino nei luoghi pubblici, particolarmente nei luoghi di confine:
Da Istria allo Specchio – Storia e voci di una terra di confine dello storico Enrico Miletto:
“A partire dal 1925 la politica di italianizzazione forzata procede a rapidi passi: è proibito l’uso di ogni altra lingua che
non sia l’italiano nei tribunali, negli uffici amministrativi e, successivamente negli esercizi e nei luoghi pubblici. Il
divieto di utilizzare nei luoghi pubblici la lingua slovena e croata, sancisce dunque <<la negazione della legittimità
all’espressione pubblica della propria appartenenza nazionale>> che, tradotto ai minimi termini, equivale ad
affermare che chi vuole continuare a parlare una lingua considerata ostile e straniera deve essere emarginato, dal
momento che <<la casa di chi parla una lingua straniera e nemica non può essere quella della maggioranza>>. Il
processo di restaurazione linguistica messo in atto dal regime, non risparmia nemmeno i toponimi delle località e i
cognomi di origine slava che vengono italianizzati. Il regio decreto del 7 aprile 1927 sentenzia l’italianizzazione dei
cognomi, un provvedimento che, fatto passare come la restituzione dell’antica forma latina, esplicita in realtà la
volontà di cancellare la memoria pubblica di un popolo riducendolo a una sorta di figura dimezzata. A tal proposito
vorrei riprendere una riflessione di Anna Maria Vinci che sottolinea come questo non sia solamente un modo per
intervenire sui cognomi, svelando come in realtà ve ne sia ancora un altro, ovvero quello di <<pretendere – ma
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indirettamente – la riduzione del cognome sloveno in cognome italiano>> (…) La memoria dei testimoni sembra aver
conservato il ricordo dei tratti salienti caratterizzanti il fascismo di confine. Il mutamento forzato dei cognomi e il
divieto per la popolazione di origine slava di utilizzare la propria lingua materna nella sfera pubblica (esplicitati dal
ricordo dei cartelli di proibizione affissi nelle osterie o nei negozi), rappresentano gli elementi principali attraverso i
quali i testimoni descrivono la politica di omogeneizzazione etnica intrapresa da un regime che, come si legge nelle
testimonianze, mira ad attuare una sorta di controllo non solo economico e politico, ma anche sociale e del tempo
libero.”
Attualmente come se tutto ciò non fosse bastato, da parte di molte persone – a seguito del successo di vari artisti televisivi
-, vi è la tendenza a dare ai figli nomi stranieri.
A quanto sopra descritto, si affiancò la soppressione della toponomastica locale che avvenne in tutto il nord Italia come si
può notare anche in altri libri come “Francese-italiano, italiano-patois: il bilinguismo in Valle d’Aosta fra realtà e
ideologia”, e non solo lungo i confini con gli stati stranieri, ma anche al suo interno visto che la soppressione avvenne ad
esempio anche nei confronti del friulano, come evidenziato a pag. 46 in Breve storia del Friuli – Dalle origini ai giorni
nostri di Tito Maniacco, (tascabili economici Newton):
“Si può solo notare, ad esempio, come un esercito <<liberatore>> abbia distrutto, dal 1866 in poi, tutti i toponimi
friulani italianizzandoli sulle tavolette dell’Istituto Geografico Militare, per cui ancor oggi capita che le tabelle di
aggiunta in lingua friulana, tabelle non ufficiali, che amministrazioni di buona volontà mettono accanto alla segnaletica
che indica il Comune, non siano capite dai Friulani stessi, che a volte si fermano a compitarle, perché usi a parlare
friulano, ma non a scriverlo o a leggerlo.”
All’omogeneizzazione (e spersonalizzazione dell’individuo) cui portava la scuola, ed il servizio di leva, si affiancò in
seguito la nascita di una cultura di massa che inizialmente diffusa nei teatri, giornali e riviste, in seguito si allargò al
cinema, proprio nello stesso periodo in cui il regime fascista si rendeva conto dell’importanza della propria voce trasmessa
dalla radio come metodo per la ricerca del consenso.
Questi ultimi due mezzi di comunicazione di massa, assieme al primo, aggiravano il problema dell’analfabetismo degli
italiani e raggiungevano un maggior numero di persone, un fatto certamente immaginabile visto l’ impatto che ebbe su di
loro:
“Tullio Kezich ricorda che aveva appena un anno quando vide <<Il cantante di Jazz al Cinema Nazionale>> ed ebbe
<<l’impressione di essere andato al cinema tutti i giorni a partire da quel momento>>. L’avvento del cinema, in molti
casi dischiude una nuova era per la vita di comunità agricole:
E venne il cinematografo. Il piccolo delizioso teatro comunale diventò […] cinema. Vi si facevano due
proiezioni settimanali: il sabato e la domenica […] Ne venne a tutto il paese una passione, una febbre,
per cui, dal lunedì al venerdì o si parlava del film già visto o si vagheggiava e si facevano congetture
su quello da vedere.
Comune a tutti è la periodicità del rito e il suo progressivo intensificarsi fino a passare – come si è visto nel ricordo di
Calvino – dalla cadenza settimanale a quella quotidiana, possibilmente iterata più volte.”
–questa e successive cit., tratte da Fare gli Italiani-
Per non parlare di quando il cinema arrivò a casa con un elettrodomestico alla portata di moltissime persone:
“Lo sviluppo della televisione, (…) fu subito assai impetuoso: il nuovo mezzo superò il milione di abbonati in quattro
anni, i cinque milioni nell’arco di dieci anni (nel 1964 era già a quota 5.200.000 circa), e nel 1972, anno in cui
cominciò quella che abbiamo chiamato <<crisi del vecchio regime>>, gli apparecchi televisivi presenti nel nostro
paese erano già almeno undici milioni.
Già nel 1957 Gismondi scriveva: <<il telespettatore e l’italiano qualunque sono ormai la stessa persona>>”
Ciò fa molto riflettere su quanto la televisione fosse un ottimo strumento oltre che per il controllo, per la distrazione,
considerando il tempo che la gente ci passava davanti.
“Se è vero che la radiofonia, negli anni del dopoguerra quanto in quelli del fascismo maturo, aveva contribuito
fortemente alla nazionalizzazione degli italiani, va detto però che probabilmente è la televisione, e in particolare la
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televisione degli anni tra il 1960 e il 1970, che promosse forse più di ogni altro singolo fattore l’omogeneizzazione
linguistica e comportamentale del paese.”
Dovrebbe essere stimolo di riflessione quanto la tv abbia minato il dialogo familiare, spesso tenuta accesa anche a
pranzo e cena “avvelenando” il cibo che si mangia con il suo emettere violenza, notizie di stragi ed altri eventi
spiacevoli che anziché indurre i malcapitati a spegnere, al contrario essi invocano silenzio attorno al tavolo per
continuare a subire senza rendersi conto dei disagi che possa creare a qualunque sia il membro della famiglia il
fatto di non potersi esprimere nemmeno nel proprio nucleo familiare.
A concludere:
“Ci sarebbero volute la fine dell’Italia rurale e le grandi migrazioni degli anni cinquanta perché cominciasse a prender
forma una reale unità della nazione, capace di creare circuiti permanenti di comunicazione tra luoghi e strati sociali
diversi, di porre fine ai piccoli mondi locali dilatando il bisogno di istruzione e gettando le premesse della nascita di
massa dell’italiano parlato come lingua dell’intera comunità culturale.”
“Nell’insieme sembra si possa ritenere che un’immigrazione massiccia si sia linguisticamente tradotta in una spinta
verso l’italianizzazione innanzitutto, certo, per gli immigrati, ma, a lungo andare, anche per gli abitanti originari,
interrompendo l’omogeneità linguistica locale, minando la funzionalità comunicativa del dialetto, rendendo normale il
bilinguismo.”
A venir distrutte, non sono state solo
LE LINGUE
Da L’identità europea e quella dei suoi popoli di Sabino Acquaviva:
“(…) Molti sostengono che la difesa delle lingue regionali europee è il frutto di un’antica mentalità conservatrice. E’
vero esattamente il contrario.
Contro le lingue regionali sono invece quanti difendono il primato di lingue nazionali, come l’italiano, il francese, lo
spagnolo, cioè di lingue che ci ricordano un passato che ha visto i popoli d’Europa condannati ad almeno tre secoli di
guerre fratricide con milioni di morti. Fino alle soglie del Rinascimento esisteva una lingua comune, il latino, e una
serie di lingue regionali. In seguito, nello spazio di due o tre secoli, alcune lingue regionali sono diventate lingue
nazionali ed hanno decretato la fine o il declassamento a dialetti delle altre lingue regionali. E così il castigliano è
diventato lo spagnolo. Di qui il tentativo, in parte riuscito, di far morire (tra l’altro) il basco e il catalano. In Francia il
prevalere del francese del nord ha decretato anzitutto l’agonia del provenzale e del bretone. In Italia il toscano è
diventato l’italiano, dando vita ad una battaglia, quasi vinta e durata oltre un secolo, per cancellare le altre lingue
regionali della penisola. Il massacro italiano delle lingue regionali è esemplare. Realizzata l’unità d’Italia, spesso con la
violenza si è imposto l’uso del toscano, dimenticando la storia di lingue come, ad esempio, il veneto e il sardo. Queste
e altre lingue regionali (non chiamiamole dialetti) sono state declassate, tentando di cancellarle, dimenticando che
spesso si è trattato di lingue che venivano usate nella burocrazia, in molti casi nei trattati internazionali, nei porti, e
via dicendo. L’italiano (cioè il toscano), la sola lingua che era permesso insegnare a scuola, veniva imposto
giustificando ogni cosa guardando ai risultati di plebisciti di annessione alla neonata Italia che riguardavano popoli che
probabilmente mai avrebbero voluto fare parte di uno stato in cui, per votare, di massima bisognava essere uomini,
alfabeti e dotati di un consistente livello di reddito. ”
Oltretutto le perdite linguistiche continuano con la continua colonizzazione dell’inglese in quasi tutti i Paesi, evidente nei
giornali e nei tg, dove si utilizzano sempre più parole non italiane in modo da agevolare e spingere la gente ad un
passaggio all’inglese, nei programmi scolastici, nelle etichette dei vari prodotti, nelle pubblicità di qualsiasi tipo, nella
rete e oramai anche tra le parole di uso comune.
Ma anche:
LA MODA
La moda era pubblicizzata nel Cinema che dunque influenzò le persone nella scelta del loro modo di vestire, come
ritroviamo in Un secolo di moda italiana 1900-2000 di Sofia Gnoli:
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“Adrian Adolph Greenburg (…) Fu lui a dare vita al look di alcune tra le maggiori dive degli anni Trenta come Greta
Garbo e Joan Crawford (…) La metamorfosi dell’attrice, avvenuta sul set di Letty Linton (Ritorno, 1932), ebbe un
successo immediato. Durante la stagione successiva all’uscita del film, i grandi magazzini americani Macy’s vendettero
oltre 50.000 copie dell’abito a forma di triangolo capovolto indossato dalla diva nel film. Ma quel che è più significativo
è che l’anno precedente la grande sarta Elsa Schiaparelli propose un analogo modello senza suscitare nessuno
scalpore. Questo esempio dà la misura della grande influenza esercitata dal cinema sulla moda.”
La docente di storia della moda, dopo aver parlato di altri film di successo che introdussero nella vita di tutti nuovi stili
ritorna all’Italia con:
“ In questo contesto i film italiani tendevano a presentare una sorta di surrogato di quelle figure mitiche, tentando
invano di divulgare una moda o uno stile. (…) La Contessa di Parma (Blasetti, 1937) (…) film particolarmente
esemplificativo per quanto concerne la nazionalizzazione della moda: si svolge infatti proprio in una casa di moda e
racconta equivoci e amori tra un’indossatrice e un giocatore di calcio, tra un défilé e l’altro. Al di là dell’esiguità della
trama, quello che giova notare è che tutto il film è pervaso dalla ridicolizzazione della moda e della lingua francese in
contrapposizione a quella italiana.
(…) Anche i film storici in costume, così diffusi nella Hollywood degli anni Trenta, influenzarono profondamente lo stile
italiano del decennio. Su <<Lidel>>, ad esempio, nel novembre del 1934, comparve un articolo dal titolo: L’influenza
del cinematografo sulla moda, dove venivano esaltati due modelli creati dalla casa di moda Tortonese, ispirati ai
costumi indossati da Greta Garbo in Queen Christina (La Regina Cristina, 1933). Come sottolineava la didascalia, in
questi modelli “la maestà dei costumi di altri tempi si fonde con un’intelligente comprensione delle necessità pratiche
di oggi, e questi due vestiti hanno una loro grazia nobile e severa che persuaderà più di una signora” (L’influenza del
cinematografo sulla moda, 1934, p.37). ”
Ciò finì per diventare la pura normalità e con il bombardamento di riviste di moda, la presenza da parte delle persone più
o meno famose che appaiono in tv con indosso un certo tipo di abbigliamento, oltre che dalle pubblicità in cui dagli
esperti pubblicitari vengono adottate pratiche più o meno scorrette (ben documentate nel film Corporation), la moda degli
italiani venne colonizzata dalla moda voluta. Tant’è che i tipici abbigliamenti locali sono relegati alle sole rievocazioni
storiche.
“Chi avesse dubbi riguardo alle capacità dei mass media di condizionare il comportamento della gente provi solo a
ragionare sui soldi che girano intorno alla pubblicità, a chi decide di spenderli, e quanto sia disposto a pagare giocatori
di calcio, piloti di macchine e moto o chiunque altro che, pur senza riconoscibili abilità, sia comunque capace di
trattenere pubblico davanti alla TV accesa.”
- Giuseppe D’Agostinis, La democrazia dei grandi vecchi -
Si pensi infine a quanto si siano espanse a livello mondiale la moda dei blue-jeans, delle scarpe sportive e delle magliette
di marca. Indice dunque di una continuazione dell’omogeneizzazione della moda a livello mondiale.
Vanno inoltre viste con occhio molto critico le proposte di una moda in cui anche l’uomo indossi la gonna, anche l’uomo
indossi i leg-ins ed anche l’uomo si possa mettere il rossetto. E’ vergognoso un simile tentativo di svilire e femminilizzare
l’uomo al punto da porre seri interrogativi su quale impatto possa avere sui bambini.
Il motivo per cui sia avvenuto e venga riproposto ogni anno, non è dato saperlo. Ciò che al momento comunque si sa, è
che in varie pubblicità ma anche video di canzoni vi sono state scene e messaggi subliminali che normalizzano
l’omosessualità e che un bambino cresciuto da due donne o due uomini ha buone probabilità di sviluppare un
orientamento sessuale contrario a quello naturale.
GLI STILI ARCHITETTONICI
Nel secondo dopoguerra, in Italia si sono affermati nuovi materiali che hanno talvolta permesso di velocizzare i tempi di
ricostruzione dei vari edifici a partire in primis dalle fabbriche in quanto fonti di reddito utili a una rapida ripresa
economica. Questi nuovi materiali però, e più di tutto si parla di cemento e acciaio, combinati per dare vita al cemento
armato – ottimo elemento per poter realizzare edifici con luci maggiori (ovvero con maggiori distanze tra i pilastri) -, non
contemplavano l’esistenza dell’ornamento ed anzi veniva esaltata la perfezione e l’essenzialità delle varie strutture specie
se “vestite” di grandi vetrate le quali davano un senso di leggerezza che tanto piaceva ai vari architetti e ingegneri.
Come scrive Mario Fazio in Passato e futuro delle città -Processo all’architettura contemporanea:
“La completa rottura del filo che aveva legato secoli di architettura fu determinata nel nostro secolo dalla rapida
diffusione del cemento armato e dalle nuove tecniche costruttive. (…)
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In nove casi su dieci brutte copie di modelli razionalisti adattati alle esigenze del committente, pubblico o privato. Era
ed è il modo di progettare più facile, meno costoso, più redditizio per il cliente: pilastri e travi in cemento armato,
balconate a nastro, copertura a terrazza per sfruttare al massimo la volumetria consentita, vetrate e un po’ di
frangisole, tapparelle di plastica, rivestimenti in piastrelle o facciate di cemento nudo. (…)
La crisi del moderno appare evidente nelle piazze.”
E come accenna lo scrittore (per poi documentare verso la fine del suo libro con delle interviste),
“Appare evidente la difficoltà di riordinare e animare i <<non luoghi>> della città di oggi, caratterizzata dal fenomeno
del nomadismo interno. Tutti in movimento, di corsa, sull’autobus, in automobile, a piedi, da casa al posto di lavoro e
poi all’ipermercato, alla stazione, all’aeroporto. Non c’è più tempo per sostare in piazza, e gli architetti faticano a
immaginarne di nuove. (…) Gli stessi architetti famosi stentano a indicare i <<capolavori>>. Tempo fa ne avevo
interrogati alcuni, allargando gli orizzonti ai cinque continenti. Ebbene le opere più citate appartengono al passato.”
A questo si aggiunge,
“La perdita di funzioni della città, sostituite da luoghi virtuali, è una minaccia gravissima per le civiltà maturate nei
secoli all’interno degli organismi urbani. Non meno grave del pericolo di un <<ordine mondiale>> a carattere
tecnologico.”
Tant’è che,
“Una delle accuse più frequenti mossa nel dopoguerra alle realizzazioni del movimento moderno fu quella di avere
completamente smarrito la valenza comunicativa, rendendo ogni edificio impersonale in tutte le sue componenti,
prima fra tutte l’attenzione al contesto di inserimento. Queste architetture ritenute asettiche, prive di calore e non
sempre funzionali, apparivano come il frutto di un artificio sofisticato destinato a soddisfare l’ego di un ristretto
gruppo di intellettuali più che le esigenze di chi ci andava a vivere dentro.”
E non sarebbe dunque un caso se come dice l’architetto Léon Krìer:
“La stragrande maggioranza delle persone, inclusi gli architetti modernisti, preferisce abitare, lavorare, trascorrere le
vacanze o andare in pensione in una casa tradizionale”
Viene dunque da chiedersi,
“Perché il naufragio urbanistico? (…) emergono due risposte alla domanda (…): a) il nostro ritardo culturale (la legge
urbanistica olandese è del 1901, la prima legge urbanistica italiana è del 1942 su modello tedesco), b) la tradizionale
alleanza tra classi dirigenti e grandi o piccoli speculatori immobiliari.
“Nell’immediato dopoguerra prevalse la politica della ricostruzione non pianificata, consentendo persino il raddoppio
degli edifici bombardati (un milione di alloggi erano stati distrutti), lasciando via libera a demolizioni e inserimenti
orrendi. Sull’onda della ricostruzione arrivò quella delle grandi espansioni urbane e della speculazione edilizia a danno
dei paesaggi costieri (…), anche nei Centri storici.”
“Il processo di trasformazione del Bel Paese è avvenuto e sta ancora avvenendo in modo sostanzialmente autoritario.
Architetti, ingegneri, geometri, progettano su ordinazione di amministratori pubblici e di privati proprietari di aree da
sfruttare; i progetti vengono approvati in stanze più o meno segrete.(…) Manca inoltre alla stragrande maggioranza
dei cittadini la conoscenza della storia della città, indispensabile per valutare il rapporto delle nuove costruzioni con
quelle del passato.”
Cosa che raramente viene considerata, visto tutti quei nuovi edifici che seguendo la “moda” del momento (cemento
armato, vetro e acciaio) sono privi dell’ornamento che come dice Nikos A. Salingaros nella rivista “Il Covile”:
“Non è necessario dal punto di vista strettamente utilitario, ma è necessario per definire un’architettura viva”,
cosa che sta andando scomparendo considerando il giudizio comune a molte persone che sempre più città e oramai anche
paesi siano “spenti”.
“Se un impiegato o un operaio impiegano due ore per raggiungere il posto di lavoro (…) lo devono alla crescita
disordinata della città [una volta le fabbriche erano all'interno della città facilmente raggiungibili a piedi da tutti, ora
invece a causa probabilmente di un cambio delle esigenze nel ciclo di produzione e distribuzione si è suddivisa la città in
zona abitata e zona industriale rendendo indispensabile lo spostamente delle persone dalla parte della città abitata a
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quella industriale causando le congestioni del traffico che ben si conoscono]. Se nei fine settimana milioni di automobili
si dirigono verso i monti o il mare per fuggire dalla città lo dobbiamo all’aria inquinata, alla povertà di verde e i spazi
attrezzati per i giochi dei bambini.”
E poche volte ci si rende conto di quanto questi elementi siano importanti visto che mancando agevolano,
“la prigionia domestica nel tempo libero, davanti al televisore che spesso emette violenza, anche nei telegiornali
e negli spot pubblicitari.”
“Vale la pena di rileggere qualche dato sulla <<Grande Trasformazione>> avvenuta dal 1950. L’Italia è stata un
gigantesco e caotico cantiere: 13 milioni e mezzo di alloggi (…). Alla trasformazione del Bel Paese ha dato un pesante
contributo la costruzione di strade e autostrade (…), progettate secondo criteri ingegneristici nella piena indifferenza
della natura e dell’aspetto dei luoghi. (…) lo studio dell’architettura del paesaggio fu trascurato per decenni nelle
nostre Università, contro quanto si stava facendo in Gran Bretagna, in Germania e in altri Paesi europei. In Italia
enormi squarci nelle colline e nei monti, masse gigantesche di materiali di riporto, hanno aggravato il dissesto
idrogeologico e la deturpazione del paesaggio.
Segni evidenti del paesaggio italiano alla fine del secolo sono i ponti, i viadotti, gli svincoli, i supermercati, i
capannoni, gli elettrodotti, gli stadi, le antenne e parabole televisive svettanti sulle nuove conurbazioni.”
Si pensi poi al susseguirsi lungo le strade statali e non di un numero infinito di aree di servizio, e poi dei centri
commerciali con le loro reti di collegamento e parcheggi, e poi officine, autosaloni, discoteche, pub, condomini, edifici di
vario genere destinati a imprese finanziarie, assicurative, industriali, alberghi…
Oltre alla rottura del filo con il passato a causa dei nuovi materiali e di esigenze speculative, in parte il miglioramento
della rete stradale ed autostradale, rese più comune per i vari geometri, architetti e ingegneri progettare strutture al di fuori
della propria zona e dunque con il rischio di non rispettare gli stili del luogo senza contare che anche le migrazioni verso
il nord e il solo ampliarsi delle varie conoscenze e stili che vanno a colpire i gusti di chi progetta o commissiona, possono
aver contribuito ed influenzato in qualche modo le nuove costruzioni. Non ultima, la distruzione dei vari paesi -
parzialmente od interamente – situati laddove doveva essere costruita la linea ferroviaria italiana, l’autostrada, e a breve vi
sarà a completare il tutto anche la TAV, ovvero il treno che dovrà unire gli europei e che servirà assieme alle austerità a
farli emigrare e lavorare anche solo giornalmente molto più lontano portando alla stessa omogeneizzazione che vi è stata
in Italia. Progetto simile è in atto anche in America con le TAV panamericane.
LA CUCINA
Si devono ricordare i cambiamenti alimentari che hanno portato un po’ tutti gli italiani a basare la propria fonte di
carboidrati su pizza e spaghetti, non solo quelli del sud, ma anche quelli del nord legati alla polenta. Si è dunque assistito
ad un rimescolamento delle varie tradizioni culinarie a seguito della presenza di queste in riviste, libri e nei programmi
televisivi, che hanno portato alla possibilità di replicare i vari piatti tipici di zone lontane un tempo sconosciuti.
Ma non solo, ciò che più di tutto contribuì a questo rimescolamento furono le ondate migratorie interne che portarono
moltissimi meridionali verso le città industrializzate del nord, come sostiene Riccardo Pravettoni con alcuni esempi a pag.
33 di Il cibo come elemento di identità culturale nel processo migratorio:
“Grazie anche alla comparsa degli ingredienti propriamente meridionali nelle botteghe e nei mercati del nord Italia,
«la pastasciutta si impose sul minestrone e sul riso, l’olio di oliva prevalse sui grassi di origine animale (come il burro
e il lardo), i pomodori, soprattutto quelli conservati in lattine o sotto vetro, divennero insostituibili nella preparazione
dei piatti di tutti i torinesi».”
Un cambiamento non indifferente cui magari si rischia di tralasciare è quello che si è avuto con la nascita dei
supermercati nel periodo del boom in cui anche le donne iniziarono a lavorare magari per poter comperare
elettrodomestici utili a risparmiare tempo nelle faccende quotidiane. Occupate al lavoro e quindi con meno tempo a
disposizione hanno iniziato a comperare alimenti e prodotti che prima facevano in casa come la pasta, il sapone, magari
lasciandosi consigliare dalla pubblicità che era diventata il nuovo intermediario tra cliente e prodotto a dispetto dei piccoli
negozi in cui erano i commercianti ad aiutare nella scelta dei vari prodotti.
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Questo portò a due grandissimi inconvenienti, l’inizio di un’alimentazione che nel tempo si è impoverita di spezie e
arricchita di coloranti, conservanti ed altri additivi dannosi che hanno portato ad un’epidemia di cancro e l’inizio di
un’abnorme quantità di rifiuti, visto che se prima i vari prodotti si acquistavano “sciolti”, da quel momento si iniziò ad
acquistarli tutti già confezionati talvolta in inutili imballi ingombranti, volti ad una facile identificazione da parte del
cliente con la pubblicità, oltre che per dare un’impressione di maggior valore del prodotto.
In quel periodo inoltre con l’aumento delle circolazioni interne e non, al Paese, si ebbe anche la possibilità di provare
nuovi alimenti o integrarli nella propria cucina, iniziando a creare le basi per l’aumento della dipendenza dall’estero,
distruggendo la filiera corta a km 0 e minando la propria sovranità alimentare pagando un prezzo alto: maggior traffico di
mezzi pesanti e inquinamento.
Anche la cucina prese dunque la direzione verso una omologazione globale e a molti verrà in mente quanto comuni in
tutto il mondo possano essere i McDonald’s e la Coca-Cola oltre che varie bevande energetiche, per non parlare poi della
colonizzazione in Italia da parte dei ristoranti cinesi e dei Kebab cui si è assistito all’incredibile aumento di numero
assieme alle pizzerie taglio.
LA POLITICA
Negli ultimi secoli si è assistito ad una crescita del peso della politica nei confronti dei cittadini a livello sociale ed
economico. Cui in modo indirettamente proporzionale è corrisposto un impoverimento della società a livello
creativo-artistico (si pensi alle opere attuali confrontate con quelle rinascimentali), della cultura di alto grado e sempre più
anche dei valori morali, con una diffusione dell’avvelenamento mentale costituito dall’interesse smoderato ai soldi
(edonismo), con la gente pervasa dal disinteresse totale verso quelle che una volta erano le basi scontate del vivere e che
ora sono malgestite dalla politica. Infatti è ora di totale disinteresse la mancanza nella maggior parte dei Paesi di politiche
di sovranità alimentare, energetica (Enrico Mattei fu ucciso per questo e nessuno dopo di lui si batté per questa) e
monetaria (Aldo Moro fu ucciso per questo, e nessuno dopo di lui si batté per questa) che quando non esisteva l’attuale
tipo di politica come ad esempio nel Rinascimento c’erano sempre o per lo meno per buona parte. Cosa che ora
assolutamente non c’è contando le numerose leggi, trattati e altro che mantengono i vari Paesi in costante rapporto di
interdipendenza tra loro (si pensi alle quote latte) creato ad arte per mantenere in piedi un organismo politico-economico
chiamato UE che non ha ragione di esistere perché infatti con un commercio spontaneo libero da vincoli e sovvenzioni
crollerebbe subito. E questo sistema è talvolta ridicolo se si pensa che, moltissimo dell’olio extravergine d’oliva anziché
venir prodotto con le sole olive del posto vicino al frantoio talvolta è una “miscela di oli extra vergine di oliva
comunitari”, che anziché trovare al supermercato la carne degli allevamenti vicini italiani si trova quella francese (e
magari lo stesso tipo di carne), e che ciò senza dubbio avviene anche per altri alimenti e continuerà ad avvenire
particolarmente nelle catene di supermercati essendo in mano a poche multinazionali possedute dalle stesse persone che
stanno costruendo l’Europa per poter in seguito raggiungere un governo globale che per altro si intravede già nella
creazione di organismi sovranazionali quali OMS, WTO, FMI ecc.
Oltre all’aumentare dei rapporti di interdipendenza si stanno, proprio come quando nacquero i vari elementi che unirono
gli italiani, iniziando a costruire delle linee ferroviarie ad alta velocità, offrire in varie scuole – a partire dagli asili fino ad
arrivare all’università – l’insegnamento di alcune materie per mezzo della lingua inglese.
È stato uniformato il sistema monetario – talvolta truccando i conti in alcuni Paesi per poter entrare nei requisiti – con la
creazione dell’euro ovviamente in modo fallimentare perché ogni economia necessita di una propria moneta se non vuole
rischiare di essere influenzata da questa in modo negativo, come peraltro accadde in Italia che con la sua entrata in vigore
causò un raddoppio del costo della vita.
Talvolta però con l’Europa sono stati fatti anche passi incostituzionali come la creazione di una polizia comunitaria dal
nome di Eurogendfor e che come dal Trattato di Velsen, gode di una totale immunità:
“inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a
proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta
dalla giustizia dei Paesi ospitanti (art. 29).”
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E l’approvazione di un trattato che cerca di affrontare la crisi dei debiti sovrani con un istituzione chiamata MES o ESM
(meccanismo europeo di stabilità) che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercar di sistemare le insolvenze, peccato
che sia incostituzionale in vari punti tra cui:
“Art. 27. Il MES, le sue proprietà, i suoi fondi, ogni suo bene sono immuni a qualsiasi procedimento giudiziario a
meno che non vi si rinunci.”
“Art. 30. Il presidente del board dei governatori, i governatori (ministri delle finanze) e i loro subalterni, i direttori e i
loro subalterni, così come tutto lo staff, saranno immuni da qualsiasi procedimento legale rispettivamente agli atti
perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno inviolabili.”
E questi sono solo alcuni tra i tanti possibili esempi che si potrebbero fare.
Come si evince chiaramente dagli articoli, tutto ciò è inconcepibile in uno Stato di diritto.
L’uniformazione legislativa per cui il parlamento europeo approva leggi che sono valide nei vari stati anche contro il
volere degli stessi a causa della loro cessione della sovranità politica (atto incostituzionale anch’esso), fa ben capire come
tutto ciò non sia per una necessità, un desiderio dei cittadini, ma è solo e soltanto una corsa all’accentramento di potere
nelle mani di pochi dall’unità d’Italia a qui e considerando i morti e le sofferenze che sono serviti per arrivare a questo
punto, i vari trattati incostituzionali-dittatoriali su cui si basa l’Europa, c’è la certezza che ciò non sia stato fatto per il
bene delle persone e dà il sospetto che potrà non esserlo anche per il futuro.
Purtroppo oltre ai dettami dell’UE a causa della malgestione del governo dovuta in gran parte alla pecoraggine della
gente che gli permette di fare ogni cosa, l’Italia subisce la dittatura militare americana della NATO oltretutto senza colpo
ferire e pure festeggiando la “liberazione”.
La distruzione dei vari elementi caratterizzanti i popoli, quali lingua, usi e costumi, stili architettonici, musiche e
tradizioni, ma anche la cultura di basso grado (propinata da tv e riviste) oltre che quella di grado più elevato
grazie all’espansione delle case editrici giungendo ad una tiratura nazionale, ha portato in definitiva alla
distruzione delle loro identità originarie mentre contemporaneamente i mass media e gli organi politici hanno
creato e pubblicizzato le basi della nascita di nuove macroidentità.
Va anche aggiunto che i popoli sono stati minati nella loro identità anche a livello razziale (che è una ricchezza a
livello di biodiversità da preservare) a causa di enormi flussi migratori dovuti principalmente a guerre e povertà.
E, che in questa sede non vi è lo spazio per approfondire la storia dei canti e delle musiche che va a concludersi con
l’invasione massiccia di musiche dall’America come anche dei film, e nemmeno per approfondire il tema sulla
biodiversità della flora che con importazioni da lontano, cambiamenti di colture, inizio delle monocolture e altri
processi si è senza dubbio impoverita e uniformata anch’essa.
In ogni caso, la prosecuzione di questo fenomeno di perdita delle identità mondiale che sta portando ad una
omogeneizzazione delle persone globale, ha portato varie persone di alta cultura ad una seria riflessione.
Ad esempio, lo scrittore Vargas Llosa riassunse così i diffusi timori:
“La scomparsa dei confini nazionali in un mondo ormai interconnesso dai mercati assesterà un colpo mortale alle
culture locali e nazionali, e alle tradizioni, alle consuetudini, ai costumi, ai miti, che costituiscono l’identità di ogni
Stato nazionale e di ogni regione. Poiché il mondo non è capace di resistere all’invasione di prodotti culturali
provenienti dai paesi sviluppati -o per meglio dire dall’unica superpotenza, gli Stati Uniti- la conseguenza inevitabile è
che la cultura del Nord America finirà per imporsi a tutti, standardizzando il mondo e sterminando la variegata flora
delle sue culture. In questo modo, tutti gli altri popoli, non solo i più deboli, perderanno la loro identità, perderanno
l’anima, e diverranno nel XXI secolo nulla più che colonie, caricature costruite sulle norme culturali di un nuovo
imperialismo che, oltre a dominare il pianeta per mezzo del suo strapotere militare e finanziario e delle sue superiori
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conoscenze scientifiche, imporrà agli altri il suo linguaggio, i suoi modi di pensare, di credere, di divertirsi, perfino di
sognare”
Che conseguenze psicologiche potranno mai ricadere sugli individui quando saranno tutti uguali?
Questa digressione è stata utile per capire quale è la direzione degli avvenimenti, ovvero una continua corsa alla
globalizzazione di cui ne è l’artefice la massoneria, e cosa ne consegue minando l’identità.
Ora risulta dunque comprensibile il perché si voglia sopprimere le lingue regionali ovvero per consolidare
l’identità italiana in vista di quella europea, e come ciò giovi alla massoneria che sta facendo di tutto lecito o meno
per accentrare il potere nelle proprie mani a uso e consumo di una ristretta élite.
Ora nel continuare l’analisi esaminando la prima parte di questo lungo testo viene quasi spontaneo da chiedersi, è
davvero uno spreco l’insegnamento del friulano?
Uno spreco per un Paese che ne ha già pochi per l’istruzione. È vero che lo Stato ha pochi soldi, anzi se si considera il
grande debito che ha, non li ha affatto. Però si deve sapere che il debito pubblico essendo generato da un’enorme truffa
bancaria che attanaglia la maggior parte delle nazioni e dei popoli, basterebbe cancellarlo come è avvenuto in Ecuador.
La truffa spiegata anche nel quotidiano “il Giornale” consiste in questo: lo Stato quando ha bisogno di soldi li chiede a
una banca privata, la BCE. Essa glieli stampa e anziché venderglieli per il solo costo tipografico, glieli presta chiedendo
in cambio l’intero valore nominale in titoli di stato, più gli interessi. Ovviamente non essendo stampati gli interessi già si
capisce che si genererà un debito assolutamente impagabile (non esistendo una quantità sufficiente di denaro) e destinato
a crescere sempre di più assieme alle tasse nel disperato quanto stupido tentativo di ridurlo. Se invece lo stato fosse
davvero sovrano, stamperebbe i soldi con la sua zecca al solo costo tipografico. Ad ogni spesa gli basterebbe stamparne di
nuovi (risolvendo ogni problema di mancanza di denaro) avendo dunque una piccola inflazione che tutti pagherebbero
con una ridottissima perdita di valore del denaro, ma comunque nulla a che vedere con l’enorme perdita di soldi e dunque
di valore che si ha col pagare le tasse.
È alla luce di tutti la perdita di democrazia che si sta subendo, e si deve prendere coscienza del fatto che senza un ritorno
alla sovranità monetaria i problemi del Paese non si risolveranno. E dunque non si può pensare a dei risparmi per il
mantenimento di questo sistema marcio, ma ai modi che permettono di abbatterlo, come le monete complementari ed
alternative.
…E così lo spreco non è il signoraggio e i vari sprechi della politica come le 100.000 pensioni d’oro che da sole valgono
13 miliardi, ma una lingua che costerebbe cifre ridicole, visto che è usata in privato da moltissimi insegnanti e non
costerebbe loro nulla utilizzarla per l’insegnamento.
E tanto più per un dialetto parlato da poche persone?
Il friulano non può essere chiamato dialetto con il pretesto che sia usato da poche persone, visto che esiste la lingua
Euchee che fino a poco tempo fa era parlata da quattro persone e pur sempre lingua è.
Come dice Roberto Antonaz, assessore all’istruzione FVG: “Ogni anno spariscono trecento lingue nel mondo e questo è
un impoverimento per la nostra società, si perde un pezzo della nostra storia. Ci impongono gli stessi consumi, tutti
parlano quella specie di inglese, il globish, poverissimo di vocaboli: bisogna tutelare le lingue. E noi in Regione
abbiamo oltre all’ italiano, il friulano, lo sloveno e il tedesco. Sono previsti provvedimenti per tutte e tre, ma nessuno
si sogna di fare polemiche sullo sloveno o sul tedesco. Tutto perché dimenticano che il friulano è una lingua e non un
dialetto. Del resto, sotto il fascismo non era proibito parlare veneto o romano, ma da noi non si poteva usare il
friulano.”
Spostare inoltre le attenzioni su quanto si diversifichi dall’italiano è argomento misero visto che a causa dell’influsso che
ha avuto l’italiano nella nostra regione, come anche il fatto di vietare o sconsigliare il friulano e parlare sempre l’italiano
da cui si veniva mitragliati da ogni fonte uditiva o visiva, è stato inevitabile un italianizzazione di molte parole friulane
dunque a rimediare questo problema potrebbe essere utile l’insegnamento di un friulano più vecchio e magari precedente
all’arrivo dell’italiano parlato in regione.
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Il friulano secondo alcuni sarebbe inutile nell’attuale contesto globale. Ma il contesto globale serve davvero? E
soprattutto, a chi serve?
Leggendo da Basta con questa Italia di Marco Della Luna, Arianna Editrice, ci si può calare nel XIX secolo per capire
bene gli avvenimenti e la situazione italiana che portò al Risorgimento. Dopo aver parlato delle varie realtà territoriali si
scopre come:
“ Questi popoli viventi sull’attuale territorio italiano erano popoli che poco si conoscevano tra di loro e che non avevano
alcun sentire comune. L’aspirazione ad unificarsi era limitata ad alcuni ambienti ristretti e riguardava perlopiù il Nord e i
massoni. (…) L’unificazione venne ispirata e voluta fortemente dall’establishment britannico, da quello francese e dalla
Massoneria. <<Il Gran Maestro Armando Corona, tirando le conclusioni del convegno organizzato nel 1988 sul tema “La
liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, afferma: “La liberazione d’Italia – opera eminentemente massonica –
fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dall’iniziativa delle Comunioni massoniche d’Oltralpe>>. Mazzini,
Garibaldi, Cavour erano grandi massoni. L’Eroe dei Due Mondi (…) afferma nel 1867 che <<l’unità politica della
Massoneria trarrà a sé l’unità politica d’Italia>> ”
Riassumendo dunque, con le varie rivolte pilotate, le rapine e l’unione politico-monetaria si è riusciti a costruire
geograficamente l’Italia. In seguito con il periodo fascista si è passati a creare un’identità italiana attraverso l’imposizione
della sua lingua in ogni luogo, ed attraverso moda, musica, radio, giornali, film ecc. trasmessi dalle prime tv figlie del
miracolo del boom del secondo dopoguerra in cui ciò che veniva trasmesso spesso influenzava le scelte e talvolta
diventava un modello di emulazione che faceva passo a passo perdere le radici della propria identità.
L’era del boom in cui si credeva di andare tutti sulla luna diede un taglio netto alla società e nel tempo si divenne più
diffidenti e meno sociali. L’agricoltura cambiò, vi fu l’imponente crescita delle grosse catene di produzione e
distribuzione alimentare e si perse il contatto con il cibo naturale che iniziò a provenire da luoghi sempre più lontani e a
rendere le persone assolutamente dipendenti dal lavoro e dai soldi spostando il loro ragionamento dal “non ho soldi mi
produco il cibo” al “non ho i soldi devo assolutamente trovare un lavoro per comprarmi il cibo” rendendosi totalmente
dipendenti dal denaro . Si è perso il legame con la terra, i suoni della campagna e addirittura la conoscenza delle piante e
degli animali.
Prima del cambiamento quando si era ancora friulani e si era attaccati alla terra certo le fatiche erano molte, ma vi era una
vita sociale molto attiva, si possedevano le sovranità e si sapeva cosa si mangiava visto che era cibo biologico a km 0 che
tra l’altro già di per se stesso rendeva le persone indipendenti ed autosufficienti.
E ora cosa accade? La storia si ripete…
Mentre continua il fenomeno dell’ingrossamento delle multinazionali, che assorbono numerose aziende, e la
colonizzazione da parte dei centri commerciali a danno delle piccole attività che sparicono sempre più, l’Italia si è unita
politicamente (parlamento europeo) e monetariamente (euro) agli altri e dunque la creazione dell’Europa geografica è
quasi completata (manca ancora l’adesione di un po’ di Stati) e con la soppressione delle sovranità politiche e quindi dei
meccanismi commerciali (pensiamo alle quote latte) con l’obiettivo di tenere in piedi un’unione monetaria ed economica
che è un vero e proprio castello di carte.
Per approfondire come dei poteri forti abbiano agito per centralizzare sempre più nelle proprie mani il potere vi è un serio
saggio documentatissimo di Paolo Barnard dal titolo Il Più Grande Crimine.
A costruzione quasi conclusa dell’Europa, manca la creazione di un’identità europea che questo disegno massonico, sta
portando avanti.
È particolare come talvolta si “pubblicizzi” l’Europa come un qualcosa di vantaggioso come istituzione economica grande
in contrapposizione all’America e che rende in qualche modo più competitivi a livello globale, con una sorta di logica
“essere grandi è meglio che esseri piccoli”. Non solo si parla in termini di confronto all’America ma pure Roberto
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Benigni ha parlato di una seconda patria degli italiani, una patria europea, preoccupanti termini questi tanto usati come
giustificanti di due guerre mondiali che portarono alla catastrofica distruzione di molte decine di milioni di persone.
La storia si ripete e suggerisce che la globalizzazione serva a quelli che l’anno creata, ovvero i massoni che con la loro
“genialità” anno creato vari problemi (particolarmente economici) per indurre i popoli alla mescolanza affinché si giunga
ad una totale distruzione delle identità per facilitare il raggiungimento ad una singola identità che parla una sola lingua,
usa una sola moneta e quindi ad un popolo che percepisce di appartenere ad un unico Stato Mondiale trovando normale,
giusto e quasi scontato, il fatto di farsi comandare da un singolo governo unico mondiale. Ci si chieda cosa sta portando
questa globalizzazione in cui vi è concorrenza spietata di alcuni Paesi in cui lavorano in modo disperato e sottopagato
gettando nella disperazione altri perché sono senza lavoro. È indubbio che anche grazie ad una maggior comunicazione
(condivisione conoscenze) con gli altri Stati vi sia stato nell’ultimo periodo un enorme sviluppo tecnologico, ma con tutti
i danni che si sta scoprendo che fanno molte delle attuali tecnologie di uso comune, sapendo che non ci si può più fidare
dei propri alimenti che non si sa né da dove arrivano né cosa contengono davvero, viene da chiedersi se questo sviluppo
sia stato più negativo che positivo.
Tutto questo cambiamento ci è stato imposto in modo velato senza chiamarci in causa e facendoci pure fessi fino ad ora.
Abbiamo ben compreso di essere stati ingannati che è un motivo già assolutamente sufficiente per dire basta a questa
globalizzazione.
È doveroso di approfondimento capire il perché si sia smesso di insegnare il friulano ai figli e smetterla di pensare che ciò
sia solo un problema a causa di possibili strafalcioni che sono dovuti invece all’impoverimento che ha avuto stando a
contatto con l’italiano e finendo per somigliargli in molti termini.
Da un commento preso in rete in risposta all’offerta formativa del friulano come materia d’insegnamento:
“E’ cosa buona e giusta. Non solo è giusto, ma è anche un nostro diritto. Analizziamo la situazione: sicuramente il
modo migliore per preservare la lingua è parlarla nella quotidianità; l’insegnarla a scuola di per sé e inutile se poi non
siamo fieri della nostra favella e non la parliamo. Il friulano ha perso terreno tra le nuove generazioni proprio perché a
scuola le maestre PROIBIVANO agli alunni di parlare friulano, anche a casa. E i genitori friulanofoni parlavano in
italiano ai figli per non farli crescere “da contadini”. Ecco dunque che l’insegnamento a scuola del friulano diventa
utilissimo, in quanto dimostra come la nostra lingua possa essere usata correntemente e senza vergogna.”
Ed è anche doveroso porre rimedio – prima che sia troppo tardi – a questo impoverimento dovuto anche forse agli anni del
boom in cui ci si montò la testa e si volle dare un taglio netto al passato. Porre rimedio per mezzo della scuola che
potrebbe non solo mantenerlo vivo, ma anche migliorarlo ritornando alla forma originaria e magari con l’accortezza di
dare il posto ad insegnanti del posto visto che ciò tutelerebbe anche la parlata locale visto che il friulano cambia di paese
in paese in modo anche assai particolare e divertente giacché in un brevissimo lasso di tempo si può capire una persona da
dove arriva.
Se ci si chiedesse cosa ha portato il secolo passato la risposta che ne verrebbe è l’allontanamento dalla vita se si pensa al
cambiamento sociale che è avvenuto a causa di tutta una serie di fattori.
Ciò che ha dell’incredibile è che quanto è accaduto non solo è stato fortemente condizionato da una certa élite, ma
fa proprio parte di un piano prestabilito molto tempo fa.
È curioso notare che mentre ora è un fatto accertato l’accrescimento della rilevanza dell’inglese a livello mondiale, già più
di un secolo fa vi fu l’ebreo Ludwic Lejzer Zamenhof che si immaginava una lingua internazionale ad uso comune per
l’intera umanità. Egli si immaginava inoltre un’unione dell’umanità non solo a livello linguistico ma proprio a livello
identitario. Come afferma in una lettera indirizzata al francese Alfred Michaux:
“il mio essere ebreo è stato il motivo principale per cui io fin dalla più tenera infanzia mi sono dedicato tutto ad una
sola idea e a un solo sogno – al sogno dell’unione dell’umanità.”
Continuando a leggere Ebraismo ed esperanto nell’Europa dell’est di Carlo Minnaja si trova:
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“I concetti che Zamenhof espresse nel suo Appello ai diplomatici (…) alla fine del 1915 (…):
1. Ogni paese deve appartenere moralmente e materialmente a tutti i suoi abitanti naturali e naturalizzati, qualsiasi
sia la loro lingua, religione o supposta provenienza [...].
2. Ogni cittadino ha il pieno diritto di usare la lingua o il dialetto che vuole e professare la religione che vuole. Solo
nelle istituzioni pubbliche, non destinate specificamente ad una etnia si deve usare quella lingua che per accordo tra i
cittadini è accettata come lingua del paese. […] Ma la lingua del paese […] deve essere vista non come un tributo
umiliante dovuto da popoli dominati a un popolo dominante, ma come un cedimento spontaneo per comodità della
minoranza alla maggioranza.
3. Per tutte le ingiustizie [...] il governo […] risponderà ad Tribunale Europeo Permanente […].
4. Ogni stato o provincia deve avere non il nome di un popolo, ma soltanto un nome neutrale geografico [...]
Zamenhof quindi continua a ritenere la lingua come il principale strumento con cui un popolo opprime altri popoli;
non cita mai oppressioni economiche, e in altro punto dell’appello vagheggia gli Stati Uniti d’Europa, pur riconoscendo
che la realizzazione è ancora prematura.”
“Benché non si posseggano documenti di affiliazione (ciò che è facilmente spiegabile con le circostanze del tempo), è
accettato il fatto che Zamenhof fosse massone.”
– tratto da Pianificazione linguistica e identità. Il caso emblematico dell’esperanto di David Astori –
Un fatto intuibile visti i suoi ideali di unità dei popoli. Non solo, Zamenhof fu anche “fortemente legato al movimento
sionista”, ovvero quel movimento che promosse un trasferimento del popolo ebraico in Palestina, che successivamente
avvenne e giunse a seguito di una vera e propria invasione, repressione e sterminio dei palestinesi e distruzione dei loro
edifici, alla creazione dello Stato di Israele che è in contrasto con varie leggi internazionali ed ogni principio etico-morale.
Questo movimento sionista secondo alcuni starebbe portando avanti un piano di conquista politica. A riprova di ciò, vi
sarebbe un manoscritto dal titolo I Protocolli dei Savi anziani di Sion, sui cui contenuti non si discute mai affermando con
forza che siano dei falsi, e tralasciando il fatto clamoroso, che in essi vi è un programma di conquista politico che oggi ha
“il suo pieno, stupefacente, spaventoso adempimento, e non solo in genere ma in molti punti particolari”. – tratto dalla
versione dei Protocolli dei Savi anziani di Sion di Sergyei Nilus www.juliusevola.it –
Questi protocolli pubblicati circa 110 anni fa, come indicato nell’introduzione di Sergyei, sarebbero stati ”rubati da una
donna ad uno dei capi più potenti, e più altamente iniziati della Massoneria” e indicano un piano lunghissimo:
“Abbiamo messo in contrasto gli uni con gli altri (…) fomentandone tutti i pregiudizi religiosi e nazionali per quasi
venti secoli. (P. 15)”
Che tra le varie cose intende:
“ottenere l’assoluto monopolio dell’industria e del commercio. (…) Questo privilegio farà sì che tutta la forza politica
sarà nelle mani dei commercianti, i quali col profitto abusivo opprimeranno la popolazione”
Fatto pienamente raggiunto se si pensa a quanto le multinazionali influenzino i governi ed evadano fiscalmente rispetto ai
piccoli commercianti impoverendo i paesi di svariate decine di miliardi.
“L’aristocrazia (…) essa, in quanto proprietaria di terreni, costituisce sempre un pericolo per noi, giacché le sue
rendite le assicurano l’indipendenza. Pertanto è essenziale per noi di privare l’aristocrazia delle sue terre, a qualunque
costo. Per raggiungere questo scopo, il modo migliore è quello di aumentare continuamente le tasse e le imposte, e
con ciò il valore dei terreni si manterrà al più basso livello possibile. (P. 17)”
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Ora lavorare la terra conviene sempre meno tanto che viene sempre più acquistata e lavorata dalle solite multinazionali.
Le persone oltre a perdere in questo modo la possibilità di essere indipendenti, l’hanno persa anche con l’arrivo delle
sementi ibride ed ogm, e alcune leggi che vietano l’utilizzo di alcune sementi da sempre usate (UE) e persino di fare l’orto
(USA).
“Dunque, avendo inculcato in ogni uomo il concetto della propria importanza, distruggeremo la vita familiare dei
gentili* e la sua influenza educatrice. (P. 22)”
*Con questo nome gli ebrei sono soliti indicare le persone non ebree.
È in aumento il numero delle separazioni, di vari disagi familiari, la perdita dei valori base e della socialità oltre che la
comunicazione in famiglia minata dallo stress e dal poco tempo a disposizione dovuto al lavoro. Si pensi alle riforme che
hanno trasformato in varie attività commerciali anche le domeniche in giorni lavorativi.
“A causa della loro trascuratezza nella scienza del governo, o a causa della corruzione dei loro ministri, o della loro
ignoranza in fatto di finanza, i sovrani Gentili hanno reso i loro paesi debitori delle nostre banche ad un punto tale,
che non potranno mai redimere le loro ipoteche. (P. 42)”
Si pensi ai debiti pubblici dei vari Paesi che sono dovuti in maggior parte nient’altro che al signoraggio bancario.
“trionferemo ed assoggetteremo tutti i Governi al nostro Super-Governo. (P. 9)”
“Organizzeremo un governo fortemente centralizzato (…). (P. 15)”
Ciò unito agli altri argomenti trattati in questa sede sono troppo per essere solamente un caso, giacché vi sono legami
strettissimi tra ebraismo e massoneria, tant’è che le più ricche e potenti famiglie al mondo sono ebree ed al vertice della
massoneria mondiale. Ciliegina sulla torta, è stato da poco costituito il Parlamento Ebraico Europeo (composto da 120
membri) che discute le leggi del Parlamento Europeo.
“Hitler nel Mein Kampf (1925) scrive: “Fintanto che l’ebreo non sia diventato padrone degli altri popoli, volente o
nolente deve parlare la loro lingua, ma non appena questi dovessero divenire suoi servi, dovrebbero tutti imparare
una sola lingua universale (per esempio l’esperanto!) in modo che anche con questo mezzo l’ebreo possa dominarli
più facilmente.” Un suo epigono nel 1926 rincara la dose: “Questa lingua bastarda, che non trova radici nella vita di
un popolo, […] è effettivamente sul punto di conquistare nel mondo quella posizione che intende assegnarle il piano
sionista ed è quella che aiuterà ad annientare il patriottismo nei futuri operai, schiavi di Sion!”
-Ebraismo ed esperanto nell’Europa dell’est di Carlo Minnaja -
A fronte di questa lunga analisi, appaiono ovviamente ridicoli i commenti superficiali che si possono trovare scritti
da parte dei detrattori delle lingue regionali.
<< Sono friulana ma pienamente contraria a questa cosa mangia soldi in modo inutile. Ho 50 anni e ai miei tempi le
maestre si lamentavano se a casa si parlava il friulano o il dialetto veneto e ora che abbiamo “imparato” a parlare in
italiano si vuole tornare indietro? La cultura è altra cosa, ma chi ci governa, da ignoranti, non lo sa. >>
Come fa una persona a definirsi friulana e poi andare contro l’interesse della propria lingua? Autolesionismo?
C’è da chiedersi se l’insegnamento del friulano rappresenti un passo indietro o piuttosto un ritorno alla retta via, dalla
deriva che si era intrapresa, considerando quanto accaduto. Visto che non c’è nulla di democratico nell’imporre una nuova
lingua ad un popolo sopprimendo quella usata da sempre.
<<Quando un ragazzo/a friulano uscirà dalla sua pur bellissima regione,cosa farà,si esprimerà in friulano?chi lo
capirà?non è più opportuno esprimersi in un corretto Italiano?ancora peggio sarà quando varcherà i confini nazionali!
non servirà il friulano , ma possibilmente una conoscenza della lingua più parlata nel mondo “L’INGLESE!!!! parlato
più o meno correttamente in tutto il mondo tranne che in Italia. A scuola bisogna studiare bene la lingua Italiana e
l’Inglese,I dialetti e le lingue locali-regionali continueranno ad esistere come è giusto che sia perché continueranno ad
essere tramandate da padre in figlio come sempre è stato e sempre sarà!>>
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[questi due commenti sono stati riportati tali e quali a quelli presenti in rete]
Se fino a tempo fa le lingue regionali venivano tramandate di padre in figlio, ciò non significa che continuerà a verificarsi.
A riprova di ciò basti pensare a come l’immigrazione al nord della gente del sud abbia minato le lingue regionali
inducendo l’inizio del bilinguismo e la nascita di figli soltanto italofoni nel caso di matrimoni misti, portando in definitiva
a una sparizione certa del friulano probabilmente nel giro di due sole generazioni. Ciò, considerando i pochi
provvedimenti che fino ad ora sono stati presi alla sua tutela e le infrastrutture realizzate per collegare in modo rapido
(autostrade) anche i posti più sperduti causando inevitabilmente una certa mescolanza e dispersione della lingua. Si deve
inoltre pensare al fatto che il solo mantenere viva una lingua in modo soltanto orale non è ancora sufficiente perché nel
tempo si rischiano di perdere vocaboli e dunque non c’è nulla di meglio che incentivare una certa produzione di libri e
studi dedicati alla lingua.
Soffermandosi sul “quando varcherà i confini nazionali” ben si capisce come i mass media siano riusciti ad inculcarci che
varcare i confini del proprio paese sia una necessità. È facile scappare da un paese pieno di problemi, ben più difficile ma
sensato e anche motivo di orgoglio sarebbe risolverli rimanendo al proprio posto, un atto tra l’altro suggerito dalla
coscienza. Cosa ne sarebbe rimasto se dopo il terremoto del ’76 i friulani vittime del terremoto fossero tutti emigrati?
Probabilmente tutto sarebbe ancora lì, un desolante scenario di distruzione. Si vuol lasciare il proprio territorio come una
desolante terra ricca di problemi o battersi per risolverli?
Il friulano unica vera nostra lingua parlata da tutti i nostri avi ci è stata tolta e sta venendo soppressa approfittando del
fatto che l’inganno nato moltissimi anni fa, quasi nessuno lo conosce e quindi continua nella rincorsa all’Europa, grazie
anche all’ignoranza, superficialità e mancanza di apertura mentale di molte persone.
Perché continuare con questa logica secondo cui bisognerebbe tagliare comuni, regioni e province? E non prima di tutto il
Parlamento europeo assieme a quello italiano?
Dire un secco no a questa Europa significa dar retta al buonsenso che magari potrebbe essere la base per iniziare un
percorso per uscire anche dall’inganno dell’Italia e liberarsi dal vampirismo fiscale ridiventando padroni a casa propria
e indipendenti e non servitori del governo centralizzato di Roma comandato dalle Banche.
Continuare a dire sì a un’Europa di falsi princìpi e comportamenti invece, significa prenderla in quel posto per la seconda
volta, dire grazie e volerne ancora.

13 Commenti a “L’IMPORTANZA DEL FRIULANO E DELLE PICCOLE IDENTITA’ NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE”

  • Luka:

    Interessante articolo.Da friulano vorrei precisare che comunque il nostro “dialetto” è una lingua in realtà.Ufficialmente.Io sono del parere che anche se fosse “inutile” (ma questo solo gli stupidi lo pensano) è comunque una ricchezza, è la nostra identità e quindi va tutelata così come le altre lingue del Friuli come Sloveno e Tedesco.Penso però che ora come ora non è auspicabile una separazione del Friuli o di altre regioni dall’Italia..sarebbe contro producente.Io mi sento Italiano e Friulano comunque.
    Mandi, il nestri Friul e je simpri fuarte

  • DarksideOfAquarius:

    Innanzitutto la nostra regione si chiama Friuli-Venezia Giulia e non Friuli. Questo perchè la Venezia Giulia non è friulana come qualcuno vorrebbe.
    Qualcuno che non ha inventato proprio nulla, ma ha la faccia tosta di attribuire al Friuli l’invenzione del prosciutto, del vino, dei fichi persino, e di tutta una serie di prodotti che esistevano già molti secoli prima dei friulani.
    Una popolazione di contadini, cosa di cui potrebbero tranquillamente andare fieri ma di cui, invece, un pochino si vergognano. Se ne vergognano al punto di millantare origini mitologiche e antichissime: ovunque spuntano come funghi sedicenti “musei” di “storia friulana” che non sono altro che raccolte di vanghe, aratri e pignatte di rame come se ne usavano ovunque.
    La “cultura del lavoro” di cui si vantano in ogni dove (perchè la schiavitù, quella sì, è sempre motivo di orgoglio in questo mondo al contrario) è un falso mito che il tragico terremoto del ’76 svelò nel più brutale dei modi, quando la leggendaria “ricostruzione” venne fatta da volontari accorsi da tutto lo stivale, che i friulani guardavano lavorare senza nemmeno offrire un piatto di pasta o una branda non riscaldata.
    Non c’è nessuna “identità” da salvaguardare in quanto i friulani la loro identità se la tengono ben stretta (giustamente) e non c’è proprio pericolo in questo senso; la paura è più che altro quella di restare a corto di finanziamenti pubblici, vere e proprie valanghe di quattrini con la scusa della lingua friulana, dei friulani all’estero, degli eventi friulani e via dicendo.
    Eventi di portata mondiale a detta loro, ma quando vai a vederli trovi quattro gatti a una semplice sagra paesana, come se ne vedono ovunque: l’unica particolarità è che una boccata d’ossigeno costa venticinque euro, dieci per inspirare e dieci per espirare, più cinque per il servizio.
    Nel frattempo, qualche km più a est, sopravvive un piccolo Stato che l’ONU ha riconosciuto come indipendente, ma che l’italiota continua ad occupare abusivamente allo scopo di tenerne bloccato il Porto Franco (che altrimenti avrebbe fatto allegramente le scarpe ai vari mestre, ancona, taranto etc). E’ questo piccolo stato col suo grande porto a fare paura, al punto di cercare di cancellarlo con ogni mezzo: smantellandone il poderoso apparato produttivo, reintitolando piazze e vie agli antieroi del risorgimento massone, abolendo le parole “Venezia Giulia” dai media locali, e propinando in continuazione la favoletta dell’unità italiota fin dalla tenera età attraverso quello che il mio vecchio professore definiva ministero della Pubblica Distruzione.
    La Soluzione Finale per il T.L.T., dove operano all’incirca 4 sbirri per ogni civile, prevede la riconversione del vecchio Porto Franco ad area residenziale di lusso per vecchi democristiani, e l’installazione di uno dei più grandi e pericolosi inceneritori d’Europa. Il movimento Trieste Libera si batte a colpi di ricorsi, appelli, manifestazioni e denunce, perchè la legge stabilisce che l’italiota qui non ha giurisdizione territoriale né tantomeno fiscale (ci dovete qualcosa come 300 milioni di euro di tasse illegali), ma l’italiota continua impunito a demolire la cultura locale, ad ostacolare lo sviluppo e a prelevare le sue tasse, alla faccia di chi ancora si illude che si possa andare per vie legali contro chi è al di sopra della legge, e quando scende dal piedistallo è solo per riscriverla a suo piacimento.
    Informazioni più dettagliate all’indirizzo http://triestelibera.org/it/

    • claudio boaro:

      Mi dispiace dover leggere quanto Lei ha sputato contro l’identita’ friulana, noto un tono astioso, ricco di cattiveria ,e, povero purtroppo di conoscenza. La invito prima di offendere un’identità culturale e territoriale di leggersi un pò di storia che non sia circoscritta alla sola Trieste, che io da friulano difendo e rispetto. L’aspetto da Lei dipinto sul Friuli non meriterebbe nemmeno risposta, ma non volendo mettermi dalla parte di chi, se pure offeso fa finta di niente,Le chiedo gentilmente di farsi un corso serale su quanto sia importante il reciproco rispetto delle identità , che non si basano solo su quanto potrebbe valere un porto franco in fatto di vile danaro, ma su quanto Trieste ed il Friuli potrebbero ottenere da quell’Italia ingorda che ci stà massacrando tutti. Se operassimo in sintonia e determinazione con pochi obiettivi chiari e condivisi, lo stato italiano dovrebbe cambiare immediatamente rotta,Trento e Bolzano sono un valido esempio su come due realtà identitarie diverse, in un’unica regione siano riuscite a trovare il giusto equilibrio in un reciproco rispetto agendo assieme contro lo stato mangiatoia. Stato che da sempre mira a di metterci uno contro l’altro e continuare ad annullarci nell’economia e nell’identità, e fin quando trova persone come Lei che si prestano al gioco,ci riuscirà per molto tempo ancora. Meno IO IO IO, e più NOI NOI NOI, senza rancore un saluto da Claudio Boaro, presidente Fronte Friulano.

      • highlander:

        p.s. un piccolo dettaglio, le amministrazioni di Trento e Bolzano, da anni, ricevono un cospicuo gruzzolo di Euri dallo stato Italiano ;-))
        Sicuramente i governi di questi ultimi trent’anni lo fanno e lo hanno fatto per metterci uno contro l’altro…

        Certo sarebbe meglio il NOI NOI NOI come dice giustamente Lei, però sarebbe anche bello farlo TUTTI a tavola con un gustoso piatto di pasta fumante davanti….
        Il fatto che uno mangi abbondantemente ed uno guardi chi mangia non agevola la filosofia del “NOI”, non crede ?

        E’ un pò la filosofia in generale di questo strano mondo…

        Auguri !

      • DarksideOfAquarius:

        Come ho già detto l’identità friulana non corre alcun rischio, chiunque sia stato in Friuli sa che se in Friuli esiste una certezza è proprio quella della vostra identità. Il “problema” è solo quello dei finanziamenti a cui sembra che qualcuno voglia chiudere il rubinetto… a scapito di chi? Della solita cricca di intellettualoidi di quart’ordine che per trent’anni si sono ingrassati sulle spalle del contribuente a suon di “tavoli” “congressi” e “punti della situazione”, quindi nessun problema, al posto loro sarei contento, con tutti i regali piovuti da Roma avranno di che sistemare figli e figliastri.
        Certo una volta fatta l’abitudine alla pappa gratis è difficile staccarsi dalla mammella romana, me ne rendo conto… =)

    • gian:

      don’t feed the troll

    • vincenzo grippa:

      Io non sono Friulano ma meridionale trapiantato in lombardia. Voglio esprimere il mio parere al riguardo, l’iniziativa d’insegnare la cultura regionale le ritengo molto lodevole .
      non dobbiamo mai dimenticare le nostre radici, da dove veniamo e chi siamo.
      ED I VARI MONTI CHE VADANO AL DIAVOLO, INSIEME A TUTTI QUELLI COME LUI CHE CI VOGLIONO DISTRUGGERE.

  • Gianluca:

    Ragazzi, se la mettiamo giù così allora io direi che gli unici ad aver diritto a essere riconosciuti come Popolo siamo noi in Veneto.
    Siamo stati per oltre un millennio indipendenti nell’ambito della Repubblica Veneta. Poi chi ha studiato un po di storia dovrebbe sapere che austriaci e francesi ci hanno conquistato per un vent’anni per poi essere ceduti dai francesi all’Italia, tramite un controverso plebiscito che ora si chiama “truffa”.
    Eravamo indipendenti e lo saremmo ancora. Noi non siamo mai appartenuti all’Italia.
    Comunque se l’Italia fosse governata in maniera decente nessuno si vorrebbe allontanare.
    Purtroppo sto baraccone di pagliacci puttanieri ci fa solo vergognare d’essere italiani.

  • l'è ura de finila:

    Anni fa parlando con un amico siciliano, si inalberava per il fatto che la gente del nord attraverso i moti leghisti avesse rispolverato l’uso del dialetto,cos’è sta assurdità e sostenendo le sue tesi progressiste accusava l’atavica brutalità dell’identificazione con la propria terra e tradizione.Insomma giudizi a profusione sul nord…
    Dopo un po ci raggiungono altri amici e indovinate un po?
    Incominciano a parlare in ragusano stretto ed assumere atteggiamenti tipici di dubbia atavica brutalità sicula stile stiddaro…..
    Chissà perché si giudicano sempre gli altri dei propri difetti,è come guardarsi nello specchio.
    Non mi frega niente dei mondialisti,dei progressisti,dei politically correct,degli extracomunitari che gridano libertà di potersi fare i c…loro mentre non hanno nessun rispetto ed interesse per la nostra terra che non siano gli euri, a me il mio dialetto lombardo piace come la polenta col brasato .
    Non mi importa di giudicare la casa degli altri,ma se ci permettete la nostra ce la vorremmo tenere cosi’ com’è, e se ogni tanto ci prendiamo anche noi qualche euro per manifestazioni culturali che ci riguardano,ve lo assicuro ,ce li siamo più’ che guadagnati.

  • spadino:

    E’ veramente originale il fatto che un “lessico familiare” tramandato per secoli dalla tradizione orale debba essere insegnato a scuola, quando ormai si sentono solo nonni rintronati di televione e mamme con il falso mito della modernità e benessere raggiunto, parlare in italiano ai figli e riprenderli se parlano in dialetto!! (L’italiano che parlano non è italiano , è dialetto italianizzato o italiano dialettizzato: infatti a scuola l’ignoranza avanza, non si capisce più la differenza fondamentale tra lingua parlata e scritta con degli errori di sintassi e grammatica terrificanti)
    Parlate ai figli con la vostra lingua madre che è il dialetto a casa, in famiglia.. negli affetti…

  • Fabio Tribos:

    @Luca, la ringrazio.
    @Gianluca, questa non è una gara tra chi ha diritto e chi no ad essere riconosciuto come popolo, perché tutti i popoli italici ne hanno pari diritto se andiamo indietro nel tempo (visto le diversità culturali, linguistiche ecc.).

    Condivido a pieno quanto detto dal presidente Boaro, soprattutto la seconda parte.

  • highlander:

    …l’Italia non è mai veramente esistita e così gli italiani….

    qualcuno (n.b.molto noto) disse in passato che “governare l’Italia non è difficile, è INUTILE…”
    forse intendeva dire che l’Italia in realtà è governata da altri ?… dagli USA ? chissà….

    i risultati comunque si possono vedere benissimo !
    AUGURI !

  • SDEI:

    @LETTORI/LETTRICI di SL,

    etnicamente Io SONO un meticcio “austro-friul-veneto-giuliano” questo grazie alle diverse origini paterne & materne e mi fermo ai NONNI;

    ciò mi permette di AMARE intensamente & indistintamente l’ AUSTRIA la piccola PATRIA del FRIULI il VENETO ed infine la VENEZIA GIULIA,

    pertanto NON ho mai CONDIVISO queste assurde lotte “campanilistiche” tra friulani & giuliani ormai “anacronistiche” e superate dalla STORIA & dagli EVENTI,

    pensate che nel FRIULI VENEZIA GIULIA siamo solamente 1.200.000 abitanti, una porzione di una grande Città come MILANO, di questi circa 600.000 friulani il rimanente veneti-giuliani-sloveni-tedeschi più altre etnie es. greci-serbi-croati etc.,

    una società quindi multietnica-multiculturale-multireligiosa e questa è la ns. più grande RICCHEZZA con una matrice comune quella più antica CELTICA e poi quella ROMANA,

    pochi di Voi sanno infatti che la storica AQUILEIA fondata dai ROMANI nel 181 a.c. era la IV Città dell’ IMPERO dopo ROMA-MILANO-CAPUA e dominava un territorio vastissimo controllato dalla leggendaria LEGIONE la “X & XI REGIO”,

    pensate esso arrivava fino alla odierna DUBROVNIK(=VECCHIA RAGUSA) in CROZIA a EMONA(=LUBIANA) capitale della SLOVENIA e gran parte dell’ AUSTRIA !!!

    Infine sapete come ha definito il grande scrittore Ippolito NIEVO, il mio amato FRIULI VENEZIA GIULIA !!!??? “PICCOLO COMPENDIO DELL’ UNIVERSO”, questo PERCHE’ in meno di 10.000 kq. troviamo “il mare, i laghi, le pianure, le colline, le montagne” !!!

    MANDI
    a duc
    da

    SDEI/Sergio

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